Part 4
Fra scìe bianche e d’oro, fra bagliori di gemme, fra il cupo tremolar dell’ombra passava la vita della piccola città sperduta da secoli nelle sue lagune, mentre nell’aria dalla chiesa di San Mauro, da Santa Maria in Aula Regia, dalle chiese del Carmine e del Rosario andavano squilli e suon di doppî e tocchi lenti di campane gravi. Il sole ascendeva con le allodole negli estremi campi del cielo. La luce, il colore, il suono, i tre signori di Comacchio, stendevan la loro ghirlanda.
E le giovanette partivano per le _fondamenta_ a gruppi di tre, di quattro, dandosi di braccio e cicalavano, ridevano, fra ombra e sole nel folgorio dei loro zendadi bianchi, turchini, gialli; nel ritmico battere dei loro zoccoli.
Serenella andava prima come la più bella fra le belle; era un muto riconoscimento delle compagne.
Salivano le scalinate dei ponti, gioconda teoria giovanile; ascendevano lentamente quasi procedessero verso un’ara lanciata nella luce fra cielo e acqua; si stagliavano, sottili ed aggraziate, nella piena luminosità dell’aria, un attimo, per ridiscendere all’opposta riva e scomparire.
A quell’ora Giovanni della Nave ed i figli erano seduti su le rozze scalinate del ponte del Borgo, insieme ai compagni e fumavano silenziosamente grogiolandosi al primo sole. L’opera loro era compiuta. Verso l’alba tornavano dalle lagune dopo aver tentato la pesca vietata e il giorno potevano trascorrerlo in pace sonnecchiando. Solo chi aveva avuto la mala sorte, scivolava col suo battello nel _Campo dei Poveri_[2] ed ivi, ritto su la prua, la fiocina levata nel braccio destro e l’occhio fissamente intento ad ogni guizzo nel cuore delle acque, attendeva la misera preda che tanto gli desse da non morir di fame.
Omero si attardava in casa, seduto sul focolare, intento a qualche faccenduola per la quale si credeva abilissimo; io, vicino a lui, scorrevo quei pochi libri che egli aveva salvato dalla comune vendita riponendoli nelle bisacce in attesa di tempi migliori. Secondo un suo curioso senso di elezione, aveva serbato: la _Sacra Bibbia_; l’_Orlando innamorato_ del Boiardo e la _Grammatica latina_ dello Schultz.
Un giorno in cui una strana malinconia non mi dava tregua, Omero mi si avvicinò sorridendo e mi disse:
— Ho io la medicina per te.
Raccolse le bisacce da un canto, ne estrasse, dal fondo, dall’intimo fondo, i tre libri che erano incartati accuratamente e me li porse:
— Ecco, sollevati. Io non potrei dirti niente di ciò che ti diranno loro.
Poi si volse e non volle ch’io lo ringraziassi perchè, secondo la sua logica, solo i servi dovevano essere ringraziati.
Già da cinque mesi eravamo ospiti di Giovanni della Nave nè pensavamo a riprender la via. Era giunto l’autunno, Omero aveva detto:
— Prima di ripartire voglio compiere la stagione del sale.
Lavorava alle saline e portava gran parte del suo guadagno a Giovanni della Nave per il vitto e l’alloggio. Io mi ero addestrato alla pesca notturna. Pietro e Zalèbi, i figli di Giovanni, mi erano stati guida e consiglio. Pietro aveva venti anni, Zalèbi ne aveva diciotto; erano due giovani belli e fieri che la gagliarda vita di lotta continua aveva reso anzitempo pensosi. Zalèbi aveva cercato accostarsi più all’anima mia; nelle ore di sosta, più di frequente mi sedeva a lato interrogandomi su varie cose che gli piaceva sapere o narrandomi le sue avventure di pesca. Era molto fanciullo ancora benchè in apparenza sembrasse uomo maturo per la sua gravità.
