Il castello di Trezzo: Novella storica

Part 9

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L’innocenza e la bontà dei costumi degli abitanti, la semplicità del loro vitto, delle vesti e di ogni abitudine della vita, la rozza e semplice forma degli edifizii, de’ templi, delle mura durarono in Milano fino a tanto che i Germani, superate le Alpi, incominciarono nel terzo secolo dell’era a molestare colle scorrerie l’impero. I romani imperatori, ond’essere più pronti alla difesa de’ confini che i Barbari tentavano violare, portarono la loro sede in questa capitale dell’Insubria, recando seco loro il lusso e la magnificenza, e fecero di Milano una seconda Roma. Massimiano Erculeo sul finire del terzo secolo, dopo avere abbellite Cartagine e Nicomedia, venuto in questa città, si diede ad ornarla con opere grandiose. Fu per ordine di lui che nuove fortissime mura, erette con grossi massi e munite di distanza in distanza di quadrate torri, cinsero Milano con un giro assai più vasto del primo. Nove furono le porte aperte in quelle mura; ed a ciascuna di esse corrispondeva un quadrivio, cioè uno spazio in cui concorrevano molte strade, un solo dei quali ritenne fino a’ dì nostri quel nome sotto il corrotto vocabolo di Carrobbio, che sta ove aprivasi in allora la Porta Ticinese. Le altre si erano la Porta Erculea, che trovavasi al terminare dell’ora contrada degli Amedei; la Romana, che era al cominciare del Corso presso la contrada della Maddalena; la Tonsa, al finir di San Zeno; l’Argentea, detta Renza od Orientale, al Leone; la Nuova, presso San Francesco di Paola; la Comasina, a San Marcellino presso la contrada del Lauro; la Giovia, al terminare di San Vicenzino; e la Vercellina, detta, come si vuole, di Venere, a Santa Maria alla Porta. Oltre queste mura, Milano fu in que’ tempi decorata d’un circo, d’un teatro, di varii palazzi imperiali, di molti tempii, fra i quali magnifico era quello di Ercole fuori della Porta Ticinese, la cui grandezza ci è ancora attestata da un avanzo delle colonne del peristilio, che stanno presso San Lorenzo. Ebbe monumenti ed archi di trionfo, il più celebrato de’ quali fu l’Arco Romano, che era una gran torre quadrata sostenuta da quattro immani pilastri, ornata di trofei, e formante una gran porta trionfale che esisteva ove ora trovasi il Ponte di Porta Romana.

Durante tutto il quarto secolo Milano gareggiò con Roma, e la vinse in fasto ed in potenza; ma al finire di quello s’ecclissò la gloria della nostra città, per non risorgere che dopo una lunga serie di anni. I destini del mondo stavano per cangiarsi. Torrenti di Barbari piombati sul colosso dell’impero di Roma lo crollarono affatto, e immersero l’Europa nelle guerre, nelle superstizioni, nell’ignoranza profonda. Sola, in tanto naufragio, una nuova religione, la cristiana, prosperava ed ergeva vittoriosa l’emblema di un divino sagrificio sugli altari dell’abborrito politeismo. Milano accolse la nuova dottrina allorchè essa era ancora in fiore; e l’importanza delle sue ecclesiastiche dignità fu pari a quella delle politiche. Ai vescovi metropolitani di Milano furono suggette tutte le città da Coira a Genova, da Brescia a Torino. Questo potere dei vescovi milanesi salvò in varie epoche la città dallo sterminio totale, e le ridonò un grado di splendore fra le città italiane.

Il primo colpo funesto fu recato a Milano da Attila, che, guidando gli Uni nel 452, assediò, vinse e pose la città a ferro e fuoco; mal ristorata ancora da questa offesa, nel 539 fu da Uraia, condottiero de’ Goti, riconquistata; e così acerbamente, come a lui dettava l’amore della vendetta, trattata, che più non apparve che quale ammasso desolato di ruine. Quasi tutti i monumenti della passata grandezza perirono sotto il gotico ferro, e appena ne rimasero i nomi.

