Il castello di Trezzo: Novella storica
Part 6
Attraversata l’Adda sulla zattera, a pena pose piede nell’isola, apparve maravigliato in veggendo fra quelle piante due bellissimi cavalli ir pascolando: si avanzò, e vide alla porta della capanna Mandellone e sua figlia, e dall’un canto starsi un estranio in abito da scudiere. Giuntogli vicino, l’oste il conobbe ben tosto, e facendogli gran festa si volse allo scudiere, che quello si era di Palamede, dicendogli: «Signor scudiere, questi è Enzel Petraccio aríolo, il quale è stato in paesi più in là di tutte le montagne le cento miglia: e’ sa tutto, e va per tutto senza neppure il soccorso dello spirito maligno. Standosi qui, ei sa vedere le cose che avvengono a Milano così chiare siccom’io dalla sponda veggo un temolo nel fiume.» Lo scudiere squadrollo più volte, indi sorrise, facendosi beffe della figura di questo singolare personaggio; e ciò si era perchè non gli garbava l’annunzio della costui onniscienza, poichè temeva non isvelasse le molte menzogne che, per farsi tenere in conto di guerriero valoroso, egli avea narrate all’oste ed alla di lui figlia: quindi si persuase facilmente che quanto di costui gli avea detto Mandellone, proveniva dalla di lui ignoranza, della quale ei stimavasi scevro siccome soldato ed uom di ventura. Chiamò quindi per ischerno ad Enzel se sapea che facesse in quel momento il boia di Milano: e questi, fisandolo con occhi grifagni, rispose all’istante che stava sulla piazza di Santa Tecla frustando uno scudiere poltrone. Diede a tale risposta Mandellone uno scroscio di risa, che intese da qual dente fosse morso lo scudiere; ma questi si irritò fieramente, e volendo ad ogni patto porre a terra la vantata scienza dell’aríolo, e beffarlo alla presenza dell’oste istesso e di Maria, gli fece gran numero di dimande sulla posizione e singularità di moltissimi paesi, certo di coglierlo in fallo, e così schernirnelo acremente.
Ma Enzel rispose a tutto, narrando le più minute particolarità de’ luoghi pe’ quali aveva viaggiato lo stesso scudiero, per cui questi, udendo che l’aríolo tanto sapea, e che d’altronde non lo smentiva, prese gradatamente interesse al parlare di lui, ed andava ripetendo, secondo i nomi delle terre che Enzel rammentava, le guerre e le avventure a cui era stato colà presente; ed aggiungeva molti fatti del valore del cavaliere che egli aveva ovunque seguito, non poco esagerando per vanità la di lui e la propria bravura. Quando Enzel si vide amicato lo scudiere, pel campo che gli porse a darsi vanto presso Mandellone e Maria di uomo famoso nell’armi, imperocchè quegli zotici prestavano piena fede a ciò che lo scudiere diceva a motivo che l’aríolo stesso sembrava e crederlo e confirmarlo, a lui rivolto disse: «Valoroso voi siete, e intrepido è il cavaliero che avete seguito, ed i suoi fatti onorano la nobile sua patria. — Oh al certo (rispose lo scudiere) Palamede de’ Bianchi sta fra i più prodi cavalieri di Milano; alla corte di Bernabò veniva stimato de’ più leggiadri di volto, e valorosi di braccio: egli diè prove stupende colla spada e la lancia ne’ tornei di Verona, ma più che in altri luoghi nel campo de’ Veneziani.» Quando Enzel intese che il signore di quello scudiere era un cavalier di Milano stato alla corte del Visconte, e che tornava da lontane guerre, gli nacque dubbio improvviso, potesse essere quel cavaliere l’amante di Ginevra: per cui si raccolse un instante; indi sorridendo guardò in viso allo scudiere, e gli disse: «Quante dame e ricche figlie di potenti signori avranno desiderato che il valoroso cavaliere vestisse il loro colore, facendolo trionfare nelle giostre e ne’ tornei?»