A sera, allorchè, prima di partire alla ventura notturna, ci si trovava tutti seduti attorno al desco, Zalèbi m’era sempre vicino, come un fratello buono.
Una notte eravamo a Campo Cona, soli nel lungo battello sottile; si sostava al largo, chè, alla Casona[3] di Farinello pareva ci avessero avvertiti.
— Hai udito il suono del corno? — mi chiese Zalèbi.
— No.
— Tieni d’occhio il lume e sappimi dire se si spegne e si riaccende. Io guardo a Fosecchie, potrebbe darsi che gli occhi del falco fossero laggiù.
Le pupille dilatate e intente ai piccoli bagliori lontani, tacemmo. La notte era oscura. L’esile imbarcazione ondeggiava a pena. Se il lume della _Casona_, ch’era ordinariamente appeso vicino alla porta a piccola altezza dal suolo, non gettava di continuo la sua immobile luce a traverso lo spazio ma, a vicende ineguali, compariva e scompariva, era segno che le guardie si erano messe in moto avendo molto probabilmente intravveduto un bagliore della nostra lanterna cieca. Passò qualche tempo nell’attesa. La lampada di Farinello non si oscurò neppure per un batter di palpebra, neppure per la rapida ombra di un volo. Si udiva il lento lappeggiare dell’acqua sotto la chiglia della nostra imbarcazione.
— Si muovono? — chiese Zalèbi.
— Dormono — risposi.
— Hai osservato bene?
— Non ho abbandonato un attimo la lanterna. E a Fosecchie?
— Fosecchie è troppo lontano. Solo Diavolo potrebbe vederci.
— È a Fosecchie, Diavolo?
— No. Questa notte credo sia a Farmello. Così fosse all’inferno come lo desideriamo tutti! Hai chiuso bene la lanterna cieca?
— È tanto chiusa che credo sia spenta.
— Guardala; ma non alzarla.
Mi chinai sul fondo del battello il quale ebbe una forte ondulazione e minacciò capovolgersi. L’imbarcazione era sì leggera che un soffio poteva sospingerla e il minimo urto rovesciarla.
— Fai adagio! — sussurrò Zalèbi — sei ancora inesperto. Se andiamo in acqua, per questa notte non si busca un soldo.
Mi risollevai con molta cautela, giocando di equilibrio. Quando ebbi ripreso il mio posto, Zalèbi, sporgendosi un poco, chiese:
— Hai perduto il _paradello_?[4]
— No, è qui sul fondo.
— Riprendilo e preparati che è meglio allontanarci.
Ci sporgemmo un poco sui due lati del battelletto pronti a riprendere l’avvio, allorquando si levò lungo e continuato nella notte un grave suono di corno.
— Hai udito? — chiese Zalèbi.
— Questa volta sì; ma è lontano.
— Credo sia sugli argini di Ussarola, a Campo. Era mia intenzione andare proprio da quella parte e si cadeva in bocca al lupo.
Un altro suono di corno, più lontano, si levò nella notte, simile ad un lamento disperso nella buia immensità.
— Sei pronto? — chiese Zalèbi.
— Sì.
— Allora, via!
Si udì contemporaneamente il tuffo dei forcini poi il gorgoglio dell’acqua tagliata con violenza dalla prua. Giunti agli argini di Campo Cona, saltati a terra, facemmo superare destramente il breve ostacolo al battello e riprendemmo la rotta. Così trascorse mezz’ora senza che l’un dei due dicesse parola.
La notte era profonda, tenebrosa; non altro si vedeva attorno a noi se non, a volta a volta, il lume lontano di qualche _casona_. La lanterna cieca mandava sul fondo del battello un piccolo sprazzo di luce. L’acqua si intravvedeva a pena per qualche bagliore destato dal momentaneo riscintillìo delle lontane lampade; non reggeva vento; era tutto intorno una muta profondità d’abisso.