I Longobardi, fattisi sovrani dell’alta Italia, cui diedero il loro nome, si rifiutarono di soggiornare in una città per gran parte distrutta; e scelta per loro sede reale Pavia, Milano venne posta nel numero delle minori città. Cinque secoli bastarono appena per ricomporre sugli atterrati avanzi di Milano, capitale dell’Insubria e residenza dei romani imperatori, una città longobardica, senz’ordine nella distribuzione, e con forma o gotica o affatto barbara negli edifizii, con poche chiese del gusto di que’ tempi, sparsi qua e là di spazii non riedificati, che divennero campi coltivati, detti Broli, Brere e Pasquari. I soli vescovi, che presero titolo d’arcivescovi, tenendo una corte cardinalizia, mantenendo con pompa la loro dignità, che dura stabile fra il continuo cangiare del politico dominio, divennero poco a poco quasi principi; e il popolo più a loro obbediva, che ai duchi e ai conti che qui sedevano governatori pei Longobardi e pei Franchi. Agli arcivescovi si deggiono molti ristauri ed erezioni di edifizii; specialmente ad Ansperto di Biassonno cui va ascritto l’ingrandimento della città dal lato di Porta Vercellina.

Guerre intestine ed esterne per frivole cause, ribellioni, sottomissioni, furono i fatti dei Milanesi sino verso il mille; nella qual epoca, sottrattisi al dominio degli Imperatori di Germania, si eressero in repubblica, che durò sino al 1162, nel qual anno furono vinti da Federico Primo Barbarossa, che presa la città la fece per la terza volta distruggere, non in modo però, come fu scritto, che tutte le chiese e gli edifizii venissero pareggiati al suolo, poichè varii fabbriccati costruiti anteriormente a quel tempo sussistono ancora a’ nostri giorni. Dopo replicate battaglie, stabilitasi la pace, i Milanesi rientrarono nella loro città; e la ricostrussero, tenendola dentro il giro di fortificazioni che aveano fatto contro Federigo, le quali consistevano in una gran fossa ed un terrapieno, detto allora Terraggio, che cingeva la città nella linea stessa su cui corre attualmente il Naviglio; e così stette sinchè nel 1330 Azzone Visconti, signore di Milano, fece dare a quel terrapieno la forma di mura, e fece costruire massicce porte munite di ponti levatoi, di stanze per le guardie, e di sarasinesche che pesantemente le chiudevano. Varie di quelle porte furono atterrate a’ dì nostri per abbellire la città, ma alcune ne esistono ancora presso i ponti del Naviglio.

Dentro questo giro di mura stava Milano quando Palamede collo Scudiero e l’Aríolo, dopo aver fiancheggiato il baluardo che divideva dalla città il convento e la chiesa di San Marco, arrivarono alla pusterla detta Brera del Guercio. Sebbene i cavalli, passando sul ponte levatoio, ne facessero rimbombare del suono delle ferrate spranghe la volta della porta, il portinaio, o si trovasse lontano, o negligentasse d’uscire per assicurarsi se erano cittadini o stranieri, loro non si presentò, ed essi procedettero innanzi.

Già la sera s’avanzava, e appena gli ultimi raggi del crepuscolo vedeansi leggiermente rischiarare i tetti delle alte case e le sommità dei bruni campanili e delle chiese: pochi passi dentro la pusterla, a sinistra folte piante, avanzo dell’antica Brera, cingevano il piccolo convento degli Umiliati, che stava ove ora s’innalza il palazzo delle scienze ed arti; più avanti si apriva la contrada, che s’internava ristretta fra alte case, le cui sporgenti tettoie ne aumentavano l’oscurità, ed offriva in quell’ora più l’aspetto di un sotterraneo che d’una via cittadinesca. In quella strada, preceduti dall’aríolo, posero i cavalli Palamede e lo scudiero, rallentandone il passo, perchè essa era, come tutte le altre di Milano, piena di inciampi e di buche, e nella notte pericolosissima. Non iscorgevasi luce alcuna, fuorchè quella di qualche rado lume che vedevasi trasparire qua e là dalle vetriate delle finestre di alcune elevate case; poche persone, di cui non si scorgeva che in nero la forma, vedevansi entrare ora in una, ora in altra delle porte che erano per la maggior parte già chiuse. Al terminare della contrada di Brera la strada s’allargava innanzi ad un monastero che era detto la Casa delle Umiliate di Blasonno; poscia restringevasi tosto alla chiesa di San Silvestro e continuava così ristretta sino a Santa Maria della Scala, che Palamede stupì di scorgere innalzata, non essendosene, quand’egli partì, che poste le fondamenta per ordine di Regina della Scala moglie di Bernabò.