«Molti sguardi (riprese lo scudiero) e molte soavi parole erano a lui dirette; ma egli è ammaliato da una ciarpa che porta sempre sul petto, e da un nome che proferisce sovente, per cui quanto io mi curava di mostrarmi innamorato di tutte le belle figlie dei guardiani di castelli e delle damigelle che sfuggivano un istante sull’imbrunire agli sguardi delle loro gelose signore, altrettanto il mio cavaliere era riservato nel trattare con queste. Nè nei tanti castelli e palagi ove abbiamo albergato, mai un marito, entrando secretamente nelle sale della sua donna che con Palamede conversasse, colse questi in qualche atto per cui si sguainassero spade o pugnali. Ed io potrei far sacramento, che persino in Venezia stessa, che è la città dell’allegria e degli amori, tutte le lusinghe delle leggiadre e libere patrizie cadevano al nome di Ginevra. — Al nome di Ginevra,» ripetè ad alta voce l’aríolo, la pelle bruna del cui volto, raggrinzandosi, espresse un riso di trionfo; ma poscia accostatosi allo scudiere, e posandogli sulle spalle una mano, gli disse sommesso: «Credevate voi ch’io m’ignorassi che il cavaliere de’ Bianchi ama Ginevra la bella, figlia di Donnina de’ Porri e di Bernabò, e che ne va con pari ardore corrisposto? Conosco la storia degli amori di Palamede, come vedo in cuore alla figlia di Mandellone tutto l’affetto che ella sente pel di lui gentile scudiere.» La lusingata vanità di costui, che non gli lasciò scorgere quanto era facile l’avvedersi dai lunghi sguardi che a lui porgeva, e dall’interessamento con cui tutte Maria ne raccoglieva le parole, ch’ella era di lui innamorata, e l’avere udito l’aríolo nominare i parenti di Ginevra, che egli credeva che a sì rustica persona esser dovesse affatto incognita, produssero in esso lui tale meraviglia, che diessi a credere con tutta certezza ciò che di Enzel gli avea Mandellone narrato. Quindi gli fece grandi interrogazioni, da cui seppe lo scaltro aríolo schermirsi per non iscemare l’opinione che si aveva acquistata, pago in suo cuore d’aver quanto ei cercava rinvenuto.
Non sapea però Enzel rendere a sè stesso ragione della causa per cui lo scudiere si trovasse solo coi cavalli nell’isola di Mandellone; si volse all’oste dopo aver entro sè stesso pensato, e disse: «Chi detto avrebbe, o Mandellone, che l’erba del tuo prato, la quale non è brucata che dalle mule dei mercanti, o dalle rozze del priore di Caravaggio, dovesse essere mangiata da due sì bei destrieri? — E sì, rispose l’oste, che ne hanno già mangiata più d’un fascio, e non so se tutta basterà, perchè il cavaliere si è cacciato con un falso monaco insieme al Tencio e gli amici dentro il bosco: e il motivo di ciò non puoi saperlo che tu, che tutto sai; per me lascio lor fare quanto vogliono, perchè mi hanno tinta la mano col giallo dell’oro. Ma ho sospetto da certe parole che intesi pronunciare da quel frate e dal cavaliere sul castello di Trezzo, che si voglia ricondurre alla selva quel vecchio cignale di Bernabò, che il signor Giovan Galeazzo ha fatto rinchiudere nel castello. — Segreta è la tana del cervo (rispose l’aríolo assumendo un’aria misteriosa); ma le sue corna non giungeranno innosservate presso le porte di cui vegliano a difesa le spade e le alabarde.» E in così dire si accomiatò da Mandellone, che invano gli offerse una buona misura di vino brianzolo, e trasportato da Trado colla zattera, attraversò l’Adda, salì la sponda, penetrò nel bosco della strada di Concesa, e venne sin presso al tempio, che era quella stanza de’ ladri detta _la tana del cervo_. Colà si ascose fra le piante spiando, e vide in leggiera armatura uscirne dalla porta un giovane di belle forme, che si diede pensoso a passeggiare. Esaminollo attentamente, e vedendogli una ciarpa azzurra ritenne ch’ei fosse, siccom’era di fatto, Palamede; ma senza lasciarsi da lui scorgere, a pena ebbesi fitto in mente la sua imagine, chetamente ritirossi, e lieto di quanto avea scoperto rientrò nel castello.
