Il Cavaliere dello Spirito Santo: Storia d'una giornata

Part 11

Chapter 113,417 wordsPublic domain

«Dama di Profumo, Dama che avete una veste d'ombra e di brillanti, le buone tenere profumate cose che voi diceste fanno piangere, non vedete? alcuni femminili occhi tra il silenzio dell'Uditorio!... Non tanto le cose che voi dite quanto la voce vostra che le comunica è forse quella che fa piangere, ne soltanto la voce, ma quella visione così pura di bellezza che l'Uditorio vide quando foste nuda... Sì, poichè non sono femminili soltanto le pupille ch'io vedo rilucere... anche l'uomo più forte può lacrimare come un bimbo quando scoperta è la strada che adduce al suo ruvido cuore. E certo le immagini avute con gli occhi son quelle che più dirittamente scendono al cuore; un cieco può commuoversi meno spesso e meno facilmente che noi, perchè «ode» solamente il dolore.

Ma non è il dolore l'unica via d'esser tristi, ve n'è una forse più grande, che si chiama la Bellezza.

Voi vedeste la Bellezza nuda ed irraggiungibile, che dopo avervi toccati con l'ala del suo miracolo si allontanò da voi, e quasi disparve... ecco perchè siete tristi! ecco perchè tanto facili siete alla commozione!

Dama di Profumo, Dama d'ombra e di brillanti, non parlate più! Lasciate che un volgare assassino della bellezza, com'io sono, deturpi sfregi rompa quest'ora di soavità, e faccia ridere l'Uditorio che ha pagato per ridere, che va nei teatri appunto per dimenticare quel profumo dei cipressi da voi lodato così bene!

Datemi la mano Dama, che nominerò ancora della Doppia Morte... lasciatevi prender la mano e venite meco verso il terrazzo a guardare su la finitima Città. Troveremo ancora un personaggio qualsivoglia che faccia ridere l'Uditorio, benchè a quest'ora le strade che verso qui convergono sian quasi del tutto deserte. Guardate con i vostri begli occhi! Non vedete nulla o nessuno?»

E la Comare dice:

«Ahimè, nulla! nessuno! Qualche ombra lontana, va, si sperde. Fa quasi buio per queste remote strade, perchè gli archi elettrici sono rarissimi e stasera chissà mai come, ancora non è passato l'accenditore di lampioni. Forse non verrà; s'è addormentato, oppure beve. Pover'uomo! Che può fare un accenditore di lampioni, se non bere?»

Dice il Compare:

«Ma non vedete proprio nulla che sia motivo di svago e di riso per l'Uditorio taciturno?»

Dice la Comare:

«Proprio nulla! Vedo una piazza grande ma vuota, così grande quanto è vuota, e i pochi archi ed il chiaro di luna la pavimentano d'una bianchezza così uguale che par neve. C'è una vettura di piazza, ferma; il vetturino dorme; nient'altro.»

Dice il Compare:

«Oh, disgrazia! Guardate sempre, Dama! Guardate sempre!»

Dice la Comare:

«Nulla! Una vettura di piazza, ferma; il vetturino dorme; nient'altro.»

Dice il Compare:

«Ebbene, venga un personaggio d'invenzione, almeno fin quando non ne cápiti un vivo! Guardate sempre, Dama, e fatemi segno se vien gente. Io frattanto, poichè ho il dono di conoscere il linguaggio degli animali, racconterò all'Uditorio taciturno i pensieri di quel ronzino che dondola di sonno fra le stanghe della vettura in quella piazza bianca di luna, come fosse neve. Non sono proprio i pensieri suoi, perchè non sono andato a parlargli, — e il pedante mi potrebbe cogliere in fallo se non l'avvertissi! — ma sono confidenze che ho ricevute da un altro buon ronzino suo simile, certa notte dell'inverno scorso che v'era mezzo metro di neve.

E voi. Dama, fatemi segno se vien gente.»)

=Il ronzino della vettura di piazza:=

Avevo un amico, un buon diavolo baio, ancora in gambe nonostante l'età, e che trovava modo di guadagnarsi la vita sebbene avesse avuto un mezzo colpo d'accidente e zoppicasse dai quattro piedi. Ci si vedeva in piazza tutte le sere, si facevano quattro chiacchiere alla buona; quattro chiacchiere su la biada, su la frusta, sui clienti, così, dondolando sotto la neve. Da quando il suo padrone ha comprata l'automobile, non lo vedo più.