Passata la Scala, entrarono in un viottolo che passava per mezzo alle ampie ruine delle case dei Torriani, che da settant’anni e più stavano ammucchiate là dove surse e si trova tuttora San Giovanni alle Case Rotte: proseguendo il cammino lungo il muro della chiesa di San Fedele vennero nella contrada di San Raffaello, una delle sei chiese che contornavano il tempio di Santa Maria Maggiore Iemale, la quale occupava una parte dello spazio su cui un anno dopo dovea innalzarsi il grandioso Duomo; e lasciata alla sinistra questa chiesa, ed alla destra Santa Tecla che le stava di fronte, giunsero al palagio del marchese Azzo Liprando. Serrata ne era cautamente la porta, cui ricopriva una lastra di ferro cesellata; e l’aríolo coll’impugnatura dello stocco battendovi ripetutamente, per ordine di Palamede, ne trasse un rumor forte. A quelle busse s’affacciò il portiere ad uno spiatoio, e addomandò chi fosse; «Sono Palamede (disse il cavaliero); non mi riconosci, o Gottardo?» Gottardo il riconobbe, e corse colle grosse chiavi a disserrare la porta e spalancare i battenti. Al cigolar di questi, al calpestio de’ cavalli sul lastricato del cortile, tutti gli abitanti della casa furono in moto: in un istante la novella dell’arrivo di Palamede vi si sparse; molti doppieri risplendettero sulle scale e sulle finestre. Leone e Guido, figli del marchese Azzo, discesero rapidamente all’incontro del cavaliero che amavano più che fratello, e si precipitarono l’uno nelle braccia dell’altro. Dopo lunghi amplessi, Palamede, salendo le scale fra loro e le altre persone della casa, entrò nella sala ove l’attendevano Azzo colla moglie Ricciarda, che l’abbracciarono teneramente, ed Adelaide loro figlia, la quale arrossendo ricevette e gli porse sulla fronte un fraterno bacio. Al primo sfogo di un’affezione viva e sincera succedette uno scambio d’inchieste e di risposte, ed uno interessarsi a vicenda delle disavventure e delle prosperità, che avrebbe protratto quel conversare troppo a lungo, se non fosse stato interrotto da Ricciarda, che consigliò Palamede a ritrarsi al riposo, di cui già da molto tempo abbisognava, e che in quella notte a causa della ferita, della cui doglia si risentiva, e dell’agitazione dell’animo, ardentemente bramava.

CAPITOLO VII.

La bellicosa ampia Milan di lieti Inni eccheggia, e di cantici devoti. Splendon del maggior tempio le pareti Per cento fiammeggianti auree lumiere. GROSSI.

