Il Cantico

Part 17

Chapter 173,861 wordsPublic domain

All’angolo di una strada deserta ed oscura mi soffermai. Stridendo e sobbalzando sui ciottoli, il carro continuò la triste via. Guardai ancora Pavona, il bimbo taciturno, l’insieme di quel miserabile convoglio. Un uomo dileguava per sempre sotto il silenzio e le tenebre della notte. Ella sola gli era rimasta fedele, ella gli aveva serbato amore, ella piangeva quando tutti l’abbandonavano, lo seguiva quando era già nell’oblio del mondo, dimenticando sè stessa per lui che poco l’aveva amata, che molto l’aveva fatta soffrire! In quella bontà non era forse la divina scintilla dell’umana famiglia?

L’uomo passa vicino al tesoro con occhi vani e ricerca fra gli sterili fantasmi del suo intelletto la felicità che lo sfugge.

Ne avevo alla gola i singhiozzi, chè mi sentivo perverso innanzi alla bontà di quella creatura sola e sperduta su le vie della morte.

Guizzò qualche volta ancora rimpicciolendosi la fiammella del cero; un ultimo cigolìo si udì, un ultimo bagliore apparve, poi anche quel dolore annegò nell’immensa notte.

Quando mi tolsi da quel luogo e ripresi la via del convegno sentii che un mutamento si era compiuto nell’anima mia; si effettuava un ritorno. Riudii gli echi lontani del cantico della mia giovinezza ed al subito rifiorire, la vana finzione che mi aveva abbagliato cadeva come uno scenario che il chiaro giorno renda deforme.

Alle nove fui puntuale al convegno.

Il vecchio Sileno, l’onorevole Miaggi, mirabile espressione di umano ebetismo elevato a rappresentanza di un sistema, aveva fatto le cose a modo dimenticando una volta tanto la sozza avarizia, peculiar dote della famiglia sua. Tale elettissima virtù lo aveva innalzato, per il ben nutrito tesoro, nella considerazione degli uomini e del mondo chiamandolo ad esprimere, nel consesso dei più eletti lumi del paese, la volontà di un popolo di pitocchi infingardi.

L’onorevole Sileno (gli avevamo imposto il nome del vecchio compagno di Bacco perchè come cavalcatura preferiva l’asino) era arcimilionario, la qual cosa non impediva che madonna Primavera si dolesse della sua poca generosità e della meschina valutazione ch’egli faceva dei vezzi di lei. Comunque fosse, quella volta volle apparire generoso e vi riuscì.

Nell’ampia sala sfarzosa nella quale fui introdotto trovai già gli amici nonchè varie donne di gioia note ed ignote, alcuni personaggi del mondo politico ed un imberbe giovanetto di cui non seppi spiegarmi a tutta prima la presenza in un luogo che non era certo adatto all’edificazione della gioventù.

Madonna Primavera in una rosea veste composta alla foggia del 1830 e tutta adorna di esili rami di edera; i capelli esageratamente ricadenti su le guance tanto da ricordare due nere valve, da cui pareva spuntasse il viso timidetto come l’animaluccio dalla conchiglia, riceveva gli ospiti con squisita grazia di sorriso e di parole cercando atteggiarsi a quella Cleo de Mérode ch’ella aveva scelto come supremo limite di imitazione.

Era invero graziosa. Il visetto di bimba innocente, ed i grandi occhi ingenui le davano tale apparenza di candore da scambiarla per un’educanda. In compenso era sufficientemente sciocca.

Quando entrai conversava in disparte con Marta, formosa bellezza romana, celebre per le illustri persone che avea potuto onorevolmente ospitare. Data la somma intimità delle due etère, i mondani, compiacendosene, sussurravano avere esse intessuto un meraviglioso idillio saffico.

L’onorevole Sileno ritto in mezzo alla sala, sotto il lampadario, per mettere in piena luce i brillanti del suo sparato, discuteva con tre giovani appartenenti a ricche famiglie romane. Uno era fra costoro, Sismondo dei Sismondi, il quale più degli altri si accalorava nel dire e, tutto acceso in volto, lanciava i suoi aforismi all’onorevole Miaggi che li accoglieva stralunando e sbuffando senza intenderne probabilmente parola.

