Part 8
--Probabilmente voialtri riderete. Io stesso debbo fare talvolta uno sforzo per persuadermi che l'accaduto di trent'anni fa non è stato un sogno bizzarro o un'allucinazione. Mi domando: È mai possibile che io sia arrivato fino al punto...? Ma appena mi si ripresenta alla immaginazione la figura sbalordita dell'unico testimone di quell'incredibile stranezza--chiamiamola pure così--e torna a risonarmi nell'orecchio il suo grido:--Oh Dio! che hai fatto! Perchè? Perchè?--chino la testa pensieroso, riflettendo che misera cosa è il nostro organismo intellettuale, se cagioni tanto insignificanti possono, tutt'a un tratto, quasi annientarlo.
--Mi meraviglio che un dottore parli in questo modo--disse l'abate Venini.--Io ho creduto finora, che il nostro organismo, così semplice e così delicato, abbia invece una forza di resistenza veramente straordinaria.
--E appunto qui consiste il suo mistero! Urti, colpi violentissimi, spesso non vi producono nessuna notevole impressione; e quel che in confronto di essi potrebbe dirsi un soffio, una lieve spinta vi fa avverare, come nel caso di cui parlerò, un grave disastro.
--Ma voi non siete impazzito!
--Ero già su la via, altrimenti l'atto da me commesso sarebbe proprio inesplicabile. Ho reagito in tempo; ecco tutto.
--Insomma, che cosa avete fatto?--domandò la baronessa resa impaziente dalla curiosità.
--Ho distrutto un capolavoro, o per parlare con precisione, un'opera d'arte che certamente, stava per riuscire un capolavoro.
--Perchè?
--Perchè?... Il mio amico Doneglia, scultore valentissimo che sarebbe salito in gran fama se fosse stato meno modesto e meno incontentabile, mi tormentava da parecchi anni:--Voglio fare il tuo ritratto!
--Se io fossi meno brutto!--rispondevo.
--Sarai bellissimo nel marmo o nel bronzo--insisteva.
--Si era fitto in mente che io avessi una testa da filosofo greco con quella lunga barba che m'ero lasciato crescere allora e i capelli folti e arruffati di cui più non c'è quasi vestigio. A me però sembrava troppo onore per la mia barba e pei miei capelli l'essere immortalati da un grande artista come lui. Pensavo ch'egli avrebbe impiegato meglio il suo ingegno e il suo tempo terminando quel suo Centauretto che ruzzava tra l'erba e pareva uscito dalle mani di uno scultore ateniese dei tempi di Fidia, quantunque lasciato non finito con la scusa che il ragazzo servitogli da modello era morto ed egli non aveva più trovato chi potesse sostituirlo. Glielo ripetevo ogni volta che tornava a tentarmi.
--Ebbene--mi rispose un giorno--ti do la mia parola d'onore che finirò il Centauretto, se prima mi lascerai cavare il capriccio di fare il tuo busto!
Era premio troppo grande da non vincere tutti i miei scrupoli. E misi la pretesa mia testa da filosofo greco a sua disposizione.
Così vidi di giorno in giorno, sotto il nervoso pollice del mio amico e sotto l'abilissima opera della sua stecca, uscir fuori dall'informe cumulo di creta ammassata sul cavalletto la mia figura così viva e parlante, che la guardavo con stupore quasi mi fossi sdoppiato, o quasi qualche cosa di me si fosse trasfuso in quell'immagine dalle cui labbra mi attendevo di sentir scappare da un momento all'altro il suono della mia voce, come già c'era il lieve bonario sorriso che, a detta del mio amico, formava la caratteristica della mia fisonomia.
I doveri di medico non mi permettevano di accordargli frequenti e lunghe pose. Spesso passavano due, tre settimane senza che io mettessi piede nel suo studio.
--Oh, Dio! Ti sei un po' ingrassato!--o pure:--Oh, Dio! Sei alquanto dimagrito!
Come avvenissero questi cambiamenti piccoli ma percettibili, giacchè egli li notava sùbito, non saprei dire.
--Non lo faccio a posta--rispondevo scusandomi.
