Il Cantico

Part 11

Chapter 113,935 wordsPublic domain

Si vide innanzi la sua Ravenna, ad un tratto (non ci pensava da tanto tempo ormai!). Era illuminata da un sole invernale; pareva tutta di marmo e d’adamante. Nel Candiano erano discese navi e navi, tante che l’acqua verde luceva in rigagnoli fra le loro chiglie e, al vento del mare, le vele stioccavano battendo sui cordami, su le sartie, sui grandi alberi superbi, o, allentate, s’increspavano come le acque, rapidissimamente, producendo un suono simile a quello delle prime gocciole di pioggia su le strade battute. C’erano uomini di tutti i paesi, scesi dal mare fino al piccolo porto che la Pineta lontana e morente più non sorveglia; gridavano e cantavano trasportando il carico dalle navi ai cantieri. Andavan seminudi, nonostante il freddo. Omero era ancor giovane; aveva forse qualcosa più di sedici anni, un niente. Tutti i giorni si trovava al Candiano. Qualche _paròn_ avrebbe potuto arruolarlo fra i marinai del suo bragozzo. Voleva partire.

Tanto nessuno si sarebbe accorto della sua lontananza. Sua madre gli era ignota perchè, per una vergogna insensata, frutto di una sciocca morale, aveva rifiutato la creatura delle viscere sue, non sapendo opporre al cinismo di una legge scritta nella supina incoscienza dei più, la maternità che è santa, la maternità che è un sacro mistero della terra. Era solo, e i soli hanno la nostalgia di qualcosa che li attenda lontano, sempre più lontano fino al giorno della morte.

Viveva allora nel sobborgo di Porta Adriana con un padrone che gli misurava le legnate e il pane egualmente; ma forse più di quelle che di questo. Doveva rigovernare i cavalli dello stallatico, star levato gran parte della notte e riposare sul fieno, accanto alle bestie.

Non aveva amici perchè era taciturno; soffriva in pace senza sentir necessità di comunicare ad altri la sua pena; si abituava fin d’allora allo stoicismo che doveva essere poi sua grande forza nel dolore.

Fra tutti coloro che gli vivevano intorno, una sola creatura gli aveva dimostrato attenzione assidua: una bambina, Donetta. Aveva tredici anni; era figlia di un domatore di cavalli e di una prostituta.

Cresciuta per le vie, usa, fin da quando aveva inteso, a tutte le scurrilità del trivio serbava, chi sa per quale dolcezza ignota alla sua stirpe, una sensibilità triste ch’era nel viso di lei come un segno di elevazione e di bontà.

Era graziosa, aveva gli occhi azzurri e i capelli neri, corti e ricciuti. C’erano degli angioli così, nei cieli d’oro delle grandi chiese antiche.

Una volta stava per essere travolta da un cavallo in fuga e Omero la salvò a rischio della vita di lui; da quel giorno Donetta rimaneva lungo tempo innanzi alla porta dello stallatico a guardare il suo grande amico in faccende.

Omero le aveva fatto qualche regalo, come poteva; qualcosa di adatto alla loro miseria. Donetta lo aveva ringraziato sorridendo e se ne era adorna. Vestiva sempre un grembialuccio turchino ch’egli le aveva portato dalla fiera delle Alfonsine e il viso di lei fioriva come un maggio sul colore soave del bordatino.

Ricordava che un giorno (era il pomeriggio di una domenica; il padrone se ne era ito a Russi, alla festa, e allo stallatico non c’era da fare) per evitar la gente che scendeva al sobborgo a bere e a ubriacarsi, s’era internato pei campi verso la solitudine della Pineta. Forse cantava l’aprile; le macchie di biancospino erano in fiore. Il sole volgeva al tramonto; non un uomo appariva nei campi. La terra era tutta delle anime solitarie. Vide due bimbi seduti su lo scrimolo di un fosso: guardavano il cielo che si angelicava allo smorire del giorno; vide un vecchio mendicante che tornava dalla questua in qualche paese remoto, e nessun altro. Le poche case che incontrava erano mute. Anche i queruli galli pareva sentissero l’imperare della grande anima taciturna del vespero; razzolavano per le aie senza cantare, senza gracidare, avvicinandosi al fico bigio che doveva dar loro asilo per la notte.

Omero godeva di quella pace solenne, sì grande che gli uomini intendono a pena, e non si sentiva solo perchè la Gran Madre era nel cuore di lui e gli parlava.