Lasciai l’onorevole Sileno alle sue prove oratorie nelle quali portava la sua innata virtù parlamentare e mi appressai alla comitiva che faceva capo a De Diensi. Udii Oddo Spiro, insolitamente animato, raccontare sotto voce i turpi misteri di una messa nera. E mi allontanai di nuovo. Forse era in me una soverchia insofferenza; forse la rivolta latente mi faceva aspro. Fino a quel punto avevo creduto Oddo Spiro in buona fede, non supponendo che egli potesse nascondere sotto l’apparente velo di castità, le più oscene degenerazioni del senso; quel suo brutale svelarsi, il compiacimento che poneva nel raffinato racconto dei minimi particolari della scena mi avevano acceso di sdegno e di commiserazione. Nella miseria avevo trovato gli stessi aspetti del vizio: i poveri non escono dal loro brago, i ricchi vi giungono per vie diverse, e gli uni e gli altri si fanno della vita letame.

La sala veniva animandosi sempre più. Giungevano le belle in abbigliamenti sfarzosi di ambigua eleganza e gli uomini impettiti nel loro grottesco abito da società creato forse da qualche ridevole gnomo implacato persecutore dell’uman genere.

Ed anche Sita apparve e con lei il marchese Di Narva ch’io vedevo per la prima volta. Era uno scheletro, un lungo scheletro rivestito da una pelle troppo bianca su la quale non appariva l’ombra del sangue.

Le spalle ricurve, le lunghe braccia pendule, il capo ricadente verso la concavità del petto, seguiva Sita a passo a passo con cieca fedeltà bestiale.

Quando levò un poco il viso n’ebbi ribrezzo. Gli occhi semispenti, atoni, dall’iride quasi bianca si fissarono su me senza luce; le labbra sottili s’incresparono ad un sorriso che infoscò ancor più le guance ombreggiate da una rada barba; mi rivolse una parola che non intesi e seguì Sita che si dirigeva altrove.

— Lo ha distrutto! — esclamò Giusto Sorani.

— Era già a mal passo prima di conoscerla — rispose Leonello Robbia.

— Ma non a questi estremi.

— Da un mese in qua precipita.

— Sarà la fortuna di lei — soggiunse Alanna. — Di Narva muore senza eredi.

— Questo mi spiega tutto!

— Dicono abbia fatto testamento a favore dell’Ines.

— Quella scema non può averlo indotto a tanto; non ne aveva l’arte. Per Sara la cosa è diversa e lo si vede dallo stesso atteggiamento ch’egli ha assunto. Guardate come la segue.

— Ne è rimbecillito!

— Se Sara raggiunge il suo scopo mi saprete dire dove arriva!

— Dove vorrà. È troppo bella perchè le possa essere vietata una sola soglia.

La guardai. Io pure, che da tanto tempo l’osservavo, non l’avevo veduta mai tanto bella. La sua persona aveva raggiunto la suprema grazia; pur mantenendosi fine ed elegante s’era addolcita ancor più. Era uscito interamente dall’invoglio il rosso fiore velenoso, dalla fatale malìa.

Ancora ne tremai: mi parve dover ricadere nel tragico incantesimo.

Non le parlai, quantunque per due volte mi facesse cenno da lontano perchè mi accostassi. Un’ansimante nervosità mi teneva, sul punto di infrangere l’idolo mostruoso. Non avevo ancora piena padronanza dell’anima mia.

Alla ricca tavola scelsi un posto remoto. Mi trovai fra Leonello Robbia ed una sciocca creatura la quale rideva di tutto, sì di una briccica di pane come di un elefante. Aveva l’idiosincrasìa del riso. Si sarebbe divertita oltremodo a veder crollare la cupola di San Pietro e simile gioia le avrebbe procurato il giuoco del capinascondere. Tutto era egualmente ridevole nel concavo specchio della sua intelligenza. Gli uomini l’amavano perchè era decisamente stupida. Si chiamava Giovanna.

La follia orgiastica incominciò come il simposio volse verso il suo fine; gli ultimi freni si disciolsero, e la bestia umana si appalesò in tutta la sua sozzura.

Il giovanissimo Batillo, che era alla destra di Eduardo De Diensi; il fine fanciullo dalla lunga capellatura bionda, dalle labbra soverchiamente rosse e dal perfetto viso fermo nel costante stupore dell’anima sua oscurata, fu tosto, più che le femmine, termine fisso del desiderio comune. Come ogni finzione era caduta, quell’accolta di satiri dalla vista obliqua non ebbe più alcun ritegno e corsero frasi e parole delle quali risento tuttora la nausea. Il nobile ritrovo avrebbe fatto schifo in quel punto anche alle femmine de’ porci.

