Il Cavaliere dello Spirito Santo: Storia d'una giornata
Part 3
(Di lì, vanno il Compare e la Comare verso una passeggiata piena di bella società mattiniera, ove tra gli altri camminano lato a lato un irresistibile ufficiale di cavalleria ed una signora molto elegante. Un'automobile dai vetri lucidi come specchi li segue a piccoli tratti lungo il filare d'alberi; per il viale s'incrociano pariglie dalle collane candide con motori che fremono di velocità contenuta; sotto gli alberi è tutto un chiacchierìo di dame con dami e d'istitutrici con bimbi; per il galoppatoio passano caracollando manipoli di cavalieri.)
=L'ufficiale di cavalleria:=
Il prestigio dell'uniforme? Che mai, Contessa! Ora si grida volentieri: — abbasso l'esercito! I borghesi ci applaudon solo quando c'è la sommossa in piazza o qualche torbido alla frontiera; non vogliono saperne di spese militari, però critican tutto e vorrebbero avere un esercito potente.
Lei sa che noi facciamo il mestiere di andare alla guerra... questo forse varrebbe la pena d'una certa considerazione, da parte di coloro i quali non vedranno la morte se non sotto la forma d'un aneurisma o d'un'indigestione. Insomma, se suona la carica, io vado avanti! mentre per i borghesi, tutte le fanfare suonano, ahimè! la ritirata! Non escludo che sia ragionevole, ma, che vuole?... non è molto militare!
Noi siamo ancora quelli che sappiam vivere con un'idea diversa da! denaro: appunto per questo dovrebbero darcene un poco di più.
Cosa ne dice Lei, Contessa?
=La signora elegante:=
Caro tenente, io le dò mille ragioni. Per conto mio sto con la divisa. Tutte le signore del mondo hanno avuto nella loro storia un tenente di cavalleria; e guai se la donna futura disimparasse questa piccola passione per il tenente di cavalleria. Non c'è nulla che rappresenti l'uomo come il tenente di cavalleria; un capitano, non è per adularla, ma vale già molto meno.
Si parla dei nostri destini, è vero? Ebbene guardi: io sono venuta al mondo per fare la signora elegante; non ho altro scopo che di fare la signora elegante. È uno scopo frivolo, se vuole, ma necessario; la mia sarta ha bisogno di me com'io della mia sarta; il gioielliere mi considera come una vetrina, — e sono infatti la vetrina della frivolità: Non ho mai ritenuto che il piede fosse fatto per camminare, ma per esser piccolo e per calzarsi bene. Del resto in ogni donna v'è una particella di quel che sono, perchè noi dobbiamo innanzi tutto piacere... eh, sì, piacere! L'operaia vi riesce con un nastro, io devo trascinare su lo scalone del mio palazzo una pelliccia di cinquantamila lire: ma è la stessa cosa. Noi donne abbiamo il dovere d'esser belle anche quando siamo brutte, e questo dovere è così forte in noi che non si chiama frivolezza nè lascivia, ma solamente femminilità.
Ho due bei bambini che sembrano due piccole stampe inglesi; un marito autorevole con la sua bella barba grigia, e, com'è naturale, un amante clamoroso. Ho detto «naturale»... via, non si spaventi! perchè se pure non l'ho, il mondo «vuole» ch'io l'abbia, ed è «naturale» che il mondo voglia farmi avere un amante!
Così, Lei non deve domandarmi se sono felice... il mio mestiere è d'essere bella, non d'essere felice.
* * *
(Ma un velario di nuvole scende su questa primavera elegante, mentre già di lontano risuona l'eco d'una festevole canzone.
Dice il Compare, Cavaliere della Films:
«Nobili Uomini, Dame Compiute, questo canto che giunge a noi da quasi tutte le abitazioni della immensa Città, è la marcia nuziale di quei mariti che vanno insieme con il Fato Moderno, ed han presa l'onorevole decisione d'accettare l'inevitabile come un fatto compiuto. Sono i mariti più evangelici del mondo, perchè hanno detto all'adultera: «Se tu rimanessi per avventura senza peccato, _io_ ti scagnerei la prima pietra!»
E l'adultera non disubbidì.)
=Entra il coro dei Cornuti Felici:=
(_Nell'Orchestra in sordina, tempo di ballabile gaio, modulato sui corni._)
Tu sei quel che fui e sempre siam tre: nè lei senza lui nè voi senza me.
