Il bacio della contessa Savina

Part 9

Chapter 93,418 wordsPublic domain

Allora i padrini misurarono la distanza, caricarono le pistole, ce le consegnarono montate, e ci posero in guardia. In quel momento, avendo paura d'aver paura, io non pensava più a nulla. Guardai in faccia il dottore, che aveva i capelli irti, ed era pallido come un morto. Pareva che la sua testa si sostenesse più del solito sui solini, la sua bocca faceva uno sberleffo. Egli si teneva immobile colla pistola tesa. Io mi avanzai verso di lui lentamente, e giunto circa alla metà dello spazio che ci divideva, mi fermai e lo presi di mira. Eravamo a sei passi di distanza. Allora, sentendo il pericolo imminente, egli si decise a tirare pel primo, alzò la pistola all'altezza del mio petto, e fece partire il colpo. Io rimasi incolume, e immobile continuai ad osservarlo; egli era divenuto verdognolo. M'avanzai lentamente, colla mano ferma e l'indice sul grilletto; ad ogni passo che io facevo, i suoi lineamenti si alteravano, la tinta del suo volto si oscurava, ed io avanti, avanti, avanti. Egli era divenuto livido quando gli posai la bocca della pistola sul cuore. Chiuse gli occhi, alzò la testa, abbandonò le braccia come un uomo che sta per cadere. Allora gli dissi lentamente:

--Signor dottore, se io non fossi matto vi ucciderei, ma io sono matto e vi dono la vita. Imparate a rispettare i matti, e non occupatevi altro a guarirli.--E così dicendo gettai la pistola sull'erba e gli stesi la mano. Egli me la strinse fortemente colla sua che era fredda come quella d'un cadavere, e stava per profferire qualche parola, quando Uguccione della Fagiuola, raccolta la pistola carica, mi disse:

--Adesso tocca a me!... io pure sono stato offeso dal dottore, ed esigo che mi domandi scusa.... o si apparecchi a morire....

Il tiranno aggrottando le ciglia balbettava parole incomprensibili. Le sue mani avevano contrazioni nervose, e pareva che si sentisse stuzzicato a gettarsi al collo d'Uguccione.... quando il farmacista saltò su a dire:

--Finiamola.... basta così.

--No,--rispose l'ostinato,--è troppo orgoglioso, voglio castigarlo. Dottore, io rappresento in questo momento tutti i cadaveri che avete mandati al diavolo prima del tempo. Io rappresento la congiura dell'inferno contro l'omicida, raccomandate al cielo la vostra anima.... e morite.

E così dicendo lo prese di mira a soli quattro passi di distanza, e fece partire il colpo. Io pensai che l'organista fosse diventato pazzo improvvisamente; feci un salto per isviare il suo braccio, ma giunsi troppo tardi, il colpo era partito. Quando il fumo mi permise di vedere il dottore, esso traballava.... e colle mani strette sul petto, come un uomo che si sente gravemente ferito, esclamava con voce semispenta e interrotta:

--Sono as....sas....si....nato!...

Tobia dava in uno scroscio di risa sgangherate.

--È un brutto scherzo,--soggiunse il signor Nicola,--ma non è un assassinio.

--Ma io sono ferito....--disse il medico con voce lamentevole....

--Dal semplice stoppaccio....--rispose il signor Nicola....--perchè le pistole non erano caricate che a polvere....

Io alzai la testa sdegnato a tale notizia, e non volevo accettare la burla, ma il signor Nicola, mettendomi una mano sulla spalla, mi costrinse a tacere.

