Part 1
G. CLEMENTE TOMEI
(_CARLES BRYAN_)
Il Busto d’Oro
ROMANZO
MILANO Casa Editrice del «Ventaglio» _Via Piatti, 4_
Lodi, Tip. Operaia 1904
CAPITOLO I.
La negativa inattesa — Due tipi opposti — Hulda la Bella
— Dunque? chiese il giovane, un po’ concitato — che ne dice?
— Senti, figliuol mio, che ben posso dirti tale, questa volta no, non ti accontento. Ho deciso per tutto un cambiamento; per tutto un nuovo ordine di cose... È la mia età... la mia età che lo vuole. I sessanta sono giunti (parevano una volta così lontani!) e da qualche giorno, anzi, se ne sono andati...
— E permetterà, uno speculatore come lei, un capitalista della sua forza, che si facciano avanti gli altri? Che siano gli altri a fare il giuoco di tutte quelle azioni? Ma signor Webb, ci pensi, è una speculazione di un guadagno certo, certissimo; sarà la nuova, una delle linee ferroviarie più produttive dell’America del Nord...
— Figliuolo, voglio tornartelo a dire, per ora basta. Ho lavorato, lo sanno tutti, per oltre quarant’anni. Ho diritto a riposarmi. Non si riposa, anche vivendo in mezzo agli agi, quando si devono aver pensieri fissi di somme impiegate a destra ed a sinistra, quando si deve vivere col _pover’a me_! di vedersi da un momento all’altro ridotti... sai? ridotti come prima, con un mondo di idee, con le mani vuote... Ma allora, prima, intendi? c’erano la energia e la giovinezza e la forza davanti; c’era tutto da guadagnare, oggi, a questa età, ho mutato pensiero. C’è tutto da perdere...
— Io non arrivo a capire questo cambiamento... Io non mi so spiegare come un uomo della sua tempra oggi... abbia timore.
— Sicuro, sono debolezze dell’età. Ora, io, e tu con me, finchè vorrai e con buon interesse (io non lesino le percentuali), dobbiamo adoperarci a conservare ciò che abbiamo saputo acquistarci...
— Quand’è così — insistette il giovane spiacente, ma energico in atto — quando è così, presti a me la somma e farò io in mio nome...
— E non è lo stesso? E se tu perdi? Da un pezzo a questa parte, non si fanno, per quel che vedo dagli altri, che speculazioni pazze, rovinose... Rispondi, e se tu perdi? Colui che perde, realmente, non sono sempre io? Godi in pace la vita tu che lo puoi... Il denaro è un’utopia...
— Un’utopia? Un’utopia, già, ora che avete i milioni, e non potrete negare che qualcheduno non lo abbiate fatto con il mio aiuto...
— E ne fosti ricompensato — rispose un po’ secco il vecchio.
Evaristo Grinfieri si morse le labbra. Capì subito che non avrebbe dovuto lasciarsi sfuggire una frase come quella.
Se il ricchissimo Francis Webb gli negava poche migliaia di dollari perchè si interessasse alla costruzione d’una nuova linea ferroviaria, aveva, o meglio poteva avere tutte le ragioni, cominciando da quella che i suoi denari poteva spendere, o rischiare, secondo che gli talentasse.
— Ebbene — disse poi Evaristo Grinfieri, come se un nuovo e diverso pensiero fosse entrato a padroneggiarne la mente e ad attutire tutti gli altri — ebbene, non ne parliamo più... Ciò che io prima volevo per lei è la prova del mio attaccamento alla casa; ciò che dopo volevo per me è il desiderio di fare... di fare anch’io, modestamente cominciando, qualche cosa nel mondo degli affari... Mi sento di giorno in giorno aumentare addosso la febbre, la smania del lavoro... Non per il denaro, ma per fare, per mostrare di saper fare...
— Illusioni! Illusioni! — disse il vecchio con un risolino che terrorizzò quasi Evaristo.
— A trent’anni? Dopo di aver vissuto con lei?
— Illusioni! Illusioni!
Successe un momento di silenzio assoluto.
Webb guardava il soffitto dell’ampio studio, battendo le unghie sui bracciuoli della poltrona, Evaristo Grinfieri, deluso nelle sue speranze di affarista nato che voleva o per sè o per altrui prodursi, facevasi violenza per nascondere il suo tremito di rabbia.