Noi siamo l'istituzione più antica del mondo, e siamo i capri espiatorii dell'iniqua letteratura.
Evoè, Bacco, evoè!
Beviamo a Don Giovanni Tenorio! beviamo all'eterna Peccatrice! beviamo ai Cornuti nostri simili, che han riso volentieri degli altri e meno volentieri di sè!...
La Ronda è la Triade Gioconda, che serve per servi e per re... Noi siamo i Cornuti Felici! Evoè, Bacco, evoè!
Nei tempi antichi, per una infedeltà si distrussero imperi; l'adultera conobbe il rogo la ruota il capestro la gogna; fu immersa nel fiume cucita in un sacco, e ignuda, sovra un caval brado, fatta cavalcare a ludibrio per le vie della città.
Così facevano i servi; così facevano i re; la Donna è la donna degli altri... Evoè, Bacco, evoè!
Nei tempi antichi si amava la vendetta; oggi, più cristianamente, si ama il perdono. V'è ancora qualche nevrastenico, ma l'uomo ha compreso dopo una ribellione secolare, che le disgrazie universali e perpetue son quasi una felicità. Non di rado inoltre, la moglie adultera è la consorte più affabile che ci sia; rende la vita piacevole, mentre una fedele, per vendicarsi della sua fedeltà, l'avvelena.
Cucire la propria moglie in un sacco, è oggi severamente proibito, come non sarebbe forse una vendetta esemplare quella di mandarla per le vie del tutto nuda, — e sebbene a cavallo, — dal momento che seminuda è già quand'esce per le strade, come suole ogni giorno, a piedi.
Spiegano i medici che il microbo d'ogni più funesta epidemia finisce con diventare innocuo, forse benefico, nelle vene dell'uomo; sono i pretesi cicli delle grandi malattie. Con tutta rassomiglianza, il microbo del male di Menelao che dava sintomi di rabbia canina, pare ormai si vada calmando e voglia vivere in pace, come un utile, casalingo abitatore delle nostre vene acclimatate. Ma siccome flagello non muore, senza che più grande gema, così vedremo le sorti capovolgersi, e nella triade immortale, due saranno ancora felici, un terzo ne farà le spese, per il piacere insignificante di chiamarsi: «Lui!»
Cornuto non sei, ma io men di te: nè tu senza lei, nè voi senza me.
* * *
(Quivi Compare e Comare trascinano alla ribalta, nonostante le sue riluttanze, un conferenziere di grande fama, il quale sotto il fragore dei battimani s'immodestisce quanto può.
Nel ritrarsi, dopo iterate ovazioni, egli fa brevi confidenze al proprio segretario, mentre un anarchico fra i più temuti arringa bollentemente la sala.)
=Il conferenziere:=
Ho la parola facile, senza dubbio, ma non so mai bene su quale argomento mi convenga parlare. Vero è che non occorrono idee per tenere una conferenza, come d'altronde non occorrono per scrivere, per filosofare, per governare, per niente insomma. L'importante è la Parola: idee se ne trovano sempre. Ma quando c'è una platea che m'ascolta, io la faccio ridere o piangere come se aprissi un rubinetto dell'acqua fredda o calda, a volontà. La Parola è tutto nel mondo, perchè infatti contiene le idee; gli uomini che seppero parlare fabbricarono la vita, e dalle loro parole quelli che tacquero inventarono le idee.
Mi sembra di aver detta una cosa profonda, perchè, a ben esaminarla, come tutte le cose profonde non significa niente.
=L'anarchico bombardiere:=
O popolo, fantoccio di sego, mucchio di letame!... la società è un porcaio, le forme di governo sono apparecchi di tortura, i preti son l'ultimo animale antidiluviano che deve sparir dal globo: la rivoluzione è il respiro della vita! Io fabbrico la bomba, ossia trovo il mezzo di rendere davvero efficace un'idea; ma sono persuaso che per mutar l'ordine delle cose bisognerebbe dinamitare tutta l'umanità. Bombardo quindi per la grazia di Dio; bombardo con lo scopo infernale che il rumore della mia macchina faccia tremare le invetriate della storia!
