Il 1859 da Plombières a Villafranca

Canto d'italo amor, d'itala forma,

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d'italo ardir che tuona e che predice, in simbolica spoglia era la Norma.

(Questo episodio del patriottismo lombardo è fra i più noti:[200] ma esso è qualcosa di più che una bella vendetta della Scala, addormentatrice sirena, cara al Metternich: è indizio che gli ultimi riguardi di casta, i vincoli stessi di parentado, da antico studiati e favoriti da Maria Teresa e ben più accorti e tenaci di quelli usati poi del capestro, sono spezzati. Molti di quei nobili, rincasando, deporranno per tempo indeterminato la cravatta bianca: sta per echeggiare la fucilata per le tue ville, o Varese!). Febbraio 1859. Soncini, Clerici, Caroli, Boner espulsi dai teatri; non è loro permesso neppure il teatro delle marionette. Si aspetta il discorso, Imperatore Napoleone. Incertezza. Emigrazione spontanea di giovani in Piemonte. Festa per la principessa Clotilde. Festeggiamenti nel teatro della Fenice. Si recita il «Profeta». Rappresentandosi, la notte, si spengono i lumi. Piovono coccarde e confetti a tre colori. Dal Verme, Visconti, (?) circa cento giovani milanesi si arruolano. L'Università di Pisa arruolasi anch'essa. Cresce il fervore. Morte di Emilio Dandolo. Funerali il 22. Incertezza. Proibizione di accompagnare (la salma). La marchesa Rescalli corre dal Luogotenente, ne impetra il permesso. Lodovico Mancini dice: lasciateci almeno fare a nostro modo coi morti. Entusiasmo. Dieci mila persone a capo scoperto. Ghirlanda e nastro tricolore portato da dame e messo da....[201] Il popolo che non vide, dice essere disceso dal cielo. I balconi, le strade accalcate alzano un grido immenso all'apparire della misteriosa ghirlanda. 232 (?) signore di altissimo casato, miste alle cittadine, accompagnano con decoro e con santo raccoglimento l'amato giovine. Due pietosi ne lavarono il corpo. Giunta la turba al camposanto, parlò Allievi e Bargnani, il primo all'improvviso, il secondo un pensato e caldo ragionamento. Trotti, Signoroni, Mancini e Carcano tengono il drappo funebre. Quattro bersaglieri, compagni d'arme, portano il cadavere. Venti soldati assistono alla cerimonia che si compie tra gli applausi. Il governatore visita più tardi la spoglia: si leva il cadavere: si fruga l'estinto: si stracciano i fiori. Il conte Tullio porta a Monti la spada di Manara, legata dal figlio al compagno d'armi. Il 22 febbraio a sera, teatro vuoto: soli tre palchi. Il 23 febbraio, alla sera, quei pochi che si avviano al veglione, sono respinti colle sassate e coll'insulto. Interviene la truppa e gli ulani. Parapiglia. Quelli che vendono maschere sono pregati a ritirarle. Il 27, grosse pattuglie proteggono le maschere; ma sono pochissime. 28. La città è muta. Arresti. Bargnani è salvato da un beccaio. Sciopero. Papà Cavour. Fortificazioni e feritoie al Castello».

[199] Conte Guido Melzi d'Eril: essi sono del padre suo, duca Giovanni.

[200] Vedi R. BARBIERA, _Il salotto della Contessa Maffei_ e G. VISCONTI-VENOSTA, pag. 465.

[201] Lodovico Mancini. Vedi il racconto minuto nel BARBIERA, _op. cit._, e a pag. 473 dell'_op. cit._ di GIOVANNI VISCONTI-VENOSTA.

*

Ma prima di procedere, sarà utile vedere che cosa ne pensasse il maggiore di questi «spiriti malvagi», anzi il progenitore degli spiriti malvagi, il Mazzini.

La causa d'Italia così come era sostenuta da questi tre primi attori, Vittorio Emanuele, Cavour e Napoleone III, fu da lui fieramente avversata.[202] Questa cosa è nota, tuttavia conviene soffermarci alquanto. Contro Vittorio Emanuele non possiamo dire che vi fosse propriamente avversione: il Mazzini che del '31 aveva rivolto a Carlo Alberto il magnanimo invito di «liberare l'Italia dai barbari», di «edificare l'avvenire», di essere «il Napoleone della libertà italiana», che alleva detto: «snudate la spada e cacciatene la guaina: fate un patto con la morte, e l'avrete fatto colla vittoria», ripete in tuono più attenuato, al figlio di Carlo Alberto l'esortazione medesima. Come republicano non intende imporre al Re la sua fede; ma non vuole che altri gli imponga la sua. Domanda che a guerra vinta, si riservi alla Sovranità Nazionale di stabilire la forma e il patto del proprio reggimento.[203] Si ripete a un dipresso ciò che fu tra Cattaneo e Carlo Alberto nel '48: «Passate (il Ticino) ma non vi promettiamo niente!»[204] «La parola riconoscenza — scrisse il Cattaneo — è la sola che possa far tacere la parola republica». Se non che del '59 non era ministro del Re il buon conte Cesare Trabucco di Castagnetto, ma il Cavour, non disposto a far proclamare Vittorio Emanuele presidente della republica.

[202] Vedi tutto il vol. X degli _Scritti_ del MAZZINI.

[203] Vedi MAZZINI, _Scritti_, X, XX. La formula plebiscitaria, provocata dopo Villafranca, fu, come è noto, ben altra. Nella lettera «al conte di Cavour» del giugno '58, v'è questo passo: «Voi non potete, senza stoltezza, credere in una serie di principi: noi ci accostiamo rapidamente a tempi, nei quali ogni monarchia sparirà. I vostri affetti devono essere concentrati sul regnante d'oggi. Or la potenza che vi dànno le forze che portate sul campo, e l'abitudine inveterata nei popoli di essere e mostrarsi grati anche a scapito della propria salute, vi assicurano che, serbando a quel re il vanto di aver contribuito con le armi a liberare il paese, voi gli serbavate, se non la corona, la presidenza almeno d'Italia», pag. 78.

[204] _Carteggio Casati-Castagnetto_, pag. XLVII.

Ma l'alleanza con Napoleone III è cosa tale per cui l'animo suo insorge con ogni sua forza; e ciò per due ragioni, di cui la prima è che il sogno della sua vita è distrutto: la storia non scriverà nelle sue pagine: «l'Italia, libera ed una per virtù propria, insegna ai popoli come si frangano le tirannidi»; ma scriverà: «l'Italia, serva fremente, ma incapace di liberarsi da sè, ebbe indipendenza dall'Austria, per opera d'armi straniere e dispotiche».[205] La seconda è che «esporre la causa della patria all'intervento e alla malefica influenza di Luigi Napoleone, era delitto simile a quello di chi infettasse di tabe mortale una giovane vita».[206] Questa guerra, se sarà guerra, non avrà per risultato che di sostituire il dominio francese a quello austriaco e l'alleato «si muterà in padrone», giacchè quale altro fine se non la conquista, si può proporre Napoleone ad una guerra contro cui «la Francia intera è, dall'esercito in fuori, avversa?» Alla prima di queste cause va riferita la nota frase che il Mazzini, a testimonianza del Saffi, avrebbe proferita, come seppe delle parole di Napoleone all'Hübner: «il dado è tratto, siamo spacciati»; alla seconda di queste cause il noto avvertimento del gennaio '59 a coloro che da lui si staccavano: «Voi vi date a una guerra nella quale la monarchia piemontese è esecutrice, l'Impero di Francia ispiratore del disegno. Sarete al campo in qualche angolo di Lombardia, probabilmente tra Francesi e Sabaudi regii, quando la pace che tradirà Venezia sarà a insaputa vostra segnata».

[205] MAZZINI, _Scritti_, X. pagg. 312. 313.

[206] MAZZINI, _Scritti_, X. pag. XVIII in nota; e pag. 205: «Vogliamo la guerra all'Austria, ma non vogliamo combatterla a fianco di un altro straniero che ha fondato, sui cadaveri dei nostri migliori, una usurpazione militare a pro della tirannide di Roma». Non è qui il luogo di rifare la storia della spedizione francese del '49 contro Roma. Richiamiamo tuttavia il passo a pag. 106, e ricordiamo che il Guizot (_Memorie_, VIII, pag. 403) ai primi accenni di rivoluzione in Roma fece nel gennaio del '48 allestire una spedizione di 5000 armati, pronta ad imbarcarsi per Civitavecchia; ed è noto che se fosse mancato l'intervento francese, sarebbe avvenuto l'intervento austriaco. Ciò è detto non a giustificazione ma a spiegazione.

Si suole dare a queste parole senso profetico; ma verosimilmente il Mazzini intendeva il tradimento di Napoleone, sia nel caso della vittoria come nel caso della sconfitta, la qual cosa è detta nello scritto «La guerra» del 15 maggio, dove così si ragiona: «la guerra, lasciata ai governi, finirà con un nuovo trattato di Campoformio, o con un riparto d'Italia che, lasciando in Roma l'eterno nemico dell'unità della Patria, sostituirà sulle altre terre d'Italia nuovi padroni agli antichi: forse, se mai si prolungasse oltre l'anno e con vicende alterne, colla caduta di Luigi Napoleone senz'un solo vantaggio all'Italia».[207] Come poi a guerra iniziata anche Mazzini chiamasse disperatamente alle armi e come collimassero stranamente le sue parole con altre di Luigi Napoleone, sarà detto a suo luogo. Qui basti il finire con le parole della accennata profezia: «Ai poveri tormentati ed illusi che vanno ripetendo: Venga Satana, purchè ci porti via gli Austriaci, io dico: Fratelli, voi avrete Satana e gli Austriaci ad un tempo; s'intenderanno sul campo a danni vostri dopo la prima battaglia». La verità è che Satana o il «primogenito del demonio»,[208] come più tardi fu chiamato Napoleone III dalle Dame del Sacro Cuore o l'«uomo dalle tredici coscienze» come lo chiamava don Margotti, fu lui, il veramente tradito a Villafranca. Ma già fin da antico fu scritto che il mestiere del diavolo non era il più facile, tanto che il popolo v'aggiunse l'aggettivo di «povero».

[207] MAZZINI, _Scritti_, X, pag. 306.

[208] DE CESARE, _Roma e lo Stato pontificio_, II, pag. 55.

Ma sarebbe cosa dolorosa per chi scrive queste pagine, se riportando tali passi del Mazzini se ne volesse dedurre l'intendimento di esaltare Napoleone III a discapito di quel nostro grande. È il dissidio delle cose che a me preme mettere innanzi; guerra di anime che durerà più lontana che la guerra delle armi. Credo anzi ventura per l'Italia che il Mazzini con ieratica forza non ispostasse il suo vessillo di una linea dal vertice ideale ove lo teneva spiegato. Oltre l'unità e la monarchia esso splende, garrisce ancora: credo erronea opinione quella di molti che — bisognosi per procedere, di novelli richiami, — lo reputarono lenzuolo funebre nel quale avvolgere l'idea della patria, e chiamare poi architetti e scultori per il mausoleo interminabile. Profeta più veramente fu il Mazzini quando scrisse: «Non isperino gli Italiani salute se non trovano in sè stessi energia per compiere il loro dovere».[209]

[209] MAZZINI, _Scritti_, X, pag. 282.

Del resto, chi non credeva allora ai tenebrosi disegni di Napoleone che «tante notti bianche» fece passare ai diplomatici e ai re?[210] I ~lo chërdia pi bulo!~, lo credevo più furbo, confessa nell'aprile del '59 Massimo d'Azeglio.[211]

[210] HÜBNER, II, pag. 221.

[211] CHIALA, VI, pag. 393.

E grande del pari era l'avversione del Mazzini contro il Cavour, che gli sottraeva il sottraibile di fedeli e di opere; che di quella accennata infezione appariva l'agente deliberatamente sicuro.

Ora mentre tanti sospetti si appuntavano da Mazzini contro Napoleone III, non minori sospetti e paure molti nutrivano in Francia per questa guerra in cui l'Impero veniva a collocarsi alleato della Rivoluzione. Prospero Mérimée così scriveva al nostro patriotta Antonio Panizzi: «Ma e l'Europa? ma gli Italiani? E che fare del Mazzini? Fucilarlo: d'accordo, ma che dire a coloro che vorrebbero sventrare il cardinal Antonelli o il re Bomba? Non c'è da temere che dopo le prime vittorie noi avremo degli alleati che ci metteranno nel più serio impaccio? In confidenza, mi sembra che si tratti di due vasi di terra che vanno ad urtarsi. Potrebbe darsi che in avvenire non restassero che dei cocci per terra».[212] È lo stesso identico ragionamento, riferito sopra, di Drouyn de Lhuys all'Hübner: il pericolo — cioè — della rivoluzione. E Cavour non agitò dopo Villafranca, per un momento, lo spettro della rivoluzione?

[212] _Lettres de M. P. Mérimée à M. Panizzi_, edite di Fagan Paris, Lévy, 1881. A questo letterato sono attribuite le lettere d'amore che la futura imperatrice di Francia dirigeva a Luigi Bonaparte.

È del 31 decembre '59, cioè cinque mesi dopo la pace di Villafranca, questa lettera di Napoleone a Pio IX: «una delle mie più vive preoccupazioni, durante e dopo la guerra, è stata la condizione degli Stati della Chiesa, e certo fra le potenti ragioni che mi impegnarono a fare sì prontamente la pace, bisogna annoverare il timore di vedere la rivoluzione prendere tutti i giorni più grande svolgimento. I fatti hanno una logica inesorabile e nonostante la mia devozione alla Santa Sede, io non potevo sfuggire ad una certa solidarietà cogli effetti del movimento nazionale, eccitato in Italia dalla lotta contro l'Austria», e termina dicendo che già fece molto se riuscì a fermare Garibaldi al confine della Cattolica; e dopo questo, le armi regie invaderanno l'anno seguente col suo permesso le Marche e l'Umbria! Eppure nello scrivere quella lettera l'uomo «dalle tredici coscienze» probabilmente non mentiva.

Il 17 settembre del '59 alla ringhiera del palazzo Gioia in Rimini che è presso alla Cattolica, un uomo apparve: balenò un fulgore, si stese un silenzio, echeggiarono queste parole: «Dall'entusiastica accoglienza che voi tutti qui mi fate, m'avvedo che siete stanchi del governo dei preti. Genìa infame!» Chi mi ripeteva a memoria questo proemio, era allora un giovanetto che timidamente s'era fatto al balcone della casa vicina per vedere che cosa di nuovo succedesse nella città morta. Quando un gran scapaccione lo colpì: «Va via di qui: mi meraviglio che tu stia a sentire le parole di quell'empio!»[213] Era il babbo; e quell'empio era Garibaldi!

[213] Parole testualmente riferitemi dal dotto e nobile Pietro Galli, distributore nella Gambalunghiana di Rimini.

E nelle memorie delle cose tramandate, mi sta anche il ricordo di un altro padre in discussione coi figli che avevano combattuto a Roma del '49, e diceva alla moglie «Quel cannone di San Pancrazio non ha fatto il suo dovere!», e, passando Garibaldi pel suo paesello, faceva chiudere le finestre per timore che non ci entrasse la scomunica.

Erano pochi, è vero; ma anche di quei pochi è dovere tenere il conto.

VI.

Le alternative di pace e di guerra.

Il 4 febbraio era publicato in Parigi l'opuscolo: «Napoleone III e l'Italia». Della grande impressione che destò allora tale scritto spenta già è la memoria. Questo opuscolo si potrebbe chiamare oggi dai malevoli ciò che in gergo commerciale è detta la ~réclame~ della guerra. Tuttavia anche il modo come è stata redatta una ~réclame~, può essere interessante. Eugenio Rendu, richiesto dal Chiala,[214] in una lettera dell'agosto 1883, racconta le vicende di questo opuscolo, ed usa quell'arguta garbatezza che i Francesi per ogni loro scritto dispensano così signorilmente che pare facile impadronirsene ed imitarla. Ecco in breve: subito dopo il colloquio di Plombières, Napoleone chiamava il visconte de la Guéronnière, e gli affidava l'incarico di quest'opuscolo, determinando questi due punti essenziali: primo, che ~lo statu quo~ non poteva essere più mantenuto al di là delle Alpi, tanto nell'interesse d'Italia che dell'impero; secondo: progetto di una federazione italiana.

[214] CHIALA, III, in fine.

Ma pare che il La Guéronnière, con tutta l'elasticità del suo ingegno, si trovasse un po' a disagio nel dover parlare delle cose d'Italia. (Da quel tempo in poi i Francesi non hanno fatto troppi progressi nello studio delle cose nostre, e ciò è alquanto mortificante per noi, che studiamo le cose loro più delle nostre). Il La Guéronnière si rivolse allora al Rendu, che, appunto, attendeva ad un lavoro sull'origine della federazione in Italia, e — dice il Rendu — «il pensiero di vedere affidata allora alla spada di quel monarca l'incarnazione di un sogno che rispondeva a tanti sforzi e a tante ragioni storiche, mi sedusse fortemente». In pochi giorni e notti di composizione entusiasta, lo scritto fu condotto a termine.

Sono sostanzialmente le idee dei nostri neoguelfi Gioberti, Balbo, d'Azeglio, l'idea cioè di una federazione fra i vari Stati d'Italia, con esclusione dell'Austria e ciò per una ragione evidente: perchè, sino dal tempo di Fedro, l'alleanza tra il leone, la capra e l'agnello, ~patiens iniuriae~, non diede mai buon risultato. Ma, poi che siamo in tema di favole, quei nostri padri si trovavano nella condizione dei topi, che avevano bensì trovato il rimedio contro il gatto, ma non il modo di attaccare il campanello alla coda del gatto. «La spada del potente Imperatore dalle cui labbra l'Europa pendeva», ora si offriva come rimedio.

Per mezzo di tale federazione si profilava nell'alba che stava per sorgere, «lo scioglimento della grande questione, che è la questione del mondo», cioè quella del Papato: il quale «fatto libero della doppia e contradditoria responsabilità del potere temporale e del potere spirituale, non si sarebbe più trovato costretto, come fu di Pio IX nel '48, a sacrificare la sua qualità di Re a quella di depositario della Buona Novella di Cristo, o viceversa».

Questa opinione del Rendu era, ripeto, condivisa da molti nobili spiriti fra noi: ma altri molti e non meno nobili spiriti, sia perchè vivevano più vicino al Papato, sia perchè avevano letto meglio Dante, Boccaccio, Machiavelli, non avevano tali entusiasmi, ed erano convinti che per risolvere la questione di Roma, occorreva qualcosa di più risoluto che la spada di Napoleone III, la quale non sciolse il nodo, ma anzi impigliò sè stessa nel nodo.

Dopo Villafranca, Napoleone publicò l'altro famoso opuscolo «Il Papa ed il Congresso», di cui tanto si confortò il Cavour;[215] contenente, curiosa ripetizione, le stesse idee espresse nella lettera del 1831 a Gregorio XVI.[216] In questo opuscolo, fra proteste di devozione e di amore, era detto che «come più il territorio della Chiesa fosse stato piccolo, più il Pontefice sarebbe stato grande»; la potenza del Papa risulterebbe «meno dalla sua forza che dalla sua debolezza (politica)». Terminava con questa preghiera: «Possa Napoleone III aver l'onore di conciliare il Papa, come sovrano temporale, col suo popolo e coi tempi!» Costretto a spiegarsi, Napoleone rispose con la lettera, riportata a pag. 191, in cui concludeva esortando il Santo Padre a «fare il sacrifizio delle provincie insorte (Legazioni), cedendo alla logica inesorabile dei fatti. Così il Santo Padre assicurerebbe all'Italia riconoscente la pace, alla Santa Sede il possesso tranquillo del rimanente suo Stato. Ecco ciò che tutti i sinceri cattolici devono domandare a Dio». Ma «la logica inesorabile delle cose» portò invece alla separazione tra l'Imperatore e il Partito Cattolico; Carlo Magno apparve come Giuliano l'Apostata: le parole d'amore al Papa parvero insulti; il rispetto — che pur era sincero e lo dimostrarono le cose — ipocrisia. Il Papa disse: ~Non possumus!~ La Rivoluzione italiana disse pure: ~Non possumus!~ Sopratutto è il santuario di Delfo, cioè Roma, che occorre all'Italia! Così si preparava la strada che condusse ad Aspromonte e Mentana: là dove Garibaldi, cioè la Rivoluzione, aveva deliberato di sciogliere il nodo storico del Papato in modo assoluto.