Ginevra, nella cui anima gli artificiosi racconti di Enzel avevano reso più intenso il fuoco che la consumava, non seppe più a lungo resistere al desiderio di chiedere a costui, ove si trovasse il cavaliero oggetto de’ suoi sospiri, e se a lei sarebbe dato ancora una volta di rivederlo: poichè si era di già persuasa che vero fosse che l’aríolo conoscesse anche le cose che di lontano accadevano, non che i futuri avvenimenti, siccome la avea accertata Gabriella. Attese un istante in cui sola trovossi con questa, e le palesò che ella bramava avere una conferenza coll’aríolo. Nulla potea riuscir più gradito alla moglie del castellano che una tale richiesta, perchè alfine era sicura di penetrare la causa de’ secreti affanni che angosciavano Ginevra. Discese ella, e trovato Enzel che stava meditando una storia la quale contenesse tutto ciò che egli aveva scoperto per narrarla alla figlia di Donnina, ne lo avvertì che seco lei salisse nelle camere di Ginevra.
Era sull’ora del declinare del sole, e dal verone, le cui colorite vetriate stavano aperte, penetrava viva e serena la luce entro una camera ornata nella volta da arabeschi dorati; un ricco drappo cremisino a fiori d’argento ne vestiva le pareti, intorno alla sommità delle quali, in larga zona orlata da gotici fregi, vedevansi rappresentate le nozze di Bernabò con Regina della Scala. Nel mezzo della camera un liuto, che parea coperto da una sottilissima rete di madreperle ed oro, stava appeso con verde nastro ad un leggío di legno prezioso, intagliato elegantemente a fogliami, sul quale era stesa una pergamena coperta di note musicali, e sulla cui sommità posavano libri con ricche coperte ed aurei fermagli.
Sola, mesta, e tutta in un pensiero raccolta, stava colà Ginevra adagiata sovra un sedile, sul cui appoggio, che serbava le forme d’un drago d’oro alato, posava il destro braccio, su quello colla persona languidamente abbandonandosi. Cheto e quasi di soppiatto fu l’aríolo colà da Gabriella condotto, la quale tosto si ritrasse, recandosi a favellar con Geltrude e Damigella onde tenerle occupate. L’aríolo scoprisi il capo, e rivoltosi con modo rispettoso a Ginevra, animando il viso e dando cert’aria solenne di profetica ispirazione alla sua voce, le disse: «Fate cuore, o leggiadra figlia di Donnina, e ridonate il sereno alla vostra candida fronte, perchè io ho consultati i segreti vuoti dell’aria, abitati dagli spiriti invisibili, ho meditato sul soffio de’ venti, ed i segni formidabili delle nubi e dei lampi, e le potenze misteriose si sono accordate nel pronosticare un fortunato passaggio di pianeti sul vostro capo. Dall’oriente si levò un’aura che riposava da molto tempo, per disperdere le nebbie che si addensavano intorno a voi. — Che dici mai? (rispose Ginevra) è egli vero che è surta un’aura d’oriente che mi deve liberare dagli affanni che mi circondano? Oh soffii, soffii con forza quell’aura in questo cuore; la mia felicità da colà solo mi deve ritornare.... o dalla Vergine, che mi accoglierà nel suo grembo, quando avrò espiate le mie colpe. Ma ora mi spiega tu, cui sono palesi i profondi arcani e le cose ignote, che vuol egli significare il sollevarsi di quest’aura orientale? — Quest’aura a me significa (Enzel riprese) che un cavaliero cui cinge il petto una ciarpa azzurra, dopo essersi fatto acclamare fra i più prodi in campo chiuso ed aperto, ritorna valoroso alla nobile donzella, il cui nome fu sempre sulle sue labbra e l’imagine dentro il cuore.» Una gioia vivissima apparve a queste parole nello sguardo e nel viso di Ginevra. «Rieda (ella esclamò) il cavaliere a chi con tanti e lunghi sospiri ne ha incessantemente invocato il ritorno; ma come rivederlo (proseguì ella ricadendo nella usata mestizia) se io son chiusa fra le custodite mura di questo castello, cui nessuno può ardire appressarsi?»