Ne ero dispiacente perchè gli inopportuni cambiamenti ritardavano molto l'esecuzione del busto. L'incontentabile artista doveva togliere qualche cosettina qua, supplirla là; e quel po' di creta, tolta o aggiunta in un posto, determinava altre aggiunte o soppressioni, delle quali egli cercava di spiegarmi l'intima ragione per indurmi a pazientare nel martirio della posa. Ogni volta allora, riprendendo la seduta, mi sembrava ch'egli scancellasse l'impronta della straordinaria rassomiglianza; ma, alla fine, sul punto di accomiatarmi, mi maravigliavo che la rassomiglianza e l'alito di vita animatore del busto fossero col paziente lavoro divenuti più evidenti.
Un giorno gli dissi scherzando:
--Non mi accadrà, spero, come alla amata di quel pittore di cui si parla in una novella del Poe. Io non morrò perchè la mia vita si sarà trasfusa tutta nel ritratto quando esso sarà finito.
Rispose con un brontolìo. Passava e ripassava il dito su la fronte del busto, ed io mi accorsi che egli si sforzava di spingere un po' in dentro qualche cosa di duro che la creta copriva appena.
--C'è un sassolino?--domandai.
--No, il cranio vien fuori... Ho messo qui un cranio per meglio modellare la testa.
--Un cranio? Proprio un cranio?
--Ti stupisce?
Non potei nascondergli che il sapere incastrato nella testa del mio busto il cranio di un morto ignoto mi produceva repugnante impressione.
--Molti scultori fanno così--egli mi disse.
Rimessomi a posare, mi sentivo impacciato. Fanciullaggine! Ora lo comprendo; ma quel cranio che, vivente, aveva contenuto un cervello pensante affatto diverso dal mio, mi faceva fantasticare stranissime cose. Mi pareva che l'impronta di vita del mio ritratto dovesse ridestare le funzioni intellettive della vuota cassa cerebrale, e produrre un turbamento che poteva oltrepassare l'opera d'arte e influire su l'originale, su me che mi vedevo rivivere in essa. Mi pareva anche da sentirmi un che di estraneo dentro la testa, quasi quel cranio non fosse solamente incastrato nella creta, ma si fosse sostituito al mio, o almeno tentasse di sostituirsi al mio, come per opera di magìa.
Fanciullaggine! ripeto. E tale la giudicavo da principio. Infatti, nelle sedute dei giorni appresso, scherzando all'amico scultore:
--Chi sa che diamine pensa il mio ritratto con quel cranio altrui! Vi sarà rimasta qualche impressione dei pensieri là avvenuti una volta, e forse la forma esteriore può produrre il miracolo di metterli in moto. È una cosa macabra?
Intanto, durante le sedute di posa mi affondavo sempre più in questa fissazione. Un crescente malessere mi invadeva. Non osavo più di scherzare intorno a quel cranio. La preoccupazione dello spirito alterava l'espressione della mia fisonomia, facendomi corrugare la fronte, e togliendo alle mie labbra la caratteristica del lieve, bonario sorriso che lo scultore era riuscito a rendere, con molto stento, nell'opera sua.
--Che cosa hai?--mi domandava.--Muoviti, parla; non prendere quest'aria mutriona che ti disdice!
Ed io non avevo il coraggio di confessargli che tutto proveniva dal maledetto cranio di cui egli aveva avuto la funebre idea di servirsi per modellare più facilmente la testa del busto.
Ormai quel senso di malessere non era più momentaneo, durante soltanto le poche ore di posa; lo portavo via con me tutta la giornata, e, la notte, mi impediva di addormentarmi sùbito appena entrato in letto, come solevo, quantunque le visite e le occupazioni giornaliere mi facessero rientrare a casa non meno stanco di prima. Non mi sentivo più io, ma un po' quell'altro che doveva pensare dentro la testa del busto sotto l'involucro di creta che lo copriva. Ed era una smania acuta, una sofferenza tormentatrice a cui non riuscivo di sottrarrai. Mi sembrava ridicolo che mi fossi ridotto fino a questo estremo; mi davo dell'imbecille e peggio; ma nello stesso tempo provavo una vivissima attrazione verso il busto che di giorno in giorno diveniva sempre più rassomigliante e più vivo con l'amorosa, assidua carezza del pollice dell'artista, da cui vedevo affinare maravigliosamente la modellatura. Per parecchi giorni di sèguito ero andato a posare.
--Poche altre sedute--mi diceva il Doneglia--e poi sarai libero.
