Il bacio della contessa Savina
Part 11
Alcune piante godono lo speciale privilegio di non assorbire che un solo principio. Se è il principio del male sono piante velenose, come la cicuta, la belladonna, il giusquiamo; se è il principio del bene sono piante benefiche, come la china del Perù, l'arancio, la vite. Le prime uccidono, le seconde risanano l'uomo.
È certo che le dosi modificano la loro azione, potendo tornar giovevole una piccola dose di veleno, e micidiale una forte dose di vino. Ma nel mondo morale succede lo stesso: un eccesso di gioia uccide, un dolore corregge un vizio.
La vite ha la specialità di non raccogliere colle sue radici, e di non assorbire colle sue foglie altro che gli umori soavi ed esilaranti: lo spirito, l'ilarità e l'entusiasmo. Ecco il motivo pel quale mi sono votato a Bacco: mi pareva nelle mie critiche circostanze d'aver sommo bisogno della particolare assistenza di questo dio. Infatti esso distilla nel succo dei grappoli la quintessenza dell'umana felicità. Questa si assimila al vino, entra nelle botti e nelle bottiglie, brilla nei bicchieri come i rubini e i topazi d'oro, esala nell'aria gli effluvi de' suoi aromi sottili. Buon vino e buon umore sono sinonimi, e chi ne ha ne usi moderatamente per goderne a lungo, e chiuda le bottiglie con tappi solidi di sovero di Spagna, e metta capsule metalliche sul turacciolo per conservare scrupolosamente il profumo e lo spirito dell'umana felicità distillata. Nel fondo d'ogni buona bottiglia si trovano arcane consolazioni, affatto ignote a chi non beve che acqua. Ma le passioni intemperanti spingono l'uomo ad abusare di tutto, ond'egli avvelena l'aria destinata al suo respiro, intorbida le pure sorgenti e guasta i migliori succhi della vite. Con alcuni buoni pensieri si possono fare pessimi vini; la colpa è tutta dell'uomo, di questo guastamestieri della natura.
Ma non basta fare il vino eccellente, bisogna anche saperne usare con moderazione.
Che cosa è più soave negli ardori della canicola d'una immersione in un bagno fresco? ma l'uomo non si contenta di tuffarsi nell'acqua fino al collo, egli corre ove il fiume è più rapido, ove il mare è più profondo; non si limita a nuotare alla superficie, ma vuole entrare sott'acqua colla testa, e trova talvolta un pescecane che lo divora.... o un filo d'erba che gli lega una gamba.... e l'uomo s'annega.
L'umana intemperanza riduce la vita ad un incubo insopportabile, quando si potrebbe goderne come d'un sogno delizioso!
Così pure il vino subì la sorte di tante cose eccellenti e salubri ridotte nauseanti e pericolose. Bacco ci offre un frutto che contiene le dosi d'un elisire di lunga vita, e noi troviamo il modo di snaturare l'essenza di questa divina materia per produrre un tossico ingrato e micidiale! E i legislatori che condannano ai lavori forzati il falsario delle monete, non trovarono la benchè minima pena per punire i falsificatori del vino, che sono causa di gravi mali sociali, che avvelenano i loro simili, che guastano gli stomachi e i cervelli, che producono coliche e delitti!
L'oste del mio villaggio, come tutti gli osti che godono questa impunità, aveva del vino buono e del cattivo. Dapprincipio preferii la qualità alla quantità, e ne sentii gli effetti benefici al corpo ed all'anima. Il buon vino mi facilitava la digestione e mi disponeva ad una benevolenza universale: io sentivo un bisogno di perdonare le offese, di tollerare le imposte più gravose, dimenticavo i mali sofferti, speravo nell'avvenire. I più dolci pensieri danzavano nella mia fantasia come sopra un tappeto di fiori, uno spirito di conciliazione animava il mio cuore, e mi addormentavo contento e beato, e sognavo che la contessa Savina mi dava un bacio, che la mugnaia me ne dava due, e poi si baciavano fra loro, e ci abbracciavamo tutti e tre. Erano visioni di paradiso!...
Ma io non ho saputo contenermi nei limiti prescritti dalla ragione, dal buon senso e dall'onestà!