Enzel le si accostò, fisolla in volto; poscia girando lo sguardo per la camera onde assecurarsi che le sue parole non erano da altri intese, le disse sommesso: «Datemi fede di eseguire ciò che vi dirò, ed io vi giuro per le tre punte del fulmine, che fra pochissimo tempo vi mostrerò il cavaliero che amate.» Ineseguibile parve sulle prime così fatta promessa a Ginevra; e sebbene ella ardentemente lo bramasse, e avesse fede eziandio nel potere dell’aríolo, tanti erano gli ostacoli che la sua mente le depinse opporsi a sì fatto disegno, che le sembrò impossibil cosa il mandarlo ad effetto, e temette un istante non volesse l’aríolo prepararle un inganno; ma trasportata dal pensiero della gioia che avrebbe provato se la promessa dell’aríolo si fosse avverata, non volle affatto dubitare di lui, ma pensò previamente assicurarsi di sua scienza con prove maggiori. Chiese quindi all’aríolo il nome del cavaliere e le di lui forme, non che i paesi dove avea guerreggiato; e dimandogli ove ella lo avesse conosciuto, da quanto tempo essi si amavano, e molte altre circostanze della loro affettuosa corrispondenza. Ed Enzel a ciò che avea saputo dallo scudiero satisfece con precisione: a tutte le altre domande rispose involgendo i concetti in oscure parole, e frammezzandoli colla narrativa di quei fatti che sono indivisibili da simigliante passione; per lo che tanto persuase la mente di lei, che le si affidò intieramente, e sicura che l’aríolo avrebbe condotto a lei davanti Palamede, gli promise di far tutto ciò che a quest’uopo fosse per imporle.
La notte istessa di quel giorno in cui l’aríolo ebbe sì fatto colloquio con Ginevra, si recò alla _tana del cervo_, ove trovando Palamede dormiente sui gradini dell’ara, lo condusse a traverso al bosco sino sotto al verone di Ginevra, e colà lasciandolo, dopo averlo ammonito di ciò che avesse a fare, penetrò pel sotterraneo nel castello, e salì inosservato nelle camere di Ginevra, recando l’involto che racchiudeva la lettera col nastro, che Palamede invano cercò dal Tencio far consegnare all’amante. Quando Ginevra vide Enzel entrare da lei a quell’ora, fra il palpito della speranza e del timor di un inganno, gli chiese se ei veniva ad adempiere la promessa che le aveva giurata. Enzel, senza rispondere alla sua inchiesta, svolse il nastro che rannodava il foglio, e glielo presentò, certo che Ginevra l’avrebbe riconosciuto per un oggetto che apparteneva a Palamede.
Non è esprimibile la maraviglia ed il trasporto con cui quella innamorata mirò, e riconobbe il nastro, che ella avea trapunto e rannodato di propria mano alla guaina della spada del suo cavaliero nel giorno di sua partenza.
Ella guardò fiso l’aríolo, e poco stette nell’entusiasmo della sua gioia, se non era la sua figura troppo stravagante e brutta, ch’ella nol venerasse come un essere potente disceso dal cielo per renderla felice. Applaudivasi l’aríolo in sè stesso di cagionare tanta contentezza ad una fanciulla, il cui grado e la cui beltà la rendevano sovra ogni altra interessante; ma sollecitandolo il tempo e il timore non venisse dalle guardie scoperto Palamede, disse a Ginevra: «Io vi assicurai che vedreste il cavaliero; e voi lo vedrete. Questi oggetti saranno però inutili per accertarvi che quegli che vi si offrirà allo sguardo sia Palamede, perchè l’occhio dell’amore ne scorgerà le sembianze anche al pallido raggio della luna.» Ginevra slanciossi a questi detti avidamente verso le vetriate onde mirare a piè del castello; ma Enzel ne la impedì, dicendole che tutto tornerebbe vano s’ella non eseguiva quanto era per dirle; e le intimò si recasse nella sala del verone, ed accompagnandosi col liuto intuonasse un canto noto al cavaliero: poichè alla sola sua voce questi sarebbesi a lei fatto palese. Ginevra eseguì infatti ciò che l’aríolo le impose, e fu solo quando ebbe dato fine al canto che affacciatasi al verone scorse brillare ai raggi di luna l’armatura di un guerriero, ch’ella immantinente riconobbe essere Palamede. L’aríolo, che in quel mentre erasi posto in agguato, onde gli amanti non fossero sorpresi, udì farsi qualche rumore, benchè lieve, nel cortile del castello; ed era una scolta, che avvedutasi della presenza di un armato sotto le mura, mandò ad avvertirne Iacopo del Verme, il quale, siccome gli s’indicò, veniva per assicurarsene alle stanze di quelle fanciulle: l’aríolo, udendo l’alternare dei passi di taluno che si appressava, ritrasse Ginevra dal verone, spense il lume, e uscito rapido qual lampo rasente il muro di un andito opposto si perdette nelle lontane camere superiori.
