Il Cavaliere dello Spirito Santo: Storia d'una giornata
Part 2
Dopo aver scartati cinque o sei libercoli per signorine, cinque o sei Tempietti di Venere per Aspasie morfinomani, la mano mi cadde sul vostro romanzo, che m'impensierì per il suo titolo. Pensai: — Un romanzo che si chiama «_La vita comincia domani_» deve trattar di cose decrepite come la terra! Mi misi a sfogliarlo... e, per Ercole, ero a cavallo! Ecco la tragedia greca bell'e fatta, e fatta in modo che, con tre o quattro tagli della mia forbice classica, una spolveratura di quelle sapienti spezierie che sono il mio segreto di fabbrica, la tragedia riesca magari a cavarsela meglio che le altre. Detto fatto, in quindici giorni la tragedia era pronta e navigava su Francia. Egli fu assai lieto, mi pagò profumatamente, accompagnando il vaglia con una lunga e bella sua lettera, nella quale mi felicitava d'aver improvvisato con sì grande prestezza una irta e sonora tragedia greco-moderna, che andrebbe ad illustrarsi del suo nome verso i teatri di due popoli. E il poverello non sapeva, com'io non seppi fino ad oggi, di dovere a voi, proprio a voi, simpatico italioto, l'ultima e la più sciagurata fra tutte le tragedie greche! Sì, perchè io non vi adulo, caro amico: il vostro romanzo è una cosa disinvolta... ma fetida.
— Séguito ad essere sempre più della vostra opinione.
— Tanto fetida e tanto disinvolta, che può darsi un giorno o l'altro mi scriviate un bel libro.
— Ne sono certo anch'io.
— Un bel libro, con il quale forse non andrete alla gloria, a meno che non troviate la china dell'uovo di gallina, ma che insomma vi darà la soddisfazione intima dell'uomo fortemente allegro, il quale, con tutta licenza, abbia fatta una risata madornale e villana e libera su la faccia al mondo intero! Perchè questo, e nient'altro, è la vera arte: una risata.
— Per l'appunto, Cavaliere; una volta non pensavo così, ma ora sono di questo parere anch'io. Dunque, per concludere: posso contare su la rivista? e per quando?
— Verso il mezzo inverno, ma non prima, caro amico, perchè ho commissioni fin sopra i capelli.
— Non ho premura, purchè venga bene.
— Ci penserò per mare; su l'acqua infinita le idee s'allargano. E ditemi, visto che avete l'uso di scriver romanzi i quali si prestano mirabilmente a foggiarsi da tragedie greche o magari da tele per melodrammi, poichè la ricetta è la stessa, non ne avreste qualche altro da mandarmi, caso mai mi trovassi a corto di materia per qualcuno della mia clientela?
— Per bacco, altrochè! Ne ho un paio d'altri, dai quali si potrebbe cavare a maraviglia una cosetta, per esempio, mistica, ovvero un paio di scene terrificanti per il teatro del Grand Guignol... Insomma io ve li mando, voi vedrete con la vostra esperienza se c'è qualcosa da fare, e cosa c'è.
— Non vi dispiace mica, è vero, che vi adoperi le vostre coserelle?
— A me? che diamine! anzi ve ne sono gratissimo! Purchè le diate, beninteso, a un autore di grido, essendochè voi capirete bene che «à tout seigneur tout honneur!» e che quando per esempio si ha un'amante, la quale ad ogni prezzo debba renderci cornuti, nel rammarico inevitabile della scornatura fa sempre un certo piacere che almeno se ne vada in letto con una persona pulita. Vi pare?
— Sarà benissimo, poichè lo dite. Per conto mio, la donna vada in letto con chi vuole, non mi fa nè caldo nè freddo... Io sono rimasto greco in amore, greco d'ambo i lati, greco in ogni senso... e la donna, vi assicuro, la donna per l'amore non è che un palliativo!
— Oh, Cavaliere garbato e faceto, quali cose andate mai dicendo!
— Le cose d'Aristofane, delizioso amico mio, ch'eran vere al tempo d'Aristofane, e sembrami talvolta che vogliano tornar vere anche oggidì! Non vi pare lunga e dolce questa notte d'estate?... Non vorreste narrarmi da presso, imprimere nella mia memoria, insinuarmi nell'anima un vostro romanzo vissuto?... E non è questa la fiera colonia focense, la primitiva e robusta Massalia che portò ai barbari, dall'ellenico mare, il nostro costume gentile?...