Egli, l'incontentabile, cominciava ad essere soddisfatto dell'opera sua. Ma io vedevo aumentare, con una specie di terrore, l'espressione di persona proprio viva che il busto aveva già assunto in quelle ultime sedute. Mi voltavo a ogni istante per guardarlo, irrequieto, con la sensazione di una dolorosa pressura al cranio mio e del busto, quasi fossero divenuti un cranio solo; con la sensazione di una lotta, di un contrasto di pensieri opposti che vi tumultuassero dentro per prendere gli uni sopravvento su gli altri. E mi mordevo le labbra, e increspavo le mani conficcandomi le ugne nelle carni, facendo grandi sforzi per non far scorgere all'artista la mia interna angoscia.
Egli dava gli ultimi tocchi di stecca agli occhi, facendovi la pupilla, dove quasi sprizzava una luce che animava il busto straordinariamente; e lavorava intento, con estrema delicatezza, mentre io sentivo più e più invasarmi dall'idea che stèssi per perdere la mia personalità ed essere interamente asservito a quell'altro...
--No! No!--gridai, slanciandomi addosso al busto e rovesciandolo con le due mani dal cavalletto.
--Oh, Dio! Che hai fatto! Perchè? Perchè?
Ma io non badavo al desolato grido dell'artista che vedeva distratta l'opera sua; e coi piedi deformavo la testa rimasta intatta nella caduta, facendone schizzar fuori quel cranio con le occhiaie, con la dentiera e il buco triangolare delle narici imbrattati di creta che sembrava carne imputridita e rimastavi appiccicata nello sfacelo; poi, con la punta di un piede lo facevo ruzzolare in un angolo.
--Perchè? Perchè?
--Perchè?--risposi, rinvenendo dal furore che mi aveva improvvisamente assalito.--Mi sentivo impazzire. Oh, quel cranio! Perdonami! Mi sentivo impazzire.
Capivo l'enormità a cui ero trasceso, e la contristata figura dell'artista che guardava stupito la distruzione da me operata, mi faceva pietà. Ma io rivivevo, io provavo l'immensa gioia della liberazione dall'incubo che per poco non mi aveva fatto perdere la ragione; e stringendo affettuosamente le mani del mio povero amico, gli mormoravo:
--Perdonami!.. Pensa ora al tuo Centauretto; non castigarmi col lasciarlo non finito!
È un gran rimorso. Il Doneglia non ha più ripreso la gentile statuina, e la moderna scultura italiana non può contare, per mia colpa, un capolavoro di più.
CARE PARENTESI.
--Gli effetti sono sempre in giusta proporzione con la causa? Niente di più falso!--disse Bodura--Io, per esempio, devo a un discorso politico dell'onorevol X la più deliziosa ora della mia giovinezza.
Tutti lo guardammo in viso, stupiti di quell'affermazione.
--Capisco!--esclamò Carenga.--Significa che hai fatto così dolce dormita...
--No, rispose Bodura.--Lottai eroicamente col sonno mentre l'onorevole parlava; la delizia venne dopo, inaspettatamente; ed ecco come.
L'onorevole aveva manifestato al Sindaco e ad altri influenti personaggi il desiderio di essere invitato a parlare agli elettori del suo capo-collegio prima della riapertura della Camera; per avere occasione, diceva, di esprimere la sua gratitudine alla città che gli aveva dato il più compatto numero di voti; in realtà, perchè gli premeva di far il suo discorso-ministro. Si prevedevano grandi mutamenti nel mondo politico, qualche cosa di più di un rimpasto ministeriale o della caduta del ministero; ed egli non volea lasciarsi cogliere alla sprovveduta. Predicava, da anni, inascoltato, il suo sistema finanziario; e, in vista della probabile salita al potere della Sinistra, intendeva rammentare ai suoi amici politici:--Un ministro delle finanze? Eccomi qua!--Il 18 marzo era prossimo. Dalla data capirete che si tratta di un avvenimento della mia giovinezza.
--Pur troppo!--fece Carenga, che aveva la manìa delle interruzioni.
--Allora--continuò Bodura--ero innamorato della moglie del Sindaco, ed era la prima volta che rivolgevo audacemente gli occhi verso una donna maritata. Sono stato sempre timido e per ciò, allora e dopo, ho avuto poca fortuna con le donne; figuratevi se ero timidissimo con una signora che potevo avvicinare di rado e che fin la maldicenza senza scrupoli delle fiere lotte amministrative aveva sempre rispettata! La mia corte alla bellissima signora si riduceva a lunghe insistenti occhiate in teatro, in chiesa, per le vie, dovunque la incontravo; a profonde scappellate, ricambiate da lei con lievi sorrisi che mi davano la lusinga d'una tacita accettazione, convinto com'ero che qualunque omaggio alla loro bellezza riesca gradito anche alle donne più oneste.