--Giovinotto,--mi disse,--basta così. Nessuno di noi sarebbe venuto ad assistere ad un omicidio. Se voi avete perduta la testa, non l'ho perduta io. Le ciarle sono ciarle, ma la vita è cosa seria, nè deve togliersi per così poco. Noi ci dobbiamo tutti alla famiglia ed al paese. Il diritto di morire da galantuomini si acquista studiando, lavorando, affaticando pel bene comune; morire da fanfaroni è una leggerezza colpevole, uccidere il proprio simile è un delitto. In ogni questione ci sono torti e ragioni, bisogna chiarirli colla giustizia e ripararli coll'onestà. Nel nostro caso il maestro offese il dottore coi suoi soliti paradossi, il dottore offese il maestro accusandolo di vigliaccheria... ebbero torto tutti due.... Il medico fa il suo dovere curando i malati, il maestro è un giovane incapace d'una viltà. Le offese si complicarono per imperizia dei testimoni; non era più possibile calmare i contendenti, bisognava dare qualche soddisfazione da ambe le parti, e finirla alla meno peggio. Ma non ci potevano essere scuse per permettere un omicidio. Bisognava salvare l'onore e la vita di tutti due. Io ho accettato d'essere padrino a tali condizioni, e gli altri secondarono la proposta con animo lieto. Gaspare per il primo si prestò con ogni argomento a convincere Tobia della necessità di non commettere delitti nè imprudenze, a non versar sangue, a risparmiare le lagrime alle famiglie, e a non dar motivo ai Tribunali di aprire processi togliendo la pace al nostro tranquillo villaggio.

Tobia è un po' mordace talvolta, è una testa calda, ma ha buon cuore, e non si fece troppo pregare per deporre i rancori e finirla a modo nostro. D'altronde, siccome i duellanti ignoravano completamente il nostro piano, così il duello fu leale e soddisfacente anche per gli scrupolosi e pei battaglieri. I campioni non hanno certo passato una buona notte, nè l'uno nè l'altro; dico questo senza offendere il loro onore, perchè sul terreno si mostrarono coraggiosi e decisi. Per altro è stata una buona lezione, e vi furono momenti terribili.... Non ne parliamo più, l'onore è intieramente soddisfatto.... stringetevi tutti la mano.... e come siete stati avversari leali, siate in seguito amici costanti, e noi, salvando due vite, egualmente utili alla società, abbiamo fatto il nostro dovere.

Ci stringemmo tutti la mano, e la pace fu fatta.

Tuttavia mi restava un dubbio nell'animo, cioè se quella mistificazione fosse lodevole o censurabile, se i più validi argomenti contro il duello potessero autorizzare una burla. Mi pareva di no. Impedire un duello sta bene, ma renderlo fittizio mi pareva poco decoroso. Solo le circostanze eccezionali potevano giustificare la condotta dei nostri padrini. Le cose erano spinte a tal punto, che una prova di coraggio era divenuta indispensabile per togliere ogni sospetto che potesse offendere il nostro onore. Fecero dunque bene mettendoci alla prova, e salvandoci in pari tempo da ogni pericolo.

Mentre tali pensieri mi giravano pel cervello, udimmo i tocchi della campana maggiore che annunziavano un funerale. E infatti poco dopo entrava in cimitero il morto portato dai becchini, seguito dagli amici e parenti che lo accompagnavano mestamente all'estrema dimora.

Quel nero drappo che copriva la bara, le preci dei sacerdoti, la fossa aperta che attendeva il cadavere, mi fecero passare un brivido per le ossa, e furono l'argomento finale che mi persuase dell'infamia del duello, che non appiana veruna questione, ma uccide spietatamente, ciecamente, ingiustamente, leggermente, impunemente. Una sola parola, un malinteso, un atto fortuito basta per condannare un uomo alla morte, mentre sommi filosofi e giureconsulti accumulano argomenti incontrastabili a provare la necessità di abolire la pena di morte, anche per gli assassini!.... Ci arrestammo tutti con tacito consenso davanti a quella fossa, ed assistemmo col cappello in mano alla mesta cerimonia, pensando che l'indomani uno di noi avrebbe potuto subire la stessa sorte, non chiamato dalla natura, ma da un fatale pregiudizio, il quale continua a mietere le sue vittime alla luce di civili costumi.