CAPITOLO V.
Quel guerrier, come ardito, invitto e franco, Si volse indietro, e vide il traditore Che ferito l’avea nel lato manco, E gridò forte: O crudel peccatore, A tradimento mi desti nel fianco. PULCI. _Il Morgante._
Sebbene Palamede fosse rientrato nel bosco prima di essere scorto palesemente dagli uomini d’arme, che facevano la scolta sull’alto della bastita, e l’aríolo fosse scomparso senza essere veduto dal loro capitano, pure non era ancora surto il mattino, che già una voce erasi sparsa fra le genti del castello d’uno straordinario avvenimento, accaduto la notte sotto le mura. E siccome la prigionia di un principe che avea per tant’anni signoreggiato, non che quella dei di lui congiunti, si riguardava come un avvenimento a cui dovevano concorrere cause soprannaturali, dicevasi quindi già averlo preconizzato la comparsa di una cometa a coda sanguinea, e l’essersi, come allora divulgarono gli astrologi, congiunti i pianeti di Giove, Marte e Saturno nella casa dei Gemini; oroscopo che si credeva fatale ai principi, al che s’aggiungeva il pronostico più patente e terribile del replicato scagliarsi dei fulmini sul palazzo di Rodolfo figlio di Bernabò.
Per tal guisa gli animi delle genti erano di leggieri preparati a dar fede a qualunque strana novella venisse narrata. E ciò tanto maggiormente, in quanto che sebbene Bernabò fosse da tutti come crudele e capriccioso tiranno abbominato, pure molti erano stati nella coscienza offesi dal modo con cui suo nipote Giovan Galeazzo lo aveva sorpreso e imprigionato, simulando un divoto pellegrinaggio alla Madonna del Monte presso Varese. La qual cosa a que’ tempi dava agio alle fantasie di mescere a tal fatto l’intervento di demonii, di vendette celesti, di spaventose apparizioni. Gli uomini all’incontro meno servi delle favole grossolane dai più credute, e conoscitori delle variabili ed armigere inclinazioni di che allora iva animata la plebe ed alcuni signori, non furono dal primo istante dell’imprigionamento di Bernabò senza sospetti di una rivolta a suo favore, contra il conte di Virtù. Quindi, secondo il modo che ciascuno dei militi che erano nel castello considerava nel proprio pensiero quel fatto, andava diversamente ripetendo le cose che si raccontavano avvenute la notte sotto le mura, e vi facea varie conghietture.
Nei cortili del castello, nelle ampie e rozze stanze delle torri, e lungo il porticato ove stavano i soldati ripulendo le armature, gli uni andavano dicendo che si erano la notte uditi per l’aria suoni e canti di angeli, e s’era veduta una gran luce a cui stavan per entro molte persone danzanti in candide vesti: ciò che era segno di un felicissimo avvenimento. Altri sostenevano al contrario, che ad un tratto videsi ardere il bosco di Trezzo, e comparire al piè delle mura del castello un gran demonio lucente, che cantò con voce femminina per addormentare le guardie, e così divorarle; e che non vi riuscendo, si era gettato nell’Adda. Ma negli appartamenti superiori, i principali fra i caporali di lancia che si erano raccolti, con Iacopo del Verme, dal capitano Gasparo Visconti, pensarono esser potesse qualche tradimento con cui si avesse tentato sorprendere quel forte onde liberare i prigionieri, e determinarono doversi addoppiare la vigilanza, e spedire a Milano ad avvertirne Giovan Galeazzo.