* * *
Vi hanno momenti che mutano tutta una vita e decidono un avvenire.
Momenti in cui si prendono delle risoluzioni che prima, alla persona stessa, sarebbero parse follia.
Queste risoluzioni sono la scintilla che si sprigiona dall’urto di due contrasti.
Evaristo Grinfieri, rimasto solo, dopo che il vecchio lo aveva lasciato in modo brusco e brontolando, _sogni sogni_, Evaristo Grinfieri, ritto, percosse il suo tavolo d’un formidabile pugno, quasi a conferma, ad assentimento, a sanzione dell’idea che gli vibrò allora nel cervello.
Un’idea luminosa e mostruosa insieme, un’idea da genio e da cattivo soggetto, e disse sbarrando gli occhi:
— Sì, ho bisogno di un milione, e _devo_ trovarlo!
Poi sedette, socchiuse gli occhi e pensò.
Molti mezzi, molti espedienti gli passarono traverso la mente per giungere ad avere una tale somma; nessuno peraltro era quello che riunisse tutte le condizioni da lui desiderate.
Una forte richiesta di denaro, da parte sua, avrebbe potuto far nascere perfino dei sospetti intorno al banchiere di cui egli era il _factotum_, l’occhio destro, e da ciò in ultima analisi venendosi a chiarire le cose, a lui sarebbe toccata la peggio e sarebbero sorti nuovi ostacoli a raggiungere il suo intento d’aver nelle mani _un milione_.
A quel natural genio della speculazione s’affacciava ora tremenda la realtà.
Egli non se ne sgomentò; si fermò anzi a guardarla in silenzio... Poi, come ritornando, con maggior convincimento sopra una deliberazione già presa concluse:
— Il milione ci vuole. Deve uscire...
Un riso infernale gli illuminò la faccia, dandole una espressione sinistra come non aveva mai, mai avuto.
Il genio della speculazione s’era accostato di un altro piede all’abisso.
Egli intimamente aveva risolto, dove gli si offrisse l’occasione, di venire anche a patti con i mezzi.
Come un rifiuto trasmutò da un momento all’altro un’anima, di quelle che sono fatte per essere sempre eccessive, così nel bene che nel male?
* * *
Intanto il banchiere Webb da anni ed anni ligio ad abitudini che la stessa ricchezza non aveva cambiato, neanche nei particolari minimi, era uscito, preciso nell’ora come sempre, e come sempre si era diretto allo studio del signor Isaiah Wood, un ricco negoziante in generi coloniali, per andare con lui a colazione.
L’amicizia di Wood rimontava alla bellezza di venticinque anni, ed era stata sempre uguale ed inalterata, perchè lavorando commercialmente in rami diversi, veniva esclusa ogni possibile rivalità nelle speculazioni.
Isaiah Wood aveva una terribile massima tutta sua, in fatto di commercio, e non pareva neanche un negoziante della giornata. Ma alla pratica inesorabile di quella massima diceva con sicurezza, di dovere la sua fortuna, di parecchi milioni: _quei quattro soldi_ appena necessarii per vivere, come propriamente o meglio impropriamente egli aggiungeva con superba modestia.
Qual’era la massima di Isaiah Wood? Era questa:
— Mai, e poi mai, _cambiali_. Mai e poi mai _azioni_.
Ed era invecchiato fedele a questa legge impostasi, arricchendo di giorno in giorno.
Tutto il contrario di ciò che era stato sempre Webb, ardito, audace, temerario; speculatore più che commerciante, giuocatore accanito più che speculatore.
E tutti e due dandosi per venticinque anni reciprocamente torto, avevano acciuffata la fortuna.
I due diversi sistemi di _lavorare il denaro_, avevano fatto sì, che inalterata si conservasse e prolungasse l’amicizia tra i due uomini d’affari, che reciprocamente conoscevano il loro principio.
Eran venuti su, come si suol dire, dal nulla, partendo da poli opposti e trovandosi nella fulgida bonaccia di un comune equatore.
Entrarono come di consueto assieme nella grande trattoria di Cosmus Thily, anch’egli un nuovo arricchito.
La trattoria di Thily, era il ritrovo speciale, caratteristico, di ogni tipo di grandi affaristi e più veramente, direm così, di quelli di un _tic_ e di una genialità speciale, e che, pure mutando fortuna avevano serbato antiche abitudini di modestia, crescendo in loro soltanto, in ragione diretta degli anni, l’accanimento al lavoro.