— Cavaliere anacreontico e scherzevole, sono doluto assai di non potervi compiacere! Io sono rimasto profondamente barbaro, barbaro d'ambo i lati, barbaro in ogni senso... e la donna, vi assicuro, la donna per l'amore sarà un palliativo, sta bene... ma è ancora l'unico!
— Oh, divina babbuaggine di questi moderni, che hanno portato la retorica persin nell'amore!... Vedo pur troppo che c'è fra di noi tale opposizione di principii, che il mio buon senso mi dice: — «Aristofane, compatisci quest'onagro e non insistere!» — Così entriamo, se volete, nella maledetta sciampagneria!
Vi rimanemmo sino al mattino, celiando e trastullandoci con le carezzose danzatrici, attente quanto mai al rilucere delle mie piccole monete d'oro. Aristofane, da buon greco, non ne trasse fuori manco una. Poi verso l'alba ce n'andammo per separate strade, Aristofane con un agile ballerinetto che non professava i miei costumi barbari, io con la sorellina di costui, una brunetta di Montpellier, che forse non li professava manco lei.
L'orribile vetturino, panciuto e con la faccia vinosa, schioccava di frusta gridando lazzi alle pescivendole mattiniere; su la città marittima nasceva un giorno quasi biondo: il Prado si avventava contro il mare indolente con un grande ringiovanire de' suoi alberi antichi.
Ora, verso il mezzo inverno, Aristofane mi ha mandata la rivista... Ho pensato meglio di non farla rappresentare, ma invece la pubblico tal quale.
G. d. V.
_27 Febbraio 1914._
Gli Uomini; le Donne; il Cavaliere dello Spirito Santo; il Fato Moderno; l'Orchestra in sordina; la Città.
Giorno di sole o d'ombra, di bufera o di pace.
=Si apre la giornata.=
(È Compare della Commedia il Cavaliere della Films, Comare la bellissima etèra Meridiana.
Improvvisa la Commedia un solo e sconosciuto personaggio, il Cavaliere dello Spirito Santo, che siede mascherato nella nicchia del suggeritore.
Il Compare o la Comare annunziano dalla ribalta i personaggi.)
=Lo spegnitore di lampioni:=
Ogni notte, quand'è verso quest'ora, cápita fuori il giorno. Bei ragionamenti! Non è certo possibile che una mattina per caso ricominci a far buio!... La vita è regolare. Peccato, perchè alla lunga se ne prende l'abitudine e secca di morire anche quando s'è in miseria.
Sono vecchio, vidi molte cose; dopo l'olio venne il gas, dopo il gas la luce elettrica; rimane in piedi qualche decrepito lampione, ma sembra un lumino da morto nel mezzo d'un cimitero. E cosa verrà dopo? I mestieri d'una volta vanno dolcemente a farsi benedire; adesso per campar la vita bisogna che un povero cristo ne sappia quasi come un professore d'Università.
=Il professore d'Università:=
A torto vi lamentate, buon uomo! Volete ascoltare le mie lagnanze? Ho sposato un mostro con la speranza d'avere almeno una donna di casa. Invece mi ha partorito ben quattro figli pestiferi e da vent'anni in qua non riesce che a farmi sudar bile. Per conto mio, mi sono digerita l'Enciclopedia Universale: so tutto e non capisco niente. È una bella commedia anche il Sapere! Fra un'ora, nonostante i reumatismi, devo trovarmi all'Ateneo: ho duecento imbecilli da rendere più imbecilli che mai. Senza dubbio l'ultima parola di tutti i sistemi filosofici è un sillogismo che si chiama: lo Stipendio. Mia figlia, futura professoressa in belle lettere, oggi vuol imparare il tango.
=Il maestro di tango:=
Fra tutte le definizioni che si vollero dare dell'uomo, credo che ancora non si sia trovata la giusta. Secondo me l'uomo è un animale che vuol ballare. Vuol ballare a tutti i costi, anche quando la sua struttura non glielo consente. Il ballo è un tentativo di bellezza ed è uno sfogo di vanità; se un professore di tango sapesse descrivere tutte le cose ridicole che ha vedute, farebbe senza dubbio un grande capolavoro.