Poi i campi coltivati si tramutarono in praterie immense; poi la Pineta apparve.

Passò presso un gruppo d’alberi chini su l’arca di un pozzo. Erano vecchie roveri dal tronco schietto; ascoltavano l’eterna voce dell’acqua nelle viscere della terra. Una sola, in disparte, vegliava nella sua cecità possente; vigile sacerdotessa del sole e dei tesori oltresolari.

Quando Omero entrò nella Pineta il sole aveva la lucentezza del rame e ingrandiva sempre più, spegnendosi nel bacio della terra. Trascorse una torma di giumente bianche.

Era sì grande la dolcezza del luogo che il solitario pensò attendere la notte laggiù. Tanto il padrone tornando da Russi ubbriaco, come altre volte sarebbe caduto su le scale per non rialzarsi se non al mattino.

Errò lung’ora senza meta e quando fu notte se ne tornava in tutta pace ascoltando gli strani suoni della selva, guardando le stelle che spuntavano in grandi diademi fra le chiome arboree, allorchè intravvide poco più innanzi, su lo stesso sentiero che percorreva, un’ombra appena evanescente nel pallido bagliore stellare. Affrettò il passo e distinse una figuretta di bimba.

Andava a rilento affaticandosi sotto un gran carico di legna. I piedi di lei si affondavano nella sabbia; respirava a fatica soffermandosi di tratto in tratto. Forse, nascosta com’era sotto al grande carico, non aveva udito l’avvicinarsi di Omero.

Egli era molto forte e non pensò due volte al da farsi, disse:

— Aspetta, ti aiuterò.

Come la fanciulla ristette, le tolse il fascio di sterpi e se lo pose su le spalle come fosse un niente. La piccola tacque. Omero si avviò innanzi. La strada era lunga e nessuno dei due parlava. Ad un tratto la compagna silenziosa lo prese per mano ed esclamò dolcemente:

— Come sei buono!

Egli si volse colpito dal suono della voce e riconobbe Donetta.

Non dissero altre parole; ma Omero avrebbe voluto portare quel carico di legna fino ai limiti del mondo per sentire sempre la piccola mano nella sua.

La strada fu breve come un sospiro.

E poi e poi era ancora il Candiano con tutte le sue navi; erano le chiese grandi dove non si andava per pregare ma per vedere Iddio fra le nubi d’oro; era tutta la sua giovinezza che gli appariva laggiù, con l’immagine di Ravenna. E un giorno seppe che Donetta non sarebbe ritornata mai più e n’ebbe una scossa tremenda. Il dolce fiore di soavità era morto.

Da quel tempo si era gettato su le spalle le bisacce per non sostare mai più.

Ad un tratto si scosse, era giunta sul vento una grande ondata di suoni. Tutte le campane di Roma salutavano il vespero.

Si levò. La campagna era deserta, muta, senza un casolare; non aveva veduto mai terra più triste. Riprese il sentiero senza por mente ove conducesse. Gli pareva che il crepuscolo fosse cinereo; e la landa che percorreva era cinerea e senza fine.

Quando fu notte alta, si trovò alle porte di Roma. Si convinse così, che il destino non aveva voluto allontanarlo.

Tornò ai quartieri di San Lorenzo; mi seguì da lontano; vegliò, da ombra, su la mia vita.

Frattanto, più esperto e più fortunato di me, aveva trovato lavoro in un negozio di vino. Guadagnava a sufficienza per due, data la sua parsimonia.

Tutte le notti saliva le sudice scale della casa ove dormivo e veniva a origliare alla mia porta, poi ripartiva tranquillo s’io ero tranquillo.

Aveva saputo le mie sofferenze ad una ad una e il caso lo aiutò a scoprire la trama che si ordiva a mio danno.

Una notte, come al solito, era entrato nell’andito oscuro e stava per salire fino alla mia porta, allorchè si accorse che qualcuno scendeva le scale.

Per non essere scoperto si nascose prontamente nell’angolo più buio dell’andito e attese. Dopo non molto vide allo sprazzo di luce che s’insinuava dalla via, Matteo Adeva. Con lui era una donna.

Notò subito una strana somiglianza di volto, di voce, di gesti, epperò attese qualche minuto perchè si allontanassero un poco, poi, invece di salir le scale, uscì e rasentando i muri, cercando l’ombra, si dette a pedinare Matteo Adeva e la sconosciuta.