[215] Vedi più dietro a pag. 70.

[216] Vedi più dietro a pag. 107.

Undici anni più tardi, il governo italiano credette di operare come Alessandro a Gordio; ma in verità lo ferì soltanto quel nodo famoso, che diventò una piaga. Allora alcuni medici dissero che occorreva applicarvi il cerotto del dogma scientifico; ma ne derivò un'irritazione maggiore. Altre cure anodine si vanno oggi escogitando; la qual cosa può dimostrare, se non altro, che la piaga sussiste tuttora.

Il Rendu pareva entusiasta di questa soluzione ottimista, e con sonanti parole cerca di «precorrere ogni obbiezione od opposizione. Chi doveva essere il capo di questa federazione? Colui che personifica l'idea più universale e più potente; colui al quale risale in Italia ogni entusiasmo e ogni ossequio; colui che diede a Roma le arti, i costumi, etc.; colui che ha fatto di Roma il centro del mondo e le assicura una seconda eternità».

Ma il Papa avrebbe detto di no, e Mazzini scriveva, poco dopo, che la possibilità di tale fatto equivarrebbe a «disperare della patria, dei popoli, della coscienza umana, della libertà, d'ogni cosa santa».[217]

[217] MAZZINI, _Scritti_, X. pag. 232, _Napoleone III e l'Italia_, 15 febbraio.

Per due mesi l'opuscolo riposò nel silenzio. Il due decembre, il Mocquard avverte La Guéronnière che fra dieci giorni l'Imperatore desidera conoscere lo scritto. Altra sosta. Il dieci gennaio, cioè dopo le parole all'Hübner e il giorno stesso che Vittorio Emanuele lancerà il ~grido di dolore~, La Guéronnière è invitato a pranzo alle Tuileries. Pranzo intimo, e fra i commensali il Nunzio pontificio. Dopo pranzo, conversazione su le condizioni politiche d'Italia. «L'opuscolo?» «È pronto». «Venitemi a trovare — disse l'Imperatore al La Guéronnière — una di queste mattine». In fatti, dal 20 gennaio in poi, lettura dell'opuscolo nel gabinetto imperiale: La Guéronnière, Mocquard, l'Imperatore. Questi approva il lavoro e specialmente loda la profonda conoscenza su le cose e i sentimenti d'Italia. Per ciò che riguarda quest'idea di un'Italia federale col Papa, si ponga mente a questo passo di lettera del Cavour: «Più volte l'Imperatore, a persuadermi, ha citato brani di libri di Azeglio»;[218] il che se prova come l'Imperatore fosse fedele alle idee giobertiane, induce anche a pensare che il Cavour oramai coltivasse diversa opinione.

[218] CHIALA, III, pag. 37.

E ~rêve creux~ chiama, sia pure per altre ragioni, l'Hübner questa vaga idea napoleonica di federazione italiana.

Approvato l'opuscolo, l'Imperatore volle farvi alcuna aggiunta ed emendazione: nel preambolo inserì egli queste parole: «L'Italia rappresenta nella storia qualche cosa di più grande ancora che l'idea della nazionalità: essa rappresenta la civiltà». A pagina quattro, volle citato il passo di Tacito (o buon republicano Le Bas, che facesti leggere Tacito!): ~Memoriam quoque ipsam cum voce perdidissemus~, etc., in riferimento ai beneficî che al mondo diede nel passato tempo l'Italia, «più che sorella, madre delle altre nazioni»; beneficî che l'Europa non può obliare senza ingratitudine; l'Italia non può obliare senza rinnegare sè stessa. Di lui pure è la nota che si riferisce «all'impotenza assoluta d'una forza veramente italiana, a trionfare, senza un soccorso esterno, di un nemico così fortemente organizzato come è l'Austria». Quindi la deduzione: «da questo fatto risulta, per ogni uomo di guerra, questa verità incontestabile, che la nazionalità italiana non sarà mai il risultato di una rivoluzione». Questa affermazione colpisce, manifestamente, in pieno gli ultimi tentativi mazziniani, di Milano, di Toscana, di Napoli; nè risulta che il Mazzini vi risponda direttamente nel suo scritto «Napoleone III e l'Italia». La fede in lui nei miracoli della rivoluzione doveva essere superiore ai replicati esperimenti del fatto; e fra le spiegazioni di tale importante fenomeno, oltre alla fede di apostolo, è lecito proporre anche questa: che, essendo vissuto quasi sempre in esiglio, gli venne a mancare il contatto preciso con la publica opinione e con la realtà: la qual cosa successe a molti esuli, specie in tempi in cui le comunicazioni erano tanto più lente delle odierne.

L'opuscolo si soffermava ed estendeva anche su le riforme da introdursi negli Stati della Chiesa, ma Napoleone tolse ogni accenno: «A qual fine? Si turberebbe adesso tutto un partito degno di rispetto: questa semplice allusione provocherebbe una levata di scudi in venti giornali d'opposizione».

Ancora: l'ultimo paragrafo conteneva questa parole: «Noi non abbiamo alcuna inimicizia verso l'Austria. L'Italia è la sola cagione delle difficoltà che esistono tra la Francia e l'Austria». La frase fu letta e riletta. «È troppo blando!» disse l'Imperatore accarezzandosi i baffi: ripensò, ritornò sul suo pensiero: «Ma sì, nel fatto è vero, e poi è politico!» La conclusione dell'opuscolo fu formulata da Napoleone con queste enigmatiche parole, che nei fatti che stiamo per esporre hanno, forse, la loro chiave: «Noi desideriamo ardentemente che la diplomazia faccia, alla vigilia di una guerra, ciò che essa farebbe il giorno dopo di una vittoria». Vedremo fra breve quanta speranza c'era da riporre nell'opera della diplomazia.

Curioso un altro particolare: esponendo il piano della federazione, vagheggiata da Enrico IV, era detto: «Il pugnale di Ravaillac distrusse così belle speranze». Il giorno 3 febbraio, alla vigilia della stampa, il La Guéronnière ricevette questo biglietto: «Vi prego di fare una lieve modificazione nella frase dove si tratta del pugnale di Ravaillac....; vi si potrebbe vedere un'allusione personale».

*

Il D'Azeglio, Gino Capponi, Federico Sclopis, letto l'opuscolo, ne andarono in visibilio: lo Sclopis scriveva al Rendu: «Bisogna mettere ogni speranza in questa ~furia francese~ che spazza via tutto». Ohimè! Ohimè! troppi pensarono come lo Sclopis! Ben più temperato il Cavour, il quale si restrinse a ringraziare il Rendu «in nome d'Italia».[219]

[219] CHIALA, III, pag. 52.

Per il Mazzini il senso riposto dell'opuscolo è quello di una astuta manovra dei governi di Francia e di Piemonte allo scopo di addormentare con lenitivi la rivoluzione, «di scongiurarne il pericolo, frapporre argini nuovi al torrente, sviare le menti dal segno»;[220] ma per l'Hübner è peggio: questo opuscolo anonimo, attribuito all'Imperatore, è indegno. L'ha letto e ne ha riso amaramente: «L'autore annunzia che Napoleone continuerà la politica di Dante, del Petrarca e di Enrico IV. Io non ho mai letto niente di più assurdo, di più povero di argomenti, di più destituito di logica». Corre dal Walewski e gli dice: «Al vostro posto sconfesserei l'opuscolo e sosterrei in faccia a tutti che l'Imperatore ne è estraneo affatto!» Ed è quello che ha fatto il Walewski «con quella sua faccia di bronzo». Ha messo la mano sul cuore; ha detto che l'Imperatore è estraneo completamente a quella stampa![221]

[220] MAZZINI, _Scritti_, X, pag. 231.

[221] HÜBNER, II, pag. 278.

In Parigi, «furore negli uni, entusiasmo in pochi altri: in generale non si giudica la questione che dal punto del rialzo o del ribasso dei valori. Il Papa? la liberazione di un popolo? la preponderanza della Francia al di là delle Alpi? che cosa possono contare tutte queste fanfaluche per la massa dei droghieri e della gente di Borsa?» Così il Rendu: ma poi aggiunge con orgoglio francese: «Tutto ciò, e peggio, sarebbe avvenuto in ogni altro paese, dove non è costume di fare la guerra ~per amore di un'idea~». Tre ministri dissero forte: «L'Imperatore vuole la guerra, ma il suo governo vuole la pace». «Il signor Delangle si distinse per una irritazione ardente. Egli ha segnato i passi che intende denunciare come criminali». «Evvia, buona gente — prosegue il Rendu — calma! Fate buon cuore contro mala fortuna, giacchè voi siete meno gentuccia di casa che non ne avete l'aspetto! Quando la partita sarà incominciata, ben mi par di vedervi mettere il vostro berretto alla sgherra, agitar la fiaccola al vento e vi sento intonare la «Marsigliese» per la Francia e per l'Italia».

Cara e nobile terra di Francia! L'orgoglioso tuo motto, «gesta Dei per Francos», ha nella storia alcuna conferma. E qual colpa è la tua, o Francia, se noi, costretti a muoverci nella tua orbita, così male ci movemmo? Parigi, «la ville la plus insouciante de l'infortune et la plus moqueuse du monde»,[222] consacrò col suo entusiasmo la partenza dell'Imperatore per la guerra d'Italia, e il suo viaggio sino all'imbarco di Marsiglia fu tutto un trionfo.[223]

[222] CHIALA, Lettera del Cavour alla contessa A. De Circourt, 22 luglio 1859.

[223] «L'avventura italiana ebbe nel regno di Napoleone III l'aspetto amabile, ancorchè ingannevole, di una popolarità sincera, e tale anche oggidì è considerata: tanto è vero che l'umanità si affeziona a ciò che un giorno la sedusse, anche se essa poi ne fu ingannata». Così un autore francese. PIERRE DE LANO, _L'Empereur_, pag. 134.

E in verità anche i nostri libri italiani parlano concordemente di questo entusiasmo e di questo trionfo; ma sarà necessario tuttavia meditare su ciò che scrive dal punto di vista francese, il De La Gorge nell'opera sua magistrale sul «Secondo Impero». Passando l'Imperatore per via Saint-Antoine, piazza della Bastiglia e via di Lyon, quel fanatismo popolare per la guerra «si sarebbe detto manifestazione d'una specie di impero democratico, uscito dalla rivoluzione, vivente per mezzo di lei, non sussistente che a patto di propagarla e servirla. Donne, bambini, premendo il corteggio ed insinuandosi fin sotto i cavalli delle cento guardie, interpellavano l'Imperatore con una famigliarità ardente, assicurando che essi custodirebbero fedelmente l'Imperatrice e suo figlio, e che poteva partire in pace perchè il turbolento sobborgo, artefice di ogni sommossa, prometteva di restare calmo. E in verità tutta questa gente non s'ingannava punto nei suoi calcoli istintivi e non falliva nelle sue acclamazioni. A quale scopo le sedizioni, le barricate, gli attentati, i complotti? L'Imperatore oramai andava a minare da sè stesso, lentamente ma sicuramente, il trono al quale un'incredibile fortuna lo aveva innalzato».[224]

[224] PIERRE DE LA GORGE, _Histoire du Second Empire_, II, pagina 448.

*

Il giorno 7 febbraio grande attesa in Parigi del discorso dell'Imperatore, giacchè indubbiamente ne sarebbe uscita o la pace o la guerra: non ne uscì che un responso ambiguo; come tanti altri che erano del suo stile e consolidarono la sua reputazione di astutissimo; ma erano anche un riflesso dell'animo e dello stato ambiguo delle cose. Dopo aver vantato la sua politica di pace, non nascondeva alcune nuvolette dalla parte di Vienna; ma egli sperava che lo zeffiro della conciliazione le avrebbe dissipate. Quanto a lui, sarebbe rimasto «tetragono» nella via segnata dai soliti principî, oramai consumati e pur sempre rimessi a nuovo, anche dai non imperatori, «dal diritto, dalla giustizia, dall'onore nazionale»; ed accertava che la politica del suo governo non sarebbe stata «nè provocatrice nè pusillanime».

In una lettera (9 febbraio) del signor Doudan al principe di Broglie, è fatto del discorso questo commento: «Tutto, probabilmente, è in equilibrio davanti agli occhi dell'Imperatore, ma il soffio di una parola, ragionevole o irragionevole, determinerà la decisione di questo uomo, abbandonato, senza consiglio e senza controllo, alle sollecitazioni più complicate e più contradditorie».[225]

[225] CHIALA, III, XLI.

Dall'Inghilterra, in fatti, per bocca della regina Vittoria era venuto tre giorni prima del discorso il «soffio» di questo dilemma: «la Maestà Imperiale di Francia è avvertita dell'occasione che gli si presentava di ascoltare la voce della umanità e della giustizia, e quindi calmare le apprensioni dell'Europa, ristabilendo la fede in una politica pacifica; ovvero dando ascolto a quelli che hanno interesse a creare della confusione (leggasi Cavour), gettare l'Europa in una guerra, di cui la durata e l'estensione non è facile prevedere».

A questo conviene aggiungere che anche il governo di Pietroburgo cercava adesso di vendere bene il suo acconsentimento alla guerra, mettendo alcune condizioni: cioè, che molte clausole umilianti per la Russia, inserite nel trattato di Parigi, venissero modificate; e specialmente che le fiamme della nazionalità, che si stavano per agitare in Italia, non lambissero gli edifici della Polonia. (I cosacchi battono ancora, infatti, le loro lance su le vie di Varsavia).

*

Nella discussione del 9 febbraio e seguenti alla Camera subalpina, sul progetto di legge del prestito dei 50 milioni, si ebbero 116 voti favorevoli e 35 contrari; al Senato, 59 favorevoli e 7 contrari. Notevoli i discorsi dei due oppositori: il conte Solaro della Margherita, nemico della politica italiana del Cavour; del marchese Costa de Beauregard; del Genina, professore di diritto publico nella Università di Torino; e dissero cose indubbiamente vere, di cui il concetto fondamentale era questo: cioè che provocatore era il Piemonte non l'Austria. Ma ad una verità è talora possibile opporre un'altra verità più vera, ed è quello che il Manzoni osserva quando dice a proposito di Renzo che invade la casa di don Abbondio: «In mezzo a questo serra serra, non possiam lasciar di fermarci un momento a fare una riflessione. Renzo che strepitava di notte in casa altrui, che vi si era introdotto di soppiatto, e teneva il padrone stesso assediato in una stanza, ha tutta l'apparenza d'un oppressore; eppure, alla fine de' fatti, era l'oppresso. Don Abbondio, sorpreso, messo in fuga, spaventato, mentre attendeva tranquillamente a' fatti suoi, parrebbe la vittima; eppure in realtà, era lui che faceva un sopruso. Così va spesso il mondo.... voglio dire, così andava nel secolo decimo settimo».

Felice, perchè sicuro, il Cavour quando al Genina che gli chiedeva una «dichiarazione esplicita di ciò che intendesse egli per ~aggressione~», risponde che vi sono offese ed offese, appunto ciò che dice il Manzoni; e che non «intende fare un corso di diritto publico per stabilire che cosa siano le offese». Abile, ma necessariamente vaga, la sua risposta alla commossa e stringente perorazione del deputato savoiardo Costa, il quale accennava al disonore, al danno, all'oltraggio del Piemonte, smembrato dalla devota Savoia, quando «le aquile di Francia stenderanno il loro volo temuto sul Moncenisio!»[226] Insinuanti, e c'era il suo perchè, le parole rivolte all'Inghilterra, dicendo che presso «quella generosa nazione la causa della giustizia e della verità finisce sempre per trionfare», che «l'illustre uomo di Stato il quale siede a capo dei consigli della Corona, che ebbe la gran ventura di associare il suo nome alla causa della emancipazione dei negri, non vorrà finire la sua luminosa carriera rendendosi complice di coloro che vorrebbero condannare gli Italiani ad una eterna servitù».

[226] CHIALA, III, pag. XLV. Il segreto della cessione della Savoia era trapelato, pare, anche per indiscrezione di Napoleone stesso. Vedi CHIALA, III, XLIV in nota. «Cavour aveva acconsentito a pagare il servizio della Francia in natura, cioè con belle e buone provincie appartenenti da tempo immemorabile alla casa di Savoia, perchè non voleva essere costretto a pagare più caro ancora, cioè con una dipendenza troppo assoluta e un vassallaggio troppo completo, pur sapendo che un simile sacrificio gli sarebbe stato amaramente rimproverato». Così il conte D'Haussonville nel citato articolo del 15 settembre 1862 nella _Revue des Deux Mondes_.

Ma l'illustre lord Derby in quel momento pare che persistesse nell'opinione contraria. Giacchè è da sapere che il conte Walewski, gran signore, gran mondano (i balli da lui offerti alla società parigina e al gran mondo delle Tuileries rimasero per lungo tempo famosi), fu una delle più singolari figure del Secondo Impero, e su la folla spensierata e gaudente della corte napoleonica, si distacca, non solo per certo austero disdegno e per amore ai buoni studi e alle arti, ma anche per essere stato spiacente a quei ciechi e retrivi che finirono per avvolgere il monarca nelle loro spire. Era carissimo all'Imperatore, il quale gli doveva non poca riconoscenza per aver egli, come ambasciatore di Francia in Inghilterra e bene accetto a quella Corte, reso pacati o benevoli al nuovo impero coloro, a cui il solo nome di Napoleone eccitava il sospetto. Ma anche per altra ragione lo aveva caro: nato in Polonia da una contessa Maria Walewska, gli era dato per padre Napoleone I, e certo il volto ne portava il suggello ben manifesto. Presiedette il congresso di Parigi dopo la guerra di Crimea; cercò di attrarre il Thiers nell'orbita del nuovo impero; e, nell'anno in cui siamo, reggeva il ministero degli affari esteri. Ma con tutto questo non condivideva le idee (i Francesi dicono ~le rêve~) del suo Signore riguardo all'Italia; e bene ostinatamente, giacchè l'ombra crescente dell'Italia e il decrescere dell'Austria appariva a lui come un pericolo per l'Impero: pericolo facile a distruggere finchè fosse piccolo, ma difficile a scongiurare in un prossimo domani. Egli era adunque, un nemico dichiarato dell'alleanza con Vittorio Emanuele; nemico del Cavour e del conte Costantino Nigra, il quale era altrettanto maturo di vigilante e fredda prudenza quanto adorno delle più rare seduzioni della gioventù, non esclusa l'arte e l'ingegno. Non per giuoco del caso o della fortuna il conte Nigra si trovava alla corte di Francia in quell'anno: nemico, si intende, come è possibile essere nemici tra diplomatici e gente di tanta mondanità. Al congresso di Parigi il Walewski aveva avuto occasione di conoscere il Cavour, quando, difendendo egli i diritti dell'Austria, si sentì rispondere «con molto foco» da quel piccolo ministro: «io vi assicuro che se avessi 180 000 uomini a mia disposizione, farei immediatamente la guerra all'Austria».[227]

[227] BONFADINI, _Vita di Francesco Arese_, lettera del Cavour, pag. 165.