Dove finiva mai la schietta urbanità che mi era parso intravvedere? dove s’impantanavano le brillanti dottrine edonistiche di cui il De Diensi faceva sfoggio?

Io non mi sentivo buono; non ero un dei loro, un corrotto. Avrei voluto vederli all’obelisco di Antinoo, al Pincio, trattati a scudiscio finchè la mala foja, umiliata e vinta, fosse caduta col loro spirito superbo, per sempre.

E si fosser levate le galle su quelle bianche membra da cortigiane! E il dolore che non sapevano li avesse resi alfine uomini fra gli uomini dolenti! Questo avrei voluto; questo grido si levava dall’anima mia inasprita a tanta turpitudine.

Nè si tenner alle sole parole sì come l’eccitazione si accrebbe, e il vino, le luci, i fiori, le grida, l’inconsueto sfarzo, il cibo soverchio accesero la loro concupiscenza.

Si udì un grido:

— Giovanna denùdati!

Fu il segno del furore. Si rivolsero a lei perchè era la più sciocca fra le presenti.

Ella parve dapprima renitente, protestò; ma poi il suo riso la vinse e si lasciò strappare le vesti da venti mani furiose che se la palleggiarono increspandosi e tanto più si attardarono quanto più l’opera volgeva al compimento.

Ad un tratto cadde anche l’ultimo velo. Un urlo ansimante si levò; gli occhi accesi di lussuria scintillarono cupi.

Fu fatta salire su la tavola: fra i fiori, i vasellami d’argento, le innumerevoli lampade elettriche. I capelli le si disciolsero. Qualcuno intonò sottovoce un canto itifallico, mentre l’oscena baccante, protese in aria due coppe ricolme, se le riversava sul capo contorcendosi nel suo folle riso. Le grosse mani, incise di verruche e di schianze, dell’onorevole Sileno si avanzarono a raccorre in due calici il vino che scendeva in rivoletti per il nudo corpo della femmina; altri lo imitarono; da ogni parte si gridò:

— Alla fonte, alla fonte!

E un’incomposta furia travolse tutte quelle anime farneticanti.

Poi venne la volta del giovanissimo Batillo. Già mi ero levato per andarmene allorchè un subito grido mi trattenne. Volsi il capo e vidi, proteso tragicamente dall’altro lato della tavola, il marchese Di Narva. Travolgeva rapidissimamente gli occhi stralunando, aveva le braccia stecchite, il volto paonazzo, le labbra strette con violenza come per un martirio orribile.

Rimase qualche secondo così, poi, prima che gli astanti si fossero riavuti dallo stupore, si levò in tutta la sua lunghezza spettrale con un rantolo, un urlo, per due volte annaspò per l’aria e stramazzò riverso.

Quando Sulpicio Alanna si curvò sul corpo disteso, un altissimo silenzio regnò intorno.

Accosciata su la tavola, a simiglianza di un’enorme rana, Giovanna riguardava dai tondi occhi inebetiti.

La trepidante attesa fu rotta dalla voce di Sulpicio Alanna:

— È nulla; uno svenimento.

Un subito mormorio accompagnò la buona novella. Approfittai dell’occasione per scivolare nell’ombra ed ecclissarmi.

L’aria notturna calmò un poco la mia eccitazione nervosa ma non tanto che non permanesse in me un senso di pena e di sgomento. Mi affrettai, corsi, quasi presago di una sventura imminente.

Fu quando stavo per entrare nell’andito di casa mia: un uomo balzò dal buio, mi afferrò per le braccia e con voce rotta dall’affanno gridò:

— Vieni, corri, insensato!... Serenella muore!

XXI.

L’altare del dio ignoto.

— Dèstati dèstati amore; dèstati dèstati a cantare! Sono giunte le nubi bianche, le piccole nubi altissime e la primavera è con loro, il viso del maggio; il tuo viso Serenella!

Tutto era venuto meno qua dentro, tutto si era oscurato nella mia casa e nell’anima mia quando sei sorto per me, mio piccolo cuore di sogno.

Levati, socchiudi gli occhi belli, piega le labbra al sorriso; da tanto tempo veglio in ginocchio il tuo sonno.