Lavoro ininterrotto di cupidigia, spesso ingiustificata ed incosciente, d’insidia verso l’altrui capitale.
A colazione Francis Webb e Isaiah Wood s’informarono reciprocamente e con assai disinteresse del movimento bancario, agricolo, ferroviario del giorno innanzi, facevano previsioni, tiravano oroscopi, sentenziavano, sotto l’ispirazione della loro esperienza, e si premunivano per i casi che potessero o interessare, o toccarli indirettamente o di rimbalzo.
Ma nel giorno del quale noi trattiamo, dopo i discorsi in linea generale, assaporando la frutta del comune ed abbondante _dessert_, Webb prese a dire:
— Tu, Wood, conosci bene il _mio_ Evaristo Grinfieri, non è vero?
— Se lo conosco?! Da quando era giovanetto, che dico? fanciullo.
— Sicuro... Egli restò senza i genitori; suo padre era al mio servizio, un uomo fidatissimo, ed io, che non avevo allora figli, lo allevai, come fosse stato mio...
— E non hai a pentirtene.
— Ah, per questo no, no!
— E devi aggiungere, siamo giusti, che ti ha aiutato, perchè... perchè...
— Ma non lo nego, anzi! È intelligente, intelligentissimo. Ha proprio il bernoccolo dell’affare.
— Già. Lo vede da lontano, quando gli altri non lo vedono ancora, lo misura, lo valuta, lo affretta, e quando l’affare non c’è... e sta qui l’abilità, lo crea. E tu devi volergli un gran bene...
— Non dico di no, — rispose un po’ seccamente Webb. — Però...
— Però?! fece protendendosi alquanto il grosso Isaiah Wood — però?!
— Stamattina, per la prima volta in tanto tempo ci siamo... ci siamo un poco urtati!...
— Il motivo?
— Ecco... Egli ha tutti i giorni un nuovo progetto...
— ... e questo non è male...
— ... no, ma alla mia, alla nostra età... bisogna andare adagio... Io sono stato ardito, io ne ho avuto del fegato, e tu lo sai, Wood: dopo un’impresa, l’altra; ma oggi... oggi voglio conservare e riposare... Oggi voglio lavorare a mantenere, non più ad accrescere il mio capitale, quindi, non debbo avere il cuore agitato da timore di danni. Una volta stava bene rischiare... allora c’era anche poco da perdere; oggi, non si sa mai, potrei perdere molto. Si fallisce da per tutto e con troppa frequenza, è un momento a veder diroccare il proprio castello. Basta, adesso, basta! Non ti pare, Wood?
Isaiah Wood, che aveva smesso di mangiare, accese lentamente uno zigaro, standosi con la testa alquanto bassa, come volesse guardare nel piatto che aveva spinto leggermente da sè; ma il fatto si era che, quando egli assumeva quel fare di raccoglimento un po’ goffo, una nuova macchinazione gli agitava i pensieri.
Stette alquanto così e poi levando il capo in atto risoluto chiese, con aria indifferente:
— E che voleva farti concludere il tuo... diavolo suggeritore?
— Oh, niente di male per questo, ma sempre una nuova fatica, sempre muova carne che si mette al fuoco.
— Sentiamo... parla...
— Egli intendeva che diventassi azionista, se ne tratterà forse in pubblico fra qualche giorno, del nuovo tronco ferroviario dell’_Est_. E fin qui, poco male... Ma dovevo acquistare azioni, per più di un quarto... Il massimo possibile, di quello che si stabilirebbe dalla società, dovevo a mie spese costruire sul fiume, che la linea attraverserebbe, un ponte colossale, più acquistare da quel centro, pel raggio di quaranta chilometri, tutto il terreno intorno. Ma ti pare?! Ti pare che io sia venuto al mondo adesso? Ti pare che io debba cimentarmi, con i capelli grigi, a simili prove? Caro mio, è venuto il tempo in cui approvo pienamente il tuo consiglio. Nè _cambiali_, nè _azioni_. Intendo di vivere tranquillo una buona volta.
Isaiah Wood corrugò lo grosse sopracciglia setolose e poi, tacito e quasi meccanicamente, riempì di vino il bicchiere dell’amico.
Era sempre stato così da anni. L’ultimo della bottiglia toccava sempre a Webb, che beveva un po’ più di Wood.