Ho domandato notizie ai colleghi, ma nessuno sa niente. Mi dispiacerebbe che gli fosse capitata qualche disgrazia perchè era un vecchietto simpatico, forse un po' egoista, ma sempre allegro e molto spiritoso. Non tirava calci neanche a mordergli la coda, però quando vedeva spuntare un cliente, uno di quelli che non si sa bene dove si dirigano, lui faceva tutto il possibile per cacciarlo da me. Quando poi, come diciamo nel nostro dialetto, mi vedeva «rompere il legno», rompere cioè quella fatica legnosa e fredda che ristecchisce tutto il corpo nello star fermi sotto la neve, quando mi vedeva insomma costretto a fare la corsa, lui, quell'ipocrita, mi diceva magari una parolina di conforto, ma sotto i baffi rideva. Per questo dico ch'era un egoista; ma i colleghi son quasi tutti così. Quando c'è di mezzo l'interesse, l'amicizia è bell'e sciolta; non si deve del resto giudicare il nostro prossimo da queste piccole cattiverie che sono perdonabili data la durezza della vita Un buon cavallo è quello che non vi ruba la biada, che non vi dà uno spintone per farvi andar per terra, o, quando siete per terra, cade magari anche lui ma non vi cammina sopra; quello che ha buon cuore insomma e non è superbioso de' suoi finimenti un poco più fini, un poco più frusti...

Conosco un irlandese aristocratico il quale ha una grande simpatia per me; tutte le volte che passa mi sorride; se c'incontriamo alla porta d'un teatro mi dice un mondo di cortesie. Ve ne son altri che invece non vogliono parlare; si danno certe arie da nababbi e fanno uno scalpitamento indiavolato che si direbbe siano chissà chi! A me non importa niente; ormai sono vecchio e prendo le cose con filosofia; se non vogliono parlare, li lascio ai fatti loro. Avranno la pancia piena ma sono molto più imbecilli di noi, poveri cavallucci di piazza, che possediamo l'esperienza della vita. Eh, sì, ne ho visti ben altri che si davano troppe arie! un giorno poi finiscono anche loro sotto il tassametro, a mangiar la biada ch'è mezza crusca e mezza polvere! Allora posson chiamarsi fortunati se trovano un buon diavolo come me che non serbi rancore.

La cosa più difficile per noi cavalli di piazza è lo stare in piedi. Con le strade che fanno adesso curve lisce dure, se appena gela un poco, non si cammina più; si pattina. Io, se sapessi fabbricare una strada, me la farei tutta dritta, piana morbida, con ogni tanto qualche sacco di biada Ma le strade le fanno quelli che noi dobbiamo trascinare in vettura, per modo ch'essi non ci pensano, e bisogna che noi s'inventi la maniera di tenerci dritti alla bell'e meglio, come si può.

Io sono andato sempre d'accordo con i miei padroni, forse perchè ho un carattere dolce, e quando non esigono troppo li contento. Il mio padrone d'adesso è un vecchietto come me, che tiene la frusta solo per eleganza ma non l'adopera quasi mai. S'è accorto che tanto non ne cavava nulla, perchè io, più presto di quel che mi par giusto, non vado. Vi sono certi cavallini ancor giovini, un po' senza criterio, che a picchiarli con la frusta vanno più forte, e magari vanno così forte che si rompono il collo. Questo vizio l'avevo anch'io da polledro, ma finalmente ho capito il mestiere, e adesso la velocità me la giudico io, perchè in genere il padrone è un tipo che non si contenta mai: dopo il trotto vuole il galoppo, dopo il galoppo vuole la carriera, se gli fate la carriera pretenderebbe di volare! Dunque ho presa questa risoluzione: — ogni volta che mi frusti, io faccio un salterello per non irritarti, ma poi vado più adagio di prima. Così almeno capirai. — E di fatti ha capito. Questo esempio l'ho preso dagli asini, che sono cavalli mancati.

Sicuro, la vita bisogna subirla come viene; cercare d'adattarsi al caldo, al freddo, alla fame, alla frusta, e nel medesimo tempo avere la rassegnazione di sentirsi magari felici. È un peccato che se ne vada la gioventù perchè si perde la forza, ma invecchiando viene un certo buon senso, una certa calma, che fa sorridere su tutte le ubbìe della gioventù. Io, per esempio, non sono mai stato un cavallo focoso, ma mi ricordo che anni fa, quand'ero un bel grigio svelto e vivo, non troppo alto di statura, ma fatto, — non lo dico per vantarmi, — fatto a meraviglia, c'era una certa cavallina, anche lei grigia e tutta pomellata, con una coda e una criniera come non se ne son viste più, così carina che al guardarla mi pareva di sentire un certo non so che... una cosa bella, brutta, inspiegabile... una cosa che non ho mai potuto capire.