XI.

Finiti i funerali, il signor Nicola ci annunziò che le donne ci aspettavano tutti a pranzo in casa sua, per suggellare la pace fra i bicchieri. Don Vincenzo Liserio venne invitato a seguirci, e avendogli comunicato il motivo del nostro ritrovo ne rimase tanto sbalordito, che continuò per tutta la strada a trattenerci colle sue interrogazioni, colle sue sorprese, co' suoi fremiti e co' suoi applausi.

La comitiva raccoglieva i personaggi principali della mia tragedia, e mi pareva d'essere un capocomico che conduce al teatro la sua compagnia. E infatti dovevamo assistere ad una commedia o ad una farsa in casa Bruni.

La commedia incominciò al nostro ingresso. Isabella Fieschi, che attendeva ansiosamente il marito, per dimostrargli la gioia che sentiva rivedendolo incolume, si gettò fra le braccia del suo Lucchino Visconti riconquistato, con attitudini degne d'un quadro storico.

Ugolino Gonzaga, trovando quell'entusiasmo esagerato, si mordeva le labbra, e pareva quasi pentito d'aver cooperato a salvare il tiranno. Uguccione della Fagiuola, al quale nulla sfuggiva, mi accennava con due occhiacci stralunati, e con un sogghigno sardonico quel marito soddisfatto, quella moglie affettuosa e quell'amico malcontento; indicandomi in pari tempo la beata fisonomia dell'arcivescovo Giovanni, che ammirava in quegli amplessi la santità del matrimonio.

Francesco Pusterla congiurava come al solito, apparecchiando una serie di bottiglie, destinate, come la macchina infernale di Fieschi, a far saltare in aria o cadere in terra la comitiva, Uguccione della Fagiuola, all'aspetto di quegli apparecchi, rasserenava il volto, mostrava uno sguardo benigno, dal quale traspariva un'intima soddisfazione, piena di promesse per darsi un contegno conveniente: egli andava lustrando coll'avambraccio il suo lungo e speluccato cappello a cilindro, il quale, partecipando dell'indole testereccia del cervello che proteggeva dalle intemperie, si mostrava ribelle ad ogni pulitura e si conservava a strapelo.

Il tiranno aveva assunto l'aspetto dignitoso dell'uomo importante; la moglie, rassicurata sulla vita del marito, temeva di avere oltrepassato i limiti dell'entusiasmo, e procurava di riprendere il terreno perduto sbirciando i più teneri sguardi verso Ugolino Gonzaga, che trovandoli irresistibili, deponeva il sussiego della illegittima gelosia, per corrispondere degnamente al nuovo invito.

Infatti pareva che tutto si disponesse a rientrare nell'ordine.... o nel disordine normale, quando un improvviso fracasso proveniente dalla cucina venne ad annunziarci un nuovo avvenimento. Finita la commedia, incominciava la farsa.

Attirati dal rumore siamo corsi tutti in cucina, e vedemmo una finestra caduta in frantumi, una damigiana rovesciata, un lago di vino sul pavimento, la Menica colle mani nei capelli, Martino che fuggiva per evitare il primo impeto del padrone. Che cosa era avvenuto per causare tanti disordini?... Una piccolissima causa aveva prodotto quei terribili effetti, proprio come molte questioni di duelli. Ogni momento che passava ci portava il suo insegnamento. Ecco il fatto. Un sorcio era entrato in cucina, la Menica aveva chiamato Martino in aiuto, ed esso, armato d'un bastone, pieno d'ardore contro il nemico, s'era slanciato nella lotta con un colpo decisivo.... che gettò in terra la damigiana, facendola in pezzi, poi cadde sulla finestra e ruppe quattro vetri, aprendo una larga breccia, per la quale il sorcio spaventato, ma incolume, aveva battuto la ritirata. Cosicchè tutti correvano: noi per assistere allo spettacolo correvamo sul teatro dell'avvenimento, il vino correva per la cucina, il sorcio correva pei campi, Martino correva per la corte, il signor Nicola correva dietro a Martino, la Menica correva dietro al signor Nicola, e lo raggiunse abbastanza in tempo per salvare il domestico da un colpo di bastone, che avrebbe dovuto piuttosto uccidere il sorcio.

