Il Cavaliere dello Spirito Santo: Storia d'una giornata

Part 6

Chapter 63,750 wordsPublic domain

(Ma ecco il Damo già torna, ed è vestito con un abito che s'accompagna gradevolmente anzi rassomiglia quasi all'abito di lei. Un simil fiore di gardenia immacolata biancheggia perfettamente nell'occhiello della giacca d'entrambi, ma ella porta guanti che son colore del vin del Reno, egli che son grigi come le perle grigie, con tre sottili frecce nere.

Gli archi elettrici per breve attimo spenti dan mezzo allo scenario di raffigurare la lor passeggiata.

Ecco, e per istrada incontrano anzitutto gran folla di commessi viaggiatori che vanno a proporre o tornano dall'aver profferite le lor merci svariatissime, delle quali camminan sovraccarichi a simiglianza di muli. Poi qui con gente lieta e là con gente cupa s'incontrano, della quale a vicenda osservando le sembianze tentano per darsi qualche svago di sorprendere i pensieri.)

=Entra il Coro dei Commessi Viaggiatori.=

(_Nell'Orchestra in sordina, romore di sonagli lungo e monotono._)

Oh, che dolore fare il commesso vïaggiatore!

Noi cerchiamo di dare lo sgambetto a chi va innanzi, un calcio a chi vien dietro; portiamo, come i cani, un collare col nome della Ditta e indosso bubboliere sonagliere campani, per essere uditi.

Oh, che dolore fare il commesso vïaggiatore!

«Viaggiare in un articolo», sembra che voglia dire starvi dentro come in una gabbia; invece significa tentare d'ingabbiarvi un cliente. Così, «fare la piazza», par che indichi la professione d'un selciatore o per lo meno d'un architetto; invece vuol dire traversarla cento volte al giorno, quand'è fangosa nevicosa o rovente, portandosi addosso tutto quello che si può, con un palmo di lingua fuor dai denti e scotendo a tutta forza le bubboliere, sempre con lo scopo medesimo d'ingabbiare, nella ressa, un cliente.

Ma il cliente è l'uccello più refrattario a lasciarsi mettere in gabbia.

Oh, che dolore fare il commesso vïaggiatore!

=Entra il Coro di Quelli ch'ebbero una buona giornata.=

(_Nell'Orchestra, tintinni fischietti motivi d'operette gaie._)

Noi ci freghiamo le mani!

Come si sta bene al mondo! Schopenhauer, filosofo pessimista, meriterebbe d'essere messo al palo. Giacomo Leopardi non è il nostro poeta. Noi sentiamo quei poeti, quei musicisti, quei pittori, quegli autori drammatici che hanno messo nell'arte un poco d'allegria!

Stasera andremo a teatro. Sì, andremo a teatro, ma vogliamo ridere: drammi niente; il Ferro nemmeno, Parsifal meno che mai! Ecco: la Presidentessa, oppure la divetta Colibrì!

Noi ci freghiamo le mani!

Spiegateci voi cos'è l'Allegria, se lo sapete? Niente: una ballerina impalpabile che balla nel sangue, una spuma di sciampagna che scoppietta e sprizza nel cervello! Non pare neanche un riso dell'animo nostro, ma una bellezza che da tutte le cose venga verso di noi.

Oggi fa quasi freddo, ma l'inverno è piacevole; questa città nella quale viviamo è piena di gente simpatica; tutto potrebbe andar meglio, si capisce, ma bisogna esser nevrastenici per parlar male della vita.

Noi ci freghiamo le mani!

=Entra il Coro di Quelli ch'ebbero una cattiva giornata:=

(_Nell'Orchestra note plumbee, boati d'organo; accidia, nevrastenia._)

E noi tentenniamo il capo...

Cos'è il Malumore? Niente; uno sbadiglio invincibile che sembra venir su dai piedi e propagarsi per tutto il corpo; una lente affumicata che gira intorno al cervello. Forse abita in noi, ma soffia pure da tutte le cose; è una specie di vento, muto lungo filtrante, che annuvola intorno alla nostra persona; è il buio della vita che viene a galla.