Si accostò tanto ch’essi andavano a pochi passi da lui. Finse essere ubbriaco perchè non gli ponessero mente.

Allora udì e l’incerto dubbio divenne chiara realtà.

Sita era a Roma da oltre una settimana; aveva seguito Serenella ch’era stata rinchiusa in un convento. Voleva vendicare suo padre.

Canticchiando e ballonzolando da un muro all’altro udì le oscure macchinazioni che i due venivano tessendo. Seppe che Sita, per fuggire a Roma, aveva fatto mercato della sua persona a Bologna; seppe che una vecchia bolognese le aveva indicato a chi avrebbe dovuto rivolgersi, alla capitale, per aver facilitato il suo compito; seppe che Catuba Sprillo, Adeva e tutti i lenoni della suburra, per la bellezza di lei e per il suo amore avrebbero dato nonchè la vita di Duccio della Bella, sangue di imperatori.

Allora Omero benedisse il suo destino e si pose all’agguato.

Spiò, vide ma non tanto che la trama non gli fosse sfuggita di mano. Chi lo pose su le tracce fu la lettera che trovò su la mia tavola. Era l’invito di Adeva. Allora riebbe l’agilità de’ suoi vent’anni e giunse a salvarmi prima che una sola lama si fosse levata sul mio capo a estrema minaccia.

XVI.

La casa del sogno.

— Non lasciarti fuggire la buona occasione — mi disse Omero — compì la tua strada; tutto andrà come abbiamo desiderato. Fra qualche settimana sarete insieme!

— Ha saputo?

— Niente ancora, non aver troppa fretta.

— Io mi rimetto a te.

— Allora cerca di essere guardingo. Addio.

— Quando ci vedremo?

— Ora non saprei dirtelo. Quando mi sarà possibile.

— Non tardare troppo!

— No. Addio, Duccio.

— Addio, Omero.

Si spinse innanzi la carretta carica di erbaggi e gettò all’aria il lungo grido di offerta che si perse nella solitaria via San Teodoro.

Alla sua sinistra lucevano, alte nel sole declinante, le boscaglie del Palatino emergenti in enormi ciuffi dagli avanzi delle ciclopiche costruzioni imperiali; alla sua destra si elevava una lunga fila di case silenziose e malinconiche nelle quali si apriva di tanto in tanto una botteguccia meschina.

Siccome era domenica e in quella via non erano osterie, non ebbe occasione di incontrare se non qualche straniero che se ne veniva rigido e tranquillo ammirando la superba visione del Palatino. Grande cosa fra povera gente; inutile memoria di forza fra una razza di giullari, come pensano benevolmente i popoli nordici.

Il giorno era sereno e l’aria tepida; pareva che l’inverno fosse esulato verso i cieli del nord e che il soffio della primavera giungesse a dischiudere le gemme.

Omero non mandava più il suo grido, tanto a quell’ora e in quella via non avrebbe avuto occasione di vendere un solo capo della sua mercanzia.

All’Arco di Giano, presso San Giorgio in Velabro, una vecchietta lo fermò. Riprese poi il cammino senza più sostare. Attraversò Piazza dei Cerchi e, lentamente, si spinse innanzi la carretta per la via di Santa Sabina.

Le ultime case si fermavano ai piedi dell’Aventino. Saliva ora per la viottola tortuosa, fiancheggiata da basse mura alzate a riparo delle misteriose ville che si innalzano sul colle silenzioso.

Il rumore della città nuova non giungeva fin lassù. L’onda alterna di suoni, il mareggiare continuo della vita si frangeva contro l’arce capitolina e una eco languida trascorreva sul Foro per spengersi nelle ampie caverne del palazzo dei Cesari. Lassù, fra le basse mura della viottola, era il magico stupore delle cose indisturbate. Esse vedono e sanno una vita che a noi è ignota. Il mistero le fa solenni.

A quando a quando, essendo la salita piuttosto ripida, Omero sostava a riprender fiato e allora, spentosi il cigolìo della carretta, non udivasi che qualche fruscìo scorrente oltre le mura lungo gli ignoti giardini, lungo le vigne che si distendevano intorno ad un casolare, sacro all’ombra di qualche pino ferrigno.