Tuttavia, prima di raccontare i particolari di questo nuovo errore della mia gioventù, sento il bisogno di reclamare nuovamente le circostanze attenuanti, anche a benefizio di Bacco, accusato ingiustamente di connivenza ai miei falli.
No, il vino non è la causa della mia intemperanza, come l'acqua non è responsabile dei suicidii che si commettono nel suo seno.
Non è l'uso del vino, è l'abuso che mi trascinò... sotto al tavolo.
La giustizia deve passare prima di tutto; nè il vino, nè l'oste sono colpevoli; io solo devo subire la censura d'una condotta irregolare.
Se il vino lo avessi portato a casa, e me lo fossi bevuto a pranzo, mi avrebbe fatto del bene. M'ha fatto male perchè ho sbevazzato all'osteria, senz'ordine e senza misura.
Il vino è assolto.... veniamo all'oste.
L'oste, poveretto! quando s'accorse che il mio cervello divampava, ha fatto la parte del pompiere, mettendomi dell'acqua nel vino, procurando con sincera filantropia di moderare l'incendio che non poteva più spegnere.
È verissimo che nel conto mi ha fatto pagare il vino annacquato come vin pretto, ma anche questo è lodevole, tenuto conto dell'intenzione che deve averlo guidato d'infliggere una multa alla mia intemperanza.--Ma chi ha dato diritto all'oste di far pagare ai suoi avventori più di quanto gli è dovuto?... Forse l'agente delle tasse, il quale attribuendogli una rendita immaginaria, superiore alla vera, e facendogli versare una imposta relativa, aperse la strada dell'arbitrario, divenuto indispensabile per pagare l'ingiusto!--Dunque si assolva anche l'oste.
I veri colpevoli furono i falsi amici e i cattivi compagni. Alla testa di tutti pongo Uguccione della Fagiuola, il quale avendo scoperto in me i germi d'una nuova passione, che si andavano sviluppando, invece di mostrarmi i pericoli a cui andavo incontro, mi fece coraggio a persistere nelle prave abitudini. Egli era molto più vecchio di me, e l'esperienza doveva tenergli luogo d'educazione. Avrebbe potuto dirmi amichevolmente:--Bada, Daniele, a quello che fai; tu sei costantemente innamorato delle cose pericolose, e trapassi con inconcepibile leggerezza dall'amore della donna all'amore della botte. Sta in guardia, non fidarti troppo nè dell'una nè dell'altra; entrambe ci lusingano da principio con prestigiose illusioni, entrambe producono soavi emozioni, brillano ai nostri occhi con ismaglianti colori, sorridono ai nostri sguardi, ai primi baci esaltano il nostro spirito, ci promettono la suprema felicità!... ma poi!... a misura che la passione si riscalda, esse abusano della loro fatale influenza, intorbidano la nostra mente, ci espongono a mille pericoli, e ci fanno smarrire la ragione ed il senno!... Daniele, non fidarti nè della donna nè della botte; tu non sai quanto il loro profumo sia ingannatore, tu ignori gl'istinti malvagi che ascondono in seno, e i funesti veleni che circolano nel loro sangue. Fuggi la donna e la botte. Se m'avesse detto così, io andava frate, e tutto sarebbe stato finito; rinunziando alle gioie terrene mi assicuravo almeno il paradiso per l'altro mondo, ma Uguccione tenne un altro linguaggio.
--Bevi, bevi,--egli mi diceva,--il vino consola di tutto, la vita non ha che disinganni e dolori, in fondo della bottiglia si trovano le illusioni e le gioie: bevi e cerca l'oblio dei mali nel bicchiere, esso ti farà dimenticare la miseria e i tradimenti, gli amori infelici, le noie della solitudine, le amarezze del destino; bevi e sarai felice.
Ed io bevevo... ma bevevo come un sifone....