--Calmatevi....--gridò Ugolino Gonzaga,--è meglio spargere il vino che il sangue....

--Non sono di questa opinione!--rispose Uguccione della Fagiuola,--e questa volta vado d'accordo col medico....

--Che cosa volete dire?...--gli chiese il dottore, offeso di trovarsi d'accordo in qualche cosa con un individuo che gli era antipatico.

--Intendo dire che voi coi vostri salassi spillate più sangue che vino, e questo va bene, perchè un eccesso di sangue può togliere la vita, quando un eccesso di vino non fa che esilararla, o tutto al più addormenta tranquillamente per alcune ore. È meglio dunque spargere il sangue.... e riservare il vino, per beverlo in buona compagnia. Per me avrei preferito che Martino avesse rotta la testa al sorcio e salvata la damigiana. Se il dottore pensa diversamente, le opinioni sono libere.... ed anche le bestie hanno diritto di difendersi.... e avvicinandosi a me, mi ripetè sottovoce guardando il dottore.... anche le bestie hanno il diritto di difendersi scambievolmente.

Il dottore non gli rispose, ma gli diede un'occhiata incendiaria che voleva dire:

--Linguaccia malefica, se ti potessi cavar sangue, te lo caverei fino all'ultima stilla!

Il signor Nicola, passato il primo impeto, ritornò tranquillamente in cucina, rimproverando la Menica d'aver chiamato Martino per uccidere un sorcio.

--È un imbecille,--egli continuava,--capace di demolire una casa per prendere una mosca....

Allora il dottore aggiunse sentenziosamente:

--Per liberarci dai nemici interni, non dobbiamo mai contare sull'intervento degli stranieri!...

--Che ne dite, Tobia?...--chiese il signor Nicola all'organista. Ed egli rispose:

--Io penso sempre il contrario di quello che pensano i medici e sto benissimo.

--Cattiva lingua....--soggiunse il signor Nicola ridendo. Il medico finse di ridere esso pure, per mostrarsi disinvolto, ma la sua fisonomia tradiva i suoi pensieri. Esso aveva l'aspetto d'un uomo che mastica fiele e vuol far credere che gli trova il gusto dello zucchero.

Per attendere l'ora del pranzo si misero a giuocare alle carte su due tavolini: il dottore ed il parroco dirimpetto al farmacista e all'organista; la signora Pasquetta col signor Nicola a fronte della signora Giovanna e del giovane allievo del farmacista, che aveva servito di secondo padrino al dottore.

Io accompagnai l'Agata che andava in cerca di Martino fuggiasco, per annunziargli l'amnistia ottenutagli dal padre.

Desideroso di sapere come fossero passate le cose ch'io ignoravo intorno alle predisposizioni del famoso duello, gliene chiesi qualche notizia ed ella mi disse ingenuamente:

--Dopo la partenza dei testimoni dalla casa del dottore, la signora Pasquetta, spiritata, era corsa in casa Bruni.

--Presto... presto per carità... chiamatemi il signor Nicola... che ci salvi tutti... Vogliono uccidere mio marito... mio marito vuol uccidere Daniele e Tobia; domani sarà un macello, che farà inorridire il paese.

Mentre essa raccontava gli orrori e le lotte di quella sera e la sfida per l'indomani, comparvero i testimoni che erano stati da me, e che si recavano dal signor Nicola per tenere consiglio intorno alla condotta da adottarsi. La signora Pasquetta venne congedata con promessa formale di accomodamento, prima però che si fosse nulla deciso intorno al partito da prendersi, raccomandandole caldamente di evitare nuovi scandali, di lasciare che suo marito si recasse all'indomani al suo posto, ed ella confidasse in loro.

