Il Cavaliere dello Spirito Santo: Storia d'una giornata
Part 7
Egli può non comprenderlo; infatti non lo comprende quasi mai. Succede allora che si muti, e si muti sempre con una curiosità più acre, con una fiducia meno forte, finchè il bisogno d'un amante assume per noi qualcosa di molto simile al bisogno che abbiamo di andare dalla sarta, o forse, — quando gli anni passano, — al bisogno di trovare sempre un uomo che sappia col suo fresco desiderio coltivare la nostra femminilità.
Egli non è più l'Amante; è «un amante», ossia nient'altro che la derivazione, la complicazione, della parola: marito.
Dunque in noi, fra molto peccato, v'è pure un piccolo senso di dolore; per questo, anche prima del pentimento, chiamateci sempre con il bel nome di Marie Maddalene.
* * *
(In questo vago giardino, così di belle ortensie come di belle donne fiorito, il Cavalier Damo ritorna con molti uomini di sua conoscenza, i quali vengono per discorrere del più e del meno in compagnia di queste amorevoli signore che, per non fare le lucrezie, sono appunto le più dilettose agli uomini.
Ed è il Cavalier Compare in abito a dorso moltissimo attillato e chiuso in cintola da un sol bottone, cosicchè la bianchezza prodigiosa del panciotto gli forma tra i rovesci un'apertura ovale, dove scorre il nodo esiguo della cravatta scura. La tuba lucente, la mazza in legno di malacca, gli stivalini a ghetta, l'occhialetto arguto, il capzioso fiore d'orchidea, il ciuffo del fazzoletto che gli traspare dal taschino, tutto questo insieme conferisce alla sua pieghevole persona il vero brio, la genuina compiutezza del cavaliere moderno. Con lui vengono l'autore drammatico più fortunato nelle alcove comitali che su le ribalte infide; lo studentello che fa le sue prime armi con qualche filosofo nubiloso e con qualche dama svaporata; l'uomo di mondo che non neglesse fra le cure galanti una sua cavillosa erudizione; l'uomo di governo che protegge con il suo portafogli qualche marito indulgente; il principe o re in esilio, che i fornitori citano per via d'usciere ma le nobildonne ossequiose chiamano ancora Maestà; lo scienziato non del tutto austero, che rivela con affabilità le sorprese mirifiche de' suoi laboratori, o trascina per i divani delle sale qualche ossigenata chioma di cometa; il medico di nervi bello e grigio, carezzato assai dalle signore, cui si compiace di scoprire, nonchè di mettere a nudo prima o poi, la fonte recondita d'ogni nevrastenia... l'uomo garbato, ch'essendo poco, adula molto; l'uomo che arriva con le tasche imbottite d'episodii gustosi, e quello che n'è vittima; colui che nel mondo si ama per la sua virtù d'eccitatore, d'ingaudiatore, d'abbellitore della vita, e colui che agli spossati nel desiderio, come alle anime ancor prese di paura, vende una voluttà più rara, che si chiama penitenza.
Ecco, entrano.)
=L'autore fischiato:=
Il pubblico dei teatri non è la folla passiva che assiepa le arene gl'ippodromi le assemblee le piazze le chiese; il pubblico dei teatri diventa un personaggio attivo che nessun autore drammatico ha mai saputo conoscere a fondo.
Decidere qual'è il cavallo che tagli per primo il traguardo, non è — almeno in massima, — un'opinione; decidere invece qual sia la commedia che meriti applausi e quale fischi è nettamente un caso di suggestione collettiva, d'arbitrio veloce, d'istantanea psicologia.
Il buon successo, è la commedia che dispiace ad uno contro due;
il cattivo successo, è la commedia che dispiace a due su tre;
le commedie che mandano in delirio sono con indifferenza capolavori d'astuzia o di poesia;
le commedie che fischiano tutti, sono — certamente — irreparabili asinità.
Osservando bene la sala d'un teatro nelle sere di prime rappresentazioni ci si accorge che l'autore si dà l'aria d'un giudice, il pubblico l'aria d'un giudicato. Mi spiego: l'autore cita il pubblico, giuria pagante, a risolvere un dramma; l'autore, solo e terribile nella sua toga declamatoria, sta su la scena per vedere cosa ognuno sappia rispondere alle sue domande stringenti. Lo spettatore ha paura di compromettersi, tentenna, tergiversa, guarda volentieri quel che fa il vicino, ripete volentieri quel che affermano i commentatori più loquaci.