Allorchè Palamede schiuse gli occhi dal sonno, che avea ristorate le sue forze e recatagli la calma nel cuore, splendeva già il sole sul rustico muro che di prospetto alla finestra della sua camera chiudeva il giardino. La luce, gli addobbamenti, gli arnesi che ornavano quella stanza, destarono un’impressione vivissima nel suo spirito, che rinfrancato dal riposo si riaprì pieno di sensibilità alle tenere sensazioni. Ancora fanciulletto avea Palamede perduti entrambi i genitori. Alberto de’ Bianchi, conte di Velate, suo padre, essendo stato creato console di giustizia della città di Milano, era perito, vittima dello zelo pel pubblico bene, nella peste che desolò questa città nel 1361; e sua madre Gella Pusterla scese col marito nella tomba, uccisa dal velenoso miasma che le sue cure per lui le avevan fatto assorbire. Alberto andava congiunto in istretto parentado con Ricciarda, venuta allora a nozze col marchese Azzo Liprando, uno de’ più fidati di lui amici, per cui, vicino a spirare, fece ad essi loro consegnare l’infante Palamede, affidandogli la cura d’educarlo e d’amministrarne il ricco patrimonio. Troppo era sacra pel generoso Liprando la parola d’un moribondo amico, onde egli ne tradisse i voti usurpando gli averi, o trascurando pensatamente il suo pupillo: ciò che in que’ tempi sarebbe stato per un iniquo assai facile impresa, poichè ne porgevano agevoli mezzi e i molti chiostri, in cui racchiusi giovinetti inesperti venivano con lusinghe o spaventi forzati a vestir l’abito monacale, ed a rinunziare a doviziose sostanze, e i facili raggiri forensi in tanta confusione e assurdità di leggi, e le molte guerre, in cui se aizzato con mal consiglio un giovane guerriero rimaneva indubitatamente estinto. Azzo all’incontro tenendo sempre il giovinetto Palamede presso di se, ne coltivò con tutto il potere il mansueto animo, lo svegliato e dolce ingegno, la destrezza e la forza; e fece di lui uno de’ più compiti giovani signori di quell’età, che a tutti veniva proposto a modello di bravura nelle armi e di moderatezza e leggiadria di costume. Tante doti e il suo candido animo l’avean reso assai caro a tutte le persone di quella famiglia, dove era amato qual figlio e qual fratello, e nella cui casa, prima della sua guerriera spedizione, avea sempre dimorato.

Quante aurore nella sua infanzia e ne’ primi anni della giovinezza lo avevano veduto in quella camera istessa, nella quale nulla era alterato, risvegliarsi, colmo il cuore del sentimento felice che abbella la prima esistenza, e di cui non si perde mai la rimembranza, o colla mente assorta nei pensieri della gloria dell’armi, o nella speranza e le gioie d’amore! Trapassò al cavaliero come un lampo fugace della fantasia la memoria delle sue lontane imprese, e di ogni fatto accaduto; e ripensando ai dolci momenti che prima della sua partenza egli aveva in Milano e in quella istessa casa trascorsi, immerso nel pensiero della sua Ginevra, gli sembrava che l’ora consueta battesse in cui concesso gli era vederla nel di lei palazzo; e stava in questa soave illusione, quando un rumoreggiare di turbe e gridi di _Viva Giovan Galeazzo_, _Viva il conte di Virtù_, che a lui dalla sottoposta contrada salivano, gli ridestarono con maggior vigore l’amara riflessione della realtà: onde un dolor cupo l’invase, poichè pensò al suo ed al destino della fidanzata prigioniera.

Al tumultuare del popolo, ch’ora s’allentava, ora andava crescendo, si frammischiò il tintinnare delle campane delle chiese vicine e delle lontane torri. Palamede stette sulle prime in forse, fosse nata qualche sollevazione di plebe; ma distinguendo fra i suoni, a cui porse attento orecchio, il tocco grave e rimbombante della campana del gran consiglio, si persuase che dovea essere la chiamata a radunanza degli ottocento, onde stabilire qualche nuova legge o statuto: per tale fatto egli determinossi di recarsi fra il popolo, o riunirsi, secondo avrebbe dato il caso, agli uomini d’armi della sua parrocchia, di cui era uno de’ capitani, e al possedimento del qual grado tanto maggior titolo s’aveva per la fama di valoroso ed esperto acquistata nelle guerre dei Veneziani. Così operando, rifletteva fra se, gli sarebbe dato scoprire quali pensieri nutrissero i Milanesi intorno alla loro nuova signoria; e se nulla egli poteva intraprendere a favore di Bernabò, avrebbe cercato almeno di guadagnar l’animo d’alcuno fra quelli che avvicinavano il principe, onde ottenere che gli fosse conceduta in isposa Ginevra.