— Non ti pare ch’io abbia ragione? — insistè spettando la risposta Webb.
— Ed Evaristo Grinfieri (ora capisco la cagione del dissidio... momentaneo) avrà insistito perchè tu, ti lanciassi a capo fitto nella impresa, non è vero?
— Sì, ha insistito e come! ha detto qualche parola che non avrebbe dovuto dire... E poi, indovina?
— C’è dell’altro?
— Ma sicuro! La trovata finale — fece Webb, restando un momento con gli occhi sbarrati ed a bocca aperta, e scoprendo gli enormi canini. — Indovina? Indovina?... Voleva che, non facendo io la cosa, perchè dissi risoluto di no, voleva che gli dessi il capitale onde farla per proprio conto... Qui poi, mi si oscurarono gli occhi... Ma se _perdi_, non son sempre io colui che ci rimette? Se _perdi_, chi mi rifà del danno?
— Ed insisteva, scommetterei, per avere i denari?
— Sicuro che insisteva. Egli, Evaristo Grinfieri, reputa l’impresa solida e lucrosa. Ne è infatuato, ne ha come una fede, che dico?... una visione sicura...
— Mi sarebbe piaciuto vederlo _insistere_ — disse con tono canzonatorio Wood guardando di sottecchi e in modo sospettoso il vecchio amico...
— Insisteva! — ripetè ancora Webb.
Qui cessò la conversazione.
I due commercianti sembravano concentrati in se stessi, e con un volto che indicava chiaramente un’intima soddisfazione dell’animo.
Pareva che quei due uomini fossero usciti vittoriosi entrambi dal conflitto di quella conversazione.
Che cosa si era operato, o meglio che si andava operando in loro?
È quel che vedremo in appresso.
Per ora dobbiamo occuparci di _Hulda_, la donna strana, dalla meravigliosa bellezza superba e fatale, la donna che avrà lunga parte in questo racconto.
Essere umano e misterioso, amata e detestata, invidiata e infelice, idealizzata e spregevole, angelo e demonio.
CAPITOLO II.
L’amante amata — La cameriera giudiziosa — Il cognato Wood
Hulda usciva dal bagno in quell’ora, che la grande maggioranza dei cittadini aveva già vissuta e, starei per dire, sofferta, e nel lavoro e nel travaglio dell’anima, la prima metà del giorno.
Ella sentiva con singolare squisitezza la voluttà del bagno freddo, epperò indugiava con infinita compiacenza nella vasca marmorea, che ne accoglieva le belle membra di pario egualmente.
Ora, tutta avvolta in niveo accappatoio di bambagina candidissima, si sentiva non senza voluttà ricercata per ogni fibra da un serpeggiare rapidissimo di freddo, mentre le guance, siccome di rosa in fiore, s’accendevano di un incarnato sempre più vermiglio.
La crocchia ricchissima dei capelli neri e lucidi contornava, fin quasi oltre la nuca, la testa espressiva e fiera, illuminata da due pupille fulgide assai, ma incerte un poco, anche quando si affissavano su lo specchio per ammirare la bellezza di quella figura sotto ogni aspetto degna di essere ammirata. Solo la bocca, tanto bella nel sorriso, aveva un che di sdegnoso nella immobilità, nel silenzio e dava, starei per dire, l’idea che in quel giovine corpo vibrasse un’anima già vecchia, già esperiente e già affannata.
Con tutto ciò Hulda era bella. E glielo dicevan tutti coloro che potevano aver la fortuna di avvicinarla, e più di tutti lo sapeva lei, che alla sua bellezza doveva tanti dolori in una vita tutta di menzogne e senza amore...
Quando Hulda con l’aiuto della cameriera fu completamente vestita, passò in un piccolo gabinetto da studio e congedò quasi la sua donna, Bess, dicendole:
— Preparami la colazione.
Si accostò al piccolo scrittoio sul quale stava la corrispondenza del mattino. Molti giornali ed una lettera.
Buttò nel cestino i giornali, senza neppure aprirli, poi schiuse lentamente la lettera, come una persona che dal carattere, abbia indovinato quello che dovrà leggere.
«Cara Hulda,
«Per sabato sera ti aspetto, e tu non mancherai, al solito posto.
«Ti avverto pure che sono senza denaro. Senza denaro il tuo amore, capisci? Questo mandamelo subito. Mi bisogna per questa sera. Un saluto.