I preparativi per l'accoglienza all'onorevole richiesero parecchie riunioni; ed io, oltre che elettore, mezzo giornalista, mezzo letterato, mezzo poeta--in provincia si diventa sùbito qualcosa con poco o niente--ero stato invitato a prendervi parte in casa del Sindaco; anche perchè egli aveva posto gli occhi addosso a me pel suo discorso al banchetto. Infatti, una sera, me ne fece fare la proposta dalla sua signora, quasi fosse stata un'idea di lei.
--Occorre qualcosa di bello, di elevato... Lei che è giornalista, letterato... poeta...
--Oh, Signora!
--Si tratta di far figurare la città. Mio marito, uomo di affari, alla buona...
--Oh, Signora!
--Dev'essere un segreto tra me e lei! Mi sembrò di toccare il cielo col dito. Un segreto tra me e lei! Ero diventato rosso come un peperone e non sapevo rispondere altro che quel--Oh, Signora!--stupidissimo... ma eloquentissimo, di cui ella sorrideva nell'atto di rimproverarmi la eccessiva modestia. Qualificava, forse maliziosamente, modestia il mio grande imbarazzo.
Quella notte non andai a letto. Rifeci cinque o sei volte il mio lavoro, e verso le undici del giorno appresso, ora in cui il marito non sarebbe stato in casa, corsi a portare lo scritto alla adorata signora. Mi accolse con un: _bravo_! e mi stese tutt'e due le mani.
--Sentiamo; me lo legga lei.
Ricordo perfettamente che pasticcio di ampollose frasi era riuscito quel discorso; ma l'effetto della mia declamazione fu straordinario. E leggendo, pensavo:--La signora capirà benissimo che le apostrofi all'onorevole, agli italiani, al Parlamento, al Re (ce n'era per tutti!) significano soltanto:--Le ho scritte per lei!... Sono dirette a lei!... Ormai, per me, non c'è altro che lei al mondo!--Tanto sciocchi ci riduciamo quando siamo innamorati!
--Grazie--ella disse.--È mirabile! Peccato che mio marito non saprà recitarlo come l'ho udito io!
E congedandomi, replicò:
--Non se ne scordi; deve essere un segreto tra me e lei!
Mi attendevo qualcosa di più; ma infine!... Un segreto tira l'altro!... Questo mi consolava.
L'onorevole arrivò pochi giorni dopo, e parlò--Dio glielo perdoni!--due ore e mezzo filate, senza arrestarsi un momento per rinfrescarsi le labbra, scaraventando cifre dietro cifre su la faccia stupita degli elettori, che non ne capivano niente; magnificando il suo sistema, che avrebbe risanato, in un batter d'occhio, le finanze dello Stato, reso fiorenti le industrie, rigogliosa l'agricoltura, rigurgitanti le tasche dei contribuenti; i quali, se si fosse adottato il suo sistema, avrebbero pagato così allegramente le tasse, da prendere pel collo gli esattori perchè ricevessero il danaro!
L'onorevole parlava, parlava, parlava, agitando le braccia, sussultando con la persona, scotendo la testa, ingarbugliando tutto, anche la sintassi dei suoi periodi, e senza pur riuscire a riscuotere dallo sbalordimento l'uditorio, senza strappare un applauso, un bravo, un bene, un mormorìo di approvazione nei punti certamente da lui creduti d'irresistibile effetto!
Fu applaudito, e con calore, alla fine. Gli uditori non ne potevano più.
Io avevo dovuto adoperare ogni mezzo per non addormentarmi. Mi trovavo seduto in prima fila, proprio di faccia a lui; ed egli spesso, aveva l'aria di rivolgersi particolarmente a me, quasi volesse dirmi:--Voi, forse, quantunque letterato, potete capirmi. Ma gli altri!...--Ed avevo dovuto assentire con cenni del capo, tanto più seriamente quanto meno avevo capito.