* * *

(Ma non son lungi ancora, che già il messo del teatro sopravviene di corsa per dir loro che tornino in fretta, poichè il Suggeritore Mascherato che improvvisa la Commedia sta per essere senza personaggi, l'uditorio strepita per le melensaggini che si dicono ed Egli vuol anticipare la sua parlata venendo, ma nell'assoluto buio, al proscenio. Balzano perciò in un tassametro e tornati con furia verso il teatro vi trovan alla ribalta un assessore municipale scevro di spirito che blátera, con un giornale in mano, dicendo cose a vanvera le quali scontentan il pubblico, ed un avventuriero magniloquente ma ridicolo che manda in furore la platea.)

=L'assessore municipale:=

I giornali dicono che le strade sono in cattivo stato. Veh, si capisce!... un dì nevica, l'altro fa sole, così di neve con sole nasce fango. Poi la circolazione di mille migliaia d'individui bestie carri eccetera, lascia un sedimento inevitabile che cresce quanto più lo si gratta. In ogni modo non posso mica scoparle io! Gli spazzini fanno quel che si riesce a fare con una scopa, com'io vado sin dove può giungere la fantasia d'un assessore sovrintendente agli spazzini! Oh, questi giornali! quando non sanno come ingraziarsi gli abbonati attaccano il Municipio. Ma il rimedio lo trovo subito: mandatemi ogni notte una pioggerella che lavi le strade, ogni mattina un bel sole che le asciughi, si vieti la distribuzione dei manifestini, si metta nell'avena dei cavalli qualcosa per produrre la stitichezza... come dice? qualche filo della mia barba? sia pure... ma in questo modo avranno le strade lucide come specchi!

Alle volte i meriti d'un uomo dipendono perfino dal tempo che fa.

=L'avventuriero:=

Datemi per complice l'amore d'una principessa, e le donne d'un regno mi ricameranno la bandiera; datemi per complice una guarnigione che la porti, e ne farò il sudario d'una grande morte o la bandiera d'un re!

* * *

(Per calmar l'uditorio messo a rumore dalle due non gradite maschere, Compare e Comare vengono alla ribalta, e mentre l'una sorride per conquidere, l'altro così parla:

«Giustissima è la vostra ira, Nobili Uomini e Dame Compiute che noi veniamo per servire! Ma non si faccia portar la pena di quel che dissero due maschere infeconde all'intera e numerosa nostra famiglia di comici che pur ebbe sin qui l'onoratezza, o la buona sorte, di sollevare qualche risata. Inoltre voi sapete che una sol Voce qui parla: questo ambiguo e mascherato Suggeritore, che, venuto fra noi dall'inizio della Commedia volle a noi stessi rimanere ignoto. Aveva la morettina su gli occhi e non disse che un nome: — «Io mi chiamo il Cavaliere dello Spirito Santo. Parlerò per voi, per tutti voi, per ognuno dei centotrenta personaggi che compongono la Commedia, e vi lascerò intero l'incasso. Ma non vogliate sapere chi sono, e studiatevi bene di non profferir parola ch'io non dica. Reciterò la mia parte mascherato, ammantellato, nel buio, nell'assoluto buio, e in tante riprese quante mi piaccia. Siete una famiglia di comici della quale già noto è il repertorio in questa città: vi farò dire cose un poco dissimili dal consueto, le quali appresi nel girare il mondo. Solo, vi basti conoscere ch'io mi chiamo il Cavaliere dello Spirito Santo. E nient'altro.»

Dame Compiute, Nobili Uomini, Egli è dunque per venire al proscenio; domate la vostra inquietudine perch'io temo che, forse a bella posta, Egli mettesse cose ridicole in bocca delle due maschere precedenti col fine poco nobile a vero dire che la sua propria parlata sembri più concettosa. Ora Egli sta vestendosi del suo mantello buio; mi prega di annunziarvi che il suo motto è questo: «Vale nec parce». Ha dunque una certa fierezza, poichè vi augura salute ma rifiuta fin d'ora il vostro perdono. Dirà cose anche lontane dalla Commedia. Disse frattanto per la mia bocca tutte le cose che finora vi parlai...

Con me la bellissima etèra Meridiana si licenzia e vi saluta.»)

Pausa. L'Orchestra in sordina tace. Gli Archi elettrici di colpo sono spenti.

Ammantellato, nel buio perfetto, entra il Cavaliere dello Spirito Santo.