— Fermati — gridò d’improvviso Zalèbi — qui siamo sicuri, riposeremo un poco.
Levammo i forcini. Il battello continuò per buon tratto la sua corsa, poi, onduleggiando fra un breve risciacquio, sostò.
— Anche questa notte Diavolo ha fatto la sua preda — continuò Zalèbi — Dio gli perdoni se cadrà senza farsi il segno della croce.
— Che vuoi dire?
— Voglio dire che i _fiocinini_[5] sono gente buona ma guai a chi li perseguita con odio. Diavolo ci odia, ci annegherebbe tutti se potesse. Ne’ suoi rapporti dice il falso per aumentarci la pena. Una volta l’ha scampata, una seconda volta non so se il colpo che gli toccherebbe fosse deviato!
— C’è qualcuno che lo ami ancora, per salvarlo?
— No.
— O allora?
Zalèbi scosse il capo in silenzio. Intravvedevo l’ombra sua. Era seduto a poppa, le gambe distese lungo le sponde del battello.
— Conosci Sita? — riprese.
— Non ricordo.
— Sita, la compagna di Serena; Sita, la figlia di Teodora. Viene tutte le mattine fino alla nostra porta ad attendere mia sorella. La rammenti?
— Sì — risposi dopo una pausa. Ricordavo infatti la figura agile ed altera di Sita; una figura di dominatrice.
— Diavolo — continuò Zalèbi — è il padre suo. Ella sola ha potuto salvarlo.
— E perchè?
— Perchè c’è chi l’ama. — Dopo breve silenzio riprese: — Dammi la lanterna.
Glie la passai; l’aprì e l’infisse a prua sì che la luce si proiettò su l’acqua; raccolta poi la fiocina si rizzò leggermente su gli estremi bordi del battello.
Erto così, con tutta la persona, contro le tenebre dense; il capo inchino verso il punto luminoso; alta sul capo la fiocina pronta a saettare su la preda, stette immobile sorvegliando.
— C’è chi l’ama — riprese a voce spenta — e Sita è come una tanaglia: guai a chi l’accosta per amore, non potrà più dimenticarla!
Era nella voce di lui un tono passionato e triste che mi commosse.
— Le vuoi bene? — domandai seguendo un improvviso impulso.
— Perchè vuoi saperlo? — chiese Zalèbi a sua volta.
Non risposi chè non avrei voluto aggiungere parole di scusa ad una domanda che non aveva ragioni di sciocca curiosità. Zalèbi trasse la fiocina due volte e per due volte la sollevò con infitta nei denti la divincolante preda; udii ancora la voce di lui mormorare, quasi parlando a qualcuno che gli fosse molto da presso, vicino alla bocca:
— Le voglio bene!
Sentii ch’era in quelle parole una passionalità aspra, dolorosa; sentii che tutta la giovinezza altera di Zalèbi si piegava, come una fiamma sotto il vento, verso la creatura bella dall’anima oscura e n’ebbi rispetto; il rispetto religioso che destano le violenze d’amore. Egli aveva detto poco ma io intuivo che l’adolescente avrebbe fatto nessun conto di sè pur ch’ella avesse voluto; sentivo, per la voce di lui, tremante nella semplice espressione; per il muto concentrarsi delle sue energie intorno alla sperata dolcezza di tutta lei che si negava, forse, ch’egli era pronto a qualsiasi eroismo, a qualsiasi prova; che avrebbe ucciso o avrebbe cercato la morte con gioia, con la gioia della giovinezza ebbra d’amore, purchè Sita, dalle chiome color rame, avesse, sorridendo, offerta la sua tumida bocca al bacio; avesse piegato il pallido viso all’offerta.
Zalèbi soffriva. Sentivo lo spasimo intenso di tutto l’essere di lui e della sua carne.
— Spingi al largo — disse ancora con voce mutata e forte — Va adagio; punta il _paradello_ senza battere l’acqua.