Per bene intendere la condotta del Walewski, conviene porre mente che egli — e così fu degli altri ministri — non conosceva della politica dell'Imperatore se non quanto a costui pareva di dover comunicare o che si appalesava dai fatti. Per ciò poi che concerne la politica italiana, non avendo il Walewski nè la prevenzione anti-austriaca nè l'affetto all'Italia che costantemente nutrì Napoleone, si studiò per quanto gli fu possibile, di attraversare, intralciare, protestare contro quei piani segreti che tendevano alla guerra. L'espressione napoleonica che lo ~statu quo~ non poteva più essere mantenuto tanto nell'interesse dell'Italia che dell'Impero, era vera soltanto per ciò che concerneva l'Italia. Per ciò che concerneva l'Impero, per il Walewski, per il Thiers, per Drouyn de Lhuys, ecc., era piuttosto vero il contrario. Questa cosa indubbiamente offende il nostro sentimento italiano; ma movendo da considerazioni di fatto e di utile, come sempre è avvenuto in politica, bisogna pur ricordare che sino dai tempi di Richelieu e di Luigi XIV la Francia, pur con enorme sacrificio di sangue e di denaro, a questo era riuscita, cioè ad ottenere la sicurezza dei propri confini, impedendo che uno Stato troppo potente la minacciasse sul Reno, sulle Alpi, sui Pirenei. Questo stato di cose non subì turbamento nè meno dopo Lipsia e dopo Waterloo. Ora dopo la pace di Villafranca, vide la Francia sorgere al di là delle Alpi un nuovo grande Stato, quello d'Italia, favorito allora in sul suo nascere dall'Inghilterra e dalla Prussia, e ciò per le loro mire segrete che non tardarono molto ad appalesarsi: dopo il trattato di Praga, che pone fine alla guerra del '66 tra Prussia ed Austria, vide la Germania accamparsi, unita, guerriera nemica, ai confini orientali del Reno. La nota espressione dell'Imperatore, riferita agli Stati della penisola balcanica, che la Francia «ha interessi dovunque esiste una causa giusta e civilizzatrice da far prevalere», è mirabile, ma degna più di quell'autentico fra gli eroi, che fu Don Chisciotte, che di un reggitore di popoli. Poteva l'uomo del 2 decembre essere creduto? poteva farne applicazione compiuta? Ora pensando all'affetto che il Walewski nutriva per Napoleone, si comprende come quel ministro si studiasse che le aspirazioni italiane dell'Imperatore non uscissero dal campo diplomatico, che l'affetto per l'Italia rimanesse un semplice amore platonico. Da questo contrasto risultarono quelle innumerevoli contraddizioni, che verremo in parte ricordando; le quali contribuirono a far passare sempre più Napoleone per un simulatore e un ipocrita raffinatissimo e profondo.

Dunque il conte Walewski esponeva il 16 febbraio all'ambasciatore inglese lord Cowley, queste cose in nome di Napoleone, cioè che «se un migliore assetto si fosse dato agli Stati della Chiesa, se fosse stato possibile indurre l'Austria a mitigare il suo modo di governo in Italia, la cosa avrebbe fatto eccellente impressione in Italia, ed i buoni rapporti fra l'Austria e la Francia si sarebbero ristabiliti».

Ma noi diciamo che a noi, invece, questi pannicelli caldi avrebbero fatto pessima impressione e che con questi conti e lordi, dai nomi così difficili, non vogliamo avere a che fare. Ciò può anche essere bene; ma non è meno vero che il 18 febbraio lord Malmesbury, sperando per tale mezzo di evitare la guerra, incaricava sir Hudson di sentire il conte di Cavour quali, secondo lui, sarebbero stati i miglioramenti più opportuni da introdurre negli Stati d'Italia, soggetti all'Austria ed al Papa.

Il dispaccio del ministro inglese non pare che peccasse per eccessiva gentilezza come risulta dalla lettera del Cavour al marchese Emanuele D'Azeglio, in data del 18 febbraio. Tuttavia ringrazia il ministro inglese per mezzo dell'Hudson, della sua sollecitudine per le cose d'Italia: le riforme che si domandano sono semplici, «il permesso agli Italiani delle Legazioni e della Lombardia di vivere». Ma per più nettamente determinare, occorrerà scrivere un «memorandum»; e per scrivere un «memorandum», occorrerà che la domanda fatta a voce, sia ripetuta per iscritto, affinchè la cosa sia in tutta regola sottoposta ai ministri ed al Re. Il Cavour a scanso di mala interpretazione tuttavia lo avverte che, «se lui fosse morto in quella stessa notte, la questione d'Italia sarebbe rimasta la medesima»; e questa cosa per noi è vera come era verissima per il Mazzini,[228] ma è anche vero che la diplomazia senza quell'impaccio del Cavour pareva disposta, a dare alla questione italiana una liquidazione più semplice e meno morale. Nel tempo stesso che queste cose sono comunicate a Londra, Massimo d'Azeglio, «autore e padre» fra quegli alteri isolani «della questione italiana»,[229] aveva dal Cavour la missione di portare il collare dell'Annunziata a Roma al principe di Galles. Anche questo collare può sembrare superfluo; ma in tutti i tempi passati i perni su cui si mossero gli uomini, furono costituiti da più piccole cose che non si creda. Ciò è sventuratamente anche oggi e lo sarà forse anche domani.

[228] «La questione italiana ha raggiunto uno stadio in cui ogni speranza di poterla sopprimere, sopire per lungo tempo indugiare, sarebbe non solo immorale, ma follia.» MAZZINI, X, pag. 255.

[229] CHIALA, III, pag. 57.

Tuttavia il «memorandum» e compilato il primo di marzo, ma nel senso di provare che quelli erano proprio pannicelli caldi, cioè che la diplomazia era impotente a curare le piaghe ond'era travagliata la nostra patria, cioè che occorreva il rimedio caustico della guerra. Così affermava, in pieno accordo col Mazzini almeno in questo, il Cavour, nel cui animo non pare che sino allora fossero entrati seri dubbi sull'aiuto di Napoleone, e spiegava con le necessità della politica l'acconsentimento che lord Cowley si recasse a Vienna apportatore e consigliere di riforme e di pace, nel modo stesso che l'Hudson era intimatore di pazienza in Torino. «Ne vous inquietez pas: ceci n'aboutira à rien», aveva detto l'Imperatore al Nigra.

Così fra «difficoltà politiche, maggiori di quanto si calcolava», ma «non sgomentato, e fiducioso nel trionfo della buona causa»,[230] procede l'opera del Cavour con un'attività mirabile, la quale non si duole degli impedimenti, ma soltanto della mancanza di attività e di sicurezza nei suoi collaboratori. Trova tempo a tutto anche a dare ascolto a chi lo sveglia di notte per comunicargli progetti di esplodenti fantastici da «esterminare tutti i nemici d'Italia»;[231] si sdegna o si impazienta talora, ma è il primo a chiedere scusa; ma si dichiara disposto «a mettere sotto i piedi ogni suscettibilità personale», purchè la cosa proceda. I suoi collaboratori sono per la più parte dei giovani, trovati da lui, fuori delle linee morte della burocrazia, Nigra che è «il suo vero rappresentante a Parigi con gran dolore dell'ambasciatore di Villamarina»,[232] Emilio Dandolo, l'eroico, che ha visto gli amici e il fratello spenti sotto Roma del '49 dal piombo francese e domanda — glielo vietò la morte, come dicemmo — di combattere accanto ai Francesi per la redenzione d'Italia; Emilio Visconti-Venosta, sottratto dall'orbita mazziniana; Minghetti, La Farina, Farini.... Se è lecito dire, è il suo un mazzinianismo pratico e se vuolsi opportunista e con pochi scrupoli, ma lo dichiara allegramente «egli è libero di mettere a repentaglio la salute della sua anima, per salvare la patria»;[233] e si comprende che quando il Mazzini gli scrive «tra noi e voi corre un abisso»,[234] egli si accontenti di dire che il Mazzini non è per lui che un nemico politico; in questo senso, che egli non spingerà certamente Vittorio Emanuele a proclamare la republica, ma se potrà, obbligherà i republicani ad accettare la monarchia.

[230] CHIALA, III, pag. 28.

[231] _Ib._, III, pag. 55.

[232] _Mes amitiés à La Marmora_ (Ottavio, intendente generale a Nizza) _que j'aime beaucoup lors même que je m'irrite lors qu'il n'est pas aussi actif que je le voudrais._ CHIALA, III, pag. 33.

[233] CHIALA, III, pag. 23. Lettere al Boncompagni (8 febbraio '59) esitante nel preparare l'agonia senza dolori della casa di Lorena in Toscana: «Vi confesso schiettamente che sono un poco meno scrupoloso di voi ed ho una coscienza (nelle cose politiche) un poco più larga della vostra».

[234] MAZZINI, _Scritti_, X, pag. 85.

Subito dopo il colloquio di Plombières aveva fatto venire a sè il Dandolo e il conte Cesare Giulini, milanesi; al primo aveva affidato l'incarico «di intendersi coi giovani di maggiore autorità in Milano, con quelli soprattutto che avevano avuto dei rapporti con le società mazziniane»; col secondo aveva ventilato il progetto che i signori proprietari di Lombardia nella primavera del prossimo anno gli mandassero in Piemonte i contadini che dovevano fare il servizio militare sotto l'Austria. «Se venissero io li accolgo nei reggimenti piemontesi. L'Austria mi chiederà l'estradizione o il loro disarmo: io rifiuterò; l'esercito austriaco allora invaderà il Piemonte».[235]

[235] GIOVANNI VISCONTI-VENOSTA, _op. cit._, pagg. 457 e 458.

Non furono i contadini coscritti; furono i volontari (cittadinanza, nobiltà, artigianato, in parte) che vennero. La provocazione all'Austria, benchè di minor grado, non fallì, come vedremo; ma il fatto deve essere rilevato: esso spiega molto bene anche la causa perchè fallirono i vari moti mazziniani. È opera del Cavour fra difficoltà e sospetti, esterni ed interni, la formazione del corpo dei volontari con Garibaldi, opera più che militare, politica di cui più tardi il Cavour rivendicherà a sè il merito e del cui effetto morale un riflesso ben lucido è in queste parole del Mazzini del 15 maggio: «il moto toscano, l'agitazione universale e il campo dei volontari oltrepassano il cerchio dell'opera dei faccendieri: sono palpiti della nazione».[236] Il Mazzini dice tutto questo «moto spontaneo»; ma il gran «faccendiere» ci entrò per molta parte. Sopratutto è del Cavour l'azione attiva a preparare il movimento di annessione nei ducati e nelle legazioni, quel movimento che sorprenderà Napoleone III dopo Villafranca: preparazione morale e preparazione di armi, con unità di imperio; ma nessuna dimostrazione di piazza, nessun moto incomposto, non governi provvisori per ora «ed altre sciocchezze ad uso 1848».[237]

[236] MAZZINI, X, pag. 303.

[237] CHIALA, III, pag. 28.

Tutto l'apparecchio di manovra dev'essere nella mano calma di lui, che conosce mirabilmente il limite dell'audacia. A lui spetta la provocazione: essa non deve apparire; provocatrice deve apparire l'Austria. Non ci crede lord Malmesbury? mandi «un ufficiale che goda della sua confidenza, e gli sarà facile verificare da quale parte stiano le provocazioni e le minacce».[238]

[238] _Ib._, III, pag. 42.

E v'è qualcosa di mirabilmente lieto in tanta sicurezza d'azione. Tolgo vari passi dalla corrispondenza di quel febbraio e di quei primi giorni del marzo: «Ottime notizie dalle Marche, dai Ducati, dalla Toscana. La concordia si stabilisce da per tutto. Tutti sentono il bisogno e il dovere di unirsi alla Casa di Savoia; e la casa di Savoia farà il suo dovere, come confidiamo. In Lombardia lo spirito pubblico è eccellente. Alle frontiere i coscritti arrivano a centinaia. A Napoli si cominciano a risvegliare: è meglio tardi che mai. Di Modena e di Parma oramai siamo sicuri. Alcuni giovani venuti qui, negano di entrare nell'esercito, affermando che sono stati ingannati, che credevano di entrare nei corpi volontari, etc., etc. Questo inconveniente bisogna evitarlo ad ogni costo. Il numero dei volontari alla guerra è considerevolissimo: s'avvicina ai 3000.... Si contano fra essi i figli delle prime famiglie di Lombardia: mi limito a citarvi il duca Visconti e i suoi due fratelli, un Melzi, cugino del duca, un Taverna, un Dal Verme, un Litta: ieri poi (10 marzo) con nostro grande stupore abbiamo visto arrivare il figlio del Podestà di Milano, conte Sebregondi, devotissimo all'Austria.... Questi fatti dovrebbero provare a lord Derby che non è del tutto nel vero quando parla della felicità dei lombardi-veneti». (L'Austria, come è noto, li chiamava con l'epiteto ornativo di «felici sudditi»). «Mi si scrive da Roma che il Papa, spaventato dai Cardinali, protesta di non aver mai detto che egli aveva forze bastevoli per mantener l'ordine, che egli conta esclusivamente sulla Provvidenza». (Il Chiala fa qui seguire dei puntini. Peccato, perchè qui «provvidenza» pare sinonimo di «Austria»). «Il governo è deciso di adoperare tutte le forze vive che l'Italia racchiude. Ma appunto, per non rinnovare gli errori del '48, conviene conciliare l'audacia colla prudenza: gli impazienti devono avvertire che la questione italiana, essendo divenuta questione europea, bisogna non perdere di vista l'effetto che i nostri atti producono all'estero. Camminiamo d'accordo con Garibaldi, che dimostra un senno politico maggiore di ogni elogio....» (Veramente era Garibaldi, che per amor di patria camminava d'accordo col Cavour, fra il dileggio dei mazziniani). «Il governo non chiede a nessuno i suoi antecedenti politici, purchè siano scevri da ogni macchia di onestà. Ma se fa astrazione dal passato, non ammette discussione sul presente». Il che in lingua povera vuol dire, chi accorre in Piemonte, accetta la monarchia.

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Fu su la fine del febbraio, quando lord Cowley annunciava il suo arrivo in Vienna, che il conte di Cavour s'abboccò con Garibaldi, il pirata, come lo definiva l'Hübner[239] senza degnarsi di scriverne il nome, venuto dal mare; e cominciò con le parole: «Ebbene, Generale, il giorno così lungamente atteso, è arrivato. La pazienza del conte di Buol sta per finire (e conviene dire che il calcolo della sua resistenza era studiato dal Cavour da buon matematico). Noi abbiamo bisogno di voi!» ed è così ben detto che può parere simbolico.[240] Ed è appunto il 4 di marzo, due giorni dopo il colloquio con Garibaldi, che Cavour offriva un banchetto in onore di Guglielmo Gladstone, molto benemerito dell'Italia; ma sopra tutto era inglese, e in quel momento il Cavour non lasciava passare un'occasione per tentare di commuovere la fibra di quel popolo d'oltre mare.

[239] HÜBNER, II, pag. 373.

[240] TAXILE DELORD, _Histoire du Second Empire_, II.

Naturalmente al banchetto non poteva mancare sir Hudson. A noi farà dispiacere che mancasse Garibaldi. Altro che mancare! Garibaldi quel giorno in Torino doveva «far capolino, comparire e non comparire»,[241] appunto per non dar sospetto a sir Hudson e compagni. In quel banchetto riferisce sir Hudson a lord Malmesbury, «Sua Eccellenza (il Cavour) disse di aver appreso con stupore che, mentre lord Cowley compiva una missione di pace, l'Austria avesse determinato di mettere il suo esercito d'Italia sul piede di guerra; e mostrò rammaricarsene tanto più, in quanto che l'Austria costringeva così il Piemonte a chiamare sotto le armi i suoi contingenti».[242]

[241] GARIBALDI, _Memorie_.

[242] CHIALA, III, LXVI.

Questi ragionamenti se potevano persuadere sir Hudson o lasciare in dubbio il gabinetto di Londra; non persuadevano il governo austriaco nè gli toglievano alcuno dei dubbi sulla guerra voluta dalla Francia. La pace? Ma l'Austria l'aveva offerta la pace a suo modo cioè con malo modo e nei limiti consentiti dalla sua politica, quando venne in Milano l'Imperatore Francesco Giuseppe e gli fu fatto l'affronto di un balcone adorno di pelle di tigre; quando mandò governatore il fratello dell'Imperatore, l'arciduca Massimiliano, e ne impedì o inceppò il programma di riforme. Errò manifestamente l'Austria nel credere alla risoluzione assoluta della guerra da parte di Napoleone III, ma in questo errore fu probabilmente indotta dalla politica del Cavour. Tale politica non era spiegabile se non col desiderio di correre al suicidio o con la certezza di avere alle spalle l'aiuto di Francia. Il Cavour certamente era disposto, e lo vedremo, a pagar di persona anche col suicidio; non risulta che intendesse far correre simile alea alla monarchia.

*

Il giorno dopo quel pranzo a lord Gladstone improvvisamente le cose mutano. Nel giornale ufficiale di Napoleone, compare il 4 marzo una nota dove era questa dichiarazione esplicita: «l'Imperatore ha promesso al re di Sardegna di difenderlo contro ogni atto aggressivo dell'Austria. Egli non ha promesso nulla di più, e si sa che egli manterrà la sua parola». Il principe Napoleone dava in segno di protesta le sue dimissioni dall'ufficio di ministro delle Colonie; e l'Imperatore le accettava e le faceva annunciare sul «Monitore».

Poco dopo ecco compare sir Hudson, ben felice di poter dare al Cavour una lieta novella. Non se ne era parlato al pranzo in onore di Gladstone? La missione di lord Cowley a Vienna è andata splendidamente. L'Austria non ha intenzione di aggredire il Piemonte. Deve essere contenta Sua Eccellenza! E allora cominciamo il disarmo. Col disarmo Sua Eccellenza potrà dimostrare la sincerità delle pacifiche intenzioni del suo alleato, l'Imperatore di Francia.

Fiere lettere scrive intanto il Walewski all'ambasciatore francese in Torino al fine di paralizzare l'opera del Cavour, atterrirlo, distoglierlo dall'idea della guerra. Infine altro mutamento di scena: la questione d'Italia sarà sottoposta ad un congresso delle grandi potenze d'Europa, escluso il Piemonte.

Quando queste cose furono note, il Mazzini scrisse: «L'uomo del 2 dicembre indietreggia. La delusione comincia. La cupa energia che Luigi Napoleone mostrò nel colpo di Stato, scema e infiacchisce intorno al problema di guerra. È natura di uomini siffatti. Si trattava allora di conquistare il potere: si tratta ora d'avventurarlo. Tra la minaccia d'una coalizione avversa, da un lato, e la espressione unanime, tranne l'esercito, della Francia contro la guerra, dall'altro, Luigi Napoleone dubita, retrocede». E ancora: «La penultima nota del «Monitore», l'ultima concernente la Germania, la dimissione di Napoleone Bonaparte, l'accettazione della proposta russa, sono fatti incontrovertibili, che la menzogna e la credulità possono interpretare a lor posta, ma che dànno caratteri d'evidenza a ciò che affermiamo. L'opinione della Francia, tranne l'esercito, è avversa alla guerra. Le relazioni dei Prefetti, le relazioni dei commissari speciali inviati da Napoleone nelle provincie, quella dei capi della gendarmeria, il silenzio di Parigi all'arrivo di Napoleone Bonaparte e della principessa Clotilde, la dichiarazione della commissione finanziaria del Consesso Legislativo, l'opinione dei ministri imperiali, che non è se non il riflesso dell'opinione pubblica, sono altri fatti incontrovertibili».[243]

[243] MAZZINI, _Scritti_, X, pagg. 255 e 268 (15 marzo e 1 aprile '59).