La novella pervenne ben tosto anche all’orecchio di Bernabò e suoi figli, non che di Donnina e di frate Leonardo. Accesi tutti dal desiderio e dalla speranza della loro liberazione, credettero esser potesse alcuno de’ loro amici e fautori di Milano, o di altra città soggetta al dominio di Bernabò, che radunata gran mano d’uomini, venisse a trarnelo da quel luogo di prigionia. Il vecchio principe per le lunghe esortazioni del frate eremita, con cui l’andava dissuadendo della vanità delle terrene grandezze, e gli infondeva in cuore, coi consigli della religione, la pazienta nelle traversie, invitandolo a sofferire quel doloroso rovescio di fortuna ad espiazione delle proprie colpe, aveva piegato l’animo a deporre ogni desiderio di grandezza e di signoria; e innanzi all’altare della Vergine avea promesso che nessun altro pensiero sulla terra lo avrebbe padroneggiato fuorchè quello di un amaro pentimento de’ suoi peccati. Appena però gli balenò allo sguardo un lampo di speranza di riprendere il potere de’ suoi vasti dominii, la brama d’impero, di vendetta e di tirannia, che avea messe radici profonde nell’omai decrepito suo cuore, si risvegliò con somma violenza, squarciando quel velo di forzata sommissione penitente a’ decreti della Provvidenza, creata più dalla necessità delle cose, dallo spavento della disgrazia e dei rimorsi, che non da vero sentimento di pietà, troppo straniero all’orgoglioso, fantastico e nella crudeltà corrotto animo di Bernabò. Quando egli ebbe udito che correa voce essere stati veduti nella notte soldati estrani aggirarsi intorno alle mura del castello, e che forte dubbiavasi fossero stati spediti per liberarlo, d’un subito i lineamenti tutti del di lui viso, piegati a mestizia ed abbattimento, furono animati dall’avanzo di quel fuoco guerriero che tanto, durante la sua vita, l’aveva agitato: quindi fieramente alzando il capo con tuono d’impero, mirando in volto a’ suoi due robusti figliuoli, e girando lo sguardo alle armature che stavano appese come trofei intorno alle pareti di quella sala, parve loro accennasse che ad ogni evento ei non sarebbesi con essi rimasto inoperoso.
Rodolfo, inteso il cenno del padre, strinse colla sinistra la mano a Lodovico; e protendendo la nerboruta sua destra, assecurollo silenziosamente ch’egli ne agognava l’istante. Donnina, a cui non facevano illusione que’ vaghi racconti, ma sempre tremava che irritandosi, o insospettendosi Giovan Galeazzo non venisse inasprito il trattamento di Bernabò, e frate Leonardo del pari, a cui solo stava a cuore la di lui eterna salute, gli si fecero incontro per rattemprarne lo spirito esaltato, e Donnina gli disse: «Volesse il Cielo, che ai nostri amici di Milano avesse conceduto San Giorgio la sua lancia e il suo cavallo, che a quest’ora non sarebbevi più dentro le otto porte un solo dei militi del conte di Virtù nè de’ suoi Francesi! E potrebbe anch’essere vero quanto si va dicendo degli armati, che questa notte furono veduti tentare di sorprendere questo castello; io però credo esser questo null’altro che ciance de’ soldati, sparse fors’anco ad arte dai capitani, per tenerli in maggior vigilanza, o per trarre il vostro generoso e ardito cuore a qualche movimento, che riferito a Giovan Galeazzo aumenti verso di voi e di noi tutti l’odio ed i suoi scellerati disegni. Ond’io scongiuro voi ed i vostri valorosi figli per l’istessa vostra salute a nulla operare nè dimostrare che vaglia ad infondere sospetti in chi ci tiene qui rinchiusi, perchè non abbia la loro mano ad aggravarsi sopra di noi: e pregovi attendiate con pazienza la fine di questi mali, che se così piacerà alla Vergine sacrosanta, non saranno, siccom’io spero, di una lunga durata.» Frate Leonardo stava per avvalorare colle sue le parole di Donnina, ma Bernabò vibrò ad ambedue uno sguardo feroce, talquale e’ soleva allorachè minacciava un tremendo gastigo.