Ave ai giorni della vita che sono morti, ai giorni della morte che son per nascere, a voi presenti da me _invisibile_ ave.

Dico male di tutti e di me stesso, non tanto per amor del bene quanto per ludibrio della verità. Ho parlato e parlo nella voce di tutti quelli che vanno dal confessore, sia questi prete o laico, assolva condanni o rida. Ma confessarsi è una sciocchezza; più grande sciocchezza è credere che ognuno porti un confessore in sè. Noi solo portiamo il nostro Pagliaccio e lo portiamo con serietà; quel giudice interiore nostro che si chiama coscienza è un altro Pagliaccio: lo portiamo con spavento.

Più che nemico degli altri, sono terribilmente il mio; gli altri mi fanno pena, laddove di me stesso mi sdegno. Quando avrete imparato a guardare, imparato a pensare, imparato a leggere nel libro della vita non solo i frontespizi ma i sottintesi, non le sole declamazioni retoriche ma quei nodi ambigui di parole dove si chiude il senso della parodia lugubre e del grottesco universale, quando avrete insomma capito che si può far a meno degli altri e perfino di sè stessi, quel giorno mi darete ragione.

Il rivolo del bene, il torrente del male confluiscono insieme dentro un lago morto che ha nome: Sarcasmo. Badate ch'io non predico la parola del Budda, e nemmeno, traverso i lirismi del divin folle Federico, la parola di Zoroastro. Il Nirvâhna del Parco delle Gazzelle mi sembra impossibile come il Paradiso delle Vigne di Galilea.

Non predico nulla perchè odio sopratutto i predicatori, nè voglio agitare scintille davanti agli uomini, ai quali è necessario, per vivere, vivere di cecità.

Non vogliate peraltro ch'io mi nomini Cavaliere del Buio! Nell'ombra sto, perchè nell'ombra nascono i pensieri. Ma ho bisogno di spezzar lance contro il mio mulino; ho bisogno d'udire il fischio de' miei staffili, se anche, dopo aver battuto, rimbalzino contro di me. Poichè nulla è voluttuoso come percuotere, quando si sappia che all'infuori d'ogni calcolo e d'ogni prudenza la percossa è giusta!

Col dir «giusta» voglio esprimere sopratutto un atto genuino, semplice, istintivo dell'uomo; poichè non crediate che ami, con i criterii del pretore urbano, la giustizia. Essa è, come tante altre parole, un brillante chimico, fabbricato nei crogiuoli degli alchimisti millenarii che frodano l'umanità. Son riusciti a faccettarlo così bene, a dargli tanto fuoco, a illimpidirlo di tanta luce, che alle volte inganna perfino me. Solamente «io so guardare», e quando l'ho nel palmo, per quanto bello sia lo riconosco. Il brillante vero non si chiama giustizia; o miopi, si chiama: Ideale.

Non lo troverete mai nel mondo, mai, mai! Quindi sappiate accendere un falò e ballare intorno alla vampa dove bruciano i vostri sogni; sappiate gettare via voi stessi come un sacco vuoto nell'ora e nel momento preciso in cui siete vicini a sentirvi dii! Questa non è disperazione, è logica.

Io mi sono affacciato a tutte le finestre della vita, e da tutte le finestre ho veduto bruciare falò. Popoli e creature, secoli ed istanti rosseggiarono di questa fiamma; la cenere cala sui cimiteri, soffia su le cune, come piace al vento. Questo non impedisce che si viva, che si operi, che si distingua dal bene il male, dal bello il brutto, con entusiasmo e con assurdo; anzi rende più lieve l'anima l'aver intuito quanto grande sia nelle metafisiche dell'uomo il regno dell'assurdità. Io non son perfido, come voi mi chiamerete. Ho due giardini a casa mia, che non d'uguali piante coltivo; nell'uno cresco vincigli sterpi gramigne ortiche, spalliere irte d'aculei, piante gonfie di veleni; l'altro, poichè amo le rose, non è che un giardino di fragranti rosai. Quel primo è lo sterpaio dal quale non può districarsi il mio pensiero; l'altro è dove lascio con oblìo che mi si avvolga di profumo il cuore.