L'effetto in Torino della nota del «Monitore» è bene rispecchiato in queste poche parole del Guerrazzi ad un suo amico: «Ora ogni cosa va in isconquasso. La nota famosa del «Monitore» ha fatto perdere la notte a più di un ministro».[244] Ciò è vero, come è vero che la natura umana è così fatta, anche nei migliori, che gode del male del nemico anche se ne ha danno essa stessa. Fu perduto il sonno, ma non la testa. Vittorio Emanuele scrive a Napoleone che la Casa di Savoia conosceva le vie dell'esiglio, non quella del disonore. Se l'Imperatore mancherà alla promessa, il Re abdicherà. «Costretto a rinunciare al trono de' miei avi, i riguardi che io devo a me stesso, alla reputazione della mia casa, alla prosperità del mio paese, m'imporrebbero di rendere note al mondo le ragioni che mi hanno indotto a compiere un simile sacrificio». Di quest'arma si varrà fra poco il Cavour a Parigi; si può supporre quindi che tale minaccia di svelare, debitamente documentato, tutto il piano della cospirazione di Plombières, fosse dal Cavour consigliata al suo Re; e per le condizioni di cose e d'animo di Napoleone, fosse dal Cavour giudicata arma formidabile. Quanto poi ad abdicare al trono, il colloquio fra il Re e il suo ministro dopo Villafranca, induce a dubitare se questa prima fiera minaccia sarebbe stata mantenuta.

[244] CHIALA, III, LXIV.

*

Telegrafa il Cavour al Villamarina che «manderà nella notte» (18 marzo) «un dispaccio al Principe Napoleone, che la notizia del congresso produrrà un effetto disastroso nel Lombardo-Veneto, se il Piemonte n'è escluso. Io sarei forzato a dare le mie dimissioni: fate identica dichiarazione al conte Walewski....». Altro dispaccio del 20 allo stesso Villamarina: «Dite al Nigra che riceverà domani una lettera per l'Imperatore: procuri di presentarla lui stesso. Gli parli con energia. Gli dica che il conte Walewski ha scritto al ministro di Francia in modo da scoraggiarci o da spingerci ad un atto disperato!»

Certo prevede che se il congresso si avvererà, e mancherà l'unica soluzione che è la guerra, «l'Italia diverrà preda delle passioni rivoluzionarie, e il partito moderato sparirà non solo dalle regioni del potere, ma dalla scena politica».[245] Ma se ci piace vedere il Cavour nè «spaventato nè scoraggiato», come egli stesso dichiara, più ci piace vederlo nell'intimità dei suoi affetti, nel cuore profondo dove l'uomo è turbato. E questo turbamento e questo riflesso su sè e su l'opera propria, come è bello ed umano in questa lettera al De La Rive, l'amico del cuore: «noi siamo stati indotti =un poco per volta= ad assumere una impresa piena di gloria e di giustizia, ma eccessivamente pericolosa: noi non tenemmo bastantemente conto dello svilupparsi nelle società moderne del sentimento di egoismo, per effetto degli interessi materiali. A dispetto di questi ostacoli, io spero che noi riusciremo. L'Italia è matura: l'esperienza del '48 ha portato i suoi frutti».

[245] CHIALA, III, pag. 49. Lettera del 21 marzo.

Per ciò poi che riguarda la Francia, crede o desidera di far credere ad E. D'Azeglio «che la rivoluzione si estenderà alla Francia, che sarà così governata da un sovrano spogliato del suo prestigio e ne seguirà una conflagrazione ben maggiore di quella che oggi si teme». È lo spettro della Rivoluzione; del quale mezzo così acuto uso farà Cavour di fronte a Napoleone. Parlando poi di questa lettera al Nigra, il De La Gorge (_op. cit._, II, pag. 422) ne fa maligna parafrasi, dicendo che Cavour scrisse al Nigra «affinchè arrivasse sino a Napoleone e con la sua astuzia, i suoi sotterfugi, le sue preghiere lo strappasse alle influenze degli amici della pace».

Impronta Italia domandava Roma, Bisanzio essi le han dato.

Ma ben morto era il Cavour quando questi versi furono scritti; e guai, del resto, se gli uomini veri dell'azione avessero tutto l'animo dei poeti e dei filosofi!

Certo egli prevede che cosa sarebbe stata l'Italia se non si fosse tratto profitto di quel momento storico: se si fosse aspettato che questi interessi materiali avessero acquistato così grande forza da sopraffare quanto v'era di nazionalità nella patria. L'uomo ammirabile presente anche l'avvenire immediato; il crollo dell'edificio immenso che egli sostiene: verrà il momento che egli dovrà ritirarsi a vita privata. Non sarà allora: quattro mesi più tardi: nel grande state di quell'anno, di cui allora appariva la bella primavera. Il De La Rive gli offre già un rifugio in Isvizzera: «nessun luogo mi sarebbe più grato di quello offerto da un'amicizia come la vostra: esso s'abbella della vicinanza di Presinge, dove corre il mio pensiero ogni volta che io sospiro il riposo e la calma».[246]

[246] Lettera del 20 marzo. CHIALA, _op. cit._, III, pag. 457.

Ma l'Italia che sorgeva dai secoli morti lo richiamerà ancora all'ultimo epòdo della vita.

VII.

Perchè Napoleone III volle la guerra d'Italia.

Lord Cowley lasciò Vienna il 10 marzo: s'abboccava in Londra con lord Malmesbury, ed il 16 giungeva in Parigi, dove veniva a colloquio col Walewski e con Napoleone.

Il Cavour, per invito dell'Imperatore, giungeva a Parigi il 26 e veniva a colloquio col Walewski e con Napoleone.

Imaginate il Walewski, questo magnifico signore, dare dell'~intrigante~ al Cavour, accusarlo di trascinare l'Imperatore e la Francia verso una politica nefasta?

La questione contro l'Austria si veniva complicando con l'atteggiamento minaccioso degli Stati di Germania, di che era stata antecedente discussione fra lord Cowley, Walewski e Napoleone. Di questo atteggiamento sono buona chiosa le parole che sin dal gennaio avrebbe proferito il conte Buol: «Se l'Imperatore si fosse prefisso per iscopo di tastare il polso alla nazione tedesca, ne avrebbe ricevuto la lezione più salutare».[247]

[247] Parole del conte Buol riferite da lord Malmesbury, 27 gennaio 1858. (Vedi CHIALA, III.) Il Mazzini stesso (1º aprile, ved. _Scritti_, X, pag. 271) vi accenna: «Il Piemonte, se romperà guerra appoggiato dalle armi napoleoniche, susciterà a pro' dell'Austria una potente coalizione e finirà per subire le sorti dell'alleato; se romperà guerra solo, sarà disfatto», da ciò la deduzione «di appoggiarsi francamente, lealmente sulla Rivoluzione». Per questa terza via egli rinnova la sua inesauribile fede nella vittoria, benchè richiami a mente «l'inerzia più che probabile del mezzogiorno d'Italia».

Il congresso delle cinque maggiori potenze, proposto dalla Russia, ma suggerito da Napoleone e sostituito ai negoziati di lord Cowley, era secondo gli uomini di Stato inglesi inspirato a mala fede per guadagnar tempo:[248] tuttavia avevano aderito purchè i risultati non fossero stati illusorii. Per il Thiers il congresso era «un mezzo subdolo dell'Imperatore per agitare con nuove arti le cose d'Italia, e dare alla questione italiana un corpo e un'anima, un'esistenza reale e politica, sino ad oggi, sempre contestata, con ragione, dall'Austria».[249] Per il conte Buol era una «commedia» per tenere a bada l'Austria e prepararsi meglio alla guerra. Tuttavia aveva aderito a questi patti: che non vi si discutessero mutamenti territoriali; che il Piemonte disarmasse prima; che il Piemonte fosse escluso dal congresso. Pel Mazzini il congresso era una commedia in altro senso, perchè «esso non poteva inaugurarsi che sulla base dei trattati del 1815: il dominio dell'Austria sarà rispettato e riconsacrato, l'unità d'Italia dichiarata follia, la Rivoluzione delitto, e cinque Potenze si faranno mallevadrici dello smembramento d'Italia, a patto di poche misere concessioni da tradirsi, come sempre, praticamente».[250]

[248] CHIALA, III, LXXVIII.

[249] _Ib._

[250] «Si comprende — scrive il Grabinski, _op. cit._ pag. 159, — che l'Arese e i patriotti italiani non si preoccupassero guari dei pericoli della Francia; ma bisogna dar lode al sentimento publico in Francia che previde le gravi conseguenze della guerra del 1859 e non nascose punto la sua opposizione ai progetti di Napoleone III.»

Giustamente osservava però ancora il Mazzini, «che il guanto di sfida dal Piemonte cacciato, non poteva ritirarsi senza scadere davanti all'Italia». Spettava in fatti al Cavour mantenere questa sfida, e non fu cosa facile, come vedremo.[251]

[251] MAZZINI, _Scritti_, X, pag. 272.

*

Il Walewski parlò dunque al Cavour, dicendo che l'Imperatore si era finalmente risoluto di accordarsi con l'Austria e di non inframettersi nelle cose d'Italia altrimenti che con intenti pacifici.

Rispose il Cavour al Walewski che egli non voleva passare per un «intrigante», ed essere accusato di trascinare la Francia in una lotta per l'Italia:[252] che aveva documenti per dimostrare chiaramente che l'Imperatore aveva ordito tutto lui il piano per organizzare le complicazioni italiane; che egli era stato soltanto lo strumento; che era contrario alla guerra; ma che se in quel tempo avesse rifiutato la magnifica offerta dell'Imperatore, avrebbe tradito l'Italia e sconfessato la sua propria politica; che non intendeva adesso recedere e servire da capro espiatorio. Avrebbe dato le sue dimissioni; avrebbe fatto abdicare il Re; si sarebbe rifuggito in terra lontana; avrebbe resi publici i documenti che possedeva, per dimostrare la lealtà della sua opera.[253]

[252] CHIALA, III, XCVI.

[253] Vedi CHIALA (III, XCV) il quale toglie dal citato libro del Martin, e dice «che questi ragguagli furono al Principe Consorte comunicati nel febbraio del '60 da eminente personaggio, in condizione di conoscerli con la più scrupolosa esattezza».

(Era stato, è vero, Napoleone ad organizzare a Plombières il «piano delle complicazioni italiane»; ma qui si può anche aggiungere che fin dal '49, quando Luigi Napoleone disse all'Arese, inviato del ministro Gioberti,[254] che «la carta d'Europa non aveva senso comune», ma che allora «una proposta favorevole alle guerre italiane, avrebbe probabilmente ottenuto dal Consiglio il solo suo voto», fu per dieci anni tutto un sapiente e sagace gravitare del Piemonte sul nuovo Impero Napoleonico, con gran disdegno del Mazzini, ma con molta utilità per la politica aggressiva del Cavour contro l'Austria).

[254] L'Arese fu dal '49 mandato a Parigi dal ministro Gioberti a sollecitare l'aiuto di Luigi Napoleone nelle guerre d'Italia. Dispaccio Arese del 9 e 21 febbraio 1849. Vedi BONFADINI, pag. 96. L'Hübner ricorda che non fu agevole anche allora distogliere il Presidente dall'intervenire nelle cose d'Italia contro l'Austria.

Assicura il Chiala[255] che in quel giorno stesso il Cavour voleva ripartire per Torino senza nemmeno vedere l'Imperatore. Il colloquio tra Cavour e Walewski ci è riferito dall'Hübner, che ne seppe dal Walewski quel tanto che questi gli potè comunicare: sono poche parole, ma significative: «Cavour venne da me — disse il Walewski — in una disposizione d'animo che non si diede la pena di nascondere. Era la disperazione, la rabbia, la sconfitta completa. Si è lasciato andare sino a dirmi ogni sorta di cose. Io non sono uomo da tollerare un simile linguaggio e gli ho risposto a tuono, e il Cavour è partito quasi senza dirmi nemmeno addio!»[256]

[255] CHIALA, III, XCV.

[256] HÜBNER, II, pag. 368.

Il Cavour venne a colloquio con l'Imperatore quel giorno stesso, 26 marzo.

«Quando l'Europa — scrive il De La Gorge[257] — apprese l'incontro dei due attori, un imponente silenzio si fece. Ma l'apprensione vinse su la speranza».

[257] DE LA GORGE, _Histoire du Second Empire_, II, pag, 422.

Che cosa è avvenuto tra l'Imperatore e Cavour? «Noi l'ignoriamo — esclama mortificato l'Hübner — e Walewski non ne sa più di Cowley e me».[258]

[258] HÜBNER, II, pag. 361.

Il giorno 29 vi fu un secondo colloquio tra Cavour e Napoleone, con l'intervento del Walewski. L'Hübner può avere allora dal Walewski queste notizie del tutto confidenziali e si affretta ad informarne il Buol. Ha saputo che tanto lui, Walewski, come l'Imperatore, avevano fatto i maggiori sforzi per ottenere dal Cavour l'impegno di un disarmo preventivo, «ma che il primo ministro sardo a ~refusé net~». «Io ho espresso al conte Walewski il mio stupore sulla poca influenza che sembrava esercitare Napoleone sul Piemonte». Qui manca la spiegazione del Walewski e l'Hübner rimane col suo stupore, per allora almeno. Il Walewski dopo ciò lo informa che il Cavour era venuto a Parigi per ottenere le dimissioni del Walewski stesso, e l'Imperatore ha rifiutato questa «pretesa incredibile»: secondo per ottenere di essere ammesso al congresso; ma che lui, Walewski, «ha dimostrato che l'ammissione della Sardegna in un convegno delle grandi potenze era una cosa inaccettabile». «E infatti — chiosa altrove l'Hübner — l'invitare dei semplici delegati degli Stati italiani per essere, caso mai, interrogati, sarebbe stata cosa poco conforme alla dignità ed ai diritti sovrani degli Stati indipendenti». Ebbene? e l'Imperatore? «L'Imperatore — risponde il Walewski — si è schierato dalla mia parte». Manco male. E allora? «Allora Cavour, vedendo falliti i due principali scopi della sua venuta, ha chiesto che la Francia abbandonasse l'idea del congresso, ma l'Imperatore non potè accondiscendere avendovi aderito. Fallito anche questo terzo punto, allora si sforzò di strappare dall'Imperatore una promessa che i lavori del congresso sarebbero andati a vuoto. Io sono felice di potervi assicurare — conclude il Walewski — che egli non ha ottenuto niente da Sua Maestà».

«Ne siete ben sicuro?»

«Sì, perfettamente».[259]

[259] HÜBNER, II, pagg. 367 e 368.

Queste informazioni dell'Hübner al Buol sono del primo aprile, ed a conferma aggiunge una noterella di spionaggio: «i convitati della principessa Matilde,[260] dalla quale il signor Cavour andava a pranzo, uscendo dal palazzo di S. M., erano tutti colpiti dall'espressione di disperazione che si leggeva sul volto di lui; e poi fra parentesi: «Il fatto è vero».

[260] La principessa Matilde, figlia del re di Westfalia, sorella del principe Napoleone, cugina dell'Imperatore. Di questa dama vedi FEDERICO LOLLIÉE, _Les femmes du Second Empire_. Fu uno degli affetti giovanili di Napoleone III. Muliebremente caratteristica è la frase di lei: «Se io l'avessi sposato, mi sembra che gli avrei rotto la testa per sapere quello che c'era dentro».

Questo non vuol dire che l'Hübner creda interamente al Walewski e molto meno che Napoleone l'abbia rotta con «quel cospiratore». Lo desidera, riferisce quello che sa, quello che ode. Ecco, lord Cowley «crede che l'Imperatore abbia perduto la testa; cammina un giorno in un senso, un giorno in un altro». Drouyn de Lhuys[261] «la pensa lo stesso. Il segreto dell'impenetrabilità dell'Imperatore — dice Drouyn — è nell'assenza di motivi delle sue azioni. Non è uomo spiegabile, è soltanto diffidabile». Rinnova l'informazione già avuta dal Walewski per riconferma del Cowley, «l'Imperatore avrebbe consigliato il Cavour di disarmare, facendogli capire che l'Austria avrebbe fatto lo stesso. Il ministro sardo ha rifiutato ~carrément~». Conclude: «il Cavour è molto potente di fronte all'Imperatore; o l'Imperatore molto debole di fronte alla Rivoluzione».[262] Ma il giorno due aprile altra lettera confidenziale al Buol: ha parlato con Cowley, che è riuscito a parlare con l'Imperatore: «Il linguaggio di Sua Maestà è poco chiaro; o piuttosto non c'è di chiaro che una cosa, ed è che egli non l'ha ancora rotta col Cavour, nè con la sua causa, nè col partito di questo settario. Richiesto sui preparativi militari della Francia, l'Imperatore ha risposto: Potrebbe darsi che il congresso fallisse; e in vista di questa eventualità bisogna che io sia pronto».[263]

[261] Poi ministro al tempo della guerra tra Prussia ed Austria.

[262] HÜBNER, II, pagg. 370 e 371.

[263] _Ib._, II, pag. 271.

Il conte Buol, prima ancora di queste fedeli referenze dell'Hübner, era stato, per dispaccio di lord Malmesbury, informato come Cavour avrebbe dichiarato esplicitamente che «avrebbe avuto la guerra a dispetto del congresso»;[264] dichiarazione audace, che non deve essere stata senza influsso nel determinare il contegno del gabinetto austriaco.

[264] CHIALA, III, CVIII.

Ancora un'informazione dell'Hübner, ma data con riserva: «L'ambasciatore inglese crede sapere positivamente che il Cavour è partito molto malcontento». Ed è informazione esatta, confermata per altra via; infatti in data 5 aprile, il Principe Consorte scrive al re del Belgio: «Cavour rifiuta assolutamente di disarmare ed ha lasciato Parigi irritatissimo, minacciando di provocare la guerra, piaccia o non piaccia a Parigi. Egli ha in tasca promesse d'aiuto fattegli per iscritto e dalle quali non vuole svincolare l'Imperatore, che si trova in una condizione assai spinosa».[265]

[265] CHIALA, III, CVII.

Cavour lasciò Parigi il 30 marzo. Giunse a Torino il 1.º aprile. Dimostrazione entusiasta: studenti, operai, fiaccolate. Viva Cavour! Viva il Re, l'Italia, la Francia! Anche il Re, confuso fra la folla, avrebbe applaudito, e a noi pare che quegli applausi se li meritasse, benchè è dubbio se egli fosse in vena di udire applausi.

*

Le osservazioni psicologiche e contraddittorie, raccolte e trasmesse dall'Hübner, sono le più vicine alla verità. Nel colloquio segreto dell'Imperatore col Cavour, a testimonianza di lord Cowley, il quale ne seppe, e dal Walewski e dal Cavour stesso, di più che non l'ambasciatore austriaco, Napoleone si sarebbe valso di tutti gli argomenti più efficaci per indurre il Cavour ad accettare l'idea del disarmo e, fra gli argomenti, il più delicato dovette essere questo: la difficile situazione in cui tale rifiuto lo metteva, perchè nessuno avrebbe creduto che il Piemonte operasse in modo contrario ai suoi desideri, ed egli sarebbe stato incolpato di slealtà. «Sfortunatamente nessun argomento, nessuna preghiera produsse il minimo effetto sull'animo del conte, il quale pertinacemente rispondeva che egli e il suo sovrano sarebbero perduti, se assentivano ad una proposta così umiliante».[266]

[266] CHIALA, VIII, XCVII. Dispaccio di lord Cowley a lord Malmesbury.