Entrarono in questo mentre i servi nella stanza di lui ad abbigliarlo, ed egli fece chiamare Enzel Petraccio, il quale si presentò recando una fiala d’acqua ch’ei diceva portentosa, onde rimedicargli la ferita del braccio, già quasi all’intutto rimarginata. Allorchè furono i servi allontanati, «Da che proviene (disse il cavaliero all’aríolo) il gridare di popolo e suonar di campane che già da qualche tempo mi ferisce l’orecchio? — Oh! (rispose Enzel) non vi potete immaginare, signor cavaliero, qual movimento ci sia quest’oggi in Milano! da che provenga, di certo io ancora non lo potei scoprire; ma parmi da ciò che si va narrando qua e là, che sia a causa delle novità che il signor Giovan Galeazzo ha ordinate, le quali debbono riuscire molto gradite a questa gente. — Pur troppo (mormorò fra se Palamede) Bernabò lasciò largo e facile campo a chi gli successe nel dominio di farsi amare dai soggetti!... — Per tutto (proseguì l’aríolo) s’incontrano uomini e donne festeggianti e genti allegre che fanno gli evviva; per tutto veggonsi ricchezze, che sembra che l’oro e l’argento sian caduti dalle nuvole; i soldati delle porte e delle parrochie hanno pulite le loro armature e infisse le penne nei morioni; i capitani si scorgono risplendenti come soli; le tuniche nere dei signori del consiglio appaiono in ogni strada, e dicesi che l’arcivescovo, i vicarii di provvisione e il podestà s’abbiano a raccogliere nel broletto nuovo. Non vi saprei ben dire quanti forestieri trovansi ora in questa città, tanto si è il loro numero: Pavesi, Veneziani, Francesi, se ne incontrano assai. Basta ch’io vi narri che a causa della solennità di questo giorno, per sino messer Beltramo speziale avea tutta adorna la sua bottega con paramenti, quand’io v’entrai per comperar quest’acqua, segreto mirabile che possiede egli solo, e mi narrò, che deve verso il mezzodì recarsi a Sant’Ambrogio, per porsi a fianco di maestro Arnolfo capo del Paratico degli speziali, il quale ha ad assistere al gran consiglio. — Ho grand’uopo, in questo giorno, dell’opera tua (l’interruppe Palamede abbassando la voce, e dispiegandola in modo d’additargli che gli confidava un importante incarico); tu devi recarti fra il popolo, ascoltare, penetrare, interrogando ciò che si pensa di Giovan Galeazzo e Bernabò e ritenere quanto si va dicendo di questo e di quello; scoprire, se puoi, quali siano i partigiani dell’uno e dell’altro, ed isvelare se il principe prigioniero possegga ancora qualche caldo amico; devi spiare cosa sente il nuovo signore ed i suoi, de’ partigiani di Bernabò, e se contro questi si tramino sorprese o tradimenti; e fra i forestieri devi porgere orecchio per udire se qualcuno mal vegga questa usurpazione di stati, e se ne mediti vendetta: in somma cerca di scoprire i pensieri, i divisamenti del popolo, dei signori, degli estranei, per riportarmeli fedelmente, poichè tutto io mi prometto dalla fina arte tua. — Non dubitate, signor Palamede, io farò tutto quello che sarà in mio potere per compiacervi; poichè vi assicuro che tanto la vostra, quanto la felicità della signora Ginevra mi stanno veramente a cuore — Ebbene sappi (rispose Palamede a tai detti, stringendogli una mano affettuosamente), quanto io ti debbo per avermi salvo da un assassinio, sarà un nulla nella misura della mia riconoscenza a fronte di quanto meriterai da me se giungerò per tuo mezzo ad ottenere la figlia di Donnina.»