Egli mi faceva compagnia, e si stava allegri. Poi, per tenermi più a lungo all'osteria, mi mise in mano le carte. Dapprincipio giuocavo con indifferenza, ma a poco a poco m'entrò la passione dei fanti e dei cavalli, delle spade e delle coppe; gli assi mi mettevano in convulsione, avrei dato cento scudi per un dieci di danari, mi pareva impossibile che l'uomo potesse vivere senza le carte, ci pensavo il giorno e la notte, e le vicende del giuoco unite al liquore di Bacco mi agitavano il sonno terribilmente. Le giornate mi parevano più lunghe, la scuola sempre più noiosa; io attendeva con ansietà il momento di fare la partita, e quando all'ora della mia passeggiata Bitto voleva condurmi per la campagna a respirare l'aria pura e serena, io obbligava la povera bestia a rinunziare a questo esercizio salutare per accompagnarmi all'osteria a passare la sera in quell'afa infetta di vivande, di vino e di tabacco. Le carte non rispettano le affezioni più sacre, non riconoscono amici, nè credono ad altri piaceri all'infuori di quelli del tavolino.
Così in breve tempo divenni giocatore e beone.
Pare impossibile come è facile diventare viziosi quando il cammino della virtù riesce tanto faticoso! Eppure l'esperienza insegna che l'uomo non può essere felice se non ha la coscienza tranquilla. Tutti vogliono essere felici, ma molti fallano la strada, cercando da lontano e per vie remote ciò che si trova da vicino, anzi dentro di noi.
Io giuocavo e bevevo gran parte della notte; le perdite al giuoco mi animavano a raddoppiare le partite, e il vino mi eccitava la sete. Uguccione della Fagiuola colle carte, e l'oste col conto mi pelavano penna a penna, come si farebbe d'un pollo. Io era sempre pronto ad essere spiumato da tutti e due; giuocavo come una ruota, bevevo come una spugna, ed alla notte soffiavo come un mantice.
Una sera giuocando e bevendo, bevendo e giuocando, ho perduto tutto il denaro che doveva bastarmi per vivere un mese; poi non avendo più denaro, e volendo prendere la rivincita, ho perduto l'orologio, poi la giubba, poi la cravatta... poi il cervello e le gambe, e sono andato a finirla sotto al tavolo!...
Dopo un sonno profondo mi svegliai indolenzito, ammaccato, scapigliato, sconcio, colla testa pesante e la borsa leggiera, in maniche di camicia.
Ero sotto il tavolo, all'oscuro, dimentico d'ogni cosa, sbalordito.
Chiamai la Rosa. Bitto venne a leccarmi il volto con affezione inquieta, e pareva che volesse parlarmi. Non sapevo ove fossi, strepitai tanto che finalmente vidi comparire l'oste in mutande e pantofole, con un fanale in mano.
--Ha chiamato, signor maestro?
--Altro che chiamato!...
--Ebbene come va?
--Ma!.. mi pare che la vada malissimo... che non potrebbe andar peggio. Ditemi un po' che cosa faccio qui in questo arnese... e in questo letto un po' duro, ma a padiglione?
--Eh, quando si ha un buon sonno si dorme da per tutto.
--Benissimo... che ora è?
--Incomincia il crepuscolo.
--E perchè mi avete lasciato in terra tutta la notte?
--Per non farle male... gli ubbriachi bisogna rispettarli.
--Vi ringrazio dell'onore... ma come mi trovo qui?
--Vedo che la cotta è stata proprio solenne, se non si ricorda più nulla! Ecco come passarono le cose: ha giuocato e bevuto fino a che ha potuto reggersi in piedi, poi ha scivolato sotto al tavolo. I suoi compagni volevano accompagnarlo a casa, ma erano cotti fino alle midolle; ho pensato che andrebbero a dormire in un fosso. Ho detto fra me: vadano pure, essi sono veterani avvezzi alle bastonate, ma un coscritto non bisogna abbandonarlo. Se si rompe la testa possono darmene la colpa, e così mi sono fatto scrupolo di disturbarla. Dormiva tanto bene che pareva morto.... L'ho lasciato in pace al posto naturale scelto dalla natura... ed io pure sono andato a dormire.
--Nel vostro letto.
--S'intende... nel mio letto.
--Fortunato mortale!... Ed ove sono i miei panni?
--Li ha giuocati e perduti, con l'orologio... povero maestro!
--Ora mi rammento benissimo... pazienza... è stato il fante di spade che mi ha tradito!.. Mi dispiace che non avendo più un soldo nè in tasca nè in casa, non posso pagarvi il mio debito prima d'aver trovato i contanti.
--Di questo non si dia pensiero, signor maestro, mi pagherà un altro giorno. Intanto vada a casa a vestirsi finchè le strade sono deserte; e non si perda di coraggio per così poco. E mi aperse la porta.