Benchè la faccia complessiva del pubblico sia truccata e mobile come quella del comico, su questa faccia corrono momenti vivi di rossore, d'angustia, di vergogna, di perplessione, finchè per un fenomeno oscuro la forza dei più numerosi vince, la lacrima diviene pianto, il riso ilarità.
Se fossi un pittore vorrei dipingere la faccia delle platee.
Ma non sono che un povero autor fischiato, e non ho ancor veduta, se non per il buco del telone, la faccia delle platee.
=L'uomo di governo:=
L'uomo viene al mondo con la mania di salire al governo, perchè il piacere della vita è di stare sopra gli altri.
Nel sistema metrico decimale vi sono due numeri importanti: Uno e centomila.
Dai giorni di Babele sino a quelli di Bebel tutta la cronistoria del genere umano si riduce alla perpetua contesa dell'Uno contro i centomila, dei centomila contr'Uno.
Molti han parlato d'anarchia come d'una efferata e nuova bellezza del pensiero moderno. Ma Bruto, — sebbene la storia gli abbia dato un altro nome, — Bruto era più nudo anarchico di Caserio, e nell'esercito d'Alessandro il Grande conquistatore dell'Asia militavano tanti anarchici petrolieri quanti oggi non ne raduna la santa Moscovia di Niccolò.
Assourbanipal, autocrate di tutte le Assirie, questo grandioso plagiario padrone del mondo conosciuto che fece copiare le Piramidi e il Tempio di Rhâ da' suoi architetti decadenti, questo magnifico e dolce Nerone ch'ebbe tutta la vita l'ossessione di somigliare a Ramsete II, poche leghe fuori dalla vertiginosa Ninive, per la bassa valle del Tigri, aveva nel riottoso Elam i suoi filosofi nichilisti e la sua piccola Patterson.
Dunque l'anarchia non distruggerà i Governi.
=Il re in esilio:=
La piccola valigia che porto è piena di calze rattoppate; cammino come Diogene con una lanterna in mano; però non cerco l'uomo, io cerco il Diritto Divino.
=Entra il Dialogo fra Calunniatore e Calunniato.=
— O Egesippo, che male ti feci mai, perchè tu vada spargendo ai quattro venti la mia diffamazione? Tu racconti ch'io trovo da vivere vendendo agli amici danarosi l'onestà della mia legittima consorte: questo è sì poco vero che, se un uomo le facesse affronto, io gli sparerei nel petto a bruciapelo!
— Buon Demetrio, giuro sui Sette Sacramenti che questa chiacchiera non l'ho bandita io per le strade. Apollione, truffatore impenitente, figlio di falliti e marito d'una ragazza che gli andò al talamo come si esce da un lupanare, Apollione il quale oggi vive coi denari che il suocero guadagna esercitando in anonimo una bisca, Apollione tuo concorrente in commercio è forse una delle fontane onde scorrono le tue calamità. Fammi la grazia di non tradire questa confidenza perchè sono padre di famiglia.
— O Egesippo, non dirò nulla, stanne certo. Sono troppi anni che mi dibatto contro la calunnia; citarmi un nome di più significa solo accrescere il mio dolore. Qualsiasi cosa io faccia non uscirò dalla mia veste di calunniato perpetuo, come tu, qualsiasi cosa tu faccia, non potrai toglierti la fama d'essere un calunniatore. Nasce la calunnia intorno all'uomo incolpevole come il bozzolo in torno al baco da seta; quando il bozzolo è fatto, come si potrà mai ritrovare il bandolo del primo filo?