Ci allontanammo verso il cuore della laguna, fra le tenebre. A quando a quando, sul fondo del battello, qualche anguilla catturata si dibatteva disperatamente nell’agonia. La preda era buona. Io vegliavo, gli occhi intenti nelle tenebre.
— Ferma! — gridò ad un tratto Zalèbi ponendosi in ascolto.
— Che c’è?
Udimmo il sibilo dell’acqua rotta violentemente da una imbarcazione in corsa.
— Sono le guardie? — chiesi.
Zalèbi saltò sul fondo del battello, riafferrò il forcino sussurrando:
— A destra, senza troppa forza.
Nascose la lanterna cieca e prese il moto ritmico del vogare. Non avevamo percorso trenta metri forse, allorchè una voce ci giunse dalla notte:
— All’erta!
— Dove sono? — chiese Zalèbi.
— Su gli argini della Cona.
— Hanno preso nessuno?
— Nessuno.
— Chi ci insegue?
— Diavolo e i suoi.
La voce si perse, lontana già nella corsa pazza.
— Spegni la lanterna — disse Zalèbi. Com’ebbi compito il comando, con voce rotta gridò:
— A sinistra, con tutta forza. Via!
Per quella notte ancora ci salvammo da _campo_ a _campo_, d’argine in argine fra l’affannoso rompersi del respiro e l’estenuarsi delle nostre forze esauste ormai.
Così trascorreva la mia vita, ed era così ch’io volevo si temprasse il corpo e l’anima mia, era a queste dure lotte per la fame e per la libertà. Ogni languore d’inerzia, ogni veleno di apatica inoperosità mi aveva abbandonato; sentivo la mia giovinezza come un inestimabile valore sul quale potevo far calcolo esatto. Alla prova non ero fallito. Omero poteva sorridere di compiacenza. Quando ritornava alla sera dalle saline, con le mani riarse, bianche e mi guardava negli occhi scrutandomi, gli chiedevo:
— Ebbene, vecchio brontolone, che cosa ne dici del tuo allievo?
Rispondeva:
— C’è tempo, è nulla ancora tutto ciò, c’è tempo!
Ma era contento; ma gli occhi suoi brillavano di gioia perchè mi amava più del suo pane e delle sue scarpe che serbava tutte avvolte, come novissimi oracoli, entro le bisacce, e non calzava mai.
Contento sì, se qualcuna non fosse giunta alla soglia del mio cuore, non fosse giunta a cantare su un ritmo stanco di onde, la sua malinconia. Ed era la dolce malinconia delle anime femminili che attendono e muoiono di speranza e si fanno udire sì belle che tutto il cuore ne trema. Ognuno di noi avrà colto la eco di un simile canto talvolta nella sua giovinezza, allorquando ogni senso intende con maggiore intensità.
Io udivo, io mi chinavo ansiosamente verso la dolce voce che mi giungeva da un silenzio; mi soffermavo così come ci si sofferma a volte ai limiti della landa ad ascoltare, da un’aia, il canto di una tessitrice ignota; — il cuore ne ragiona per dolcezza nuova e l’anima ne gode, presa per incantamento. Serenella era entrata nella mia vita come l’alba che reca, fra le nude braccia protese sul capo, una corona di stelle.
VI.
La minaccia.
Forse non era ancora tramontata la stella diana; forse l’alba non aveva ancora spento, col suo fiato di nebbie lucenti, le stelle che si attardano a tremare su l’estremo lembo dei cieli quando la cassa del telaio cominciò il suo battere ritmico, tranquillo fra lo stridere delle calcole.
Omero si rivolse sul giaciglio, grugnì, si soffregò gli occhi e, dopo un lungo respiro, volgendosi verso me chiese:
— Che ore sono, Duccio?
— È l’alba — risposi.
Aggrottò le ciglia, stette un attimo col capo fra le mani e riprese:
— Oggi è festa, mi pare.