* * *
(Quivi il Compare, Cavaliere della Films, prega la Comare, bellissima etèra Meridiana, che non trascuri di giocare al lotto, poichè spesso la fortuna entra nelle case come i ladri, e noi talvolta la perdiamo per aver messo troppe serrature. Così giungono ad uno di quei tenebrosi botteghini, dove asseconda e trastulla i sogni del suo popolo questo affabile Governo italiano. Là incontrano svariati personaggi.)
=L'impiegato del lotto:=
Come dice, signorina? Se i suoi numeri sono buoni? Mi pare di sì, mi pare di sì!... Hanno un vantaggio su gli altri, sa quale? Che li scrivo con il desiderio di farla vincere...
Oh, non rida! e sopratutto anche lei desideri con molta, con moltissima forza di vincere, perchè sono persuaso che in tutte l'estrazioni a sorte, nel lotto come nella vita, non sia la fortuna che decide, ma il desiderio più forte!
Ho scritto migliaia di numeri, e mi può credere... Senta: quando il bambino bendato mette la mano dentro il sacco per pescare il numero, vi sono migliaia di volontà che tentano d'afferrargli il polso, ma ve n'è una, la più furiosa, la più disperata, che lo guida. E sorte non c'è. Ora mi ripeta i suoi numeri, bella signorina; 29, poi?...
=Il contorsionista:=
Lei è una maestrina elementare? Io un contorsionista. Sicuro, proprio! Aspettando il comodo del signor impiegato, le racconterò che lo scheletro è un'opinione; se ne fa quel che si vuole. Per vivere ho dovuto riuscire a cacciarmi la testa fra le gambe in guisa da baciare la vertebra dove gli uomini antichi avevano la coda; faccio la spaccata intera e mi gratto la spalla destra con la scapola sinistra; mi gonfio come un mantice o divento sottile come una biscia. La sola cosa impossibile è di non mettersi ogni giorno qualcosa nello stomaco. Sono così slogato che ho paura di perdere una gamba od un braccio quando cammino; del resto poco male: nella cassa da morto avrò il tempo d'irrigidire. O anche se vincessi al lotto, non le pare?
=La maestrina d'asilo:=
I miei numeri sono: uno, due, tre; perchè vede, in tutte le cose io sono rimasta all'a-b-c... La vita degli altri, i bambini degli altri... e vengono i capelli grigi. Che fare? piangere, no; sorridere, nemmeno; continuiamo: a-b-c...
=La serva della favorita del principe reale:=
Eh, sì! Cento lire su un terno! Proprio! La mia padrona è, come potrei dire?... la principessa del Principe Reale! Sicuro, e mi ha detto: — va a giocare queste cento lire perchè Nostra Altezza ha sognato un terno.
La mia padrona mi fa ridere quando mi dice: — non so mai se devo chiamarlo Vostra Altezza o mio Peppino: mi confondo.
E io l'avverto: — basta che non si confonda col nome d'un altro!...
=L'automobilista:=
Non c'è niente che somigli alla distanza come una strada. Quando il motore turbina e lo spazio vola, sento che il mio cuore potrà sempre correre più veloce che la più furibonda strada!
Frattanto gioco i numeri della vettura che ho investita.
* * *
(Ora, fervendo accanitissimo nella città il lavoro delle aziende private o pubbliche mentre appena si desta con larghi sbadigli l'inoperosa beatitudine dei fannulloni, Compare e Comare guidano al proscenio due comitive di costoro, nonchè molti personaggi radunati avventiziamente.)
=Entra il Coro degl'Impiegati:=
(_L'Orchestra in sordina zoppica e raglia come l'asino bendato che gira intorno al pozzo._)
Il nostro Santo Patrono è il 27 del mese!
Noi siamo la macchina da lavoro, forte, monotona, paziente; qualchevolta la somma nostra opera è un'attribuzione così elementare che non basterebbe neanche ad un cavallo. Solamente il cavallo non avrebbe mai la costanza di continuare a compierla. Siamo davvero i mediocri, e per questo alcuno vuole che noi si tocchi da più vicino la felicità. Non è vero.
Il nostro Santo Patrono è il 27 del mese!
=Entra il Coro dei Fannulloni:=
(_L'Orchestra dondola e si bea, con lievi sbadigli, come un uomo in panciolle._)
Noi facciamo girare il pollice destro sopra il sinistro; sotto il sinistro il destro.
La nostra occupazione è quella di far niente, cosa che molto spesso affatica. Pur non facendo niente, si riesce a variare il genere della cosa che non si fa. Inoltre, per strano che paia, la nostra è l'occupazione più naturale all'uomo.