Presso la casa d'ogni uomo «che volle comprendere» crescono questi due giardini, e se mi volete confesso, vi dirò che sono mortalmente triste quand'è la stagione che non fioriscono i rosai.

Io non sono indifferente, come voi mi chiamerete. Se vi occorre sorridere con una dolcezza che per voi sarà nuova, o guarirvi d'alcun male che i vostri curatori v'abbiano inflitto, venite nella casa provvisoria dove abito: questo barbaro vi medicherà.

Ma se volete, ma se volete infine giungere alla mia stessa pace, allora io conosco un fiume dov'è mestieri che prendiate il battesimo, e poi, dalla foce fragorosa verso gli oceani, meco risaliate per i suoi gorghi selvaggi verso la calma inaccessibile sorgente. Questo fiume porta un nome assai temuto fra gli uomini, poichè si chiama l'Amore; ma i naviganti che lo scoversero in antico tramandarono sopra di lui molte false leggende. Non è il basso amore degli Indi, non è il terribile amore dei Semiti, non è l'amore dionisiaco e lezioso dell'Ellade, ma neanche l'amore cristiano. È qualcosa di comprensivo e di voluttuoso che non potrò narrarvi se non quando mi conoscerete, anzi, o Personaggi della Commedia, è la totale bellezza che regna nella vita, è il nuovo Spirito Santo per il quale mi battesimo Cavaliere.

Io non sono dunque un paradossale, come voi mi chiamerete.

Ci fu nella mia prima giovinezza un'epoca nella quale mi parve che l'eroe del mio spirito fosse Don Chisciotte; gli rubai di fatti la sua lancia e mi piacquero così fortemente i suoi mulini, che dappertutto ne vedevo; dove non c'erano, li fabbricavo. Più tardi m'avvidi che Don Chisciotte aveva precisamente il torto di portare una lancia e di prendersela coi mulini.

A quel tempo Don Giovanni poteva molto su di me; commisi la ridicolaggine di sceglierlo ad eroe della vita, ma finalmente m'accorsi che Don Giovanni doveva la sua bellezza non a sè stesso nè a quel che sapeva esprimere dalle vigne della terra, ma solamente ai novellatori di molto ingegno che scrissero le sue biografie. Don Giovanni era una luminosa figura letteraria, ma tra gli uomini diventava sciatto, pedestre, goffo, ruffianesco, risibile, oltraggioso. Diventava un luogo comune: lo ricollocai ne' libri e mi riapparve un eroe della vita nella sua grande mirabilità.

Mi son provato a camminare con i battezzatori usciti fuor dalle tebaidi a spargere il seme della parola d'un dio; con i maestri della violenza che insegnarono come si muove, alzando bandiere nei giorni di ribellione, al saccheggio delle città; mi sono provato a camminare con gli umili, in silenzio, guardando la polvere; coi lirici che irradiano su tutto la voluttuosa demenza d'Orfeo; coi negatori che sovvertono e coi socrati elargitori d'anime, che forse berranno altra volta, nella coppa davvero mortifera, il veleno ateniese... ma vidi che tutti costoro non seppero mai districarsi dalle lettere dell'alfabeto per donare ai popoli della terra qualcosa di meglio nè di più.

Un uomo dissemi un giorno che v'era nell'ironia «più vita».

Un uomo dissemi un giorno che v'era nella rinunzia «più vita».

Un uomo dissemi un giorno che v'era nella sensualità «più vita».

E poi molti mi parlarono del sacrificio, molti mi lodarono l'evangelismo di questa o di quella fra le passioni che possono allettare lo spirito umano; molti mi dipinsero come sommo bene l'ignoranza e la semplicità.

Io li ascoltai tutti ma non potei credere ad alcuno.

Allora supposi che nei libri vi fosse la vita, e trascorsi ad un incirca tutti que' libri per dove il pensiero dell'uomo fece strada innanzi di giungere sino a me.

Ho trovato che il primo, qualunque fosse, fu il migliore. Aveva se non altro il dono di pensare, falsamente come gli altri, ma con una falsità semplice. Da quando si credeva che il cielo fosse un tendone azzurro curvo sopra la terra e che nel suo ragnare il buono spirito notturno v'appendesse le luminarie delle stelle, da quel tempo, dico, infino ad oggi, se il pensiero ha strappato la tenda non ha rinunziato al notturno spirito nè ad alcun'altra leggenda, e non fece che mutare i termini od ampliare le distanze.