L’arco del sole era breve quando ci lasciammo; gli alberi dormivano e l’ombra loro si allungava su la terra; ora tutti gli orti sono in fiore; si è compito il miracolo di gioia, anima, e la capinera è ritornata, la tua piccola sorella.

Dèstati dèstati, il sole è fra le siepi degli orti dove sono i nidi degli usignoli e le vesti delle rugiade, dove saltellano i ghiri dagli occhi di onice tersa; è basso e si attarda ad illudere le umili cose che gettano una grande ombra.

Amica, sorella mia, la terra è tutta un giardino.

Chi viene dai confini del cielo? Non senti il sussurro intorno ai rami dei meli in fiore? La falcata luna, navicella d’opale, ascende in un mare di rose, dilegua nell’infinito e dalla siepe di un orto sperduto giunge il canto di un usignuolo dalla voce d’amore.

È l’amico nostro, Serenella; viene sul fior dell’erba, la fronte coronata di biancospino; giunge con occhi lucenti e prende la tua, la mia mano e bacia la tua, la mia bocca!

Vi è una porta sprangata, una porta ignota ai termini della tenebra ed egli con lieve mano l’ha dischiusa.

Lo senti?... lo vedi?... apri gli occhi stellari, Serenella; l’amore, il nostro amore è giunto! —

Sotto voce, lentamente io le cantavo così, sul ritmo di una nenia delle nostre terre, il sommesso invito, ed ella sorrideva socchiudendo gli occhi e le labbra.

La giovinezza di lei aveva superato il male; il miracolo si era compito in breve. V’è giorno nella primavera in cui tutte le pratelline si dischiudono come candide mani di bimbo dalle dita rosee.

Molto si vive di volontà. Ella era già su la pietra del muto confine, quando si era rivolta per il ritorno e risorgeva innanzi agli occhi miei ad ora ad ora per meraviglia d’amore.

Omero si aggirava intorno a noi muto e severo come sempre; ma io avevo sorpreso troppe volte nelle sue pupille chiare ed azzurre un rapido scintillìo fiammeggiante per non intendere tutta la sua contentezza. Evitava parlarci forse per non turbare la risorta soavità: si attardava nell’orto a dirompere le zolle levando il capo talvolta a sogguardare la casa tranquilla. C’era in quel suo gesto consueto una paterna bontà commovente.

Pensava che l’acqua, ripresa ormai la sua china, non avrebbe stagnato più fino al mare dove tutto si fonde in un’anima sola; in una sola luce. E se ne stava in disparte; pareva lo guidasse una timidezza estranea. L’anima sua rude e sensibile voleva farsi dimenticare; il solo pensiero d’interporsi l’avrebbe offesa. E talvolta lo dimenticavamo per l’amore che è una dolce solitudine di due anime.

Trascorsero giorni e giorni; passarono ore tranquille e serene nel gran tepore della stagione nuova e Serenella si levò dal suo sonno triste; si trascinò dapprima al mio braccio lentamente per giungere fino alla finestra, poi discese, si trattenne nell’orto, ogni giorno un po’ più, ogni giorno più animata, più colorita, più forte. Le gengive, le labbra, da pallide che erano, riebber il loro vermiglio; il viso rifiorì, gli occhi si fecer più vivi e l’anima con essi che dilagò in un nuovo sentimento d’amore a tutte le cose.

— Rinasco, Duccio; mi pare che solo da ieri io sia nella vita, da quando sei venuto. Chi può dirmi s’io vivessi veramente prima di adesso? C’era Serenella, ma l’anima di Serenella non c’era. Tu l’hai richiamata dal buio e che tu sia benedetto.

L’ascoltavo parlare tremando. Come mai avevo potuto farla soffrire sì brutalmente per una sciocca illusione?

La sosta all’aperto fu sempre più lunga, poi venne giorno in cui la bella, nata dalle acque turchine dei Sette Mari, riebbe la sua piena vita.

Quante generazioni erano passate mai per la casa silenziosa fra gli orti? La pietra della soglia era consunta; ma quando udivo lo scricchiolio dei calzari di Serenella, quando udivo la sua voce, il suo passo là dentro, mi pareva che il piccolo nido fosse sorto per lei sola e da tempo infinito l’attendesse.

Il nostro primo pensiero, allorchè, come un tempo, andammo per i romiti sentieri della campagna, fu per la terra lontana. C’è, nel rievocare, la stessa dolcezza del sogno. Le cose lontane si trasfigurano.