Uscii con Bitto, che vedendomi mezzo spoglio mi guardava con compassione.
Io mi vergognavo davanti al mio cane.
Spirava una fresca brezza mattutina, il cielo era sereno, l'aurora tingeva i monti d'un roseo dorato. Il sorriso della natura mi faceva male. Avevo in saccoccia la chiave di casa, entrai come un ladro, penetrando con precauzioni infinite nella mia stanza per non essere sorpreso in quello stato miserevole dalla Rosa. Il sole si alzava quando io poggiava sul cuscino la mia povera testa pesante, e grave di pensieri dolorosi ed umilianti.
All'indomani tutto il villaggio parlava della mia avventura. Uguccione della Fagiuola l'aveva raccontata in piazza, il campanaro in canonica, il cursore in ufficio, le donnette ai mariti. Le autorità civili ed ecclesiastiche censurarono altamente la condotta scandalosa del maestro, tutti ciarlavano, commentavano, infioravano, esageravano il fatto e ridevano.
Se la coppa dell'amore appressata due volte alle labbra mi lasciò sempre deluso, anche in mezzo ai fiaschi... ho fatto fiasco!... Tre delusioni successive era troppo! Avrebbero bastato a schiacciare un gigante; io, che non era che un insetto, mi trovai polverizzato addirittura.
Più di tutto mi crucciava il pensiero di ciò che avrebbe pensato la famiglia Bruni de' miei stravizii, e mandai la Rosa con un pretesto per esplorare il terreno. Al suo ritorno le andai incontro per abbreviare la mia ansietà.
--Ebbene, che cosa pensano di me?...--le chiesi.
--Dicono,--mi rispose,--che siete un buon ragazzo, onesto e dabbene, vittima degli astuti, degl'intriganti, degli arruffoni, che abusando della vostra bonarietà vi rendono tributario dei loro disordini, dei loro vizii, e poi vi denigrano e vi mettono in ridicolo.... La signora Agata vi aspetta dopo pranzo per fare una gita con sua madre, non potendo il signor Nicola accompagnarle a motivo delle sue occupazioni.
XIV.
All'ora fissata v'andai. M'aspettavo una ramanzina in piena regola, invece fui sorpreso che non parlassero nemmeno de' miei malanni. Mi accolsero colla solita benevolenza, chiedendomi scusa d'avermi incomodato; ma conoscendomi compiacente e gentile, le signore mi pregavano di accompagnarle in un sito deserto della montagna, essendo il signor Nicola impedito, e non osando avventurarsi sole con Martino in quei greppi.
Partimmo subito, seguiti dal domestico che portava un cesto coperto, e preceduti da Bitto che andava ad esplorare il terreno, ed abbaiava alle pecore che pendevano dall'erta e ci guardavano passare con attenzione e diffidenza. Pare che certe bestie non abbiano troppo buona opinione dell'uomo.
La strada fu lunga e faticosa per l'ardua salita, ma la buona compagnia, l'aria fresca ed elastica e l'aspetto pittoresco e variato del paesaggio me la fecero sembrare agevole e breve. Strada facendo aveva chiesto dove s'andava, e l'Agata mi aveva risposto:
--Andiamo a fare un po' di bene... ve ne dispiace?
--Ne sono contentissimo, e ne sento bisogno io che faccio tanto sovente del male.
Non mi rispose, e poco dopo continuò:
--I nostri montanari hanno l'abitudine d'emigrare in lontani paesi per sostentare le loro famiglie col lavoro e fare qualche risparmio. Talvolta ritornano a casa ricchi o almeno ben provveduti, talvolta affranti dagli stenti, dalle privazioni, ammalati e più poveri di prima. Ecco il nostro caso. Si tratta di un padre di famiglia ritornato misero e infermo.