Sicchè mi scelsi un poeta per cercare la verità nel lirismo e per credere almeno, se il falso è inevitabile, in una falsità musicale.

Omero mi parve un po' greco; Virgilio mi venne a tedio per opera di Dante; l'Allighieri, trovai che da cinque secoli troppa gente lo deificava, il Petrarca mi parve una meravigliosa canzonetta napoletana. Baudelaire, l'avevano sciupato già tutti coloro che di professione fanno il decadente; Shelley, che avrei potuto amare se fossi stato un inglese, in Italia patì l'oltraggio d'una soverchia voga.

Non mi rimaneva che abbracciar Heine; l'abbracciai. Sorpresi nel suo spirito fustigante qualche segno terribile della potenza d'un uomo; trovai bellissimo questo cavaliere solitario che crociava contro tutti.

Ma un giorno venni a sapere che il Tedesco flagellatore della Germania viveva con la pensione pagatagli da un ministro Francese.

Per me non aveva più scritto l'«Idillio di Montagna»; non era più crociato libero il poeta di Atta Troll! Non pensai che avesse peccato, il povero e grande Heine, poichè «il perdono verso tutti» è la prima rosa che mi sboccia ne' rosai; ma non era più il Don Chisciotte senza Ideale, quegli che ride per ridere o che ferisce per ferire!

Ancor qui debbo dirvi che «il perdono verso tutti» non è punto il fior soave delle parabole galilee, ma il perdono forte, il perdono che ride, il perdono che si avventa fin su l'orlo della vendetta... poi la regala!

E nuovamente nomade, con il mio spirito e co' miei passi, fra i dedali di questa bella terra ove soltanto per nascere nascono primavere, vado in cerca dell'uomo che sappia essere quel che Heine non fu: — il Cavaliere dello Spirito Santo.

Poichè ad ognuno piace parlare per la bocca degli altri nonchè darsi un bel nome, in voi parlo dietro la maschera, o Personaggi della Commedia, e con voi ride su la storia d'un giorno

il Cavaliere dello Spirito Santo!

=Vale nec parce, spectator!=

PAUSA.

TRA LA FIAMMA DEGLI ARCHI NEREGGIA SPARENDO IL SUO MANTELLO BUIO.

* * *

(Nel frattempo avrà mutata veste la bellissima etèra Meridiana; ed ella torna, piacevolmente conversando con quei sorrisi e quelle cortesie che si pratican nei saloni di ricevimento, — fra molto numero di signore allettevoli e dolci, le quali nella sceltezza degli abiti e nelle delicate sembianze quasi gareggiano, benchè non tutte, con lei. Ma la scena, in luogo di raffigurare una sala, rappresenta un bel giardino di parco signorile, ove nel fondo tra l'imboschire degli annosi alberi s'intravvede lontanamente il palazzo.

Quivi è la scena tutta una fioritura di maravigliose ortensie che son di colori variati e soavissimi, da quelle tutte d'un bianconeve, quasi enormi piumini per la cipria, a quelle che son d'un roseo nativo come i più pallidi coralli o d'un cilestre tenue che par soffiato su la bianchezza dei petali come polvere di turchese.

L'ora è dolce, piove tra gli alberi una rarefazione d'aria che par risplendere, cammina un ruscello tortuosamente fra l'erbe dei prati. La Comare, bellissima etèra Meridiana, porta un abito che va con il tempo e riluce senza possedere in sè alcuna visibile cosa che brilli. È una stoffa d'un color malva con drappeggi e seterie che si tingono di viola, ma forse nelle cuciture, forse nelle bottoniere, forse tra i fronzoli della seta corre una invisibile trama di fili d'oro che lampeggiano. Camminando trascina con negligenza un mantello di viverra o di martora, che tra il bruno e il vaio manda un colore quasi rosso, ed ella seco lo porta caso mai nascesse vento.

Son queste le signore amorevoli, che in tutta la lor vita sempre peccarono d'amore).

=Il Coro delle Signore che han sempre avuto un amante:=

(_Nell'Orchestra una musica di dedizione, voluttuosa e varia; tutti gli strumenti._)

Dicono i Quattro Evangeli: «Molto le sarà perdonato perchè ha molto amato».