Al Cowley il Cavour disse poi che l'esclusione dal congresso del Piemonte, considerato campione d'Italia, distruggeva ogni speranza dell'avvenire, ed il disarmo annullava la sua esistenza politica. A maggior conferma di queste cose, viene ora in luce la seguente lettera in data 15 maggio, cioè a guerra iniziata, del Malmesbury alla regina Vittoria:[267] «L'Imperatore non aveva nessun piano e nemmeno nessuna intenzione di fare la guerra in Italia. Sua Maestà Imperiale vi fu condotta, passo a passo, dal conte di Cavour. Il quale per ultimo minacciò di publicargli la sua corrispondenza più confidenziale. Il suo esercito era totalmente impreparato ed anche ora è in un imperfettissimo stato, ed egli stesso fu soprafatto dalla sorpresa e dal timore quando seppe, verso la metà dello scorso mese, che gli Austriaci avevano centoventimila uomini sul Ticino. L'Imperatore ciò non ostante crede ora che avrà facilmente un paio di vittorie e che quando egli avrà rigettato gli Austriaci nelle loro tane, se ne ritornerà a governare Parigi». È vero che il ministro inglese riferisce qui il giudizio del conte di Persigny, ma pare prestarvi fede.

[267] G. ROBERTI, _L'Italia nel carteggio della Regina Vittoria_. Nel _Risorgimento Italiano_. Anno III, fascicolo 2.º, pag. 206.

(I dispacci segreti che il De La Gorge[268] publica, deducendoli dagli «Archivi del Ministero della guerra,», confermano non solo l'impreparazione dell'esercito, ma l'anormale condizione politica in cui si trovava l'Imperatore a provvedere apertamente alla guerra, e il timore di lui che la presa di Torino da parte del Giulay, troncasse l'impresa prima ancora che fosse cominciata. «Tutto mancava — scrive con manifesta esagerazione il ministro della guerra Randon nelle sue «Memorie» (II, pag. 6) — fuori che il coraggio»).

[268] DE LA GORGE, _op. cit._ III, cap. I.

Quello che allora non si seppe, fu l'assicurazione data da Napoleone al Cavour che la guerra sarebbe scoppiata lo stesso, alquanto più tardi, ma più ampia e tale da ottenere popolarità in Francia, cioè non solo contro l'Austria ma contro tutta la Germania. (Scoppiò in fatti più tardi, e l'Impero ne andò in frantumi).

Che cosa rispondesse il Cavour all'annuncio di tale impresa, così sproporzionata e difforme dal suo scopo, noi non sappiamo. Però qualche cosa è espresso in una lettera, scritta da Parigi al La Marmora, in fretta e furia, la mattina del 29, prima di avere l'ultimo colloquio con l'Imperatore. «La questione italiana — scrive egli — è impostata così male, come peggio non si può credere, ecc. La guerra è inevitabile: sarà ritardata di due mesi, almeno: si farà contemporaneamente sul Reno e sul Po. Perchè la guerra abbia un esito felice per il Piemonte e per l'Italia, bisogna prepararci a fare il maggior sforzo possibile. I Francesi, trascinati loro malgrado, non ci perdoneranno mai il maggior peso di questa guerra, caduto sulle loro spalle. Sventura a noi se noi trionfassimo unicamente per mezzo dei Francesi. È soltanto battendoci meglio di loro e mettendo sotto le armi forze superiori alle loro, che noi salveremo il paese».

La lettera è terminata dal Nigra con un poscritto posteriore all'ultimo colloquio, che dice: «Il conte di Cavour dovendo andare a pranzo dalla principessa Matilde (è il pranzo a cui la parola acuta di Hübner accennò), non ha tempo di terminare questa lettera. Spera di partir domani. Egli non è punto soddisfatto della conferenza d'oggi con l'Imperatore e col Walewski».

Questa lettera, fu verosimilmente ignota al conte Paolo Federico Sclopis di Salerano, che tutto sperava nella «furia francese»: non la conobbe il Mazzini, che avrebbe, forse, modificato il suo giudizio su Cavour. Ma la deve aver conosciuta il La Marmora, perchè a lui era diretta; e fu davvero sventura che, verso il 1866, quando attendeva ad una specie di disarmo, se ne sia dimenticato.

Doloroso è invece che sia venuta a conoscenza dell'Hübner, perchè vi compone un increscioso commento: «Quest'ultima frase, che i soldati italiani si battano meglio dei soldati francesi ecc., sembrerebbe indicare un ottenebramento delle facoltà mentali di chi le ha scritte, ovvero è il linguaggio di un disperato che preferisce morire, come ha detto lui stesso, in un mare di sangue che sopra un letamaio».[269]

[269] HÜBNER, II, pag. 361.

I documenti qui riferiti comprovano in quale stato di profondo turbamento si trovasse il Cavour, turbamento che non isfuggì punto all'Hübner, come vedemmo: ma non si creda che esteriormente ne desse alcun segno. Il De La Gorge (II, 423) osserva anzi che il Cavour «affettò coi diplomatici stranieri un'imperturbabile sicurezza», di che è documento il noto spiritoso colloquio col Rothschild che riferiamo in nota.[270]

[270] Il Massari, _op. cit._, pag. 309, racconta questo efficace aneddoto. Giacomo Rothschild si recò dal Cavour dopo il colloquio con Napoleone per sapere se v'era pace o guerra. Cavour rispose: «Vi sono molte probabilità per la pace, e vi sono molte probabilità per la guerra». «Sempre astuto, signor Conte.» «Ecco, signor barone, io vi faccio una proposta: comperiamo dei titoli e giochiamo al rialzo; io poi darò le mie dimissioni. Avremo un rialzo di 3 franchi.» «Voi siete troppo modesto, signor conte, voi valete almeno 6 franchi.»

Prima di partire per Torino non avendo potuto, a cagione della presenza del Walewski, esprimere interamente il suo pensiero all'Imperatore, nel ricordato colloquio del 29, gli lasciò una lettera, assai memoranda come poco nota. Dice che «dal colloquio acquistò la dolorosa convinzione che il conte Walewski è deciso di perderci: forzare il Re ad abdicare; me a dare le dimissioni, spingere il Piemonte verso l'abisso»; ma «se egli realizzerà i suoi progetti, perderà il Piemonte e non salverà la Francia. Avrà trasformata l'Italia, oggi interamente devota, in nemica mortale senza riguadagnare l'amicizia dell'Inghilterra o diminuire l'odio dell'Austria. Le potenze hanno capito abbastanza i progetti di V. M. per potere riprendere verso di Lei le loro antiche abitudini». Il che vuol dire: riconoscimento della via chiusa in cui l'Imperatore s'è avanzato; impossibilità di retrocedere. Si rivolge quindi «alla sua bontà ed alla generosità, per cui egli non permetterà che il solo alleato che V. M. ha in Europa, cada vittima della diplomazia, dopo avere in qualche modo rimesso fra le mani di V. M. la sua corona, la sua vita, la sua famiglia». Notevole il passo in cui disillude l'Imperatore ed il Walewski dell'esistenza in Italia di «un partito moderato che possa accontentarsi di concessioni illusorie come soddisfazione sufficente alle speranze che le parole di V. M. e l'attitudine della Sardegna hanno esercitato da tre mesi a questa parte.... Ne seguirà una terribile catastrofe. Il Re si troverà posto tra un atto di follia o di viltà. Non gli resterà altra risorsa che scendere dal trono ed andare a morire in esiglio come suo padre.... ecc.».[271]

[271] CHIALA, VI, pagg. 376-380. Queste apprensioni del Cavour hanno il loro perfetto riscontro in Mazzini (X, pag. 273): «I governi irritati del nostro averli costretti ad agitarsi, a tremare, ad armarsi per nulla, s'adoprerebbero a frenarci come perturbatori perpetui senza intento determinato: i Popoli che ieri guardavano in noi come in Popolo iniziatore, imparerebbero a sprezzarci come chi minaccia e non osa. Tolga il cielo tanta vergogna. Un popolo che ottiene fama di codardo è spento per sempre».

Questa lettera è indubbiamente ammirevole per abilità e per passione; raccoglie tutti in un getto gli argomenti già noti, fra cui verissimo quello a cui con amaro gaudio accennava il Mazzini: «il guanto di sfida dal Piemonte cacciato, non poteva ritirarsi senza scadere davanti all'Italia»; ma altre cose contiene di cui è dubbio se maggiore sia la convinzione o l'intenzione di impressionare. È soggetto questo delicatissimo; di cui con poca delicatezza fa parola il De La Gorge. Partendo dall'attentato dell'Orsini, il De La Gorge riferisce: il nunzio, monsignor Sacconi, disse: «Ecco il frutto dell'agitazione mantenuta dal signor Cavour». L'Hübner disse: «Il momento è venuto di stabilire tra la corte delle Tuileries e quella di Vienna i legami di un'alleanza intima».[272] I nemici del Piemonte si unirono «per scongiurare l'Imperatore di abbandonare per sempre l'ingrata nazione che pagava con l'assassinio la costante benevolenza di lui».[273]

[272] Lettera di Villamarina al Cavour, 17 gennaio 1858, in N. BIANCHI, _Storia documentata_, VII, pag. 391.

[273] DE LA GORGE, II, pag. 347 e segg.

Or bene, non solamente al Favre, difensore dell'Orsini «in tempi in cui ogni licenza era accuratamente repressa», è data facoltà «di sottolineare, completare, chiarire» quella lettera all'Imperatore, che passò nella storia sotto il nome di testamento di Orsini; ma questa lettera, «quest'appello supremo del cospiratore, graduato con abilità infinita, che comincia con l'intimidazione e termina con la preghiera, come se avesse voluto destare nell'animo del Sovrano degli antichi ricordi addormentati», rivelerebbe al De La Gorge (pur non negandone l'autenticità) «una mano più esercitata, la quale avrebbe guidato quella dell'Orsini». «Ogni sorta di supposizione fu imaginata, senza che da questi indizi sparsi ed incoerenti si potesse sviluppare alcuna certezza o verosimiglianza».[274] È noto come le due lettere dell'Orsini furono per insistenza dell'Imperatore publicate il 31 marzo nella «Gazzetta ufficiale del Piemonte». «Nessuno pensò che il governo piemontese avrebbe osato quella publicazione, vera minaccia contro l'Austria, se l'Imperatore non avesse autorizzata, suggerita una simile temerità. Si dice che il Cavour, assai difficile a sconcertarsi, fu turbato da tale ardire: fece note le collere probabili dell'Austria; domandò che si garantisse il suo paese contro le eventualità dell'avvenire. L'Imperatore avrebbe risposto con nuove insistenze e fu allora, che la publicazione fu ordinata». Il Cavour, infatti, scriveva ai primi d'aprile del '58 al Villamarina, che «quella lettera colloca l'Orsini su di un piedestallo da cui non è possibile più farlo discendere»; che dei romagnoli, moderati, quasi codini, mi dicevano ieri che quella lettera avrebbe avuto un'eco enorme in Romagna e avrebbe per effetto di rendere popolare l'idea del regicidio»; che «il Re è molto afflitto di questa malaugurata pubblicazione e degli imbarazzi che creerà al suo governo».[275]

[274] _Op. cit._, II, pag. 350. Vedi anche le _Memorie_ di Claude, capo della Polizia sotto il Secondo Impero, I, pag. 357.

[275] CHIALA, VI, pag. 197.

Ora la riassunta lettera all'Imperatore ricorda abilmente e delicatamente queste cose passate e le loro conseguenze. Ma il De La Gorge vi ricama, come dicevo, tale non delicato commento: «Questa crisi straordinaria aveva finito per far conoscere al Cavour l'Imperatore dei Francesi. Aveva indovinato che per trasformarlo in istrumento docile, la minaccia sarebbe stata così efficace come la carezza. Da allora si applicò a mescolare l'intimidazione alla lusinga, servendosi volta a volta dell'una e dell'altra per fare avanzare gli affari del suo paese. Ora si ingegna di ingrossare i progressi della rivoluzione italiana, progressi tali che sommergeranno tutto, se il Piemonte non la dirige e non l'assorbe; ora dipinge l'esaltazione dei partiti e aggiunge artificiosamente che se non si dà loro qualche pegno, sarà difficile, quasi impossibile, spegnere o prevenire nuovi complotti».[276]

[276] DE LA GORGE, _op. cit._, II, pag. 353.

*

Fra gli impedimenti alla guerra d'Italia rimane a considerare quest'ultimo, il quale se dal lato politico potè avere minore importanza, dal lato morale deve avere forzato penosamente Luigi Bonaparte: voglio dire l'avversione dell'Imperatrice. Parecchie scene violente erano avvenute;[277] chè informata del patto di Plombières, ella gli disse una volta: «Voi siete lo zimbello, lo schiavo di Mazzini»;[278] e quegli protestando le sue ragioni politiche, ella conchiuse: «Da tutto questo affare non ne verrà alcun bene per la dinastia imperiale». Ella, inoltre, nel suo assolutismo religioso, intuiva che questa guerra avrebbe arrecato un danno certo, se non immediato, al potere temporale dei papi.

[277] PIERRE DE LANO, _L'Impératrice Eugénie_, pag. 99.

[278] _Ib._, pag. 100.

A tali ragioni di indole politica, altra ella ne aggiungeva di impressione subbiettiva: una disistima che non si curava nè meno di larvare per gli Italiani: «Gli Italiani — gli aveva detto un giorno — non vi saranno per nulla riconoscenti del sangue che state per versare in loro favore. Se voi credete di procurarvi degli amici coltivando le loro ambizioni e la loro vanità, vi ingannate. Un pericolo vi minaccia? essi vi volteranno le spalle».[279] Ed all'Arese, uno dei pochi italiani che degnava di eccezione, scriveva a guerra compiuta: «Non temete voi di provare all'Europa che il mestiere di Redentore è un mestiere da sciocchi? L'Imperatore è stato per un momento contro il sentimento del suo proprio paese, e gli fu necessario attizzare i sentimenti di generosità e di gloria, per fare accettare alla Francia, ancora stanca delle dure prove che ha passato, una guerra della quale la riconoscenza era il solo premio che si potesse sperare, mentre una sconfitta lo avrebbe colpito in un modo crudele».[280]

[279] _Ib._, pag. 100.

[280] Lettera all'Arese del 26 agosto '59. Vedi BONFADINI, pagina 186. Il Bonfadini vi aggiunge in nota: «L'augusta donna non prevedeva, sotto l'impressione dei suoi sdegni vivaci, che tre dipartimenti francesi, oltre il rimborso di sessanta milioni, avrebbe guadagnato l'Impero tenendo fede alle stipulazioni di Plombières»; e su questo punto dovrebbe cessare ogni discussione. Napoleone III o la Francia, avendo poi chiesto un pagamento, e questo essendo stato fatto, la partita si deve ritenere chiusa. Nei libri di ragioneria non esiste, in fatti, il capitolo riconoscenza. Se non che il supporre la guerra d'Italia fatta a questo scopo, è supporre cosa troppo semplice.

«Che cosa ha ricavato dalle sue guerre? Che profitto ha ottenuto dalla guerra d'Italia? Dalla spedizione del Messico? Nessuna. Molto probabilmente queste avventure l'hanno diminuito in potenza. Io gliel'ho detto: egli non mi ha risposto niente: oppure se ha risposto, ha detto parole vaghe di gloria, d'umanità, di fratellanza dei popoli, che so io? delle fanfaluche».[281]

[281] PIERRE DE LANO, _La Cour de Napoléon_, pag. 225.

Queste acri e terribili parole sono attribuite al Bismarck, partendosi da Biarritz prima della guerra del '66; nè mi paiono disdicevoli all'uomo che le avrebbe espresse, nè all'uomo a cui erano riferite.

*

E pur con tutte queste opposizioni egli vuole la guerra, pur parlando di pace: arrivare alla guerra è la sua idea fissa. Di questo stato d'anima si sono accorti Hübner, Thiers,[282] Cowley.[283] Ma essi si sono anche accorti di un affetto del tutto spontaneo per l'Italia che nutriva in cuore quell'uomo impassibile; del desiderio di far qualche cosa per le popolazioni italiane.[284] Questa è la causa non politica, perchè generata da passione; questa la «fanfaluca» che fece germogliare quella guerra; o per dire più compiutamente, è la ragione ideale dell'Impero, il sogno della sua giovanezza vissuta fra noi, in mezzo al nostro martirio, giacchè spesso avviene all'uomo, quasi per virtù istintiva, di rifare, come può, il bozzolo dai fili d'oro e di speranza della sua giovanezza.

[282] Lettera al Principe Consorte di A. Thiers del 22 marzo: «L'Imperatore, non ha che un fine, che un'idea fissa: arrivare alla guerra, pur parlando di pace». CHIALA, III, LXXVIII.

[283] «L'Imperatore, non ostante avesse aderito al congresso, nel suo intimo, desiderava ardentemente la guerra.» CHIALA, III, CX.

[284] Dispaccio di lord Cowley a lord Malmesbury. CHIALA, III. Vedi anche KOSSUTH, _Souvenirs_.

Quando l'Hübner riproducendo il colloquio e la cospirazione di Plombières, dice che vi si sente più che un Imperatore, il giovane di Forlì del '31, dice cosa esatta. Gran lode o gran biasimo, a libera scelta. E così si può pensare delle sue umane dubbiezze nell'accingersi al gran passo; e così, non tenendo conto di tutte le circostanze e di tutti gli impedimenti, lo si può rimproverare di aver reso un servizio a mezzo, sì che il beneficato, invece di pensare a ciò che ha ricevuto, pensa invece a ciò che ancora gli rimane da ricevere. Il De La Gorge, a cui non isfugge un'occasione per ispargere ironia su la infelice politica di questo ultimo Cesare, ricordando la meravigliosa valle del Po, oggetto di invidia nei secoli, campo chiuso di infinite guerre, osserva: «Ma la guerra novella non sarebbe assomigliata alle guerre passate, se non per l'abbondanza del sangue sparso. Lo scopo era, non di dominare l'Italia, ma di liberarla».[285]

[285] DE LA GORGE, _op. cit._, III, pag. 9.

Dopo questa prima e vera ragione, ove si intendano senza malignità, si possono anche accogliere, ma con debita misura, le altre cause che si adducono, specialmente dagli avversari di Napoleone III,[286] non ultima e non ancora ben nota e strana, quella derivante dall'attentato di Felice Orsini e dalla sua ammirevole morte.[287]

[286] Umiliare l'Austria; consolidare col prestigio della gloria militare il trono usurpato; cattivarsi la benevolenza dei republicani, sostenendo un'idea generosa; sostituire in Italia l'influsso imperiale a quello dell'Austria. Convincere anche di mendacio Vittore Hugo che aveva detto: «Voi non avete guadagnato che la battaglia di Satory» (campo di manovre dove la cavalleria aveva acclamato Imperatore il Presidente della Republica), e Mazzini, che aveva detto: «Voi amate bensì le uniformi di parata, corrusche d'oro, ma dubito che siate atto a condurre solo alcuni reggimenti». A questa velleità di duce supremo allude anche l'Hübner. Fu anche detto: La guerra d'Italia, per effetto di vincoli settari, si presentava come una cambiale non prorogabile: bisognava pagare, e la pagò in fretta, per liberarsi da questo impegno. Ma più forse che i vincoli settari, l'impegno di Plombières, che Cavour veramente agitò come una cambiale. Il programma di Napoleone I dei confini della Francia: il Reno e le Alpi. Il De Lano accerta esistere un ms. dell'Imperatore e col titolo: _Perchè feci la guerra d'Italia._

[287] L'Orsini, uccidendo Napoleone III, si riprometteva, insieme con la vendetta di Roma, la republica in Francia; dal quale mutamento sperava utilità per l'Italia. I dispareri col Mazzini, la impulsività del carattere, la tristezza dell'esiglio incitarono il trapasso dal pensiero all'opera. Fallita questa e vistosi perduto, volle o fu confortato a volere, che il suo sangue, consacrato alla causa d'Italia, non fosse sparso invano. Da ciò la lettera all'Imperatore.