Finalmente una sera, stando in una scuderia di campagna, feci la conoscenza con un pezzo di stallone grosso e forte che pareva un selvaggio. Questo cavallone aveva una voce potente, e se appena sentiva l'odore d'una femmina, eccolo che diventava quasi matto, strappava tutto, corde cavezza finimenti... nessuno lo teneva più.

Io lo credevo proprio matto, ma invece, prima di addormentarci quel cavallone si è messo a farmi le sue confidenze d'amore. Non potevo capir bene, sicchè gli venni a chiedere spiegazioni, e lo stallone che rideva della mia voce sottile, mi istruì su la faccenda. — Diavolo! ma chi mi ha fatto questo?...

Infine, meglio così; meno delusioni, meno grattacapi. Ho dato maggiore importanza alla biada, e me ne trovo bene.

Ahi! se non m'inganno, quei due clienti mi vengono a rompere... il legno! Eh, lo dicevo io! mi sbaglio così difficilmente! Animo, coraggio! su, rompiamolo, e avanti...

* * *

(Dice la Comare:

«Oh, amico mio, finalmente!... Vedo un giovine uomo che cammina con insinuazione, guardandosi dietro... Mi pare bello e tormentato, ma ora si ferma come per attendere alcuno... Si muove bizzarramente, io non ho punto simpatia per questo giovinetto... Chiamatelo voi, che forse vi darà maggiore ascolto...»

Dice il Compare, sporgendosi dal terrazzo:

«Olà, buon passeggiatore!... chi andate voi cercando per queste vie solitarie nel chiaro di luna? Salite in fretta, che v'ho da parlare!»

Eccolo, e sale.)

=L'efebo:=

Io vado cercando un uomo che mi voglia bene; che fortemente mi voglia bene... che lungamente mi voglia bene... Oh, com'è dolce sentirsi voler bene! Senonchè l'amore della donna è vuoto... e solo muove in me un diletto che manca di penetrazione...

Io sono dolce, dolce, dolce... nondimeno amo la marzialità. Oh, gli scrittori penetranti!...

Conoscete una canzone che si chiama la Vispa Teresa? Essa dice: — «Vivendo, volando che male vi fo? Tu sì mi fai male...» Ma non importa; anzi meglio!

* * *

(Dice il Compare:

«Ahimè, sciagurato! Il Nobile Uditorio protesta! Come potete voi prediligere canzoni così puerili ed innocenti! Non vedete che la platea si sbellica dalle risa e fa mille divagazioni sul vostro conto?... Lo sdegno è grande per la vostra insulsaggine! così grande che la Commedia pericola di finire tra un diavolìo di fischi! Sciagurato! Non vedete che per ischerno vi si lanciano fiori? O forse ch'io m'inganno?... Cos'è mai questo? Veh! Un ramo di giglio! Solamente un ramo di giglio. Mistero!...

Dame Compiute, Nobili Uomini, ditemi verbigrazia quale fu la irata e casta mano avventatrice del giglio?!...»

Dalla platea risponde la voce apocalittica d'un uomo assai più tetro che la morte, il quale si leva in piedi e guata.

«Fu la mia! —

«Chi voi siete, verbigrazia, o grande magnanimo sconosciuto?»

«Io sono il Presidente-Apostolo d'una Lega di Pubblica Moralità, e vi ammonisco di cessare una Commedia, la quale da capo a fondo vitupera il buon costume!»

Grande brivido nel Teatro; alcune signore sbigottite per la voce profetica si fanno il segno della Croce. Un silenzio grande come l'attesa d'un miracolo invade la sala. Dice il Compare:

— «O poveri noi, che sciagura! E proprio quando mancano poche battute! Cadremo sotto i fischi per la colpa di questo giovinetto scellerato, il quale non seppe scegliere una canzone meno invereconda che la Vispa Teresa! O poveri noi, che mala sorte! per uno scemerello dolce dolce... ahimè troppo dolce! Che fare? Che scegliere? O magnanimo Presidente, ritto nel mezzo della platea come il Fato greco in una tragedia di Sofocle, vogliate non incrudelire su tutta una povera famiglia di comici che domani vedrà il suo teatro deserto, se pure non se ne mischino i tribunali! Venite voi stesso a diffondere dalla ribalta una parola che riscatti, e mondi l'aria troppo sonora di vituperio!... Deh, o lanciatore del ramo di giglio, salite quassù come ad un pergamo, venite celestialmente, o purissimo, ad implorare il perdono sopra di noi!»

Eccolo, e sale.)

=Entra il Presidente-Apostolo:=

Vade retro, Satana!