Le antiche divinità oscure dei progenitori nostri; le indefinibili e indefinite forze assunte all’adorazione in simboli vaghi; le voci che parlarono all’anima dei fratelli Arvali nei densi boschi, nei floridi campi, nelle desolate solitudini; tutto ciò ch’era paura, desiderio, esaltazione, tutto ch’essi riassunsero nel culto della _Dea Dia_ vive in quelle boscaglie compatte, sorgenti nel cuore di Roma e pur tanto lontane dalla sua anima nuova; anima torpida ancora per l’apatico languore che secolarmente la tenne.

Pareva che qualcuna fra le piccole porte che si aprivano contro il sol levante, dovesse dischiudersi e pareva dovesse erigersi nel vano, fermo su la pietra della soglia, il capo dei dodici fratelli Aratori, dei gravi sacerdoti dell’immensa natura. Avvolto nella toga pretesta, il capo cinto da una ghirlandella di spiche legata da una bianca benda; diritta la fiera fronte adusta e gli occhi profondi fissi su l’immobile taciturnità del bosco, lanciava levando le braccia, l’antichissimo grido di tripudio, una fra le prime voci articolate che l’anima collettiva di un popolo abbia sciolto all’aurora del suo benefico Iddio: — _Triumpe triumpe triumpe!_ — E dietro lui, nel grande dilagare del sole, rispondeva l’urlo della moltitudine prona ad adorare lo spirito immenso; il cuore del mondo, l’anima del sole e delle spiche bionde.

L’Urbe millenaria che fu altare a tutti gli Dei e tutti li distrusse per Uno all’ombra del quale raccolse le sue vittorie e le lanciò ad un nuovo trionfo, non sa dimenticare il primo suggello che le impresse l’anima salda de’ suoi figli agricoltori: il culto della natura madre e del suo mistero.

Come ad un punto, sotto le mura di un grande giardino, la viottola si biforcava, Omero volse a sinistra per la via di Santa Prisca, verso il convento perduto lassù fra i cipressi dalla chioma compatta, alta come una pura fiamma nell’aria senza vento.

Il sole che non giungeva fin su la viottola, si attardava a illuminare gli scarsi steli che crescevano a sommo delle mura; le rame sporgenti; i viluppi d’edera che rivestiva, in certi punti, la cadente rovina dei ripari; e si addolciva, sbiancando in bagliori d’oro pallido, sul nitor della calce o si addensava in una tinta calda, quasi sanguigna, su la fitta chioma degli oscuri cipressi.

Dall’ombra pareva a volte che le grandi piante, irradiate così dall’invisibile sole, si accendessero di un loro proprio bagliore a indicare una infinita via lanciata verso la soglia dei cieli.

Una vettura trascorse rapidamente sollevando un alto frastuono che si ripercosse e si perse lontano simile a un cupo rimbombo. Un pulviscolo d’oro impalpabile, si distendeva per il gran sereno, su gli alberi e su gli steli per rivestirli di quel suo aureo sfolgorìo, anima del sole morente.

Passò ancora il lento martellare di una campana; poi anche quel suono si spense, si diffuse nell’aria, lontanò verso altri silenzi. L’incantesimo della viottola tortuosa, ombreggiata a volte dalle grandi rame soverchianti, a volte più chiara fra i muri fioriti a sommo dai ranuncoli gialli, ebbe più intenso dominio. Dormiva lassù fra quella muta corona di giardini chiusi, fra quell’assieparsi di fronde che sanno la tacita ombra, dormiva fra i rigidi compagni del silenzio, Roma e, dall’abisso, il vigile tempo dalla gran chioma solare vegliava su quel sonno dal quale doveva balzare una volta ancora la dolce figlia sua per l’eterna vicenda dell’andare.

Ad un usciolo grigio che si apriva sul muro di un orto, Omero sostò e, con le nocche, picchiò tre colpi a distanze uguali, lentamente.

Non attese molto che l’uscio si dischiuse e un vecchietto apparve.

— Hai tardato questa sera — disse rivolto a Omero. — Come è andata la vendita?

— Bene; cioè, abbastanza bene. Lo sapete Paolo, nel pomeriggio non si busca troppo.

— Fa vedere — riprese il vecchietto avvicinandosi alla carretta. — Peuh! Non t’è rimasta gran cosa. Domattina si smercierà tutto.

— Così ce ne fosse! — esclamò Omero volgendo la carretta verso il vano della porta.

— Guardatevi Paolo — riprese: — Voi e la carretta non passate insieme.