— Buon Demetrio, la calunnia, quest'arma forte e sicura che uccide gli uomini a distanza, non fu mia ne' tuoi riguardi, e mi puoi credere per quello che ti dirò. Me ne sono infatti armato parecchie volte, quindi la conosco. M'hai creduto l'origine della maldicenza che ti tormenta perchè a tutti son noto come un terribile calunniatore. Infatti lo sono; mi piace avere in mia mano l'onestà degli altri, nella quale non credo; ma su te, buon Demetrio, forse per avventura non apersi bocca. Inoltre senti: non c'è mai nessuno che inventi una calunnia, le calunnie volano in giro da sè. Guarda, io cammino per le strade con un fiore all'occhiello, con la sigaretta in bocca, e nel camminare ascolto. Ascolto; l'aria mi viene a dire: quella tale è l'amante del tale; Tizio truffa Sempronio; Caio sodomizza Martino. L'aria mi viene a dire che c'è un sotterfugio nella tal faccenda, un'ambiguità nel tale testamento, un ricatto nella tal lettera d'amore... Non puoi credere come l'aria conosca tutti i segreti della sua città! Mi osserverai che i tre quarti, se vogliamo, di questi episodii non sono cose vere? E sia pure, te lo accordo; ma corrono, volano, l'aria li sa. Puoi chiudere tutte le finestre all'aria? Puoi soffocare la sua voce volubile, vasta, che filtra per ogni serratura? E chi le inventa queste calunnie? Altro mistero. Non io certo, buon Demetrio, non io che faccio il calunniatore!
— O Egesippo, e dunque perchè lo fai?
— Buon Demetrio, per molte ragioni. Talora per inavvertenza. L'aria m'ha soffiato nei timpani una favoletta graziosa, ed io senza troppo esaminarla, così, tra il fumo d'una sigaretta, la ripeto. Altre volte perchè non conosco la persona designata nè mi preoccupo del male che possa venirle; oppure perchè appunto la conosco, non è di quelle che amo, e calcolo fumando la mia piccola vendetta. Se bene osservi, o buon Demetrio, ti accorgerai che due persone le quali parlan insieme oltre i cinque minuti van sempre calunniando qualcosa o qualcuno, perchè nella vita c'è un istinto di sopraffare gli altri che non dorme quasi neanche nel sonno e, secondo le battaglie, afferra l'arma che può. Nelle conversazioni degli uomini l'argomento è sempre uno solo: parlare «di sè» o parlare «per sè», quindi, rovesciare gli altri. Esamina la tua coscienza, buon Demetrio, e vedrai che forse, tu vittima, sei stato sovente il sacrificatore.
— O Egesippo, talvolta mi son difeso con impeto, e per difendermi dovetti assalire.
— Buon Demetrio, hai fatto bene; hai fatto solamente quel che faccio anch'io.
=Lo studente mondano:=
Mi mette in un grave imbarazzo, bella signora! Trovarle un aforisma, una sentenza, un pensiero d'uomo celebre per il suo album d'autografi? Ne so tanti che non saprei quale scegliere... ecco, le scriverò un motto di Niszche: — l'imperativo categorico sono Io!
=L'erudito:=
Questo motto non è di Federico Nietzsche, ma di Federico Hebbel un genio appena scoperto e che pare abbia creata la Germania.
Tanto per mettere le cose a posto, Nietzsche si scrive con ti-zeta-esse-ci-acca (ovverossia: tzsch).
«Niet», in russo, vuol dire: no; «zsche», non vuol dir niente.
Sono sicuro che non vuol dir niente in nessuna lingua, (viva nè morta), salvo forse in esquimese, idioma che mi dolgo d'ignorare.
NB. Per me l'ignoranza è un dolore, per altri una beatitudine; non credo quindi ozioso aggiungere che Federico Hebbel (— con due b —) è nato a Wesselburen nell'Holstein, il giorno 11 di Febbraio dell'anno 1813; verso — (pare) — le nove di sera. Quel giorno — (anzi quella sera) — nevicava.
=L'adulatore:=
Il signore di La Rochefoucauld ha detto: «L'amor proprio è il più grande di tutti gli adulatori.»
Io sono dunque «l'amor proprio» degli altri. Quando mi vedete adulare il mio prossimo, voi credete sempre che vada chiedendogli qualcosa per me. Non sempre. L'adulazione è anche una gentilezza dell'animo, una gentilezza servile, ma gentile. Io vedo con molta evidenza i meriti del mio prossimo, anche i più piccoli, anche quelli che sono solamente un desiderio, — e li lodo. Fra il pessimista che vi critica a tutt'oltranza e me che scopro il vostro valore più insignificante, non son forse nella vita un compagno più benefico io? Sì credetemi, c'è nell'adulatore uno spirito servidoresco e da ruffiano ma v'è anche un segno impercettibile di nascosta bontà.
=L'astronomo:=
Più che una scienza, l'astronomia è un istinto della razza umana, perchè non v'è creatura che passi nel mondo senza chiedersi cosa mai sono le stelle.