Ohimè!... ch'io sono costretto a vivere fra tutte le immondizie della terra! Perciò mi vedete camminare portando un ramo di giglio; questo amuleto mi salva e mi fa guardare la vita in bianco. Voi che non provvedete alla morale pubblica, non sapete, ohimè! quante cose immorali vi sono! Per non infamare le mie labbra nè ledere i vostri timpani religiosi, non profferirò il nome dei vizi ch'io, Presidente, combatto.

Vade retro, Satana!

Io sono il cacciatore indefesso delle cartoline pornografiche, di tutte le pitture o scritture od ammennicoli osceni che si vendono alla macchia! Mi tocca, ohimè! occuparmi di quelli scellerati, che per le strade, per i giardini, — e specialmente in primavera, — peccano contro il buon costume! Sono il lettore necessario di quei libri che fanno strazio d'ogni castità!

Vade retro, Satana!

O tempora! O mores! Stamane ho denunziato un romanziere al Procuratore del Re: egli descrive una donna nuda, — una donna che per di più è la moglie d'un suo parente!... — e con una sfrontatezza unica, seguita per tre pagine a lamentarsi perchè questa donna, — la moglie d'un suo parente!... — pur essendo nuda, scherza in mille modi, e volentieri, ma gli resiste. È infame! Speriamo questa volta che il Procuratore del Re non sia di quelli scettici che preferiscono i romanzacci moderni al soave libro, mondo come l'Eucaristia, che narra i semplici, oh, quanto semplici amori di «Paul et Virginie!...»

Ieri ho potuto finalmente sorprendere in una libreria che vende roba clandestina... una copia... brrr!... una copia della «Philosophie du boudoir» il solo... puah!... il solo che non mi sia capitato mai sott'occhi tra i libri da capestro di quel famigerato Marquis De Sade! Puah!... Non c'è neanche una vignetta... brrr!... Meno male.

Vade retro, Satana!

* * *

(Dice il Compare:

«Per amore di verità, Nobili Uomini e Dame Compiute, mi tocca dirvi che l'interruzione della voce apocalittica fu ancora una buona celia preparatavi da questo indiavolato Suggeritore. Stanco e morto non sa più che personaggi mandarvi, nè vuole venir meno all'intesa fatta con noi prima che scocchi, almeno su l'oriuolo del suo taschino, il minuto sessantesimo dell'ora dodicesima della Giornata.

Mancano al compimento, egli dice, minuti esatti ventitrè: non ridete, l'esattezza è il principio di tutte le buone azioni. Anche delle cattive talora, ma non importa: gli aforismi son belli per ciò solo che si possono capovolgere.

A questo punto egli v'ha tenuto in serbo un personaggio, che per essere addormentato nel sonno ipnotico potrà dire senza dubbio cose migliori di quelle che dicono i desti e molto vi rischiarerà eziandio, — se vorrete por mente, — sopra il significato e le mire che la licenziosa o frivola nostra Giornata contenne.

Trattasi di una sonnambula tutta farneticante per aver inteso il nome di Satana, e che già sarebbe venuta in scena se il buttafuori non l'avesse impedita. Ella è famosa di molti oracoli venuti a succedere in men che un anno, e mentre dorme di questo ipnotico sonno dice cose di tanta profondità che certo non le vengono da' suoi studi, nè dal misurato intelletto ch'ella possiede quando è desta. Vi sollecito a non raccapricciarvi nel vedere il suo pallido viso, gli occhi serrati, le mani brancolanti, la chioma pressochè irta, e sopratutto a non impazientirvi della estrema lentezza con cui parla.

Dopo la profezia della sonnambula il Cavaliere dello Spirito Santo prenderà da noi commiato, — e senza nemmeno salutarci, — come fin dall'inizio ci prevenne. Questo barbaro Uomo ha la sua maniera di vivere che alcun poco differisce dalla nostra, ma poichè non dobbiamo rivederlo, tanto vale che se ne vada come a lui piace. Gli siano leggere le strade per le quali condurrà la sua vita vagante, e trovi egli una casa dolce, buona e casta, che lo riposi prima della morte. Vada, col suo piccolo ronzino e col suo mantello buio, per assalire la potenza come a lui piace, ma quando l'avrà per la chioma, Egli è ben uomo da buttarla indietro, ridendo, come fece quel mattino che in piazza vollero giurare su la sua spada.

Egli, più che tutto, ha «compreso veramente il riso»: non quello degli altri, ma quel riso ch'è in noi. Forse, dopo aver camminato vent'anni, e per tutte le strade, con ira e con libertà, con forza e con pace, sempre in nimicizia col proprio ideale e sempre in derisione con gl'ideali altrui, quel giorno che avrà tra l'unghie i cernecchi di quella scarmigliata potenza, le dirà: — Vatti a far tingere, perchè sei vecchia, e mi fai ridere anche tu!