Intanto eravamo giunti davanti una catapecchia affumicata che sorgeva come una vedetta a picco della valle, in un angolo sporgente a diritta della strada maestra. Eravamo ad una grande elevazione; si vedeva al basso il torrente come un nastro azzurro, serpeggiante fra le piccole colture frastagliate, poi come un anfiteatro a scaglioni ove verdeggiava un magro frumento in piccoli spazi di terreno sostenuti da muricciuoli a secco, qualche casupola sparsa e biancheggiante fra i cespugli, e più in alto i pascoli interrotti dalle frane e dalle valanghe, sparsi di alcuni castagni giganti che si aggrappavano ai crepacci colle grosse radici; grandi e piccoli macigni franati dalle cime erano sparsi sugli strati erbosi che giungevano al margine dei precipizi. In alto e da lontano le aride giogaie erano spruzzate di neve, che brillava al sole e spiccava sull'orizzonte turchino.
A sinistra della strada s'alzava un bosco di abeti, che secondando le curve della montagna andava a perdersi fra le gole lontane. Sul margine del bosco in cima al muraglione sostenente il terreno tagliato dalla strada, pascolava una capra, vicino alla quale sedeva una bambina bionda e ricciuta, bianca e rossa ch'era una bellezza a vederla.
Al nostro avvicinarsi la capra alzò la testa mandando un lungo belato, e la bambina s'alzò in piedi per fuggire. Allora s'aperse l'uscio del tugurio che stava dirimpetto, e comparve sulla porta una donna giovane ancora, ma sparuta, solcata dalle rughe d'una precoce maturità, lacera nelle vesti, scapigliata e affranta dalle veglie, squallida dalla miseria.
Vedendo l'Agata alzò le mani e gli occhi al cielo esclamando:
--Benedetto Iddio!... ecco la Provvidenza!...
Agata l'interruppe interrogandola ansiosamente:
--Come va il povero Beppo?
--Sempre lo stesso, signora!... sempre la febbre... e i dolori. Ma se vuole consolarlo si mostri sulla porta.
--Entriamo, entriamo,--disse l'Agata, e la povera donna c'introdusse nella stanza dell'infermo.
Da una sola finestra vestita di carta entrava nello stambugio una luce smorta. L'infermo smunto, giallognolo, colle occhiaie incavate e segnate da un cerchio livido, cogli zigomi protuberanti, le labbra violacee, i capelli rabbuffati, l'occhio semispento, stava seduto sul suo giaciglio colle braccia distese sulle coltrici rattoppate, rotolando l'estremità del suo lenzuolo di stoppa nelle scarne mani. Al comparire d'Agata schiuse le labbra ad un sorriso, i suoi occhi parvero avvivarsi, poi due grosse lagrime gli corsero sulle guancie. Ci salutò con un cenno del capo accompagnato da un'alzata di mano, e ripeteva con voce fioca:
--Grazie... grazie... ho pregato per voi tutto il giorno... non posso far altro, grazie pei poveri bambini... e per le donne... che per la vostra carità non hanno più sofferto la fame!... Iddio salverà la vostra famiglia dalle disgrazie, io confido in lui... per me sia fatta la sua volontà... anch'Egli ha sofferto tanto per il bene, la giustizia e l'umanità....--e così dicendo accennava colla mano un Cristo che pendeva a capo del letto, un Cristo colla testa cadente incoronata di spine, colle piaghe sanguinose, e i piedi insudiciati dai baci di varie generazioni di devoti e di moribondi.
La povera moglie ci raccontò allora le lunghe sofferenze di suo marito. Egli era partito con profondo rammarico dal suo tugurio, ove lasciava quanto aveva di più caro sulla terra: la vecchia madre, la moglie, tre bambini che gli saltellavano intorno, sempre allegri e contenti, e volevano seguirlo dappertutto. La bambina, la sua delizia, lo accompagnava sul monte nella stagione della falciatura del fieno, e s'addormentava all'ombra. Egli la coricava sulla sua giubba e le copriva il volto col fazzoletto per ripararla dagli insetti. Alla sera se la portava a casa in braccio, contenti tutti e due. Lasciare tali abitudini, tanti affetti di famiglia, e andar ramingo in lontani paesi gli tornava amaro, doloroso, straziante. Ma mancava il lavoro, e quindi il pane per tutti. Partì col cuore lacerato quando cadevano le foglie e la cattiva stagione s'avvicinava a gran passi. Una mattina, preso sulle spalle un piccolo fardello, baciò la madre e i bambini e seguito dalla moglie uscì dalla sua capanna, ove avrebbe vissuto felice se avesse potuto vivere. La sua donna lo accompagnò fin fuori della valle, parlando dei loro interessi. Ma quando non vide più la sua dimora, fu inquieto e la rimandò. Si lasciarono con un cenno del capo e della mano, senza poter proferire una parola, nè l'uno nè l'altra: il dolore li strozzava.