I Pensatori che sono arrivati all'apogeo della comprensione umana trovarono che il meglio fosse non far niente. A questa verità sublime i Pensatori son giunti con molta fatica; noi l'abbiamo trovata súbito.
In ultim'analisi, l'ideale d'ogni uomo che lavora, è quello di potersi un bel giorno concedere il lusso di non far niente. Chi meno lavora è più stanco; per voi che lavorate, la vostra fatica diventa una pace; per noi che non facciamo niente, la nostra pace diventa una fatica.
È un mestiere anche il nostro, sebbene il prossimo non se n'accorga. Non crediate che bisogni esser molto ricchi per non far niente; anche il poverissimo può non far niente. Basta che voglia; è questione di carattere. V'è una gioia grande nel pensare che si potrebbe fare la tal cosa, mentre non la si fa; una gioia più grande nel vedere che gli altri sudano e dimagrano, mentre noi si vive in quiete.
Se davvero, come raccontano, il capitale fosse lavoro, mezza umanità sarebbe già morta di fame. Invece siamo indistruttibili, e Carlo Marx ha detto una bugia.
Noi facciamo girare il pollice destro sopra il sinistro; sotto il sinistro il destro.
=L'ex-garibaldino, repubblicano, mazziniano, e ciononostante cavallottiano:=
La repubblica è quella forma di governo per la quale tutti gl'imbecilli possono arrivare al potere supremo. Se ci arriva un uomo d'ingegno, o sale al trono o finisce su la ghigliottina.
=La bustaia:=
Guai, guai, guai se gli uomini vedessero quel che vedo io!
=L'attore:=
Ho imparato a muovermi a ridere a piangere, a sospirare, ad arrabbiarmi, a disperarmi, a uccidere, a morire; ho imparato con molta fatica tutti quei gesti che l'uomo normale compie con spontaneità; ma fra l'attore e l'uomo normale corre appunto questa differenza: che il primo cerca sempre di parere un uomo normale, mentre l'altro fa del suo meglio per essere un buon attore.
=Il giudice:=
Ragione? parola ermetica e proteiforme chiusa nel più satirico poema della letteratura umana. È un lirismo aver ragione, com'è un paradosso aver torto.
Se così non fosse, a che mai servirebbero gli avvocati?
=L'avvocato:=
Servono così poco, Eccellentissimo Presidente, che nessuno fra noi si riduce a far soltanto l'avvocato: uno si occupa di politica, l'altro di giornalismo, il terzo specula, il quarto fa il cantante, il quinto scrive drammi, dieci tengono agenzie, trenta fanno l'assicuratore, migliaia quel che capita, e gli altri, che sono la maggioranza, — non fan niente.
Perlocchè, Presidente Eccellentissimo, noi si vivrebbe a meraviglia, se anche Lei scoprisse dopo tanti secoli quel corpo semplice che si chiama Ragione!
=Il cantante:=
Ho la voce d'oro! Sono il più gran tenore vivente! Non è merito mio: l'ugola! Oh, l'ugola! Guai se mi cadesse un pulviscolo su le corde vocali! Quanto mi fanno pena gli uomini che non hanno voce! Come dev'essere miseranda la vita senza una bella voce! Non potersi godere il delirio delle platee! l'applauso frenetico di tremila spettatori che non fanno con seimila mani tanto rumore quant'io ne faccio con un do!
Sicuro, le donne mi scrivono bigliettini profumati!... Carucce! poverucce! come siete buonine! Vi piaccio? si sa! una voce d'oro! un bel corpo! Quando sono in scena, osservo che mi guardate le gambe! Oh, le parti nelle quali posso mettere una maglia attillata, un bel cappello di piume! Diecimila lire per sera a New York; a Messico mi hanno staccato i cavalli, e quando sbarco a Buenos Aires la banchina è una foresta di fiori! Cantare... ecco lo scopo della vita, cantare! Uh!... chiudete quella finestra! L'ugola, per amor del cielo!
Come dite, Compare? Una serata in presenza dell'Imperatore di Germania? Peuh... siii... vediamo: quanto mi si offre?
E tu, Meridiana caruccia, domani alle cinque, se vuoi... Ti farò telefonare dal mio segretario.
Oh, l'ugola! Una sola cosa non comprendo: come possa la gente andare nei teatri dove non canto io.