Parlavo a voce lenta ed ella ascoltava, assentiva, sorrideva. Fu così che per la prima volta, dopo sì lungo sostare, le nostre labbra si trovarono riunite in un impeto di gioia.

— Ricordi quando si levava dai monti lontani dell’occidente la stella dell’amore e della notte? In fondo alla laguna l’aria era più chiara e si vedevano i monti remotissimi di una terra sconosciuta per noi; da quei monti balzava la prima stella. Ti soffermavi con gli occhi lucenti: Che cosa porta mai l’astro della sera? — Io tacevo; si udiva solo il fremito delle sottili canne. Poi passavan sotto la nuova luna, passavano cantando, raccolte in lunghi sandali neri, le compagne tue dalla timida voce nei festosi ritornelli. Qualcuna andava a nozze fra il rosseggiare delle faci. Si udiva l’epitalamio, si udiva un singhiozzo d’amore. E le fanciulle? Le vergini dal piccolo zendado che stavano su le vuote soglie a sogguardare dagli occhi incerti e sognanti? Sarebbe venuta la loro volta? Che cosa portava mai l’astro della sera?

Scendeva la notte primaverile ed era sì dolce sostare all’aperto! Le vergini dagli occhi di viola, dal piccolo seno acerbo correvano per le _fondamenta_ con accese tede di biancospino: — Benvenuta primavera! Benvenuta sorella verde! — Voci timide ma soavi, ma belle. Passavano le fiamme a chioma lasciando uno sfolgorìo di falene subito spente e la città lagunare si cingeva di un diadema di stelle d’oro.

Ricordi il nostro silenzio? Avevamo un tumulto nel core. Così si sostava ogni notte finchè i pastori scendessero per il Bosco Eliceo a calpestare i primi gigli del freddo.

Ero giunto anch’io con le greggi a rompere il tuo silenzio. Da terre lontane, lanciato verso un sogno, mi ero soffermato a guardarti. Ma tu eri sì alta su la tua soglia, chi poteva giungere fino a te? Eri come un fiore sbocciato in un giardino chiuso. Eppure mi trattenni per il tuo primo sorriso!...

Dopo avermi ascoltato con gli occhi fissi lontano, nel cielo lontano dove smorivan le nubi, si volgeva ad un tratto e mi guardava intensamente quasi a rassicurarsi ch’ero ben io che parlavo; poi, gli occhi si addolcivano nell’acconsentimento.

Si seguiva a volte il corso dell’Aniene; a volte sostavamo sotto i grandi archi rossigni di qualche acquedotto in rovina o vicino a un disperso sepolcro ai limiti della solitudine.

A me fiorivan su le labbra i baci e gli inni; traboccavan su dall’anima commossa perdutamente. E Serenella ascoltava e taceva abbrividendo per la troppa dolcezza.

Eravamo arrivati a quel punto per foschi roveti; non sono pianeggianti le vie della gioia nè aperte e battute; avevamo quasi disperato della vita per giungere ma il cantico superbo dell’amore si levava ora, per noi, come un volo d’aquile scagliate contro il rutilante sole, nei cieli altissimi.

Che mi poteva turbare ormai? Non i pallidi compagni, gli elucubratori di sterili dottrine pomposamente drappeggiate nella porpora. L’abbagliante sfoggio dei loro paradossi non bastava a nascondere o ad abbellire il fine bestiale.

Non Sita. Senza odio e senza rancore, spenta l’aspra crisi in cui mi dibattevo peritando, era scomparsa per me anche l’immagine di lei.

L’amore non è fatto di violenza: Sita era trascorsa simile a una nave in fiamme sopra un cupo mare sconvolto da una tempesta notturna.

L’anima mia, in una chiarezza mattinale, risaliva alle sue origini di semplicità. Una volta ancora sentivo la gioia, la forza, il significato della vita. Ben temprato al dolore che non aveva saputo rendermi cinico, nè farmi schiavo, nè abbattermi, levavo una volta ancora la fronte al mio sogno, io che non recavo altro fra gli uomini se non quel poco d’armonia che aveva sorriso a mia madre dal piccolo mondo, dall’universo stellare. Il lavoro in cui ogni uomo lascia il segno della sua volontà su le brevi vie della terra e l’amore in cui l’anima s’imparadisa verso l’ignoto, questo il confine o meglio il ritmo della vita.