In attesa del pentimento, noi ci chiamiamo tutte Marie Maddalene; donne povere di virtù ma ricche di sentimento, che demmo gran filo da torcere alla gelosia dei nostri mariti. Abbiamo avuto un amante non appena ci fu possibile; tralasceremo solo di avere un amante quando proprio non ci riesca più.

Fummo curiose, questa è la definizione; ma curiose di noi stesse, cioè di «conoscere» il nostro corpo attraverso molteplici carezze. Poichè fermandoci alla prima si può anche ignorarlo, ed il profumo della nostra carne può tormentarci come l'odore d'un cofano chiuso; anzi, — e non ascoltino le ragazze da marito, — anzi è molto probabile che s'ignori... Curiose fummo di sapere se potevamo anche noi, col nostro semplice corpo, provare quel che provano le eroine dei romanzi francesi.

Ora, dopo una lunga esperienza, possiamo dirvi che s'arriva tutt'al più, col nostro semplice corpo, a quello che provano le eroine dei romanzi italiani...

Fra la letteratura e la vita c'è una sproporzione spaventosa. Ve ne possiamo accertare noi, che siamo vittime di questa letteratura.

Oh, non saprete mai quante ragazze, un po' turbate sotto il velo di spose, pensino già involontariamente a un nome, — il nome della Rue de la Paix, che vuol dire Parigi, — o al nome d'una di quelle tante strade, un po' antiche, un po' morte, ove s'annidano i quartierini dell'adulterio, dove si consumano tutte le disgrazie o tutte le fortune dei mariti di Francia, dove si può dire che «avvenga l'amore», in quell'ora grigia sottile nascosta che piove su l'inverno parigino, fra le quattro e le sei... Sì, non c'è bisogno d'aver letto molto; il romanzo francese ormai s'è sciolto nell'aria, fluttua per l'atmosfera di tutto il mondo civile; ogni ragazza lo respira quando cominci a sentirsi donna, ogni sposa lo vive leggermente quando si spoglia, e la signora onesta lo subisce ogni volta che vede il marito uscir di casa con tranquillità. La sua potenza è tanto straordinaria, che noi cerchiamo per anni l'amante il quale ci dica una tal cosa letta in un tal libro, forse una cosa da nulla, ma che piace come piace un profumo insolito, come piace un fiore strano...

Non si trova quasi mai l'uomo che ce la dica, e sarebbe così facile suggerirla... ma come nessuna di noi vorrebbe sciupare una musica delicata, così nessuna di noi vuol suggerirla... — e si tace. Se per caso accade che su le labbra d'un amante fluttui quel profumo insolito, sbocci quel fiore strano... oh, allora si aprono gli occhi grandi grandi, e questa volta... è l'amore!

Purtroppo non è quasi mai l'amore, per la ragione semplice che ridiventiamo curiose. Il nostro peccato fondamentale vince il sentimento, e siamo ancora quelle che si chiameranno per sempre Marie Maddalene.

Non dovete credere che questo peccato c'impedisca d'essere madri ottime dei nostri bambini, talvolta buone mogli per i nostri mariti. Vi racconteremo d'alcune fra noi che si sono spogliate, sacrificate, sottomesse da martiri al bene d'un ragazzo cattivo o d'un marito ingiusto, e che pure non sapevano impedirsi, verso quell'ora grigia e nascosta, la loro piccola curiosità...

Nel matrimonio v'è qualcosa che non è ben risolto ancora, qualcosa di forse irrimediabile, che noi stesse non sappiamo riconoscere nè definire con esattezza. Ma certo il matrimonio del giorno d'oggi non è ancor tale che risponda pienamente allo spirito ed ai sensi della donna qual essa è venuta formandosi nella nuova società. Come si guarda in una lontananza, così a noi pare confusamente che la vita possa essere più bella di così, più viva per i nostri sensi femminili e per la nostra mente che si apre. Su dieci donne venute al loro tramonto, ve ne son nove che si fanno buie con il cuore insoddisfatto, con la carne persuasa d'aver sciupata una grande voluttà.

Ora, vedete, questo indefinibile rimedio, questa vaga lontananza, è la cosa che noi cerchiamo nell'Amante.