* * *
(Quivi, il Compare fa stendere su l'avanscenio gran copia di soffici tappeti e morbidi cuscini damascati per riposare la stanchezza della bellissima etèra Meridiana, che mollemente vi adagerà le sue voluttuose membra. A tal fatica intende una schiera di personaggi che fanno da valletti con mansuetudine, quantunque nè d'abito nè di sembianze paiano venuti al mondo per servire. Compiuta l'amabile fatica, e ciò volendo il Cavalier Compare della Films, questi buoni diavoli andranno in cerca senz'ordine di molte maschere, le quali possano leggermente far sorridere l'ozio della bellissima etèra Meridiana.)
=Entra il Coro dei Buoni Diavoli.=
(_Nell'Orchestra una sinfonia di dolore, opaca e senza lamento._)
Sia fatta la vostra volontà.
Noi siamo i Rassegnati, gli Spenti, coloro che scesero al Giordano per il battesimo d'umiltà una sera che passava sul mondo il colore della rinunzia.
Lontani dalle infinite cose che possono dar gioia, godiamo senza invidia la gioia degli altri, poichè il mondo è tutta una storia di burattini e di burattinai; chi tiene i fili tira come vuole; ci fa piegare la testa, in su, in giù, come vuole. Per il nostro gran numero, alcuno pretende che si potrebbe anche ribellarci; ma ubbidiamo appunto per il grande numero nostro, cioè per spirito d'imitazione. Migliaia vanno curvati, migliaia si curvano a poco a poco... e la mano d'una forza invisibile stringe, preme, pesa, finchè da ultimo ci schianta.
Noi siamo i Buoni Diavoli... sia fatta la vostra volontà.
Così dice il nostro Vangelo:
Saziarsi d'un pan muffito e trovarlo buono; andare incontro alla disgrazia con un sorriso ben accogliente; patire un'ingiustizia dicendo ave all'offensore; quando muore la nostra donna, imperruccarci per servire il ballo altrui; dare la pelle, se occorre, per la livrea che c'ingoffa; spegnere con un soffio il lume del nostro desiderio, portare anche la croce degli altri e senza maledire l'umiltà.
Noi siamo i Buoni Diavoli... sia fatta la vostra volontà.
=L'orologiaio:=
Costruisco meccanismi per calcolare la durata d'ogni malanno e d'ogni allegrezza dell'uomo. Sembrerebbe che le mie sottili ruote, le mie delicate molle d'acciaio riescano a contenere il Tempo, questo movimento fatale e grande che ravvolge tutte le cose; ma le mie ruote non han ragione d'essere senza il quadrante.
Conosco un filosofo povero, al quale accomodo l'orologio quando lo ritira dal Monte di Pietà. Egli mi ha domandato un giorno: «Caro amico, siete proprio convinto che il Tempo cammini?» — «Per bacco, sì!» — «Bene, — ha detto il filosofo, con molta gravità, pensateci meglio; può darsi che camminino soltanto le vostre sfere, e il Tempo sia fermo. Anzi non ci sia.»
Costui dev'essere matto!
=Il ladro:=
Quest'orologiaio possiede una bottega ben fornita; ma sono passati i bei tempi che con un paio di grimaldelli si facevano saltare tutte le serrature. Oggidì gli americani, ladri miracolosi, fabbrican tuttavia certe serrature formidabili, veri labirinti d'acciaio, che per capirli non basta l'acume d'un astrologo! Ai ladri del giorno d'oggi occorre un'istruzione variata ed una piccola dose di genialità. Così accade che onesti nel vero senso della parola rimangano solamente i cretini. L'uomo diventa ladro, non quando ruba, ma quando vien messo in prigione. Mi sono domandato parecchie volte: perchè rubo? Infatti, quel che guadagno con la mia professione di ladro mi darebbe un'altra, senza pericoli e facendomi buon nome. Ho dovuto convenire con me stesso che rubo solo per istinto. Su le cose degli altri dorme con parità il desiderio dei galantuomini e dei ladri, poichè l'istinto dell'uomo è già un furto in potenza, un ladrocinio virtuale.
Senonchè la timidezza degli onesti è la via del paradiso, il coraggio dei ladri la via della galera.