«Vostra Maestà — diceva — si ricordi che gli Italiani, tra i quali era mio padre, versarono con gioia il loro sangue per Napoleone il Grande: si ricordi che gli furono fedeli sino alla sua caduta. Vostra Maestà non respinga la voce suprema d'un patriota sui gradini del patibolo: liberi la mia patria, e le benedizioni di 25 milioni di cittadini la seguiranno nella posterità».

Dopo l'attentato dell'Orsini l'Hübner voleva sapere se era vero che «l'Imperatore avesse l'imaginazione colpita» (HÜBNER, II, pag. 285); e al Cavour sono attribuite queste parole: «Per l'Imperatore, Mazzini è uno dei suoi più feroci nemici: gli spedisce ogni tre mesi degli assassini: una specie particolare di pazzia» (CHIALA, III, CV). Il proposito di Napoleone di graziare l'Orsini è stato messo in dubbio; anzi, negato dal nobile Carlo di Rudio (_Resto del Carlino_, 4 ottobre 1908), il quale riferisce particolari interessanti, ma molto contestati e contestabili, sull'attentato. Ma della volontà di graziare l'Orsini non può cadere dubbio (vedi anche HÜBNER). Altre deduzioni si potrebbero fare se risultasse che la polizia austriaca sapeva in antecedenza dell'attentato (vedi BONFADINI, _op. cit._, pagg. 173-176 e _Prefazione_ alle citate Memorie del Griscelli, Loescher, 1908). Avvenuta la pubblicazione delle lettere dell'Orsini nella _Gazzetta Piemontese_, scrive l'Hübner: «I giornali di Parigi non hanno osato riprodurre gli ultimi scritti dell'assassino, che l'organo del signor Cavour raccomanda come modello alla gioventù italiana». Specialmente perchè la provenienza dovrebbe significare qualche cosa, ristampo questi passi di lettera che da Parigi Amilcare Cipriani, non inferiore al Rudio per audacia rivoluzionaria, ma coscienza insospettata, scriveva il 17 settembre 1906 al signor Paolo Mastri e che fu edita nel _Resto del Carlino_ (17 settembre 1908):

«.... la prima lettera che scrisse all'Imperatore, questi, profondamente impressionato e commosso, per tentare di salvarlo e servire in pari tempo la causa italiana per la quale l'Orsini si era sacrificato, per l'intermediario di Pietri, la fece recapitare a Jules Favre difensore dell'Orsini stesso, acciocchè la leggesse dinnanzi alle Assise, ciò che fu fatto.

«L'effetto fu strepitoso e, se Orsini non ebbe salva la vita, ebbe salvo l'onore.

«I ministri andiedero su tutte le furie, ed il conte Hübner, ambasciatore austriaco ne fu sbalordito, perchè intese che era un colpo diretto al cuore del suo governo.

«La seconda, quella ch'egli scrisse alla vigilia di morire, l'Imperatore l'inviò a Cavour, pregandolo di pubblicarla nella _Gazzetta Ufficiale_ del Piemonte.

«Cavour, sorpreso, obiettò che un tale atto equivaleva ad un attacco diretto di entrambi contro l'Austria.

«Napoleone rispose si pubblicasse, e così fu fatto. Erano le prime ostilità.

«Quattro mesi dopo Cavour e Napoleone si trovarono a Plombières: l'Imperatore fu ben presto convinto che Orsini non era un delinquente, ma un apostolo che s'immolava per la sua patria, e non avendo potuto salvargli la vita, gli fece sapere in carcere: «che d'ora innanzi tutti i suoi pensieri erano oramai rivolti alla liberazione d'Italia.» Per questa complicata questione dell'Orsini si desiderano i promessi studi di Alessandro Luzio.

Da ideologo e da umanitario egli intraprese la guerra d'Italia; e con l'aggravante di un errore di giudizio; con il convincimento cioè che, cacciato lo straniero, la rivoluzione non sarebbe andata più oltre; e la federazione sarebbe stata la forma naturale della nuova Italia.

Firmando la pace di Villafranca, egli persiste in questa sua idea e non vuol vedere che il moto è invece unitario fino alle ultime conseguenze; che la sementa sparsa dal Mazzini, germoglia oramai da per tutto; che, anzi, Villafranca, come un acquazzone in mezzo all'estate, compie il miracolo del germoglio. La sera cade fosca: ma al mattino il sole ride tranquillo; il monte e il piano verdeggiano già della messe novella. Come il temporale di Solferino: esso dà un momento di sosta all'atroce mischia dei Francesi; mentre gli Italiani sotto l'aiuto di quella tempesta, flagellante in faccia gli Austriaci, ripetono il disperato assalto di San Martino e vi piantano il vessillo dell'Unità. Cavour, che più violentemente di tutti è travolto dall'onda di Villafranca, quando s'avvede dell'effetto meraviglioso, esclamerà: «Che benedetta sia la pace di Villafranca!»[288]

[288] CHIALA, III, pag. 187.

E quando Napoleone III se ne avvide, «lasciò fare troppo agli Italiani a dispetto dei più dei Francesi».[289] E se tanta malvagità era in quest'uomo, l'onda degli oltraggi che montò verso di lui, non gli doveva anzi consigliare l'opposto?

[289] CARDUCCI, _Alberto Mario giornalista_. Come abbia il Carducci avversato Napoleone, è troppo noto per qui farne parola.

Idea fissa la guerra; ma l'idea fissa non è equivalente di volontà; la volontà vera era in Cavour; e l'aver ceduto a questa forza di volontà deve pure significare alcuna cosa!

L'onnipotenza di quel Secondo Impero, che si rivelò poi così passeggera, potè dare all'anacronismo una parvenza di realtà; ma è dubbio se, senza quell'idea fissa antica, senza quell'illusione di potere imporre al mondo il buon diritto con la spada di Cesare, senza quelle «pagine strappate» nel suo cervello, egli avrebbe mai intrapresa la guerra d'Italia.

VIII.

La crisi del Congresso.

Le fasi del congresso vanno da quel 1.º aprile susseguendosi senza interruzioni. Tra Londra, Parigi, Vienna, Torino, Pietroburgo è uno scambio di telegrammi, note, tra personaggi solenni. Questi personaggi rendono l'imagine di navarchi che guidano gravi navi per non calmo mare. Sicura tuttavia è la rotta e vanno di conserva. Quand'ecco uno, anzi il più temuto fra questi navarchi, accenna a mutar rotta, sorge scompiglio, più oculata vigilia occorre. Perchè non procedere come prima? Perchè un vecchio naviglio laggiù arde? Giusta causa è il salvarlo? Ma quante sono al mondo cause giuste: soffrono, muoiono, si trasmutano. Non si muta rotta per questo!

Queste fasi, come una infermità, percorrono la loro parabola, sino ad arrivare all'acme, dopo la quale è la lisi o la morte. L'acme, qui, avviene nella notte tra il 18 e il 19 aprile: dura tutto il 19. Il giorno 20 è la risoluzione. Noi dobbiamo questa risoluzione ad un compatibile errore dell'Austria. Vediamo: il conte di Cavour lo ha dichiarato; non disarmerà: «Noi non disarmeremo. Meglio vale cader vinti con l'arme in pugno che perderci miserabilmente nell'anarchia, e vederci ridotti a mantenere la tranquillità publica coi mezzi violenti del re di Napoli: oggi noi abbiamo una forza morale che vale un esercito; se noi la perdiamo, nessuno ce la renderà».[290]

[290] CHIALA, III, pag. 58.

Alla sua volta il conte di Buol non recederà di una linea, dalla sua prima dichiarazione: «il disarmo preventivo della Sardegna è per noi una condizione sine qua non per entrare in congresso, senza di che ~l'affaire ne serait qu'une comédie~».[291]

[291] _Buol a Malmesbury_, vedi CHIALA, III, CVIII.

E, a dire il vero, il conte Buol facendo questa esplicita dichiarazione a lord Malmesbury, non aveva bisogno di spendere troppo tesoro di eloquenza, perchè — come dicemmo — in quei diplomatici inglesi era l'intima persuasione che il congresso non fosse che un espediente per meglio preparare la guerra. Fermi in tal convincimento, non pare che quei gravi personaggi inglesi si volessero prestare troppo al giuoco; e non pare nemmeno che lord Derby, lord Malmesbury, lord Cowley, il Principe Consorte, la Regina Vittoria nutrissero per l'Italia un così grande affetto da fare per essa sacrificio di interessi. Ma non è men vero che due secoli di civili e libere istituzioni non erano stati indarno. A questo ben si apponeva il Cavour nel suo discorso alla Camera subalpina, in cui vellicava l'orgoglio di lord Derby. Lo stato dei tre governi d'Italia, Austria, Papa e Borbone, era realmente anormale per una coscienza inglese, anche sotto la veste del diplomatico. Ma l'Austria, ma il Borbone, ma il Papa si trovavano al punto da non poter concedere alcun lenimento al greve giogo o riforme di carattere liberale. Queste potenze appaiono, se il paragone mi è acconsentito, come colui che ha paura di allontanare il coperchio da una pentola: sente che essa brontola alquanto, ribolle, e fa forza: non ne teme lo scoppio, no; ma teme che levando la mano, ne sprizzi un getto increscioso e scottante. Il Papa, che ne fu scottato, è quegli che più si ostina. Riforme? un governo laico? Ma non si capisce che ciò toglierebbe allo Stato della Chiesa ogni ragione di essere? «Si chiamano Stati della Chiesa e tali debbono rimanere»; così, sin dal gennaio '59, il Papa ad un diplomatico inglese.[292] Appunto: non ha ragione d'essere! Ciò poteva essere pensato, ma non detto da un uomo politico, anche se inglese e protestante. In quei giorni, appunto, Ferdinando Borbone aveva cercato di liberarsi di alquanti di quegli «spiriti malvagi», come diceva Pio IX, i quali, forse perchè «spiriti», non potevano essere contenuti nelle sue carceri: spiriti malvagi, peste che gli avvelenava il regno ed il sonno (vicino, o Re, è il gran sonno della morte). Ma questi spiriti malvagi sono accolti con onore in Inghilterra[293] e con quella pietà che merita un'alta sventura. Non teme il publico inglese l'infezione di tale peste. Molto può l'opinione publica presso quel popolo; nè il miele delle blandizie era stato dal Cavour sparso invano. Desiderosi, dunque, di pace erano quei nobili lordi, ma desiderosi anche di equità, o almeno di un non troppo iniquo trattamento tra l'Austria e il Piemonte.

[292] _L'Italia nel carteggio della Regina Vittoria_ nel _Risorgimento Italiano_, Anno I, fascicolo 2.º, pag. 201.

[293] Ma andassero lontani Poerio e gli altri condannati politici, fuori del mondo: non udisse più il Re parlare di loro. Invece udì parlare di loro. Erano sbarcati a Cadice e non era facile rimetterli in nave ancora. Imbarcateli a qualunque costo, aveva ordinato il Re. E ancora ripresero il mare. Ma li aveva uditi giunti in Irlanda, e poi a Londra, acclamati, compianti, onorati.

Sono proprio di quel tempestoso mese di marzo, quando dopo la nota del _Monitore_, il Cavour — secondo il Guerrazzi — aveva perso il sonno e tutto andava in isconquasso, queste interessanti istruzioni per Poerio e gli altri esuli napoletani a Londra:

_Illuminare l'opinione pubblica inglese, evitando però, come fecero sinora con tanta prudenza, le dimostrazioni e gli atti che potrebbero farli confondere con la screditata emigrazione mazziniana. Cercare ogni modo per dimostrare che le due grandi cagioni dei nostri mali sono: l'influenza austriaca e la dominazione temporale del Papa: insistere su questo punto per rendersi favorevole l'opinione protestante. Fare adesione alla politica piemontese, senza però lasciar travedere che si subisca l'influenza venuta da Torino. Insistere perchè l'Inghilterra faccia prevalere nel Congresso (se Congresso vi sarà) il principio del non intervento dell'Austria, in modo preciso ed assoluto, nei paesi situati sulla sponda destra del Po._

Più delicata e difficile appare la situazione in cui si veniva a trovare l'Imperatore tra Cavour, che non vuole disarmare, e l'Austria che solo a questo patto «irremissibile» accetterà il congresso. Gli avvenimenti diedero ragione alla sua politica, e perciò noi la possiamo ritenere astutissima e persistere nella concepita opinione che egli fosse sicuro del fatto suo. Non è però meno vero che quegli inglesi, che pur dubitavano così apertamente della sua lealtà, riconoscevano che egli si trovava in una situazione «assai spinosa», come riferimmo; e «mutato e demoralizzato»[294] ce lo presenta la Regina Vittoria in una lettera del 9 maggio allo stesso Re del Belgio, cioè all'aprirsi della guerra. L'Hübner, che non era certo uno spirito pietoso, giunge a vibrazioni di pietà. Noi possiamo sorridere quando dice che Napoleone gli ricorda i ritratti che Tacito e Svetonio fanno di certi imperatori romani, i quali nei primi anni del loro regno furono delizia e ornamento dell'umanità, per diventare poi soggetto di terrore e di schifo; quando dice che non sembra possibile reggere la soma del potere senza i limiti di principii immutabili, determinati dal timore di Dio, dal rispetto per i diritti acquisiti, dalla tradizione secolare. Ma non è lecito sorridere quando ce lo descrive «cupo, inquieto, taciturno, inaccessibile ai suoi amici; sordo ai buoni consigli; irritato dagli ostacoli che egli stesso ha posto sul suo cammino; tremante davanti alle indiscrezioni dei complici; senza trovare nella sua intelligenza i mezzi di imporre a loro il silenzio; nel suo cuore la forza di romperla con loro; indovinando, più che non confessi, che egli lavora suo malgrado e senza posa a formare contro di sè la coalizione dei popoli e dei sovrani, ad alienarsi la simpatia e la confidenza della Francia. Questo principe, esclama, offre uno spettacolo degno di pietà, fatto per ispronare i governi delle grandi potenze a stringere le loro file, per salvarlo suo malgrado, e così salvare la pace, se è ancora tempo; oppure per abbatterlo, infrangerlo, se persiste nella via del male. Forse l'Imperatore per le angoscie che in questi momenti soffre, per la conoscenza dei pericoli che lo circondano, per le torture che il Cavour gli infligge, espia adesso le sue colpe».[295]

[294] _Risorgimento Italiano_, Anno I, fascicolo 2.º, pag. 206

[295] HÜBNER, II, pagg. 362, ecc. e 393.

Quanto alla guerra, ecco il dilemma dell'Hübner: vinto Napoleone perde la corona, vincitore la perde lo stesso per effetto della coalizione che si formerà contro di lui.

È il pensiero, già riferito, del Mazzini.

Nobile, come irta di difficoltà, la parte affidata al ministro Walewski. Desideroso quanto altri mai di secondare gli sforzi dei diplomatici inglesi ed evitare la guerra, deve salvare il suo Imperatore dagli impegni presi col Cavour e in pari tempo dall'accusa di slealtà e di malafede che, con tutto il bel giro del gergo politico, gli rivolgono quei diplomatici. «L'Imperatore — afferma il Walewski — vuole la pace: la visita del conte di Cavour ha recato qualche imbarazzo, ma non smosse l'Imperatore dal fermo proposito di volere conservata la pace: brama ardentemente che il congresso si riunisca, sarebbe dolentissimo se ne venisse in qualche modo impedita la riunione».[296] Il rimprovero che si moveva all'Imperatore era di non avere insistito abbastanza sul disarmo del Piemonte.

[296] CHIALA, III, CXI.

Ma vi si arriverà. L'Inghilterra giungerà a girare la posizione e si arriverà in fine al disarmo. Disarmo della Sardegna? Risponde il Walewski: ma allora disarmo anche dell'Austria! «non intimazione però al Piemonte ma raccomandazione cortese che l'effettivo del suo esercito sia diminuito: non si specifichi il rinvio dei contingenti e il congedo dei volontari». Sì, va bene: ma questa proposta non è proponibile nè meno all'Austria. Essa vuole intimazione e congedo dei disertori comandati da Garibaldi. 7 aprile: proposta di lord Malmesbury: «Disarmo generale delle cinque potenze, compresa la Sardegna, e prima del congresso». Controproposta francese: «Disarmo generale delle cinque potenze compresa la Sardegna, ma i particolari del disarmo saranno tenuti nella prima seduta del congresso».[297] Ciò veniva a dire, disarmo con armi. È una commedia; ma in questa parte la commedia è giocata dall'Austria. In quei giorni appunto, il 9.º e il 10.º corpo austriaco, partivano da Brünn e Pesth alla volta d'Italia per formare la riserva della seconda armata: altre due divisioni austriache si mettevano in moto verso il Ticino. Ecco: «La Francia per dimostrare il suo buon volere, disarmerà essa per prima; ma non può imporre il disarmo al Piemonte, essendo esso escluso dal congresso». Ultima proposta allora: questa fatta a lord Malmesbury dal maresciallo francese Pélissier, accettata da Malmesbury: «Disarmo preventivo simultaneo delle potenze; gli Stati italiani (oh, finalmente), cioè la Sardegna, saranno ammessi al congresso».

[297] HÜBNER, II, pag. 370.

Ma chi non capiva — come diceva lord Cowley al Walewski — che l'idea del disarmo generale era stata unicamente imaginata allo scopo di velare ciò che il disarmo isolato della Sardegna poteva avere di offensivo?[298] La Sardegna al Congresso? «Il conte Buol, forte dell'aiuto degli Stati germanici, nutre speranza di opporre alle pretese francesi una specie di Santa Alleanza ricostituita; e in tuono sicuro che toccava l'oltracotanza rinnova la sua pretesa d'introdurre al Congresso tutti i piccoli Stati d'Italia, tutti, escluso il Piemonte».[299] In tali disposizioni d'animo del primo ministro austriaco, è avvenuto l'accordo tra Francia e Inghilterra.

[298] DE LA GORGE, _op. cit._, II, pag. 431.

[299] _Ib._, II, pag. 428.