Dopo il discorso, eravamo andati in casa del Sindaco, che faceva all'onorevole, ai consiglieri comunali, ai più influenti cittadini uno splendido trattamento di gelati, paste, liquori, nella sala da pranzo. Stavo per prendere un gelato, quando il Sindaco venne a dirmi in un orecchio:
--Vada nel mio studio, senza farsi scorgere; la mia signora lo attende.
Ah! Era splendida, elegantissima!... Ella chiuse l'uscio, mi prese per una mano e mi condusse davanti a la scrivania.
--Segga; mi aiuti.
--Un altro segreto?--dissi sorridendo e con voce turbata.
--Un altro segreto. Ecco qui il sunto del discorso dell'onorevole, fatto da lui stesso, per telegrafarlo ai giornali. La modestia gli ha impedito di segnarvi i bravo! i bene! gli applausi...
--Oh, Signora!
E questa volta, le presi una mano e la strinsi forte fra le mie tremanti di commozione. Sorrise, non la ritrasse, e continuò:
--Facciamo noi... cioè lei che se n'intende. L'onorevole si è rimesso a lei... Proprio, sa!
--Ah, Signora!
--Sì, sì; va bene!--ella riprese, indulgentissima, pregando con gli occhi che sorridevano.--Bisogna telegrafare e presto. Legga; metta lei le parentesi, qua e là...
Cominciai a baciarle calorosamente la mano.
--Ma non così!--esclamò ridendo.
--Mi lasci fare! Io... io...
--Va bene; ne riparleremo dopo! Intanto legga...
Leggevo quasi balbettando, frettolosamente.
--Qui, non le pare?... qualche: _bravo_!...
--Ma se nessuno ha fiatato!--(E un bacio alla mano che stringevo più forte). Ma se nessuno ha capito niente! _Bravo? Applausi?_... Silenzio profondo! (E un altro bacio).
--Non importa. Gli elettori... che vuole? Supplisca lei; lei che intende...
--Oh! Io intendo soltanto questo: che lei è cosa divina! Che darei il mio sangue, l'anima mia per una sua parola di amore!...
--Zitto!... Ne riparleremo... dopo! Con che dolcezza, con che benigna aria di compassione e con che sorriso ripetè quelle promettenti parole: Ne riparleremo... dopo! Allora ebbi fretta di cospargere di parentesi le cartelle del discorso: e i _Bravo!_ i _Bene!_ i _Grande attenzione_, gli _Approvazioni vivissime_, gli _Scoppio di applausi_, i _Risa_, tutta insomma la schiera delle parentesi con cui ogni deputato ha cura d'infiorare la stampa ufficiale dei suoi discorsi, tutta fu da me profusa a piene mani e anco a casaccio!
--È contenta?
--Più contento sarà l'onorevole.
--E io?... Io?
--Tenga! Ecco il suo premio!... Ma, no! Basta!... Ma, no!
Potevo appagarmi di un bacio solo?
Ella si difendeva tentando di respingermi con le braccia, tirando indietro la testa, protestando: Basta! Non più!
Pallida, seria, riaggiustati un po' i capelli arruffatisi durante quella specie di lotta; messa, quasi argine tra me e lei, la seggiola su cui poco prima stava a sedere, ella raccolse lentamente dalla scrivania le cartelle e me le porse:
--Le dia, in disparte, a mio marito. Vada.
--Perdoni, signora!
--Le perdono... perchè è tuttavia un ragazzo... e perchè è sincero. Mi ero accorta, da un bel pezzo...
Riprendeva il suo colorito, sorrideva benevolmente, come in principio.
--Ma io ho quasi quarant'anni, e lei può essermi figlio. La sciocchezza più grande la farebbe lei... Io, che non ne ho fatte nel fiore degli anni, sarei proprio imperdonabile se incominciassi ora... Un bacio, credevo, non porta conseguenza: e poi, se l'era meritato; ma andar più oltre, oh, no!... Via, si rinfranchi!... E non stia in collera con me... Qua la mano!
Vi assicuro--conchiuse Bodura--che uscendo di là non mi sentivo ridicolo. Ero più innamorato che mai, ma in tutt'altra maniera, di ammirazione e di rispetto... che non è sempre la peggiore, come voialtri credete.
--La _peggiorissima..._Mi fai dire uno sproposito.- esclamò Carenga. E rivolto a noialtri, soggiunse ridendo:--Per fortuna, voi non siete miei scolari!
ENIMMA.
--È possibile?--domandò Lelio Neri, interrompendo la sua narrazione.