Avevo ben visto su la mia via orribili sciagure, tragiche disperazioni, rovine inenarrabili e avevo visto le creature colpite levarsi foscamente e fissare con occhi torti il cielo e scagliare a Dio la bestemmia e la maledizione. Il cielo splendeva sereno e l’affannata gente bestemmiava e malediceva sè stessa. Guai a chi si sente troppo solo nel mondo; guai a chi non conosce l’amore che è il divino segno della natura nostra.

Solo le aquile delle sommità, sanno soffrire e morire sdegnosamente nel silenzio.

Ma il grande stuolo deve rispondere alle sue leggi d’armonia, solo da queste si irradia la gioia e la pace.

Vivemmo in quei primi giorni del ritorno quasi inconsapevoli ancora di tutto il nostro bene. Era su la terra e nel nostro cuore una trasfigurazione gentile.

Io mi sentivo oppresso da una moltitudine di pensieri che non potevo esprimere; ogni mia sensazione si era affinata; il sorriso di tutte le cose aggiungeva un suono, un colore, un’idea al mio cantico fraterno; non dall’attimo nè dal tempo; non dal minimo nè dall’infinito discendeva in me forma o pensiero discordante. Serenella, la capinera degli orti, si stringeva al mio braccio sorridendo, sempre più bella.

Nelle ore in cui, per necessità di vita, riprendevo l’interrotto lavoro, ella sedeva in disparte a compire qualche sua opera femminile. Sedeva presso una finestra o passava per la stanza sì lievemente ch’io l’avvertivo appena.

Trascorrevano giorni dolcissimi. Il primo sole ci svegliava; il canto delle creature festose che spiano sui prati o fra le rame il ritorno dell’astro d’oro saliva alle nostre camerette ch’erano sotto ai tetti. Dalla finestra aperta irrompeva una deliziosa frescura; vedevamo le prime nubi rosee navigare per l’incantevole giovinezza del cielo. Come tremavano le anime nostre dietro le forme vanenti!

E di lassù, simile ad un annunzio solare, scendeva il trillo delle allodole, il canto che trema in note perdute e gorgoglia ed ha il fremito, il chiocchiolio delle piccole fonti.

I rami più alti dei meli che salivano a spiare dal piccolo vano delle nostre finestre, i rami tutti fioriti si tingevano lievissimamente d’oro. Talvolta ondulavano per il posarsi di una cincia fra corolla e corolla.

Mi appoggiavo al davanzale. Omero era già partito con la sua carretta. Il lontano orizzonte era chiuso dai monti Albani biancheggianti qua e là di paesi e di ville fino alla vetta di Monte Cavo. Dietro la grande ombra azzurra pareva si stendesse un incognito mare lucente.

Più vicino, la terra si raccoglieva nella sua fioritura. Oltre la siepe dell’orto mormorava un fontanile ombreggiato dalle rame di un pesco e nell’acqua tersa, dallo sfondo del cielo, spuntavano altri rami parimenti in fiore. Le rondini rasentavano guizzando con lunghe strida le acque dell’Aniene.

Ad un tratto dalla cameretta vicina si levava una voce, un canto dolce, poi udivo un lieve picchiare all’uscio.

— Duccio? Amico mio?

Appariva col suo zendado su le spalle, animata dal sonno tuttavia; superbamente giovane e bella. Fioriva il collo, nella sua soave nudità, dalle radici del seno al principio della gola dove ancor più si ingentiliva in una morbidezza di giacinto e il viso, bianco come un alburno, si ravvivava su le guance di un rossore tenuissimo. La mia bella Boopis aveva gli occhi sì grandi sotto il lieve arco cigliare e così puri! Tutta l’anima del mattino e della primavera si specchiava in quelle nere pupille!

Scendevamo nell’orto. Ella si riempiva il grembo di fiori per adornarne il mio tavolo da lavoro. Andava tacita fra pianta e pianta sotto il sole novello che le accendeva i capelli dello stesso color delle viole. La vedevo chinarsi con atti aggraziati. La figura sottile, dalla mollezza di uno stelo, non aveva mai disarmonie. Le sue stesse mani facevano sbocciare i fiori: non era ella la Primavera?

La veste chiara, la messe floreale, quel suo incedere lieve, quasi inaudibile per cui pareva sfiorasse la terra, e il nimbo, il gran nimbo d’oro del mattino che tutta l’avvolgeva compivano la grazia dell’incanto.