Ma la conferenza dei testimoni che si protrasse a tarda notte non sapeva trovare uno scioglimento che appagasse ogni esigenza, quando l'Agata manifestò modestamente il suo parere.

--Impedire il duello,--disse,--mi pare impossibile; lasciare che si ammazzino è ancor peggio; o dunque perchè non dareste ai duellanti due pistole cariche a sola polvere, ond'essi ignorandolo possano provare tutte le peripezie del duello, senza subirne le terribili conseguenze? Dopo lunghe discussioni venne accettata la proposta, con giuramento solenne di conservare il segreto fino al termine dell'affare. E così fu fatto.

--In tal modo,--io dissi all'Agata,--voi avete inventato un nuovo genere di duello, che tuttavia non può aver luogo più di una volta sola.

--A me bastava salvare la vita e l'onore di due persone; al resto non ci pensavo.

--E come avete fatto a scoprire questo stratagemma?

--È stata una ispirazione,--ella soggiunse,--un'ispirazione d'un'anima santa che veglia in cielo sopra di voi. Mentre mio padre parlava concitato con Gaspare e Tobia, cercando di persuaderli ad evitare una disgrazia, io sentiva sul mio seno la medaglia di vostra madre, che pareva mi pulsasse per chiamare la mia attenzione. Allora mi parve ch'ella mi dicesse dall'alto «salvate l'onore e la vita a mio figlio» e certo i miei pensieri mi vennero infusi dalla potenza sovrumana d'una madre.--Qui, ritirando dal seno la medaglia, me la porse dicendomi:

--Datele un bacio, e un'altra volta siate più savio.

Io baciai affettuosamente la medaglia, ella se la ripose in seno, e camminammo lungamente in silenzio. Sentivo qualche cosa che mi strozzava la gola e mi toglieva la facoltà di parlare.

A mezzogiorno preciso Bitto comparve, come al solito, ad annunziare l'ora del pranzo.

La riunione intorno alla mensa ospitale fu lieta e conciliante. Il vino ingurgitato ci fece dimenticare quello perduto. E succede sempre così a questo mondo: i piaceri che consolano i nostri sensi ci fanno dimenticare i mali sofferti... dagli altri.

Alla fine del pranzo abbiamo chiamato Martino e ci siamo fatti raccontare la sua lotta col sorcio, ma nel punto più interessante, la vivacità del racconto esponendoci al rischio di veder rinnovata la catastrofe, abbiamo dovuto rimandarne la continuazione ad un altro giorno... come le appendici dei giornali.

--Tregua ai pericoli,--diss'io,--non bisogna provocare troppo la sorte. Oggi ci dovevano essere dei feriti e degli uccisi, e tutti furono salvi... uomini e bestie.

--Meno la damigiana!...--soggiunse Uguccione con rammarico, chè, quantunque saturo di vino, non ne era ancor sazio.

Quando la conversazione si fece generale, e tutti parlavano in una volta, l'Agata, che mi sedeva vicina, mi disse all'orecchio:

--Gli uomini furono salvi senza loro merito... invece la bestia dovette la salute alla propria intelligenza, evitando il pericolo con destrezza, cogliendo il momento opportuno per cavarsela dalla sola uscita possibile, schivando i colpi malaccorti d'un uomo stupido.

--L'uomo,--io le risposi,--non si fa merito di evitare i pericoli colla fuga, ma preferisce di salvar l'onore a rischio della vita.

--Ma se le bestie,--ella soggiunse,--non sentono il bisogno della riparazione delle offese, gli è perchè fra loro non corre l'uso dell'oltraggio. Vivono più concordi degli uomini, hanno il coraggio di difendersi contro i propri nemici, quando ne vedono la possibilità, ma non si espongono leggermente a tanti pericoli.