=La guardia di pubblica sicurezza:=
Ecco lì un mio compagno d'infanzia, che al vedermi scappa, ed io, com'è mio dovere, lascio che scappi! Mah... la vita mette al bivio; un bel giorno bisogna decidere: prete o mangiaprete? ladro o questurino?
Io mi sono deciso male, molto male... peggio di tutti! La società mi confida l'incarico di sorvegliarla e di proteggerla!... O perchè lo confida proprio all'uomo che non ha niente di suo da difendere, quindi se n'infischia più che tutti? Volete l'ordine vero? terribile? Fate una Pubblica Sicurezza di ricchi sfondati! Io, comunque vada, rimarrò sempre un questurino, ossia quell'aspirante carabiniere deriso come un prete, che i borghesi disprezzano, i vagabondi accoltellano, le belle ragazze respingono, lo Stato paga maledettamente male!
E con questi chiari di luna siamo noi, proprio noi, che dobbiamo difendere la fetentissima società!... Ehi, dico!... Ehi, Lei, si sciolga! circolare! circolare!
=Il proprietario d'albergo:=
Ho fatto fabbricare una casa con settanta camere in vicinanza della strada ferrata e sono qui che mi gratto la pancia. La gente arriva da tutte le parti del mondo con lo scopo essenziale, per me, di abitare le mie camere. Là dentro si spoglia, si lava, parla, fischia, litiga, fa l'amore, fa i suoi conti, scrive, mangia, dorme, — paga — va via. Per me l'uomo ha una importanza inquantochè viaggia: se non viaggiasse non ci sarebbero alberghi; se non ci fossero alberghi non saprei cosa fare. Questo ragionamento pare sciocco, ma è tuttavia quello che mi permette di grattarmi la pancia.
=Il pompiere:=
Oh, se poteste immaginarvi la noia che dà il fumo negli occhi!
Ma in compenso il fuoco dà una gioia così terribile a chi lo guarda, che dinanzi alle fiamme diventa quasi naturale compiere un atto d'eroismo. Noi, forse, non andiamo nell'incendio per salvare, andiamo perchè la fiamma ci attira, e non v'è nulla ch'esalti l'uomo come la tentazione d'attraversare il fuoco.
L'oceano in tempesta è forse lo spettacolo più grandioso della natura, ma la montagna che brucia è mille volte più vertiginosa di bellezza, perchè la tempesta cade, mentre l'incendio sale in alto, sale come il delirio dell'uomo e tenta con le sue rosse ali di vivere nell'infinito! E ditemi, qual bandiera sui pennoni dei vostri edifici sventolerà mai così bella, come la bandiera di fuoco, tragica, rossa, folle, che d'improvviso tra il delirio delle campane a martello sventola per l'aria notturna, piantata col suo ferro di lancia nella cupola d'una cattedrale!?...
... ride tutto il teatro?... O, povero me!... questa volta il suggeritore ha preso un granchio, s'è dimenticato che parlava un pompiere!
=Il lustrascarpe:=
M'han raccontato che i miei colleghi americani lavorano coi guanti in filo di Scozia e si fanno lisciare le unghie dalla manicure. La sera metton l'abito nero, la cravatta bianca, e vanno al loro circolo. Ognuno d'essi può dire senza far ridere nessuno: — Io sono un gentleman che pulisce le scarpe. — L'America è un grande paese.
=Il mercante girovago di tappeti orientali:=
Signorino, comprare tappeto vero Byrutt, 120 liri: tu 10 liri meno. Non piace? Salam-elek! Guarda: piume struzzo per tua madama che staranno molto bene; per tu 60 liri paio che io pagare 90. Non piace? Salam-elek! Vuoi piccola tartaruga viva? Sentire pancia fredda... quando soffio caldo tirare fuori testa; portare fortuna: 13 liri. Io mercante onesto; se vuoi rovinare dà 8 liri. — Due liri? non potere... Salam-elek. Non potere proprio... Salam-elek. Signorino, per 3 liri dò tartaruga viva e scatoletta locoums serraglio Sultano — sst... sst... locoums per fare amore dodici volte quattro ore!
Due liri?... solo due liri?... Bono, piglia. Salam-elek. Tu rovinare povero Abdul che essere andato miseria per sua sempre onestà. Salam-elek!
=Il Re:=
Comando; non so a cosa, ma comando.
Fra le infinite mie disgrazie, ve n'è una che supera quelle di tutti i miei sudditi... sapete cosa? — la Marcia Reale!