Dopo queste parole, l’aríolo, fatta riverenza al cavaliero, pieno di allegrezza per la persuasione che possedeva la confidenza e l’affezione di lui, uscì aguzzando gli occhi, tutto in se raccogliendosi, torcendo il collo ed avanzandolo, come se si trovasse di già fra la moltitudine di cui dovea osservare i moti e raccogliere le parole. Palamede, preceduto da un valletto, lasciò le sue camere e recossi nella sala dove l’attendeva la famiglia di Azzo.

Quivi entrato abbracciò Leone e Guido, ed a Ricciarda, che amorosamente qual madre l’accogliea, baciò con trasporto la mano. S’immaginò bentosto la cagione per cui vedeva Guido involto in una bruna zimarra col nero berretto del consiglio, e Leone vestito a tutto punto d’una armatura lucente colle piume ondeggianti sul cimiero. Stava per ritrarne, interrogandoneli, più certa cognizione, allorchè spalancati i battenti della porta entrò colà il marchese Azzo. Una ricca veste di colore scarlatto broccata in oro lo ricopriva, e vedevasi su di essa nella parte che gli vestiva il petto, da destra ricamato lo scudo argenteo di Milano colla croce rossa, da sinistra due vipere ondeggiate, collocate paralellamente in senso opposto, chiuse in gira da questo motto in caratteri gotici colore di sangue: _Vipera victrix audet_, lo che era lo stemma della famiglia Liprando; tenea sul capo un berretto pure scarlatto con fiori d’oro, sotto cui rìcadeangli sul collo le chiome che incominciavano a incanutire; a fianco gli pendea una lunga spada in ricca guaina, e tale era l’abito dei vicarii di provvisione, uno de’ quali era appunto il marchese Azzo. I figli e Palamede al suo apparire gli si fecero incontro ad abbracciarlo; il marchese rendendo l’amplesso, e fissando con molta compiacenza gli occhi in volto a Palamede, ad un tratto si turbò, scorgendogli nelle pupille le lagrime che stavano per ispuntare. Palamede abbassò il capo; Leone e Guido si fecero muti, e tutti intesero qual segreta causa spingeva sul ciglio di lui quella stilla involontaria di pianto.

«Mio diletto figlio (rompendo pel primo il silenzio, disse il marchese con voce affettuosa rivolto a Palamede), conosco che tu sei già fatto consapevole del grande avvenimento che cangiò le sorti nostre e di tutta questa città, per cui vedi che siamo stati in oggi chiamati a riordinare e creare nuovi statuti, onde migliorare le condizioni generali della nostra patria. Se la mano di Dio e del glorioso Sant’Ambrogio hanno gravitato sul capo di Bernabò, egli, è d’uopo confessarlo, provocò questo castigo colle sue azioni, poichè eravamo oramai da’ suoi capricciosi scialacquamenti, dalle sue tirannie e dalla prepotenza de’ suoi figli ridotti agli estremi; nè sicurezza di vita, di sostanze o di onore più ci rimaneva. Ciò che al cuore veramente mi pesa, si è che la marchesa Donnina de’ Porri, mal fidente nella moderazione del conte di Virtù, s’abbia condotta seco in prigionia la tua Ginevra. Pensai quanto recasse affanno a lei l’essere strascinata lontana da queste sue native mura, pressochè nello stesso istante in cui tenea per fermo che il tuo ritorno avrebbe coronate le sue vive speranze; e sento per te quanto t’angosci una sì ardente brama delusa, da poi che tanto ti eri adoprato ad ottenerla. Ma ti conforta, mio Palamede, e t’assicura: Giovan Galeazzo è principe umano, saggio, generoso, egli non vorrà or certo opporsi a’ tuoi desiderii negando concederti che ritrar possi dal castello Ginevra; nè ciò ti negheranno Bernabò e Donnina che teco l’han fidanzata. Io, te ne accerto, non poserò in quiete il capo sugli origlieri che non abbia con tutte le posse adoperato per ottenerti la donna che il tuo cuore ha scelta a compagna.»