--Tutto è possibile--rispose il vecchio professore di filosofia--anche l'assurdo; cioè quel che sembra assurdo alla presuntuosa nostra scienza.
--Dev'essere così!--esclamò Lelio.--Altrimenti i fatti che sto per raccontarle parrebbero invenzione di mente malata.
Avevo, dunque, notato che le apparizioni della mia bella vicina alla finestra si erano fatte meno rare; il suo contegno però non era mutato. Sollevava, al solito, a metà uno degli sportelli della persiana, affacciava la testa per guardare giù nella via; spesso, chiamava la sua mamma per farle osservare una persona che passava e che l'aveva colpita con qualche stranezza del vestito e del cappellino; ma se io tentavo di associarmi, in qualche modo, all'osservazione e alla risatina che la seguiva, tentavo inutilmente.
La indifferenza di quella bruna con occhi nerissimi, capelli così folti che pareva dovessero affaticarle la testa, con labbra rosse e fresche come ciliege, era riuscita ad irritarmi, a mettermi in puntiglio, anche perchè vi avevo sospettato un artificio, un'insidia, e volevo prendermi la rivincita.
Dovetti però presto convincermi che non si trattava d'artificio, nè d'insidia, e neppure di quella pudica civetteria che accresce grazia alla donna. Era proprio indifferenza assoluta e serena.
Infatti, le rarissime volte che ella mi aveva guardato--non abitavamo la stessa casa, ma la mia finestra era divisa dalle sue soltanto dallo spazio della cantonata intermedia--quegli occhi nerissimi non mi avevano fatto scorgere in lei niente che potesse indicare fastidio della mia insistenza tentatrice, o curiosità di scrutare le mie intenzioni, o altro sentimento qualunque.
Un giorno però, dopo parecchie settimane da che le sue apparizioni si erano fatte meno rare, fui lietissimo di osservare che, finalmente, ella si era affacciata alla finestra immediata alla mia, dove non si era affacciata mai fino allora.
Mi parve buon indizio; e appena ella volse la testa verso di me, le lanciai a voce abbastanza alta:
--Grazie! Grazie!
E chinai il capo con un lieve cenno di saluto.
Ella rimase alcuni istanti alla finestra; poi si ritirò senza guardarmi, non lasciando trasparire se avesse o no capito che quel: Grazie! fosse stato diretto a lei e che quel lieve cenno del capo significasse saluto.
Ero rimasto mortificatissimo, ma non scoraggiato.
La sera di quel giorno, verso le undici, stavo seduto a tavolino; non leggevo nè scrivevo. Fumando, con la testa tra le mani, riflettevo che il giocco, da parte mia, si era fatto serio, molto serio. Da semplice curioso, mi riconoscevo già innamorato, e lo apprendevo con un po' di dispiacere.
Interruppero queste riflessioni tre picchi alla parete dietro le mie spalle, tre picchi che mi sembravano dati con grandissima cautela.
Balzai dalla seggiola. La parete era intermedia tra le due case, e appunto quella mattina la bellissima bruna si era affacciata per la prima volta alla finestra della stanza accanto.
Stetti a origliare. I picchi furono replicati con lo stesso intervallo dei precedenti, e la loro intensità di suono aveva qualche cosa di così cupamente velato da far di nuovo sospettare che venissero dati con timorosa cautela. Picchiai tre volte anch'io e accostai l'orecchio alla parete. Mi pareva di udire un fioco e indistinto mormorìo proprio dietro il punto dove avevo accostato l'orecchio.
--Non capisco; vi prego di parlare più forte--dissi, mettendo le mani attorno alla bocca per raccogliere il suono della voce.
Mi fu risposto coi soliti picchi. Insistei, pregando:
--Parlate più forte!
Tutt'a un colpo, quasi la parete si fosse miracolosamente assottigliata, rimasi stupito di sentir pronunziare con voce debole, lenta, ma chiara:
--Questa sera non posso più. Domani, alla stessa ora!
--Grazie! Buona notte!--mi affrettai a soggiungere.
Non ebbi risposta. Picchiai tre volte; non ebbi risposta.
E passai la nottata in lieti fantasticamenti, facendo molte supposizioni per spiegarmi quell'atto così imprevedibile della mia bella bruna--potevo già chiamarla mia--e fabbricando mille castelli in aria intorno alle probabili conseguenze di esso.