Paolo si scansò e quando Omero fu entrato, rinchiuse la porta che cigolò sui cardini.

Si avviarono per un’andana fiancheggiata da alberi nani.

— Avete parlato con la superiora? — chiese Omero ad un tratto.

— Sì — rispose Paolo.

— E che vi ha detto?

— Puoi rimanere.

— Fin che vorrò?

— Fin che vorrai.

— Ma come le avete presentato la cosa?

— Capirai, non ci voleva molto.... — Si fermò a togliere con le mollette un po’ di seccume da una pianta:

— Non ci voleva molto — riprese rialzandosi e traendo un sospiro. — Io sono vecchio e l’orto è grande; poi bisogna avere un occhio anche al giardino. Venti anni fa ne avrei curato il doppio della terra; ma ora le ossa sono logore e non ci resisto. Le ho detto che avevo bisogno di un aiuto.

— E lei?

— Lei? È buona Suor Anna; quando potrai conoscerla vedrai di quale bontà angelica sia quella donna! Non ha fiatato. Poteva anche rispondere: Non voglio aumentare le spese! — Invece ha detto: — Hai già in vista l’uomo che deve aiutarti? — E dopo qualche parola ha convenuto su tutto ciò che le ho detto. Tu dormirai nella casa in fondo all’orto. Sabato, verrai con me dal Sindaco del convento per intenderti con lui circa la paga.

— E posso cominciare a dormir qui da questa sera?

— Sicuro! Che cosa vuoi aspettare? Mi terrai compagnia. Io sono vecchio e solo; starò più tranquillo.

— Ma Suor Anna non vi ha chiesto chi ero, da quale parte venivo? Non ha voluto avere informazioni sul mio conto?

— Certo: non potrebbe mica accettare qui il primo capitato. Io l’ho rassicurata subito però, dicendole che ti conoscevo da molti anni e le ho fatto il racconto di tutto ciò che mi ricordavo della tua vita.

— Poca cosa — fece Omero sorridendo.

— Non tanto poco! Due anni non sono corti e ci stemmo ben due anni insieme, a lavorare nel Veneto. Non ricordi?

— Ricordo benissimo. Avevate allora la vostra figliuola con voi. È a Roma ora?

— No, sta su, in un paesetto della Sabina. Si è maritata. Ha già tre figli.

— Ne sarete contento.

— Figurati, non ci vedo che per loro. Alla nostra età se non ci fossero i figli, i nipoti, chi ti farebbe campare? Li vedrai domenica che bei figliuoli! Sembrano tre belle rame fronzute! Io li benedico sempre nel nome di Dio.

Tacquero. Erano giunti ad una capanna nella qua le Paolo soleva riporre gli strumenti da lavoro.

— La lasciamo qui la carretta? — chiese Omero.

— Sì — rispose il vecchio. — Ora spruzzo gli erbaggi perchè si conservino meglio, poi andremo a mangiare un boccone.

— Avrai fame — soggiunse raccogliendo da terra una secchia ricolma d’acqua.

— Un pochino — rispose Omero.

Riposero la carretta e chiusero l’apertura della capanna con un battente contesto di paglia e di stipa. Il sole allungava sul suolo ombre azzurrognole.

La casa dell’ortolano sorgeva al limite dell’orto, prossima al muricciuolo che la divideva dal giardino. Presero per una redola lungo un filare di viti. Paolo andava innanzi soffermandosi di tanto in tanto a guardare un solco, una vite, una pianticella. Omero seguiva col capo basso e le mani annodate dietro le reni.

S’intravvedeva a pena, in fondo, fra la fitta trama dei rami, il rosseggiare del convento; solo la cima del campanile splendeva libera nell’azzurro superando gli alberi. Stormi di passeri passavano frullando e cinguettando per l’aria.

La casa dell’ortolano sorgente fra un gruppo di eucalitti dal tronco roseo e grigio, era a due piani ed era tutta annerita dal gran tempo che aveva.

— Ho preparato la tua camera — disse Paolo allorchè si soffermarono su la soglia — guarda a levante, verso il convento; avrai il primo sole. Hai il sonno leggero?

— No.

— Tanto meglio; altrimenti il suono della tempella non ti lascierebbe passar la notte in pace. Le prime settimane che stetti al convento non potei chiudere occhio.

— Per me non ve ne preoccupate. Oltre la tempella potrebbero suonare a stormo che non mi desterei.