A Rosario di Santa Fè scopavo la sala d'un maestro di scherma; venni a Parigi, ed una sera qualcuno, — anzi era una venditrice di sè stessa leggermente morfinomane, — scoverse che «ho la linea...» Feci fortuna con rapidità, — (si capisce: cinque luigi all'ora!) — e adesso godo buon nome fra quei burloni di Montmartre che hanno inventato il tango argentino.
È un secolo il nostro, nel quale sopratutto si fa fortuna coi piedi.
=L'aviatore che ha fatto il cerchio della morte:=
Sopratutto coi piedi in aria, caro Professore! Ai battaglioni d'Affrica faceva caldo; lassù fra le nuvole si gela. Il mestiere che ho scelto è quello di potermi rompere il collo ogni due secondi, per dimostrare quanto sia capovolgibile un apparecchio Blériot. Ma le «backfische» di Berlino m'hanno scritte in compenso molte lettere d'amore; questo fa onore alla Francia, ch'è il paese più eroico del mondo.
Volete sapere la mia storia? Un giorno stavo precipitando a capo fitto, quando un colpo di vento filantropico mi raddrizzò l'apparecchio: avevo compiuto il cerchio della morte. Mi venne l'idea che si potesse farlo anche apposta... La celebrità è un caso fortuito.
* * *
(Mentre la Città rabbrividisce mirando per l'alto spazio le impennate su l'ala, i cerchi di morte, i voli a capopiè dell'acrobata prodigioso, il Compare, Cavaliere della Films, guida la bellissima etèra Meridiana verso l'aula Magna dell'Ateneo, dove una tesi elegante sarà controversa fra Classico ed Avvenirista.)
=Entra il Dialogo fra il Classico e l'Avvenirista:=
— Tu, Boezio, credi nel passato, io nell'avvenire; questa è la differenza. Ti piacciono i libri che paion scritti da un greco blenorragico o da un romano scrofoloso; hai tanta muffa su la tua pelle di cartapecora, quanta una conchiglia marina. Il bello che tu ammiri è ciò che parve bello una volta; l'età dell'oro per il tuo spirito, è quella già consumatasi nei forni crematorii del progresso, e che non allunga più nessuna propaggine verde, nessun ramoscello in fiore, nella nostra presente vita.
— Per la barba di Giove, o novo-parlante Edison, hai detta quasi la verità! Deh! non rinnovelliamo le nostre invano controverse accademie! Non farete mai d'un classico persona che finisca in «oide», ovvero in «ista», ovveramente in «ano», come a voi piace di sentirvi denominare. Non l'Inamovibile, bensì l'Indistruttibile siamo! Le Decadenze portano voi; noi portano i Rinascimenti. E il propileo del Tempio greco, al pari della georgica di Virgilio, sono immortali come la vita, per quanto voi ci proponiate architetture da far gracidare le rane di Aristofane, od esametri frantumati e claudicanti, come i laiti sconnessi d'un bimbo che in sogno veda Belzebù!
— Boezio, nell'anima tua stalattitica e scatarracchiante, la goccia mortale dello stillicidio sarà sempre un rumore più costruttivo, che il peana dei torrenti da noi lanciati nelle nostre turbine! Che tu me lo dica è ozioso, perchè so bene quanto il terrore della parola magnifica: distruzione, ti faccia tremare come una foglia gialla. Voi avete il brivido solo nei cimiteri; noi negli arsenali, nei laboratorii, nelle piazze, dove convulsamente si fabbrica la vita di domani! Per voi è grande l'arco di Traiano; per noi la dreadnougth superterribile che scivola giù verso la battaglia, infiammando lo scalo, e buttandosi nuda con impetuosa lussuria su la potenza del mare! Non importa che ridano le ranocchie di Aristofane! Ridono anche le nostre eliche furenti, quando passano come vorticose meteore sui vostri cranii classici! sui vostri cocuzzoli divenuti calvi nel compulsare i manoscritti che scelleratamente non bruciò il sublime incendio d'Alessandria!