«_La persona che tu sai_».
— Sempre così! — esclamò fremendo di indignazione. Sempre denaro! Denaro sempre, non vede, non conosce che denaro. E dire che non posso sottrarmi a quell’uomo. Dire che anche lontana mi soggioga, mi ha tra i suoi artigli... Che fatalità è stata la mia! Del resto, se era destino che dovesse andare così, facciamo buon viso ad avversa fortuna, fin che c’è chi provvede... fin che ci _sei tu_, che non sai nulla di nulla...
Proferendo queste parole, alzò gli occhi, quasi supplichevoli, ad un gran ritratto che le stava dinanzi... seguitando, dirò così, a parlare con esso.
Era, quel ritratto, di un uomo giovine, con un’aria intelligente e pensosa, severa assai più che ne’ ritratti abitualmente non si vegga.
Gli occhi avevano una espressione scandagliatrice e imperativa, e le narici, leggermente tumide, parevan rilevare nell’individuo, facile agli scatti, la pena, il soffrimento di quel minuto di posa, lo spasimo di quella condanna istantanea.
Quest’uomo giovane, del quale adesso abbiamo dato rapidamente uno schizzo, non è altri che Evaristo Grinfieri.
Hulda ne era l’amante ed egli avrebbe giurato, pure sapendo le prime vicende di lei, che da quando si erano conosciuti ed egli faceva prodigalmente tutte le spese, avrebbe giurato, dico, su quella fedeltà i cui giorni, i cui mesi, i cui anni, sarebbero stati annoverati dal durare della piccola fortuna che poneva Hulda in grado di vivere con signorile indipendenza... e per lui solo.
— Tutta tua, tutta e per sempre — avea detto tante volte Hulda ad Evaristo.
Ed egli, richiamandola alla realtà, con un sorriso le rispondeva:
— Per sempre, no. Finchè ti potrò dar del denaro, se credi, sì...
Ma in fondo in fondo, lo scettico amava, e quella sua frase non era che un piccolo tributo che egli pagava alla propria vanità d’uomo che voglia parere esperto in cotesta specie d’adattamenti, di combinazioni e d’amori.
Con quello che sapeva di Hulda, Evaristo credeva di saper tutto, mentre invece non era che al principio, e quel principio ormai si andava in lui annebbiando, quella memoria si andava col tempo affievolendo, e gli rendeva l’immagine di un cielo tempestoso che si rischiari man mano e si sgombri e si faccia di zaffiro intorno al sole.
Un principio, un lontano principio d’amore sorgeva nell’animo d’Evaristo.
Una di quelle passioni che non dovrebbero essere, dove si ponesse mente a ben collocare l’amore, ma che sono pur troppo e ci regalano i drammi della storia quotidiana.
Anche Hulda, benchè straziata dal rimorso d’una, dirò, nuova coscienza che s’era formata in lei, cominciava a sentire una singolare predilezione per Evaristo, e provava nel vederlo un senso di tenerezza, non provata quasi nemmeno per colui che era stato il primo a parlare d’amore.
— Povero Evaristo! Se lo sapesse... Se _tu_ lo sapessi, _caro_... Eppure è così... Io devo essere anche di quell’altro e tu non ne sai nulla, ed egli è il vampiro del mio... del tuo danaro...
Così dicendo pose un valore di parecchi dollari in una busta. Scrisse l’indirizzo, poi chiamò:
— Bess! Bess!
— Eccomi.
— Vai alla posta.
Bess guardò bene la padrona di cui sapeva ogni cosa più intima.
— Siamo alle solite, non è vero? Mi pare che le richieste non si facciano troppo attendere.
Hulda si strinse nelle spalle, come per dire:
— Lo sai pure chi è. Come posso negare?
* * *
Hulda entrò nel piccolo tinello dove tutto era già disposto per la colazione.
Sedette, stette un momento pensosa, poi agitò la bella testa come per iscacciare pensieri molesti e cominciò a prendere il cibo, squisito, servitole con la massima eleganza d’argenteria e di cristalli.
Quando la fida Bess fu di ritorno dall’avere inviata la lettera per la sua destinazione, entrò nel tinello, con quella confidenza che a lei sola in casa era permessa e sedette sur un piccolo divano rimpetto alla padrona.
— Buon appetito...
— Grazie... Dopo tutto, ho appetito veramente.