— Non so.
— Che giorno è?
— Non ricordo.
— Tu non sai e non ricordi niente; ma in che mondo vivi?
— Nel tuo, se ho la tua stessa memoria!
— Hai ragione.
Dopo un altro breve pensare, conchiuse:
— Sì, è festa; dormo.
Si compose sul giaciglio, volse il capo verso la parete e non trascorse un minuto che aveva ripreso il lento respiro del sonno. Io non dormii, udivo il palpito del telaio. Serenella tesseva. La vedevo sotto la lampada accesa, curva un poco, ordire la trama quasi segnasse con la sua candida tela le bianche vie dell’alba.
Doveva serbare tuttavia nel viso, negli occhi grandi, la particolare espressione che il sonno imprime sui volti giovanili; qualcosa che è come la traccia di un ultimo sogno: un vago sorriso su le labbra, una profondità maggiore nella pupilla dilatata. Le guance di lei dovevano essere arrubinate dalla fatica del tessere.
Rimasi resupino guardando le travi ed ascoltando. Il palpito del telaio era come il palpito di un cuore, di un cuore antico che amava le sue vergini belle, perchè ne aveva cullato il primo sognare; perchè, giunta l’ora, aveva battuto, battuto e battuto per farle bianche e molli le lenzuola del corredo, le grandi lenzuola che dovevano avvolgere due creature. Oltre questo suono, non udivo se non, ad intervalli uguali, il richiamo che da cortile a cortile si mandavano i galli; gli anziani avevano un grido acuto e squillante fermo in poche note decise che si ripetevano esattamente uguali ad ogni ripresa; i giovani, i galletti di primo canto, mandavano un suono incerto, dolce, tremante che non significava un dominio, ma una timida volontà di vivere, di partecipare, di godere. Era nell’aria un festoso incrociarsi di grida per l’eterno saluto dei sacerdoti dell’alba. Ogni tanto volgevo gli occhi verso la piccola finestra che si apriva nell’alto, sopra un canale. Non appena le molli luci dell’aurora avessero acceso di nuove lucentezze i vetri, sarei balzato in piedi per togliermi da quel penoso attendere.
Non si era levata mai a tessere sì di buon’ora, Serenella; come mai quel giorno aveva infranto la consuetudine? Quale necessità, quale pena l’avevano tolta sì presto dal sonno?
Omero non si scuoteva più, dormiva del suo meglio, coricato sul fianco destro, le braccia incrociate sul petto. Vedevo il suo volto tranquillo, animato da un flusso di sangue, atteggiarsi di tanto in tanto a un sorriso, chi sa mai per quali visioni lontane, chi sa mai per quali sogni buoni; le labbra anche si agitavano talvolta quasi a parlare ma ne usciva appena un fiato, un mormorio indistinto.
Ad un tratto tutta la casa si aprì all’aurora: una voce si era levata, una sola voce che risuonò di vano in vano e si espanse al di fuori nella sua dolcezza piana.
— ... _e la figlia del re_ _si fece alla finestra_ — _oilà, lerì, lerà_ — _si fece alla finestra._
Serenella cantava. Doveva essere nato il sole s’ella cantava così senza tema di rompere il sonno ai parenti.
Cominciai il mio abbigliamento sommario senza che Omero si turbasse. Il battito del telaio scandeva a uguali riprese la voce di Serenella e la tela cresceva simile alla trama che la luna distende sul mare.
— ... _quando passò Artigù_ _il principe d’amore_ — _oilà, lerì, lerà_ — _il principe d’amore._
La bella leggenda fiorita per la voce di lei in quel primo espandersi di luce, passava su le mute case a raccogliere i sogni degli adolescenti.
Allorchè dischiusi l’uscio della stanza udii Omero che si rivolgeva sul giaciglio. Mi volsi. Era appoggiato sui cubiti e sogguardava dagli occhi sonnolenti:
— Che ore sono? — mi chiese.