Omero si sedette innanzi alla tavola nella piccola stanza a terreno; Paolo, curvo sul focolare, attizzò le bragi per apprestare il mangiare.

— E le monache vengono mai nell’orto? — chiese Omero ad un tratto.

— Mai — rispose Paolo senza volgersi — mai. Non lo potrebbero perchè ci siamo noi. D’altra parte non oziano neppure un minuto; o pregano o lavorano.

— Dunque, pure essendo qui col permesso della superiora possiamo ugualmente spaventare le monache?

— Certo — fece Paolo tralasciando il soffiar su le bragi. — Non debbono vedere uomini. E ormai — aggiunse ammiccando — di noi non dovrebbero temere!

Dopo un breve riso concorde, Omero riprese:

— L’avete veduta oggi quella novizia di Comacchio?

— Sì, l’ho veduta in cortile; passava sotto il portico.

Tacquero; avevano esaurito ogni argomento di conversazione; a Omero non importava saper altro e Paolo taceva volontieri più per consuetudine che per natura.

Mangiarono una zuppa d’erbe e quando Paolo ebbe riposte le scodelle era già notte. Allora accese due lucerne, ne porse una a Omero e gli chiese:

— Vieni a dormire?

— Sì.

Presero a salire la breve scala. Si soffermarono ad un pianerottolo sul quale si aprivano due porte, una contro l’altra.

— Questa a destra è la tua camera — disse Paolo — e questa è la mia. Buonanotte.

— Buonanotte.

I due usci si rinchiusero contemporaneamente.

Appena entrato, Omero girò gli occhi per la stanza assegnatagli. C’era una branda, una sedia, una cassa e, appeso al muro, un grande crocifisso. Fu contento della sua fortuna; quel luogo era una vera reggia per lui. Posò la lucerna su la seggiola e si avvicinò alla finestra aperta dalla quale si intravvedevano rame e gruppi di stelle. Stette qualche attimo in ascolto, appoggiato al davanzale. Nel silenzio notturno si udiva giungere a traverso gli alberi un mormorio sommesso e continuo; parevano voci litanianti; o non era piuttosto un pullulare remoto di acque, un indefinibile lamento nell’oscurità? Forse giungeva dalla piccola chiesa in fondo al giardino, nascosta fra gli alberi. Come più si raccolse all’intesa, distinse qualche parola. Era la preghiera notturna delle sorelle, delle povere sole che piangono la vita e non sanno e cercano il loro Dio nel martirio, anzi un demone che le torturi per l’amore che non hanno avuto o per la pena della loro anima malata.

Cresceva e diminuiva in intensità; a una sola voce che intonava il cantico se ne aggiungevano cento altre ad intervalli uguali sì che pareva morisse e risorgesse di continuo come il mormorio del mare.

Nel silenzio del bosco, a traverso il quale trapelava a pena qualche bagliore dalla chiesetta sperduta nel suo cuore, quella voce dell’affanno umano aveva un sì doloroso incantesimo che Omero se ne sentì tutto compenetrare e stette in ascolto con la tensione con la quale si segue un grido implorante da una via silenziosa, da una tragica immensità di campi sotto la notte nera.

Non avrebbero chiesto aiuto? Perchè soffrivano tanto? Chi le faceva piangere, Iddio?

Egli non concepiva un martirio che si chiude inutilmente in sè stesso per giungere alla follia ed alla morte. Questa misera carne di cui ci vestiamo sotto al sole ha pure i suoi diritti! L’Ignoto che armonizzò le stelle volle per noi, nel nostro piccolo mondo, una simile armonia di amore e di pensiero, di passione e di elevazione.

Chi non sa vedere il Mistero dell’Universo in questa sua grande bontà, adora un mostruoso carnefice, un implacabile figuro sculto nella pomice, il quale si diletta di supplizi tantalici e la larga bocca ghignante, chini gli occhi triangolari, sogguarda esultando la sua bell’opera di miseria!

Iddio è troppo lungi nell’inconcepibile infinito. La vela del nostro povero sogno, contesta di asfodeli, ci conduce a naufragare nei tranquilli mari della morte, molto lontano dai cieli del Signore. La grande soglia non si varca.

Il cozzo acerbo e continuo di mille civiltà, di milioni e milioni di uomini non ha destato neppure un tremito nella compatta soglia di basalto.