L'accordo è avvenuto infine tra Francia e Inghilterra, a cui s'aggiungono Russia e Prussia. Un dispaccio del conte Walewski notifica al Cavour dell'accordo intervenuto tra Francia e Inghilterra: intima «in termini imperiosi» l'immediato assenso della Sardegna. In quei giorni, si noti, era stato dal Cavour mandato a Londra con missione speciale Massimo d'Azeglio, carissimo a quegli uomini di Stato, tanto caro che volentieri l'avrebbero veduto sostituire quell'irriducibile conte.[300] L'accordo era avvenuto con l'assenso del d'Azeglio il quale, compreso dalla necessità delle cose e insieme sapendo quale colpo ne avrebbe avuto il Cavour, con quella cavalleria degna del mondo medioevale che così caro era al suo pennello e alla sua penna, aveva telegrafato al Cavour di addossare l'enorme responsabilità del disarmo tutta sulle sue spalle. Ma non era il Cavour uomo da accettare simili scarichi. In quel giorno 18 dettava al La Farina per l'avvocato Armelonghi di Parma una lettera in cui avvertiva che, dato il caso probabile che le comunicazioni venissero interrotte, la notizia certa delle ostilità cominciate doveva ritenersi come segno di generale insurrezione. Di tre giorni prima è un biglietto al ministro della guerra, Alfonso La Marmora. Questo nobile signore, tratto da quel rimorchio potente, deve avere opposto dei «ma» e dei «se», anche giusti, a colui che di «ma» e di «se» non ne voleva sapere: scriveva: «spero che tu non te ne sarai avuto a male di ciò che ti ho detto in un momento di grande prostrazione. Capirai che quando si è passata tutta la notte a decifrare telegrammi irritanti, si hanno i nervi guasti e l'elenco delle difficoltà e dei pericoli che tu mi metti davanti, anche essendo tutto vero, non è destinato a ristabilire lo stato normale, perciò se cominciamo a litigare fra noi, siamo tutti fottuti, e senza remissione».[301]

[300] «Massimo parte domani: a Londra ed un po' anche a Parigi il suo viaggio è visto di buon occhio, perchè si spera servirsi di lui per rovesciare il conte Camillo, e surrogarlo a lui». Lettera del Massari al Panizzi, 15 aprile. Vedi la lettera di Massimo d'Azeglio al Cavour, datata da Londra proprio in quel 19 aprile. Venuto ad amichevoli colloqui con gli uomini di Stato inglesi e col Principe Alberto, si mostra tutt'altro che turbato o spiacente dell'accettato congresso. «Tutti vedranno che in quest'occasione il raziocinio ha vinto in te la tua naturale tendenza all'operare ardito». «Una grande discussione, della quale si farà gran pubblicità e gran commenti nella stampa, che metta in luce tutte le bricconerie usate contro gli italiani, non può ridondare che in sovrano nostro vantaggio». Perchè gli uomini di Stato inglesi sono avversi all'Italia? «Perchè suppongono gran progetti a Napoleone e credono che noi siamo suoi istrumenti». Poi osservando la diffidenza che in tutti ha inspirato Napoleone e come «non abbia disposto le cose in modo da trovarsi preparato ad ogni evento», scrive: _I lo chërdia pi bulo_: io lo credeva più accorto. Vedasi come tutto risponde a ciò che venimmo scrivendo. (CHIALA, VI, pagg. 391-393.)

[301] CHIALA, III. pag. 85.

In quella notte, dal 18 al 19, il conte di Cavour riposava. Il telegramma del Walewski fu spedito infatti non al conte, ma all'ambasciatore, La Tour d'Auvergne; questi mandò il suo segretario. Era l'una e mezzo dopo mezzanotte. Il Cavour non attese d'alzarsi: lesse: gli occhi gli si dilatarono: si compresse la fronte, disse: «Non mi resta che darmi un colpo di pistola: farmi saltare le cervella». Egli che aveva detto di aver ridotto a nulla il partito del Mazzini,[302] doveva darsi per vinto al Mazzini, e voleva pagar di persona.

[302] Pour moi Mazzini c'est un adversaire politique, dont nous avons pu anéantir le parti, mais avec qui nous ne pourrons jamais arriver à un accord. _Souvenirs_ del Kossuth. Vedi in CHIALA, III, CV.

Al mattino, sull'albeggiare, l'ambasciatore francese trovò il conte ristabilito in calma. Si sarebbe dimesso e cedeva alla necessità compiendo l'ultimo suo atto. «Poichè la Francia si unisce all'Inghilterra nel domandare al Piemonte il disarmo preventivo, il governo del Re, pur prevedendo che questa misura potrà avere conseguenze noiose per la tranquillità d'Italia, dichiara che è disposto a subirlo». Finalmente! Era la pace. Il conte Walewski era nel suo gabinetto con l'ambasciatore lord Cowley, quando giunse questo dispaccio.

L'inquietudine e l'abbattimento del conte di Cavour, in quel giorno, erano così estremi che i suoi amici lo sorvegliarono per tutto il giorno temendo che impazzisse.

Michelangelo Castelli,[303] in quel giorno 19, scongiurato dagli amici, forzò la consegna di casa Cavour. Lo stesso domestico lo sollecitava: il conte è nella sua camera, solo, ha già bruciato molte carte e ci intimò di non lasciar entrare alcuno; ma lei ci vada per carità a qualsiasi costo.

[303] Vedi CASTELLI, _Ricordi_, pag. 97.

_NB._ È del 19 aprile questa lettera del Cavour a G. Gorio (CHIALA, VI. pag. 394): «Non si dia più verun fastidio per la pronta vendita dei buoi grassi. Salveremo le vacche, ma perderemo la causa italiana, che pareva prossima ad una soluzione favorevole. L'Imperatore è stato ingannato od è traditore. Ci ha fatto un danno irreparabile col costringerci al disarmo. Credo che potrò fra breve abbandonare il ministero che abborro per andare a stabilirmi a Leri in modo definitivo».

Castelli entrò. Cavour sedeva tra mucchi di carte lacerate: altre ardevano nel caminetto. Guardò fisso l'amico e non parlava.

Disse allora il Castelli con calma: So che nessuno deve entrare qui, ma appunto per questo sono venuto. E poi: Devo credere che il conte di Cavour voglia disertare il campo prima della battaglia e abbandonare tutti? E diede in uno scoppio di pianto.

Cavour s'alzò, l'abbracciò convulsamente e lentamente disse: Stia tranquillo, affronteremo tutto, e sempre tutti insieme.

*

Per le altre nazioni il disarmo era una parola: per il Piemonte era un fatto, era il tradimento verso quelle mirabili forze della giovane Italia che egli aveva mansuefatte, attratte a sè. Impazzire, no: darsi un colpo di pistola, forse, se un lume di speranza non fosse brillato sempre in quell'orrida notte d'aprile. Nella mattina del 21 quel barlume dilatò, folgorò. Era il sole.

IX.

L'ultimato dell'Austria.

Sino dal '52, in una delle prime lettere confidenziali dell'Hübner al conte Buol, successo allora al governo dopo la morte del principe Schwarzenberg, è detto: «Nel campo della politica estera noi non potremo mai contare su lui».[304] La prevenzione era antica verso il futuro Imperatore e non deve quindi meravigliare se il congresso fu giudicato dal gabinetto di Vienna una trappola per diminuire l'influenza dell'Austria in Italia senza colpo ferire. È il pensiero già riferito del Thiers; e potrebbe rispondere a quelle enigmatiche parole: «Faccia la diplomazia alla vigilia di una guerra, quello che farebbe il domani di una vittoria».

[304] HÜBNER, II, pag. 69.

«Ora è ammissibile che noi ci lasciamo sgozzare come un agnello, pacificamente seduti attorno ad una tavola verde?»[305] Ed è per questa considerazione che il gabinetto di Vienna rimase irremovibile nei suoi tre punti stabiliti come condizione del congresso,[306] nè recedette poi davanti ad alcuna sollecitazione o minaccia dell'Inghilterra;[307] o la sospettasse mal fida, o quanto meno debole verso il terzo Napoleone: «Ah, se ci fosse stato un Pitt in Inghilterra!» esclama con rammarico l'Hübner.

[305] _Ib._, II, pag. 276.

[306] Cioè: disarmo del Piemonte; esclusione del Piemonte; nessun mutamento territoriale.

[307] Avvenuta l'intimazione dell'_ultimatum_, supremi sforzi tentò lord Malmesbury perchè il conte Buol aderisse all'ammissione degli Stati Italiani al congresso (dispaccio del 20 aprile, ore 1.43 pom.). Per mezzo del suo ambasciatore protestò il 22 aprile in nome di S. M. Britannica, aggiungendo che «se l'_ultimatum_ avesse avuto effetto, l'Austria avrebbe perduto ogni titolo all'aiuto ed alla simpatia dell'Inghilterra».

Oramai era deciso: il conte Buol rispose all'ambasciatore inglese che «v'era un'opinione pubblica anche in Austria, con un Imperatore giovane e cavalleresco a cui la dignità e l'onore del suo paese erano sacri. Noi siamo stati sbeffeggiati, provocati, insultati per lungo tempo dalla Sardegna». Vedi CHIALA, III. CXXXVII. Tentò il Walewski il mezzo supremo dell'intimidazione per mezzo di Massimo d'Azeglio, mandato in quei giorni a Parigi ed a Londra dal Cavour: «Per carità, consigliate, consigliate al vostro governo subito il disarmo. Se voi non disarmate, l'Austria vi attaccherà e vi schiaccerà senza fallo. Noi verremo in vostro soccorso, ma sarà troppo tardi. L'esercito piemontese avrà cessato d'esistere e il Piemonte servirà di campo di battaglia tra Francia ed Austria».

Con queste ragioni si complicavano poi altre ragioni di sentimento o passione, le quali governano, più che non si voglia, la fredda politica. Troppo forte umiliazione era per l'orgoglio secolare dell'erede di Carlo V scendere a patti di uguaglianza con un piccolo Stato che avrebbe dovuto rimanere anche lui in vassallaggio; e non solo si proclamava indipendente, ma gli aveva ribellati i sudditi, armati contro; si era eretto a procuratore degli Italiani, «per tanto tempo aveva, sbeffeggiato, provocato, insultato»[308] l'Austria.

[308] Vedi Nota precedente.

Noi dimentichiamo, perchè giova, ed a dimenticare porta l'indole nostra, che a due riprese l'Austria ci diede Lombardia e Veneto; ma sulla punta della spada; facendo passare quelle Provincie per le mani di un altro imperatore, come feudi retrocessi. Non venire a patti, dunque, ma curare con la spada tanto ardimento: la qual cosa come prima fosse successa, tanto maggiore era la speranza di pronta riuscita.

Ed è questo appunto che il pacifico Cowley consiglia all'amico Hübner: «Voi dovete ordinare il disarmo del Piemonte, invaderlo, schiacciarlo, e dopo si parlerà di congresso dove e come si vorrà», e l'Hübner aveva risposto: «Ed è quello che noi dobbiamo fare e che noi faremo».[309] Ed è quello che fece appunto il Buol. Questi il 16 aprile avvertiva lord Malmesbury per mezzo dell'ambasciatore Appony che «l'Imperatore, nostro Augusto Signore, deve alla sua dignità ed alla tranquillità del suo impero il porre un fine ad una condizione intollerabile, assumendo egli stesso in sue mani la questione del disarmo del Piemonte. A tale scopo noi stiamo per rivolgere direttamente al gabinetto di Torino un ordine di ridurre il suo esercito sul piede di pace e di licenziare i volontari italiani».[310] Scongiurò lord Malmesbury il governo di Vienna di astenersi da tale «altera intimazione»; ma inutilmente; e perciò quando la mattina del 20 aprile gli ambasciatori di Francia e d'Inghilterra parteciparono al conte Buol che il Piemonte aveva aderito al disarmo, il ministro imperiale rispose che sino dalla sera antecedente aveva dato incarico ad un ufficiale di recare al conte di Cavour l'ultimato di congedare i volontari e mettere l'esercito sul piede di pace.[311]

[309] HÜBNER, II, pag. 395.

[310] CHIALA, III, CXXII.

[311] CHIALA, III, CXXII.

*

Non deve qui sfuggire la curiosa coincidenza delle date e la ~tamerlanesca~ (il curioso aggettivo è del Cavour)[312] ostinazione del Buol: due cose che si possono mettere nel conto delle molte fortune che ebbe l'Italia. Il 19 il Cavour, costernato e disfatto al punto da prepararsi al suicidio,[313] aderisce alla proposta del disarmo. In quel giorno stesso il Buol confida al Kellersperg, che partiva per Milano, il testo dell'ultimato, con l'ordine di recapitarlo a Torino. Il 20 lord Loftus, ambasciatore inglese, si presenta di buon'ora al Buol, gli annunzia in tuono lieto l'adesione del Piemonte al disarmo, lo complimenta calorosamente della felice soluzione della crisi; e Buol rifiuta le congratulazioni e informa invece della grave risoluzione presa d'accordo e per volontà dell'Imperatore.

[312] _Ib._, VI, pag. 395.

[313] Vedi CASTELLI, _Ricordi_, pag. 97.

Ma se l'ultimato è in viaggio per Milano, nulla di più facile che ritirarlo. Cavour si è piegato, disarmerà. Questo fatto viene a giustificare nel modo più semplice la soppressione dell'ultimato. Così parlò lord Loftus.

A queste parole il Buol oppose un'ostinazione invincibile: Sì, è vero: quando fissammo i termini dell'ordine al Cavour, noi ignoravamo la sua decisione. Ma giammai noi avremmo acconsentito a sedere in un congresso accanto ai rappresentanti del Piemonte.

Pensate — disse allora lord Loftus — che l'Austria sarà isolata....

Forse — rispose il Buol — ma è contro la rivoluzione e per l'ordine publico che noi combattiamo.[314]

[314] Vedi LOFTUS, _Correspondence respecting the affairs of Italy_, pag. 321.

Questa «altera intimazione» — scrive l'Hübner il 22, proprio il giorno del venerdì santo, — «ci dà l'apparenza di aggressori»,[315] ma se per questo fatto l'Austria si collocava in condizioni morali di inferiorità, se ne avvantaggiava notevolmente dal lato militare, cogliendo l'esercito franco-sardo mal preparato e diviso. «Pel mio Augusto Signore il primo colpo di cannone non è che l'avviso d'una guerra ordinaria; e mettendo anche le cose alla peggio, si potrà perdere una provincia, salvo a riprenderla più tardi. Ma per l'imperatore Napoleone è una guerra ad oltranza, dove l'esistenza del suo trono e della dinastia è in giuoco».[316]

[315] HÜBNER, _op. cit._, II, pag. 406.

[316] HÜBNER, _op. cit._, II, pagg. 292 e 293.

Che Napoleone, per quanto ci piaccia figurarcelo illuso della sua onnipotenza e attratto dal fascino imperatorio, non si fosse fatto velo agli occhi sulla forza militare dell'Austria, appare dal colloquio di Plombières; che intrapresa la guerra gli stesse sopra l'incubo della sconfitta, è troppo manifesto, e Villafranca lo dice. Nell'ultima fase di queste trattative, egli ha piuttosto l'aspetto di persona che si lascia dominare dalle cose, che di persona che risolutamente vuole. Il 12 maggio (il naviglio che lo condusse a Genova portava il nome di «Regina Ortensia», la morta nella sua passione, che trasmise al figlio la sua passione) nel toccare la terra d'Italia disse all'Arese le note parole: «Mio caro Arese, bisogna che noi ringraziamo Iddio che ha inspirato all'Imperatore d'Austria la risoluzione di varcare il Ticino; perchè altrimenti come avrei potuto io essere qui?»[317], le quali suonano come voce di persona assente quasi ai fatti, e che da questi e dal fato si lascia trascinare. Ed al Cavour pur disse le note parole: «Voi dovete essere contento; i vostri piani si avverano», le quali suonano come di persona che dica: ciò che voi volete, ecco avviene.

[317] BONFADINI, _Vita di Francesco Arese_, pag. 382.

*

Il Cavour ebbe notizia sicura del rifiuto dell'Austria la mattina del 21. Il giorno 23, domanda al Parlamento i poteri dittatoriali per la guerra.[318] Cadeva quel giorno d'aprile; e si chiudeva la seduta al grido di: «Viva il Re! Viva l'Italia!», quando fu visto il Cavour uscire in fretta dall'aula. Erano giunti gli inviati austriaci. Colomba che rechi ulivo, mai non giunse più cara di quei due messi che recavano la guerra. Sono consegnate alla storia le parole che l'attimo eroico suggerì al Cavour, Dicono: «Esco dalla tornata dell'ultima Camera piemontese: la prossima sarà quella del regno d'Italia». Anch'egli aveva l'intuito dell'avvenire, se non che è destino di tutti i profeti vedere nel cielo più mirabili cose che non siano consentite nella loro traduzione terrestre.

[318] Voti favorevoli 110, contrari 24.

Il conte di Kellesperg introdotto nello studio del Cavour, porse la lettera del ministro austriaco, dichiarando di ignorarne il contenuto. Il Cavour disuggellò e lesse,[319] e poichè l'ultimato concedeva tre giorni per la risposta, così, come dicemmo, levato di tasca l'orologio, diede convegno al messo tre giorni dopo all'ora medesima.

[319] La lettera concludeva: «Ho l'onore di pregare Vostra Eccellenza di voler prendere il contenuto (della presente) in seria considerazione e di farmi sapere se il governo del Re acconsente o no a mettere, senza indugio, il suo esercito sul piede di pace e a licenziare i volontari italiani.

«Il latore della presente ha l'ordine di mettersi a vostra disposizione tre giorni per la risposta.

«Se allo spirare di questo termine non ricevesse risposta, ovvero essa non fosse completamente di nostra soddisfazione, la responsabilità delle gravi conseguenze che seguirebbero a questo rifiuto ricadrebbe tutta intera sul governo di Sua Maestà di Sardegna.

«Il mio Imperatore, dopo avere esaurito tutti i mezzi concilianti per procurare ai suoi popoli la garanzia della Pace, dovrà con suo grande rincrescimento ricorrere alla forza delle armi.

«Nella speranza, ecc., ecc., _signé_ BUOL».

In quei tre giorni che gli inviati austriaci rimasero a Torino, furono colpiti dall'aspetto quasi tranquillo della popolazione, della qual cosa ammirando e contemplando la città bellissima, dicevano: «~Quel dommage!~ Questa magnifica città sta fra pochi giorni per essere abbandonata agli orrori della guerra», tanto ferma era la persuasione che la presa di Torino sarebbe stato il primo atto certo del sanguinoso dramma; e questa convinzione era tale che i parenti degli ufficiali austriaci recapitavano poi le lettere a Torino; ed il Cavour se le fece portare e le consegnava al legato di Prussia dicendo: «Ecco lettere indirizzate a persone, il cui domicilio è sconosciuto qui alla posta».

Allo spirare dei tre giorni il Cavour consegnò la risposta[320] proferendo poi agli amici le meravigliose parole: «~Alea jacta est~.... Ed ora andiamo a desinare. Noi abbiamo fatto della storia».

[320] Vedi MASSARI, _Vita del conte di Cavour_.

*

Conviene pur dirlo: per quanto gli uomini moderni guardino con occhio poco benevolo ogni moto dell'animo che esulti di orgoglio nazionale, è impossibile dominare in noi stessi la profonda impressione che ci vince leggendo i libri e le memorie degli storici e politici stranieri, i quali non fanno il nome del Cavour senza inchinarsi dinanzi a tanto mirabile e dominante figura umana. Appare come un Cristoforo Colombo novello che ha bisogno di trasformare la piccola nave in cui crebbe, in un colosso del mare, e il mare non gli pare vasto abbastanza. E per ciò anche le parole intinte di amarezza, tornano per forza a sua lode. «~Jacta alea est!~ — chiosa acremente il De La Gorge.[321] In verità egli come Cesare stava per passare il Rubicone. Ma egli non doveva passarlo solo, e questo era in fondo il segreto della sua sicurezza».

[321] _Op. cit._, II, pag. 440. Vedi anche questo mio libro, pag. 178.

*

La guerra obbliga Hübner a lasciare Parigi. Vi era da otto anni, e con tutto il suo sdilinquimento per ogni cosetta che gli ricordasse la «sua povera, la sua cara Austria», vi sarebbe rimasto ancora volentieri. È anzi nel momento del distacco che si accorge di avere tanti buoni, tanti cari amici fra l'aristocrazia del sobborgo di San Germano. «Alla stazione è venuto a salutarlo anche il marchese di Pimodan, antico colonnello austriaco.[322] Porta ~carrément~ la bianca uniforme austriaca, e nessuno ci trova da ridire. Tutti quei nobili signori salutano con rispetto, con tristezza l'ambasciatore d'Austria. Egli guarda tra la folla: vede alcune donne che piangono. Esse — esclama — non hanno dimenticato il sangue e le lagrime che la guerra di Crimea ha fatto versare; e ci si domanda, senza capire, per quale ragione la Francia va in Austria a cercar rogna da grattare».[323]

[322] Morto da valoroso a Castelfidardo, 1860.