Durante l'inverno quei tapini rimasti alla capanna, quasi sepolti sotto la neve, ricevettero qualche soccorso dall'estero. Il cursore comunale portava le lettere, e la povera donna sfidando le intemperie scendeva dal monte, trovava il danaro assicurato alla posta, faceva le sue provviste al capoluogo, e rimontava lentamente colla neve fino al ginocchio, e le spalle cariche della gerla piena. Ma sapeva almeno che il marito stava bene e pensava a loro, e li sosteneva lontani; i bimbi l'aspettavano sulla porta, battevano le mani all'arrivo di lei, facevano mille feste alla comparsa di tante buone cose che portava, e la nonna riceveva il tabacco e il pane, e tutti avevano da vivere in pace aspettando la buona stagione. La solitudine, l'isolamento, il freddo in mezzo a quei monti ricoperti di neve non ispaventavano quella povera famiglia quando aveva della farina e del sale, del formaggio e del latte. Il giorno, se brillava il sole in un cielo sereno, i bambini giocavano sulla neve, vi facevano banchi, grotte, edifizi fantastici, e quando imperversava la bufera, si raccoglievano colle donne intorno al focolare, rannicchiati sotto la cappa del camino, come i pulcini sotto la chioccia. Abbruciavano i rami odorosi dell'abete e del ginepro, cuocevano le patate sotto la cenere, la fiamma viva li compensava del sole assente, il gorgogliare della pentola li consolava dei sibili del vento, e i vortici del fumo erano a loro meno molesti delle pungenti ambizioni che agitano la società. Nè trovavano verun motivo di lamentare la loro sorte, e non si sarebbero mai immaginati che a questo mondo si possa desiderare di più!...
Alla sera si mettevano tutti in ginocchio, e dicevano le orazioni tutti in comune. Pregavano per la famiglia, per gli assenti, i viandanti, gli emigrati, gli infermi, ed invocavano la salute e le benedizioni del cielo, e si raccomandavano alla divina Provvidenza che li proteggesse in questa vita mortale, rendendoli degni di meritare nella vita eterna il compenso delle sofferte afflizioni. Dicevano _requiem_ pei morti, e ringraziavano il padre che sta nei cieli del pane quotidiano, lo pregavano di perdonare i loro peccati, di difenderli dalle tentazioni, di liberarli dal male. Poi indirizzandosi alla Madonna la supplicavano della grazia di rivedere presto il loro padre, il marito, il figliuolo, in buona salute... e intanto che il Signore lo benedica e difenda dalle disgrazie. E si coricavano tranquilli, pieni di fede, di speranza, di carità.
Finalmente venne la primavera, sempre gradita a tutti, ma specialmente a chi ha vissuto sei mesi sotto la neve. I geli si disciolsero ai tiepidi raggi del sole, e ricomparvero le foglie sugli alberi, e il verde tappeto sui pascoli. Coll'arrivo delle rondini la madre di famiglia attendeva il ritorno del marito assente, e molte volte al giorno gettava un'occhiata sulla strada maestra, per vedere se da lontano si vedesse comparire qualche viandante. I bambini pure aspettavano il babbo, e si ripromettevano dei ghiotti bocconi, coi quali avrebbero celebrato il sospirato ritorno. La nonna seduta al sole guardava parimente la strada, aspettava e pregava tutto il giorno per lui. Ma le rondini libravano il volo da lunghi giorni sulla valle cacciando gl'insetti, i nuovi nidi erano già costruiti, le fronde s'addensavano, l'erba e il frumento crescevano rigogliosi.... e l'emigrato non compariva. E non solo non si vedeva di ritorno, ma non giungevano più nè lettere, nè danaro. I primi giorni che oltrepassarono il termine supposto al rimpatrio si cercò d'ingannare l'ansietà dell'aspettativa con argomenti immaginari. Un lavoro impreveduto, un ritardo prodotto da necessità insuperabili, strade cattive, tempi perversi, combinazioni che succedono in viaggio. Ma mentre crescevano le inquietudini mancavano i viveri.