— O novo-parlante Edison, le tue folgori non incendieranno pertanto i nostri calmi e colmi granai! Urlate, urlate al novo del mondo! squassate, squassate fiaccole incendiarie! I vostri baccanali han sempre l'animo inespresso d'atteggiarsi a Convito, ma l'agape novella si compone di pessime vivande; le driadi vostre sono facinorose prostitute che nelle feste dionisie vanno intorno cercando di gabellarsi per Muse. Voi raccogliete gli amígdali della nostra cena, e vi pascete con avidità di quello che destinammo per il cane di Alcibiade. Costui pure fece una bella novità, mandando in giro per Atene il suo molosso con mozza la coda; e posso dirvi, ameni Erostrati, che vi sono molte innovazioni le quali somigliano a pennello, non tanto alla facezia d'Alcibiade, quanto al pezzo di coda che il suo molosso perdè.
— Boezio, non guastiamoci il sangue... Sarebbe assai peggior causa batterci per la coda del cane che non per i begli occhi d'Elena di Sparta! Poichè, se nessuno ascolta, confessiamoci d'una cosa tutto quello che uomo fa, classico ed avvenirista non lo fa sempre a spada tratta per i begli occhi d'Elena di Sparta?
— Sì, vero-parlante Edison; da un rabbuiato esordio hai tratta limpida conclusione: sempre l'antico e 'l novo battagliano a cor fenduto, a lancia dritta, per gli occhi belli d'Elena di Sparta.
* * *
(Rallegrati assai per l'ammenda onorevole ch'entrambi fecero i due beffardi competitori, di buon animo ritornano il Compare e la Comare traverso le vie che riboccano d'una fervidissima vita in quell'ora piena d'opera e di forza che brilla su la Città mattutina. Quivi entrano a far compere in un negozio, là s'indugiano ad ammirare qualche spettacolo della strada; or si dilettano di seguir passo passo una coppia loquace, ora, incontrando persone di conoscenza, ristanno piacevolmente a conversare.)
=Il parrucchiere da signora:=
Adesso anche le contadine portano capelli finti. Sono parrucchiere da signora ma tuttavia non mi manca un granello di filosofia: questo è proprio il secolo dei capelli finti, delle pietre false, dei fiori di stoffa e dei fuochi artificiali. Quand'è l'epoca dei balli di beneficenza in poche ore devo mettere la testa in ordine a tutte le signore della città. Non è facile, vi assicuro che non è facile. Inoltre mia moglie è gelosa. Perchè ho preso moglie? In gran parte, perchè il negozio aveva bisogno d'una manicure, così alle unghie delle clienti pensa lei. Veh! la bella combinazione: mio fratello fa il callista, mio suocero l'ortopedico, mia cognata la «masseuse», mia zia la levatrice, mio cugino l'assicuratore... posso dire in coscienza che siamo una famiglia la qual lavora su la pelle del prossimo! E non fan tutti così?
=Il filantropo:=
Certo, carissimo parrucchiere! Me compreso che dò la mia pelle per il prossimo e sono un maniaco dell'altruismo. Là dove si ride, io non sono punto necessario; se non paresse un controsenso, vorrei dire che mi sento profondamente felice solo quando cápita, che so io? un naufragio un nubifragio una pestilenza, quando lavora il capestro o la ghigliottina, quando corrono le lettighe della Croce Rossa, quando scoppia un massacro o isquallidisce una carestia. Perchè il male degli altri è il mio mestiere: sono un filantropo, cioè un uomo che ha bisogno di veder soffrire.
=La ragazza da marito:=
Voi dunque potreste provvedermi uno sposo, ch'io soffro quanto mai d'esserne senza. Oggi purtroppo i giovini signori parlano prima col nostro banchiere che con noi. Quel parrucchiere diceva: Perchè ho preso moglie? Io mi domando: Perchè le ragazze non possono far a meno di prender marito?
=La suffragetta:=
Ve lo spiego subito, carina... perchè disprezziamo ancor tanto noi stesse da credere un uomo indispensabile alla nostra felicità. L'uomo è la creatura sopraffacente che per secoli ci ha premute sotto di sè! Baie! Non vogliamo più essere suppellettili! È finita l'epoca dei soprusi. Carina, venite con me su la piazza e grideremo ben forte! così forte che sappiano finalmente cos'è una donna quando grida! Perchè finora il torto di noi donne fu di starcene troppo zitte.