Rimane solamente una bellezza della quale non ha mai riso finora e forse, egli pensa, non riderà mai: — le rose.

Egli vi ha detto: — «Vale nec parce!» — e lo ripete; ma prima di andarsene come un'anima dannata nell'inferno, vi getta per tappeto ai vostri piedi canestri e panieri che straboccano d'una mietitura di rosai.

Non le vende, ha detto, le sue rose, però le dona; e le dona perchè vi camminino sopra quei piedi grevi che non sapranno mai far conoscere ai loro cervelli più grevi quanto sia divina divina divina, tra le primavere del mondo, la fioritura de' rosai!

Ecco, ed ora mi ricordo ch'egli vi raccontava una favola di due giardini...

Mancano al compimento, — egli dice, — minuti esatti quindici.

Vi saluta per la mia bocca in estremo l'Uomo che parlò tutta una Giornata e vi rimase buio; vi saluto per me stesso e per quella che fu la Comare della Commedia, oggimai quasi del tutto ravvolta nella tenebra dei veli, Dama di sole e d'ombra, bellissima etèra Meridiana.

Vedete: il glicine infoscato non più azzurreggia verso la Città lontana; il terrazzo magico non è più che una deserta vecchia strada, come s'incontrano talora nei viluppi delle antiche città morte; strade che la notte colma d'una perplessità quasi ladresca e dove un gatto che fugge, un cane che latra, un adultero che scivola, fanno quasi paura come apparizioni di fantasmi.

Fra poco vi passerà il decrepito illuminatore per accendere una piccola fiammella rossa nella chiostra dei lampioni...»)

=La sonnambula:=

Chi ha detto Satana?...

Vedo, nel sonno veggente, che l'imprecazione ha ucciso tutti gl'Ideali e vedo che Satana, fra i Cavalieri, non esiste. Questo arcangelo non ha combattuto! è menzogna! non ha combattuto nè per sè nè per gli altri, nè contro sè nè contro gli altri! è stato soltanto il confine... il confine gelido... il confine spento...

Vedo, nel sonno veggente, che tutte le verità sono doppie, che nessuna è vera.

Può esservi sole senz'ombra? Ombra senza sole? Mai.

Per l'uomo questa impossibilità è il confine.

Di tutte le parole, poichè le parole sono idee, l'uomo conosce il sole e l'ombra, nient'altro che il sole e l'ombra, nè può dividerle, nè può fonderle, perchè il suo cervello non possiede altra facoltà che d'essere veggente.

Per l'uomo questa facoltà è il confine.

Cercate nelle parole qualche altro senso che non sia nè sole nè ombra, nè mai nè sempre... che non sia tutto, che non sia niente...

Per ora le parole non son altro che Meridiane, dipinte su la muraglia d'una infinita prigione. Tutte le Meridiane dicono: Sole, ombra. — Sempre, mai.

Per l'uomo queste Meridiane sono il confine.

Cercate fuori dall'anima, cercate fuori dai sensi, cercate fuori dalle Meridiane degli arcangeli che hanno vinto, fuori dalle Meridiane degli arcangeli che non hanno combattuto...

Invertite: Mai sole — sempre ombra.

Invertite: Mai ombra — sempre sole.

Per l'uomo queste inversioni sono il confine.

Vedo, nel sonno veggente, «la terza via...»

Vedo, nel sonno veggente, ridere le umanità lontane...

Vedo, nel sonno veggente, nel sole... nel sole terribile... ahi, l'ombra... l'ombra!... non vedo più niente... Sì vedo!... come un fuoco... nel sole... più forte che il sole... più forte che tutto... la strada incendiata... che si avventa... sì!... sì!... che si avventa come un'ala... come un'ala rossa nell'infinito... e vola e canta... sì!... e la morte canta... e le Città camminano... ahi, l'ombra... l'ombra!... e le Città... camminano!

Pausa. Nel buio muore il teatro, muore il Sogno del Fato Moderno, ala e fiamma elica e musica della Città. Pausa.

=Entra l'accenditore di lampioni:=

Non è davvero possibile che una notte, per caso...

=Dio:=

No.

=Si chiude la Giornata.=

_Milano, Inverno 1914._

I centotrentotto Personaggi della Commedia sono:

Il Prologo Il Fato Moderno L'Orchestra in sordina La Città Il Compare, Cavaliere della Films. La Comare, bellissima etèra Meridiana.