Sono i vertici dell'infinito, lo spazio che non finisce mai. Ma v'è qualcosa che va più lontano, che giunge anche al di là dall'essere: il nostro pensiero; e forse le stelle brillano solamente nel nostro pensiero.
Lo Zodiaco nell'Almagesto era un disegno semplice, ora è diventato un labirinto come la nostra vita perchè noi complichiamo anche il cielo. Tolomeo Copernico Keplero Newton sono le spinte per cui l'Universo da immobile divenne roteante; può darsi che a furia di moto si stanchi e si torni a fermare.
Bisogna che l'astronomo possieda molta rettitudine per non diventare un astrologo; noi vediamo infatti succedere cose tanto sublimi ed inverosimili che siamo tratti ad immaginarne di più inverosimili ancora. L'universo è appena microscopico per l'uomo che non conosce l'astronomia; nel cervello d'un uranologo v'è tanto infinito quanto non ne contenne il sogno d'un popolo morto, l'anima d'una età spenta; eppure viviamo anche noi delle vostre cotidiane miserie, vicini, assidui, senza che questo si veda.
=Il frenologo, medicatore di nervi:=
In tutti gli uomini c'è un pazzo; badate che non si svegli. Quando l'uomo sano fa un ragionamento il suo pazzo interiore cerca di capirlo, poi gli dice: — Non è vero. Quando l'uomo sano è molto triste il suo pazzo interiore scoppia dal ridere. Il pazzo interiore ha una grande ammirazione per l'uomo sano e cerca d'imitarlo, però se questi non si sorveglia prende il sopravvento ed è il pazzo che crede d'essere diventato l'uomo sano.
Vi avverto che il ragionamento è un segno di pazzia; l'uomo sano agisce con istinti ragionativi ma riflette poco. L'amore della gloria è anche una pazzia.
Vi avverto che la mancanza di ragionamento è anche segno di pazzia; la donna sana agisce con istinti irragionevoli, ma riflette molto. L'amore della donna per il sacrificio è anche una pazzia.
=Entra il Dialogo fra il Mercante d'afrodisiaci ed il Maestro di penitenze.=
Cantaride! fosforo! zenzero! Cilicio... preghiera... pietà...
— Dioniso ardente, rosso celebratore della vita, ghirlanda barbara e folle della vittoria primordiale, io Antonio re della Tebaide, re dei taciturni, ti saluto.
— Antonio angoscioso, nemico acerrimo della parola Voluttà, squallido epicureo, satrapo della rinunzia, ti saluto.
— Dioniso ardente, forse tu vieni dal Convito che uccide nutrendo, che ubbriaca i sensi di torpore; lo spirito dell'orgia ti vive nella carne come la fiamma nei tulipani rossi. Hai sentito gemere la nudità nelle tue braccia con un grido che non ti parve mai forte, hai voluto che la gioia ti desse con delirio il suo dolore più vuoto.
— E tu, angoscioso Antonio, forse vieni dall'Astinenza che nutre spossando, che ubbriaca i sensi di tentazione. Forse vieni da un sacrario pieno di silenzio, dove il profumo che arde negl'incensieri è il profumo della colpa, dove la grande ombra dei colonnati è sonora di musica, dove la parola più casta è gonfia di voluttà. Hai messo i tuoi nervi nudi a contatto con le frenesie della vita e mentre li recidi quel gemito che ne sgorga è gioia. Vieni forse dal predicare che la colpa sia nel desiderio, affinchè nella ricerca dei desiderii da uccidere la diligenza iscopra fin quelli che non sarebbero stati mai. Salutami, o suo profeta lontano, il Cavaliere Cristo!
— E tu, suo pertinace coribante, salutami Pan!
— Pan, — forse non lo ignori, — è morto. «Parce sepulto quibusque cecinerunt!» Io, Voluttà dionisiaca, vivevo prima della sua nascita, come tu. Voluttà rinunziatrice, prima di Colui che cantò nel mondo i poemi della tentazione. Noi siamo, l'uno e l'altro, i due fondamentali colori della vita; l'uomo non può chiamarsi che Antonio o Dioniso, Dioniso l'inebbriato oppure Antonio il santo. Alle cose del mondo bisogna ministrare lo zenzero o infliggere il cilicio, altrimenti sono la morte. Chi di noi sia più voluttuoso, nessuno, mio squallido avversario, ben sa. E nemmeno chi vi metta più cerebro e chi più sensi. L'uomo vivendo cerca l'eccitazione, perchè nelle sue midolle v'è qualcosa che perpetuamente si spegne. Ad alimentare la fiamma vacillante vi son due materie che brucian come resine: lo zenzero e quella che tu inghiottivi nel deserto polvere di locuste.