Il significato di quel _dopo tutto_ non isfuggì punto a Bess. Esso voleva dire molte cose, e tacendole in apparenza, dava loro un significato, più complesso e più triste.
Mangiare, divertirsi, pensar solo a gustare con intensità il presente, malgrado la vita che essa doveva condurre, malgrado le probabilità di una immediata rovina, malgrado il lontano ancora, ma inesorabile spettro della vecchiaia misera e desolata.
Sì, dopo tutto e malgrado tutto, finchè durava la provvidenza, per lei impersonata in Evaristo, godere, godere godere!
— E non c’è proprio mezzo di finirla?
— Con Guy Stein?
— È impossibile. Sarebbe lo stesso che volersi trovare un giorno o l’altro con una pugnalata in petto. È terribile, lo sai, ed è perfino ammirabile, ma io, te lo confesso, o mia Bess, io che lo detesto, qui, ora con te; io, vedi, quando gli son vicina, mi sento come schiava, mi sento come lui, e peggio. Egli possiede tutte le mie facoltà, tutte le mie forze, io non so resistere, non vincolarmi, sento che in me passa tutta la sua anima infame, maledetta!... Sento tutto questo, capisci? eppure... Che strazio, che strazio il mio...
— E quando siete con Evaristo, che cosa vi dice il cuore? Come fate ad essere la schiava di uno per forza e la volontaria amante dell’altro? Come fate, Hulda?
— Quando sono al fianco di Evaristo, mi sento un angelo, qualche cosa mi dice qui, dentro nel cuore, che con lui potrei ritrovare quella prima felicità, della quale mi è rimasto come un ricordo... Io sono un’altra allora!
Vedi che stranezza? Se io mi specchio, e lui mi è vicino, mi sembro più bella...
— Eppure, così, non potete continuare... Ci vuole della prudenza e tanta, mia signora. E se un giorno, un malaugurato giorno, Evaristo Grinfieri venisse a scoprir tutto?
— Non sarà poi tanto facile...
— So bene; la città è grande, è immensa; egli poi non sospetta per nulla; ma sapete voi che cosa possa riserbarvi il caso? Sono accadute tante, tante di quelle dolorosissime cose, che nessuno mai sospettava, che parevano impossibili, che si dicevano, anzi, impossibili. Eppure? Io sono vecchia, ho assistito nella mia vita a molti di questi scherzi.
— Bess, proprio adesso? Proprio adesso vuoi farmi pensare a un mondo di cose? Ma insomma come vuoi che faccia io? e rimase muta in atto desolato.
Successe un lungo silenzio.
Nè la padrona, nè la cameriera ardivano romperlo, bene pensando che nuove parole disgustevoli e inutili si sarebbero dette, per amareggiarsi inutilmente a vicenda.
Bess si alzò e si allontanò con un viso più triste e più rassegnato del solito; Hulda scosse nuovamente la bella testa ed accese una sigaretta dicendo a se stessa:
— Dopo tutto affliggermi per mali che non sono ancora accaduti?... Ma via, tutto ciò è da sciocchi!
Da la picciola rosea bocca usciva a ondate, a nuvolette, a cirri tenuissimi il fumo della sigaretta fragrante... velando un poco l’ambiente che Hulda guardava ad occhi socchiusi... compiacendosi tutta ne la voluttà di quel momento in cui non sentiva lo stimolo di nessun desiderio, e si reputava felice, o quasi. O quasi, perchè a volte, involontariamente, sorgeva a turbar la quiete dell’anima uno sfilare di memorie affliggenti. Il passato non muore.
* * *
Bess frattanto, nella propria cameretta, andava pensando con un sincero accoramento alla situazione di Hulda, povera per se stessa, e indecisa, irresoluta fra Guy Stein e Grinfieri, due amanti così diversi, e pure così degni di riguardi e di studio. Due tipi opposti, così egualmente capaci di far del male alla padrona. Quel male, in qualunque modo, sarebbe stato anche il suo, e forse in parte molto maggiore.
Bess presso la cinquantina, dopo una vita agitatissima e povera, tutta sola, sentiva ormai il bisogno di un po’ di pace, e il bisogno d’un pane sicuro pel domani.
Così, quietamente avrebbe voluto trascorrere la vita, prestandosi come esperta e prudentissima cameriera presso Hulda, col carattere della quale il suo combaciava perfettamente, più che pei caratteri, per le circostanze che li avevano livellati.
* * *