--Perchè non possono contare sull'intervento della donna,--io aggiunsi,--la quale, rappresentando la Provvidenza, trova sovente il modo di accomodare col cuore ciò che l'uomo guasta colla testa!...

Abbassò gli occhi e tacque.--Alla sera, separandoci, eravamo tutti ritornati amici... almeno in apparenza.

XII.

Un buon sonno mi riposò di tutte le scosse morali del giorno. Il sonno è lo spazio vuoto che divide le strofe del poema della vita. In quei giorni nei quali hanno termine i più gravi avvenimenti finisce anche il canto.

All'indomani del mio duello io cominciai dunque un altro canto colla sua nuova serie di strofe, cioè ripresi la vita, colle sue note liete e dolorose, colle sue rime obbligate e monotone, colla sua misura prescritta dalla prosodia, positiva come il materialismo del verso.

Le note liete mi venivano dalla natura in fiore, che consolava la vista coi sorrisi della primavera; le note dolorose erano l'eco del primo amore perduto, delle speranze deluse, dei dolci sogni svaniti. La monotonia la trovavo nella scuola, ove un gregge d'idioti imparava a leggere per conoscere anche i mali passati, a scrivere per offendere la grammatica, a far conti per ingannare il prossimo. Il lato positivo della vita mi veniva rappresentato da quattro sacchi di farina che mi pesavano sulle spalle, come all'asino del mugnaio!... Bitto, che non aveva di questi pensieri, russava tranquillamente a' miei piedi, aspettando l'ora del pranzo, che non gli sapeva di sale quantunque andasse a chiederlo in casa altrui.

All'amore deluso avevo tempo da pensarci, la scuola andava avanti da sè, ma la farina bisognava pagarla.

Mi decisi al taglio d'un boschetto che avrebbe aspettato con vantaggio per qualche anno; ma quando si ha assoluta necessità di denaro, e si può trovarlo in un bosco senza assassinare un cristiano, si assassina il bosco, e si lasciano cantare i giornali, che deplorano il diboscamento delle pendici, perchè non hanno boschi da tagliare... ma tagliano i panni addosso ai galantuomini, come se fossero meno sensibili delle montagne!

Venduta la legna e intascato il danaro, partii per pagare il mio debito al mugnaio.

Il mulino è collocato in posizione pittoresca, alle falde d'una montagna vestita d'abeti, sulle rive scoscese d'un torrente, alimentato da una cascata.

Al cupo fragore della cascata, al gorgogliare delle acque spumanti che s'infrangono sui macigni caduti dall'alto, e serpeggiano fra i sassi e le ghiaie del torrente, si confonde il tonfo regolare delle ruote nella gora, e i battiti dei palmenti. Tutti questi suoni formano un accompagnamento grave e solenne al gorgheggio melodioso di qualche uccello sugli alberi, e al cigolare degli assi di ferro che girano sui perni asciutti. Questo è per l'udito. Per gli occhi, essi nuotano in un tal lusso di colori da restarne inebbriati. Dal tenero arbusto che si agita alla brezza sulla sponda del torrente, all'albero gigantesco colla cima infranta dal fulmine che protende le antiche fronde sui crepacci delle roccie ingombri delle sue tortuose radici, dal musco che copre di velluto i legnami fradici del mulino alla vitalba vagabonda che s'arrampica sulle piante vicine e ricade in festoni, dall'edera che tappezza i vecchi muri crollanti alle cupe ramificazioni degli abeti che ascondono i precipizi, si possono annoverare tutte le gradazioni del verde, e le sue decomposizioni dal giallo bruno al dorato, dal più cupo azzurro al turchino. Il candore delle spume del torrente illuminate dal sole, la lucida trasparenza delle acque bianche e cilestri nel letto di ciottoli, le nude roccie del fondo di colore cenerino contrastano colle tinte forti dei vicini clivi boscosi, e colle dense ombre che confondono l'acqua col terreno e le pietre, e il folto degli alberi coll'angolo della casa.