— L'una e l'altra, o Dioniso ardente, le son droghe terribili che affrettano la morte.
— Ma regalano agli uomini, o Santo, la delizia del piacere artificiale. I nostri sensi, ahimè, come natura li fece sono povera cosa, quando il cerebro in essi non scenda e con divini malefizî non li esalti. O Santo, e la gioia dell'uomo è una finestra pallida che s'apre davanti all'incendio... l'anima è l'ala dei sensi, il volo di tutto l'essere verso un impossibile godimento. Noi siamo appunto i Maestri che al bivio insegnano le Due Strade. Il parossismo è ciò che seduce gli uomini; ma siccome la natura foggia esseri calmi, per giungere al parossismo è necessaria, come ti dissi, la droga; i folli son coloro che in addietro, dal sangue atavico, ricevettero troppa droga. Epoche intere vanno per la tua sparsa di rovi, o per la mia ricca di pampini e vendemmiata strada; ma la meta che invano si cerca è sempre una, chiamala se vuoi salvazione, se vuoi felicità.
— Ben dici, o Dioniso ardente; ambedue traversiamo la Fiera umana, la rumorosa ondeggiante Fiera ove s'ergono di contro la Basilica ed il Teatro, dicendo agli uomini dubitosi: «Volete voi vivere con più respiro e con più sete?» Noi diciamo: «Ecco la droga!» Tu vendi, o Dioniso, il tuo zenzero caldo, muscoso, profumato, che provoca delirii fosforici e spossa come l'uccisione; io vendo i miei cilici freddi aridi aspri, che ognuno da prima respinge finchè l'abuso del tuo zenzero non gli scopra come il dolore possa divenir gioia. Noi siamo, hai detto con evidenza, i due colori della vita: perchè una bellezza sia bellezza, una passione passione, un vizio vizio, bisogna, o Dioniso ardente, che s'accenda nel colore d'uno di noi. Se l'Umanità ci mettesse a morte, avrebbe rinunziato a vivere o scoperto Dio.
Cantaride! fosforo! zenzero! Cilicio... preghiera... pietà.
* * *
(Ma d'improvviso, mentre nel giardino delle ortensie, di così variate amenità si conversa, un leggero velario di nuvole scende su la bocca d'opera ed al proscenio rimangono soli presso la nicchia del Suggeritore il Compar Damo, Cavaliere della Films, e la Comare, bellissima etèra Meridiana. Costei dice:
«Fra un attimo il giardino sarà distrutto e su gli sterri delle vaghe ortensie vedrete correre il marciapiede, il marciapiede formicolante frettoloso e tardo, pieno di forza e d'indecisione, che serpeggia come un cavo d'acciaio nel cuore delle capitali camminanti. Sarà verso quell'ora della sera, quando le vetrine lanciano a gara su l'ombra della folla su gli asfalti neri la loro luce violenta e livida, mentre infuria sotto il telaio dei fili elettrici l'ira dei campanelli fra lo stridore delle cigolanti rotaie, l'ansia delle cornette rauche, lo schiocco e il sibilo delle fruste, il rumore ondoso delle moltitudini, lo strillo monotono de' giornalai. E vedrete passare in questa fantasmagoria di vita crepuscolare, le povere mercantesse di voluttà che per la strada vendono l'amore. Il marciapiede formidabile come un torrente in piena le ha prese nella sua corsa torbida, e finchè non vacillino tramortite, finchè non cadano morte, il marciapiede non le lascerà.
Dietro queste donne imbellettate, o troppo giovini o troppo vecchie, derise ma forti, percosse ma brutali, che al volgere di quest'ora fosca intraprendono la giornata, vedrete alcune maschere del marciapiede camminar d'un passo frettoloso per inseguirle, o timidamente rispondere alle lor occhiate procaci.
Ecco, e la Nuvola s'alza.»)
=Entra il Coro delle Belle Ragazze Notturne:=
(_Nell'Orchestra in sordina il rumore della strada, cupo e forte._)
Fernanda Smeralda e Mimì sono fioraie della via, vendon ad ogni manigoldo il fior d'amore per un soldo. Sciaman fuori all'Avemmaria, rincasan ch'è già chiaro il dì, e dicono: — «Bravo signore, comprate il mio piccolo fiore che sa odore di pacciulì!» Un crespo di capelli finti, un'occhiataccia d'occhi tinti, fan: psst! al cagnetto Buby... e son fioraie della via Fernanda Smeralda Mimì.