— Dormi, è presto.
— Dove vai?
— All’aria.
— Tu non dormi, tu hai qualche pensiero.
— Neanche per sogno.
— Chi canta? — riprese, dopo avere ascoltato breve tempo.
— Giovanni della Nave — risposi sorridendo.
Era così pieno di sonno ancora che non discusse la risposta.
— E che fa?
— Tesse.
— Tesse?
— Sì. Mazapègul, il nano, gli ha chiesto una berretta. Ora lavora al fiocco.
Mi guardò negli occhi, disorientato; poi diè nel ridere, si rivolse fra le coltri e riprese sonno. Era tanto stanco che avrebbe dormito, senza scomporsi, fra un fragore di ruina.
Quando giunsi nella stanza del telaio, Serenella si era levata per ispegnere la lampada poichè dalla finestra aperta sul canale dilagava la luce dell’aurora.
— Buon giorno a voi, Serenella.
Ella si volse sorridendo.
— Buon giorno, Duccio. Come mai vi siete levato sì di buon’ora?
— Dovrei chiederlo a voi che avete aspettato l’alba tessendo.
— Vi ho disturbato?
— No. Non dormivo quando avete incominciato il lavoro.
— Non siete andato alla pesca questa notte?
— No.
Serenella aveva ripreso la spola; china un poco su l’ordimento mosse la pedana e lanciò la scorrevole navicella a traverso le fila per due volte, con un bell’atto delle braccia nude. La persona di lei sottile e il capo, il divino capo dai grandi occhi gemmanti, si inquadravano in semplice armonia nel vano del telaio.
— Il babbo — riprese ella senza distogliere gli occhi dal lavoro — è ancora da Simone, il lebbroso. Nessuno lo voleva vegliare ed è moribondo. L’avete veduto?
— Sì. L’altro giorno andammo da lui con Zalèbi a portargli un pane.
— Dice che la carne gli cade a brandelli — riprese Serenella levandomi in volto gli occhi vivi di una grande pietà.
— È terribile a vedersi, povero vecchio. Giace in una capanna, vicino a Sant’Agostino; i figli non lo vogliono accostare; a sera non c’è neppure chi gli accenda la lampada. Si lamenta e muore come una bestia sul suo strame.
— Noi lo abbiamo aiutato come si è potuto.
— Lo so, anima buona. Egli vi benedice.
— Che il cielo lo accolga! — fece Serenella e trasse per due volte la cassa a battere l’ordito.
Trascorse una pausa. Udimmo il frusciare dei _sandali_ che passavano nel canale; udimmo il primo busso degli zoccoli sui ponti e le calli:
— Come mai lavorate anche oggi?
— Debbo finire queste lenzuola.
— Sono per voi?
— No. Me le ha ordinate Sita.
— Va sposa, forse?
Ella si guardò attorno, poi rispose impallidendo:
— Non so.
Notai il suo turbamento e tacqui. Riprese a voce più bassa senza guardarmi:
— Rimarrete molto tempo fra noi?
— Fin che vorrete.
— Zalèbi vi vuol bene; difendetelo, Duccio, per carità!
— Ma che ha fatto?
— Sita è una strega; lo farà morire!
— Che ne sapete per parlarne così?
— Ah! Duccio. Non so nulla di certo ma è il cuore che mi avvisa! Zalèbi è forte e fiero nel suo amore; io so che la morte è niente per lui, ne parla come del pane e Sita — si guardò attorno ancora, prima di proseguire — Sita non lo ama.
Come si era rotto un filo dell’ordito, si chinò per riannodarlo.
— Ne siete ben certa? — chiesi ancora, dubitando.
— Gli occhi di una donna non si ingannano, Duccio! Conosco Sita fin da bambina. Ella ride e s’infinge e non conosce altro bene se non il suo. Credete forse che Zalèbi sia il primo a piacerle?
— Non so.