=Il prete:=
Signora suffragetta, è un bel pezzo che non venite a confessarvi; questo non mi piace. Sono disposto ad ammettere anche le vostre bizzarre idee, ma la Chiesa innanzi tutto! Sono disposto ad ammettere tutte le innovazioni, di qualsivoglia genere, purchè la Chiesa, cioè il prete, vada innanzi tutto. Per noi, pur troppo, soffia un vento di Fronda, e viene dalla Francia cattolicissima dove ci hanno derubati. Ma San Pietro è grande: la Francia se ne pentirà. Intanto noi ci preoccupiamo di gridare il crucifige a quell'oscena danza che si chiama (segno della Croce) il tango!
Devo confessarmi d'un peccato grave: sere fa mi son messo in abito secolare, con un po' di nerofumo su la tonsura, per appagarmi la curiosità satanica di veder ballato questo ballo in un luogo da saturnali... ma... devo essere schietto? speravo meglio, speravo meglio, dico la verità!
Sono i giornalisti che fanno la campagna, e forse tra poco verrà l'Enciclica: _«Noli tangere.»_
=Il giornalista:=
Per questa calunnia, venerabile prete, vi potrei facilmente denunziare all'Opinione Pubblica della quale sono il fabbricante, ma invece vi perdono da buon cristiano. Per conto mio sappiate che sono la tromba e non il trombettiere. Anch'io pur troppo devo ubbidire alle maggioranze, sopratutto alle maggioranze d'azionisti e d'abbonati. L'uomo che spende un soldo ha il diritto di confutare le nostre opinioni, e noi dobbiamo illustrare con molta varietà la vita ch'è monotona. Ogni giorno mettiamo in vendita qualche pagina di storia... la fabbrichiamo, si capisce! Credete voi che la storia succeda tutti i giorni? e sia quella che si chiama storia? Manco per ridere! La storia, sono i banchieri.
=Il banchiere:=
Per essere franco, io faccio solamente una cosa: i miei interessi. Può darsi che le nazioni faccian altrettanto, per il che si chiamino storia i bilanci attivi e passivi dei popoli.
Mi si accusa di speculare con il denaro altrui, ma in confidenza, cari amici, volete una definizione commerciale? Si chiama denaro la carta monetata che ingombra le tasche del prossimo, e risparmio, cioè moneta fuori corso, quel rame che abita presso di noi.
D'altronde, se accumulo ricchezza, non ho il tempo di goderla; se cerco il tempo di goderla, non ne accumulo più; adesso che son divenuto ricco, soffro di gotta e non digerisco niente; mio figlio è un fannullone libertino, sperpera quel che ho preso e lo rende alla società. Il denaro, fra gli uomini, è un fiume che non si ferma.
* * *
(Mentre intorno al Palazzo della Borsa ferve con accanimento l'urlìo degli speculatori, il Compare, Cavaliere della Films, vede un povero cenciaiuoio che bestemmia, seduto sui gradini dell'Ospedale. Si sofferma, e gli fa l'elemosina )
=Il cenciaiuolo:=
Pregherò per i suoi morti, buon Signore! Guardi: ho la gamba gonfia come un barile! ci vollero tre ore di spasimi per trascinarmi fino all'Ospedale; ma dall'Ospedale m'hanno espulso perchè dicono che son nato fuori dal Comune. Santa Maria! che bel talento aveva mia madre, a non sapere nemmeno fin dove arrivasse il dazio!
* * *
(Frattanto la bellissima etèra Meridiana interpella su questo caso il medico di guardia).
=Il medico:=
Ha ragione, Signora, ma se gli ospedali dovesser ricevere tutti quei poveri diavoli che ne han bisogno, cáspita! la Città non sarebbe che una sterminata infermeria. Poi, c'è un errore: la gente crede che noi si faccia il medico, non tanto per sbarcare scientificamente il lunario, quanto per un apostolico amore dell'infermità... Pregiudizî!