Avevamo un protettore: Francesco Crispi. Per sciagura dell'Italia Francesco Crispi è morto.
Adesso i nostri protettori ci prendono a legnate, vogliono vestirsi come il Principe di Galles, fumare come il Gran Turco. La squadra del buon costume ogni tanto ci sfratta in branco ed in malo modo come bestie contagiose, ma siamo farfalle notturne avvezze a quei trenta lampioni e torniamo ad una ad una sul nostro marciapiede perchè ci soffoca tetramente la nostalgia della città.
Abitiamo, ai quarti piani delle case ambigue, certe camerette sinistre dove c'è una catinella che dondola nel suo cerchio di ferro, un asciugamano giallo, un canterano mezzo vuoto che scricchiola, con sopra una boccia di cristallo appannato, un ferro per farsi i ricci, qualche spillone rotto, una fotografia. Si sente l'odore della povertà e l'odore tenace dei visitatori che vi rimangono venti minuti. Qualchevolta sul davanzale della finestra nasce un geranio tisico, spuntano da un piccolo vaso le foglioline dell'erba ruta. Il nostro scendiletto, su l'ammattonato ruvido, rappresenta quasi sempre un geroglifico di pomi od un intreccio di grappoli d'uva.
Quando si muore, i preti hanno schifo di toccare il nostro letto, i medici guardano attenti se qualche moneta ultima luccichi sul tavolino, tintinni ancora nelle tasche della borsetta vuota. Così è.
Nei sifilicomî si vede la miseria del mondo, la disperazione del mondo, assai più che in galera. Così è.
E lo scopo della nostra vita è di salire quante più volte si possa in una notte quelle nostre scale buie fredde anguste, con un cerino fra le dita, mentre un uomo silenzioso vien dietro e nel salire ci tasta i polpacci.
E il difficile della nostra vita è quello di soffermare sul marciapiede, all'angolo d'un vico deserto, il nottambulo di buona volontà. Fin che abbiamo venticinque anni ci lasciamo vedere di faccia, sotto un lampione; poi di profilo, a testa bassa, dove la strada è buia.
E la bellezza della nostra vita è d'avere un amante anche noi, che ci faccia male ma che ci faccia piangere, che muova nelle nostre amiche più giovini qualche gelosia, che abiti per più di venti minuti la nostra vita deserta.
Bere con lui verso il mattino, dietro l'invetriata fumosa d'una bottiglieria notturna, — quando già le strade cominciano a popolarsi d'ombre veloci, e quando fra poco avremo sonno, — bere con lui che bestemmia una tazza di caffè bruciante, un bicchierino di mistrà forte, questa è la gioia che possediamo noi, malvagie creature senz'amici nel mondo.
Portiamo, quando son arrivate fino alle nostre piccole sarte, le mode faticose delle signore parigine, che non lasciano camminare come Dio volle o che nelle notti d'inverno ci fanno rabbrividire dal freddo. Se un piccolissimo cane bizzarro diventi nostro e qualcuno gli faccia male, siamo pronte a batterci ferocemente per lui. Dove c'è da rubare si ruba, o talvolta, se un uomo vuole, si ammazza. Siamo già così piene d'infamia nella stima degli altri, che fra il delitto e noi c'è ben poca distanza.
Il giorno più triste dell'anno è la sera di Natale; a messa, quando l'organo canta, si piange di malinconia.
Noi siamo fuori dalla legge, il nostro diritto non esiste: mentre di tutte le colpe la società studia un perdono, a noi, se anche siam timide, nessuno parla mai di perdono.
Del resto non lo vogliamo! è un torto credere che si diventi a poco a poco la Bella Ragazza Notturna, è un torto pensare che siamo colpevoli: si nasce così...
E son fioraie della via Fernanda Smeralda e Mimì.
=Il Negro che ha il diavolo nei piedi:=
I poveri negri sono la gente migliore del mondo: sanno fare tutte le musiche più difficili con la suola delle scarpe, sanno dare coi pugni certi «swings» così terribili che nessun bianco può sopportare; ma i negri sono buoni e picchiano soltanto quando son ubbriachi.