— Zalèbi è un bambino. Ella sa il male che può fargli e non se ne cura. L’amore di lui può piacerle per qualche giorno, e questo basta per la sua coscienza.
Rimasi pensoso qualche attimo, poi chiesi:
— E lavorate per lei?
Serenella arrossì di bel nuovo.
— No, debbo dirvelo sinceramente — riprese a voce spenta — volevo parlarvi e vi aspettavo. Io so che Zalèbi vi vuol bene come ad un fratello, non potevo pensare che al vostro aiuto. Così vi ho destato all’alba e speravo sareste venuto.
— Serenella, farò qualunque cosa per voi!
Mi guardò un attimo ma in quell’attimo vidi nelle pupille oscure di lei un’improvvisa luminosità che valse più di mille parole. Il bel viso ovale dal pallore delle ambre se ne animò rifulgendo. Qualcosa mi era apparso che mi accese di grande gioia sì che sentii tutte le mie energie giovanili salire impetuosamente come da un chiuso e rinvigorirsi in una coscienza di felicità promessa; una parte di me, ch’io ignorava quasi compiutamente, mi si appalesò; c’era dunque un sentimento, un luogo, una creatura che potevano acquetare il mio spirito? Qualcosa al di fuori, al di sopra della libertà? Io non mi ero sentito ancora così forte, non avevo sentito mai una simile dolcezza pervadermi e dal mio spirito dilagare a tutte le cose, a tutto il mondo; mi pareva che l’infinito mi ascoltasse, che la bontà dell’universo fosse racchiusa in quella dolcezza unica e grande, che la morte e tutte le cose oscure ne fossero umiliate.
Non mai come allora avrei accettato senza pena ogni sacrificio, ogni patimento. Il fiore della vita era sbocciato e l’anima mia ne era ebbra.
Serenella si levò. Il sole aveva superato i tetti delle case sorgenti all’altro lato del canale e, per oblique vie, era disceso ad irraggiare il telaio e a stendere macchie d’oro sul nero impiantito. Il suo passaggio era distinto dall’ombra con nitidezza in un fascio lucente.
— Guardate, Serenella, la vostra tela s’indora; pare abbiate tessuto fila di sole per vestirvi alla reale.
Ella abbassò gli occhi al telaio poi li levò verso l’Astro, disse piegando le mani:
— Così sia.
E rise come la sua giovinezza voleva.
— Se foste buono dovreste aiutarmi a preparare il mangiare — riprese poi gaiamente uscendo dal telaio — ma siete un buono a nulla.
— Volete vi continui la tessitura?
— Per carità rovinereste tutto. Duccio, non fate, per carità!
Mi corse appresso e come stavo per sedermi al telaio mi prese per le braccia ridendo. Sentivo tutta la persona di lei fremere contro la mia — un impeto di gioia ci avvolse.
— Non fate, Duccio, è dall’alba che lavoro!
— Debbo ubbidire? — chiesi volgendomi. Ci trovammo a faccia a faccia; ella non abbassò gli occhi; il suo viso, animato da una calda festosità, era acceso dal sangue.
— Siate buono dunque!
La strinsi alla vita (ella non si disciolse, gli occhi suoi si illanguidirono subitamente) e su la bella bocca di corallo e sangue strinsi la mia bocca nella delizia del bacio. Qualcuno tossì presso la porta. Serenella si disciolse rapidamente e, corsa ad accosciarsi sul focolare, finse attizzar le bragi.
Omero entrò. Recava una camicia a brandelli.
Fermo su la soglia, la faccia un po’ inclina, disse:
— Serenella, avrei bisogno di un ago e di un po’ di filo.
La domanda e il tono col quale fu mossa rinfrancarono la giovanetta:
— Che ne dovete fare? — domandò ella senza rivolgersi.
— Debbo rimettere all’ordine il mio corredo.
— Ci penserò io; non ve ne occupate.