Il medico ha un ideale, che si chiama la scienza, ed uno scopo, che si chiama la carriera, ossia l'onorario. L'essenziale non è per ora che i malati guariscano, bensì che sovr'essi la scienza indaghi l'indole delle malattie. Non bisognerebbe mai fuorviare le questioni dalla loro linea giusta: per noi l'ammalato, il vero ammalato, è il nostro cliente, quegli, per esser espliciti, che paga; — gli altri sono pazienti, ossia gente che deve aver pazienza ed aspettare che la natura li guarisca.
* * *
(Di lì partendo, Compare e Comare traversan per isvago un ammirevole giardinetto pubblico dove si trastulla e canta e corre, giocando con le palle, un coro leggiadro di minorenni traviate. È il tempo gaio del mattino che le fanciullette mandano più lontano il trillo delle fresche lor voci; la serenità e l'innocenza dei giochi allettevoli ai quali si danno seduce grandemente l'animo della bellissima etèra Meridiana.)
=Entra il Coro delle Minorenni Traviate:=
(_Nell'Orchestra, cavatine a pizzico, arioso ventoso, andante appassionato._)
... quel giorno soffiava sì forte, che la gonnella s'alzò...
Chi soffiava era il vento, e noi lo sentivamo venir su per le gambe, curioso, curioso...
Nelle giornate di vento, sarebbe meglio non lasciar la mano della mammina, perchè nelle giornate di vento è molto facile cadere... sì, cadere su l'erba, o cadere dovecchessia...
Badate, bambine piccine, alle giornate di vento!
E adesso camminiamo su la punta dei piedi, per non svegliare la mammina... La mammina dice sempre: non voglio vedere su la veste nè pieghe nè fili di paglia...
Però, tra le nostre mammine, ve ne sono alcune, anzi molte, che ci hanno spiegato cos'è «il vento», ed hanno aperto la mano... per lasciarci prendere la piega dei fili di paglia...
Noi siamo bambine piccine, con la boccuccia rossa, il nasino volto all'in su...
Giochiamo ancora con le palle coi volani e con le bambole, ma qualcuna di noi deve regalare le sue bambole al suo fantolino piccino... qualche altra invece, più birichina, preferisce... rompere la bambola prima che venga al mondo il fantolino...
E la mammina dice: — Come siete cattive, le mie bambine! Mai non fate durare una bambola neanche nove mesi!... Ah, birichine!
Tutte noi, siamo persuase che mai più saremo buone, mai più felici, e che il vento sia la rovina delle bambine piccine, ma...
... quel giorno soffiava sì forte che la gonnella s'alzò.
(Le osserva con sollazzo un amabile deputato, il quale in men che meno lega discorso con una fresca ballerinetta, la quale parla come danza e danza come gioca al volano, il che varrebbe a dire con agilità.)
=Il deputato:=
Ma no, piccina mia, cosa dici? È uno scherzo! figurati che bella indennità: neanche venti lire al giorno! meno di quello che guadagni tu... e dico ballando!
=La ballerina:=
Eh, caro onorevole, anche per noi volgono tempi tristi! Perchè il pubblico del giorno d'oggi è fatto in massima d'intellettuali, e non basta più ballare su le punte: bisogna che le punte esprimano qualcosa. Ora, capirà, sono entrata nel corpo di ballo che avevo nove anni, ed a quel tempo chi poteva immaginarsi che verrebbe di moda la testa di San Giovanni Battista e l'epilessia di Salomé?
Lei si lamentava, onorevole, perchè la sua paga è inferiore alla nostra; ma infatti ha meno da fare, e soprattutto meno spese. Con una marsina, Lei fa la sua bella figura; io, caro onorevole, se non esco in pelliccia e non m'affibbio un paio di paradisi, povera me, sono bell'e perduta! Quando si dice ballerina, sembra una parola che debba mettere allegria... sapesse invece com'è triste il mio mestiere! Ci sfruttano finchè valiamo qualcosa, poi ci buttano via come una sigaretta spenta. Abbiamo una mamma che ci alleva male, un amante che ci tratta male, molti ammiratori che ci pagan male, un'orchestra che suona male, un'affittacamere che ci... creda a me, caro onorevole, tutto male!
=L'affittacamere:=
Vede, a casa la mi chiama zietta, e qui mi calunnia! Passavo, e la sento che ciarla su di me; allora vorrei dire soltanto questo: che quand'ero giovine facevo anch'io la ballerina...
* * *