[323] Breve risposta. Riassume le vicende del Congresso. Il Piemonte ha accettato le condizioni del Congresso, formulate dalle potenze d'Europa. Rifiuta di aderire al disarmo fuori di quelle condizioni. «Quali ne possano essere le conseguenze, la responsabilità ricadrà su chi ha armato per primo, su chi ha rifiutato le proposte dell'Inghilterra, su chi ora vi sostituisce un comando di minaccia. _Signé:_ C. CAVOUR».

_NB._ Il Cavour sentì la pesante violenza del Buol in modo indimenticabile, e per quanto comportava la sua nobile natura incapace di odio. Documento curioso è questo passo di lettera all'amico De La Rive, del decembre 1859, riportato dal Chiala fra i soliti puntini (III, pag. 164): «Se voi fate quest'inverno una scappata a Parigi, voi mi troverete all'Hôtel di Bristol. Ho fermato l'appartamento che il Buol occupava nel 1856 e ciò sempre allo scopo di invadere il territorio austriaco».

X.

Cavour stratega.

Vennero i Francesi dal mare e dal monte; le vie di Annibale, di Carlomagno, del primo Console: una visione rossa, impetuosa; e fra essa l'orda feroce ed eroica degli algerini. Che ne sanno dell'Austria, del diritto italico? Gridarono: Viva l'Imperatore! Morirono.

«Veux tu des cigares? un absinthe? un grog? Crie vive l'Italie et tu auras tout ce que tu voudras». Qui impararono a cantare «La bella Gigogin». Ma molti non le ripeterono più le allegre canzoni di quella primavera: molti non videro più le loro mamme e la dolce terra di Francia. Luceva ancora la stella di Venere del grande estate, quando cominciò a scrosciare la mitraglia. Per tutto il giorno si scagliarono nei mostruosi assalti; poi cadde la sera, e si addormentarono nella placida morte. Poi passarono anni, e sul campo dove quelle giovani vite furono falciate vennero canuti uomini, battezzati in Cristo, a studiare come coloro erano morti, e come sarebbe stato più scientifico morire; e ciò allo scopo di preparare più positive regole per le guerre future. Ma la spenta pupilla di lui lagrimò, e anche per questo egli fu Napoleone il piccolo; anche per questo egli non fu ~Caesar~, che sotto la tenda detta allo scriba: ~fit magna caedes~, e si prepara, impassibile, a far domani strage maggiore.

L'uomo che insanguinò Parigi col suo colpo di Stato, non possedeva sotto la maschera impassibile del volto, la impassibilità crudele dei veri conquistatori? Non possedeva! Egli era «altrettanto valoroso quanto buono ed umano. A Magenta per la prima volta egli vedeva un campo di battaglia e la sua anima pietosa soffrì crudelmente a tanto strazio. Si dice che imbattutosi nella barella dove riposava il corpo di Espinasse, la fece scoprire. Povero Espinasse! mormorò, e a lungo lo guardò in silenzio come vinto da un dolore che toccava il rimorso».[324] A Solferino, mancando perfino le filacce e le tele per fasciare i feriti, ordinò ai servi di dare le sue lenzuola, i suoi pannilini per improvvisare bende e filacce.[325] Eroe del 2 decembre! «Eroe ~passivo~!», dice con sprezzante ironia l'Hübner.[326] Eppure quest'ironia e questo stato d'anima quanta storia ci spiega![327]

[324] DE LA GORGE, pag. 53.

[325] _Le Maréchal Canrobert_, di GERMANO BAPST.

[326] HÜBNER (figlio), II. pag. 221.

[327] «Freddo, risoluto e fornito del colpo d'occhio pronto e sicuro dei grandi capitani, d'un coraggio quasi temerario durante l'azione, Napoleone non può, dopo la battaglia, con occhio asciutto, guardare i corpi esanimi di quelli che pagano con la loro vita. I cadaveri che lastricano la via della vittoria, gliela rendono troppo dolorosa. _Egli ha già fretta di vedere la fine di questa guerra d'Italia, che costa ogni giorno tanto sangue francese._» (Dalle memorie del conte O. De Viel Castel, 15 giugno. In CHIALA, VI, pag. 405.)

*

Ma prima che i Francesi venissero, contro la forza dell'Austria si trovò esposto il solo Piemonte: cara e bella forza d'Italia. Aveva fatto la vigilia dell'armi in Crimea; e che cuore ai nostri poveri esuli in Parigi, il dì che annunciando le vittorie francesi fu gridato anche: «Les Sardes se sont vaillamment battus!»[328] Fiore d'Italia con Garibaldi erano i cacciatori dell'Alpi: ma essi parvero formare ai troppo prudenti una nota discorde, tanto che li mandarono divisi e lontani. E allora si distesero per i tuoi colli, o Brianza; e all'aria montanina, o Varese, o San Fermo, o dolci ville, voi udiste il più puro suono di quella campagna.

[328] Bollettino del 15 agosto '55.

Ma furono ventura per l'Italia alcuni fatti, i quali non avendo anche oggi sicura spiegazione, parvero opera provvidenziale, come le dirotte piogge che resero difficile l'avanzata austriaca per il piano di Lomellina, ove le tronche vie ed i campi allagati eran la sola difesa. E primo fu il ritardo interposto ad invadere il Piemonte; nè mi pare facile disgiungere quel lasso di tre giorni con l'altro di pari tempo che il Buol concedette al Cavour, «pregandolo di prendere il contenuto dell'ultimato in seria considerazione». Viene in mente una specie di via dischiusa alla resipiscenza ed al pentimento per tanta audacia; ma più comunemente questo fatto si ritiene conseguenza delle interposizioni ulteriori dell'Inghilterra, e così credettero Cavour e l'Hübner.[329] Ma se anche così fu, ben strano contrasto forma questa lettera della regina Vittoria venuta di recente alla luce: «Che stanno facendo gli Austriaci? Essi non vollero aspettare quando avrebbero dovuto, ed ora che da lungo tempo avrebbero dovuto slanciarsi all'attacco colle loro forze preponderanti, essi non fanno nulla! nulla dal giorno 30! Lasciano che i Francesi divengano sempre più forti ed ogni giorno più pronti alla lotta. C'è veramente da impazzire, ed è difficilissimo il capirli o fare qualche cosa per essi».[330]

[329] L'Hübner in data 25 aprile scrive (Vol. II, page. 422): «A notte tarda Cowley mi scrive che Lord Malmesbury offre all'Austria ed alla Francia la mediazione dell'Inghilterra per una intesa diretta fra le due potenze, ma esige che l'Austria ritardi l'attacco al Piemonte, quale si sia la risposta di Vittorio Emanuele all'ultimato dell'Austria». In tale senso Hübner telegrafò a Buol la mattina del 26. Lo stesso giorno, 26, Buol risponde all'Hübner: «Banneville dichiara che il passaggio del Ticino da parte degli Austriaci, sarà considerato come una dichiarazione di guerra contro la Francia. Noi accettiamo la mediazione inglese, ma mantenendo la nostra risoluzione di varcare la frontiera, se la risposta sarda al nostro _ultimatum_ non è soddisfacente».

[330] _Il Risorgimento Italiano_, Anno I, fascicolo 2.º, pag. 206. Le mosse contradditorie e disordinate del Giulay diedero tempo ai due eserciti alleati di congiungersi. Giulay, dopo Magenta, abbandonò la direzione della guerra. Minute e accurate notizie della guerra del '59 va raccogliendo il rag. Labadini di Milano, oltre a quelle che si trovano nei libri di arte militare.

E l'altro fatto provvidenziale fu il Giulay, a cui il popolo milanese beffeggiando cantava: «Varda Giulay che ven la primavera!» Venne la primavera e fece mala prova; o non avesse studiato come il buon Orazio vinse i Curiazi, o l'animo pendesse troppo prudente fra due opposti consigli; difendere i ducati e la Lombardia, o muovere arditamente su Torino; ovvero che ordini del consiglio aulico accrescessero da Vienna le naturali incertezze.[331]

[331] MORENO, _Trattato di Storia militare_, pag. 283.

Ma il fatto più singolare è come per l'Italia combattè davvero la pallida ombra, emersa dal sepolcro di Sant'Elena. Napoleone il Grande!

Ricordando gli Austriaci le meravigliose gesta di lui, i suoi sterminati disegni; così all'Erede ed ai Francesi parvero prestare gli Austriaci ogni specie di profonde combinazioni strategiche, di cui, — nota ironicamente il De La Gorge — «noi fummo innocenti».[332] Da ciò una specie di timidezza che paralizzò e sconcertò il nemico per tutta quella campagna. Il Giulay, memore della campagna del 1796, si pensò che in quel '59 si sarebbe ripetuta la mossa istessa: scendere col Po, varcarlo a Piacenza. Qui fu il bellissimo inganno, e ne va lode a Napoleone III.

[332] _Op. cit._, III, pag. 17.

*

Di questo stato di cose, di cui, con lo svanito pericolo, svanita è la memoria; e di altra cosa ancora, di cui è difficile il parlare, specialmente in succinto, sono preziosa testimonianza questi passi di lettere del Cavour, scritte fra quel 29 aprile ed il 4 giugno, che fu il giorno della battaglia di Magenta.

Essendo il La Marmora al campo, il Cavour, oltre che presidente del Consiglio e ministro degli esteri e dell'interno, reggeva anche il ministero della guerra e della marina. Troppi portafogli! Ed era quello che si diceva anche allora.

Eppure alla ammirabile sua attività e potenza organizzatrice molto è dovuto se, in tanta disorganizzazione, furono potuti rapidamente trasportare i soldati francesi per via ferrata da Susa a Torino e ad Alessandria.[333] La famosa mossa napoleonica che trasportò l'esercito per ferrovia da Alessandria a Novara fu agevolata dal Cavour, sì per i trasporti, sì per il servizio di intendenza. Ridendo disse al conte Oldofredi, direttore dei servizi ferroviari: Se accadono inciampi, vi faccio tagliare la testa. Al Paris, intendente generale di Francia, che chiedeva 100 000 razioni per averne 50 000, ne fece trovare 120 000 al giorno fissato. ~Hé coquin de Cavour!~[334]

[333] La via ferrata pel Cenisio finiva a Saint-Jean-de-Maurienne. Riprendeva poi a Susa. Framezzo erano parecchie tappe penose di cammino in montagna.

[334] CHIALA, VI, pag. 404.

Ma veniamo alle lettere.

30 aprile (a Ponza di San Martino, Genova): «Sarebbe curioso che i primi colpi di fucile si avessero a scambiare tra gli sbirri estensi e i nostri doganieri. Se vincono questi, daremo a Castelborgo (direttore generale delle gabelle) il bastone di maresciallo. Ad ogni modo non bisogna lasciarci battere.... Credo che si esagerino le mene dei clericali. Bisogna sorvegliarli, non perseguitarli.... Oggi si firmerà il decreto di amnistia per tutti i reati politici. Tuonando il cannone, bisogna tirare un velo sul passato.... Fate assegnamento sulla venuta prossima dell'Imperatore. È essenziale che sia caldamente accolto».

5 maggio (al La Marmora): «Io non parlo di operazioni di guerra: soltanto io credo che all'ora che corre, non si potrebbe senza vergogna lasciare il nemico marciare su Torino senza tentare di fermarlo.... Ho spedito l'ordine di fare arrestare il fornitore X (perchè X, senatore Chiala?). Noi arresteremo ugualmente il suo socio, il titolare Y (perchè Y?). Si dice che ciò non è legale: tu rispondi che io (diciamolo in francese) ~que je m'en fiche~».

5 maggio (allo stesso): «L'Imperatore arriverà probabilmente a Genova giovedì sera o venerdì al mattino. Nigra ed Arese partono di qui per incontrarlo. Se il Re non gli va incontro, bisogna che spedisca a Genova un generale o un altro ufficiale di stato maggiore. Ti prego di ricordarglielo».[335]

[335] Vi si recò in incognito la mattina del 13.

15 maggio (allo stesso): «La Rocca[336] mi annunzia che d'ora in poi non ci manderà più notizie dal Quartier Generale. Un tale procedere è inqualificabile: in altre circostanze avrei risposto pregando il Re o di mandare via La Rocca o di accettare le mie dimissioni. Ma nelle attuali contingenze dobbiamo tu ed io avere pazienza e sopportare le bizzarrie del nostro grazioso sovrano....[337] Lamento che non sia stato possibile alla nostra armata di fare qualche cosa prima dell'arrivo dei Francesi; ma mi astengo ora, come mi asterrò sempre di discutere le operazioni militari».

[336] Generale conte Enrico Morozzo della Rocca, capo di Stato Maggiore dell'esercito sardo, che ebbe parte negativamente grande alla battaglia di Custoza. _Ch'ai dia al so general ch'as rangia_, rispose, stando al caffè, all'ufficiale del generale Govone, implorante soccorsi. Così per testimonianza riferisce De Felissent. _Il generale Pianell_, pag. 365.

[337] Tolgo dal CHIALA (VI, pag. 400): «Le relazioni tra il Re e il Cavour, come è noto (veramente mi pare poco noto), non furono mai cordiali: dal gennaio in poi.... erano divenute difficilissime». Dopo Villafranca e nell'ultimo ministero Cavour non mutarono di troppo. Vedi lettera di Garibaldi, edita nel _Risorgimento Italiano_, N. 1.

Interessante questo passo, per ciò che concerne la genialità del Cavour: il maresciallo Canrobert, giunto a Torino il 29 aprile, precorrendo l'esercito, giudicò inadatte alla difesa di Torino le due linee della Dora e della Stura. Fu stabilito di abbandonarle e concentrare quelle forze a Casale, per minacciare così alle spalle e di fianco gli Austriaci, se avessero osato muovere su la capitale. Ora il Cavour scrive al La Marmora: «Io penso che Canrobert acconsentirà a mandare una divisione a Casale e forse un'altra a Valenza. Questa cosa permetterebbe al Re o di tentare una vigorosa sortita da Casale, o una mossa su Chivasso e la Dora. Io preferisco di molto la prima alternativa. Se l'attacco è ben condotto, deve riuscire. Con un forte corpo d'esercito a Casale, saremmo sicuri di poterci ritirare in caso di insuccesso. Un mezzo successo basterebbe a fermare gli Austriaci, trascinare i Francesi; e Torino è salva. Io credo mio dovere di sottoporti queste idee. Se esse non sono accettate dal Re, fammelo sapere con un dispaccio cifrato, affinchè io possa prendere le mie disposizioni per il trasporto del governo a Genova. Certo io non perderò per questo il mio coraggio; ma per tutta la vita, io mi dorrò che il Re, potendo disporre liberamente di 70 000 uomini, nulla abbia tentato per salvare la capitale. I Torinesi non gliela perdoneranno mai. (Tu non hai preso con te il cifrario. È necessario che ne abbiamo uno per noi soli....)» Ed avverte anche: «Io non sono tattico; ma ho assai di buon senso e di energia per eseguire gli ordini che tu mi potrai trasmettere».

Qui è da notare che la preoccupazione per un colpo di mano su Torino, non era un'idea fissa del Cavour, ma rispondeva ad un vero e massimo pericolo.

Il piano geniale di Canrobert di lasciare indifesa la capitale per meglio difenderla, riuscì a meraviglia, grazie anche all'effetto che tale mossa audace generò nell'animo incerto del Giulay.

«Quale sorpresa — esclama il De La Gorge con un sentimento che è troppo doloroso definire — e quale successo morale se l'Austria avesse potuto strappare a Vittorio Emanuele la pace, domandando soltanto il congedo del ~grande agitatore~ Cavour. (Il «pestifero Camillo di Cavour»; la «bête noire» della diplomazia).[338] Avrebbe datato da Torino un editto di pacificazione e di libertà(!) per l'Italia: avrebbe fatto, essendo vittoriosa, tutte le concessioni(!) che essa non poteva fare prima di tirare la spada dal fodero, ed avrebbe così disarmata la Francia, prima ancora di combattere».[339]

[338] CHIALA, VI, pagg. 416, 422.

[339] _Op. cit._, III, pag. 12.

Ma «conviene rendere a Napoleone III questa giustizia — prosegue il De La Gorge, pare, con amarezza — che da lunga data egli aveva preveduto questo pericolo, di un colpo di mano su Torino».

Molte memorie, conservate negli archivi, attestano questa sua vigilanza. «Affrettatevi — telegrafava a Canrobert — non perdete un minuto, sacrificate tutto alla rapidità del cammino».

18 maggio (allo stesso): «La Rocca mi ha scritto una lettera poco conveniente, rispetto ai bollettini. Gli ho risposto da ministro.... (soliti puntini. Peccato!). Abbiamo imposto silenzio ai giornali. Il paese si rassegna alla censura: ma a patto che gli si dica qualche cosa. Ti prego quindi di combinare che ci vengano trasmesse quelle notizie, le quali, benchè prive di reale importanza, piacciono al pubblico».[340]

[340] Non dunque, come si scusava il Della Rocca, quelle notizie che possono danneggiare le operazioni militari. Ciò è così ovvio che la spiegazione è inutile!

Maggio (al conte Giulini): «Vada, caro Giulini, in Lombardia e faccia che al nostro approssimarsi sorga Milano e le vicine città in modo da dimostrare alla Francia, all'Imperatore, all'Europa, che siamo degni di ritornare nazione libera, forte, indipendente. Andate, e che Dio benedica i forti vostri propositi. Arrivederci dopo la vittoria a Milano, ove stringeremo il patto d'unione, che i nemici interni ed esterni d'Italia non potranno rompere mai».

28 maggio (al La Marmora): «Pare che Garibaldi si sia egregiamente battuto. Penso che il Re distribuirà al suo corpo medaglie e ricompense. Il Re lo deve e per ragioni politiche e per ragioni di giustizia, poichè è lui che gli ha dato l'ordine di spingersi avanti, senza preoccuparsi dei movimenti dell'esercito. Avevo supplicato il Quartier Generale di mandarmi la relazione di Sonnaz sul fatto di Montebello; giacchè finora l'Europa non ne conosce i particolari che sulle relazioni francesi. Non ne fece niente: non so se per farmi dispetto. Mi rassegnerei volentieri a questo cattivo procedere, se non costituisse una vera mancanza di rispetto al pubblico e all'esercito».[341]

[341] Per quanto riguarda il servizio della stampa, è notevole questo passo: .... «L'Imperatore ha fatto dare a vari giornalisti dei salvacondotti. È necessario che questi siano riconosciuti e rispettati dalle nostre autorità militari. Non possiamo pei giornalisti essere più severi della Francia. Se concedessimo loro minori facilità, essi susciterebbero contro di noi l'opinione pubblica in Europa, ciò che nuocerebbe assai all'esito finale della lotta».

4 giugno (allo stesso): «Il silenzio del campo mi pone in una condizione insopportabile. Io non posso rimanere esposto ai giusti rimproveri di centinaia di famiglie che implorano come una grazia l'avere notizie dei parenti che sanno essere stati esposti ai più gravi pericoli. Nelle attuali contingenze, in vista delle conseguenze che una crisi ministeriale potrebbe avere, mi rassegno al rimanere privo di notizie particolari sulle cose della guerra; e di essere informato, io presidente del Consiglio, come qualunque individuo del colto pubblico al quale si comunica le notizie che tutti conoscono. Ma quello a cui non potrei adattarmi si è di non potere adempiere al dovere che mi incombe come reggente il ministero della guerra rispetto alle famiglie di quei prodi che espongono per la patria la vita sul campo. Io sono tenuto in coscienza a non lasciarli durare per giorni ed intere settimane fra le angoscie dell'incertezza. Se per un puntiglio contro di me, si vuole punire questi infelici, debbo ritirarmi. Non abbandonerò il gabinetto, ma pregherò il Re e te di cercare chi sia più accetto di me al campo.... In questi tempi metto sotto i piedi ogni qualunque suscettibilità personale. Solo desidero che la mia persona non sia d'ostacolo al buon andamento del servizio».

«Egli si vuole immischiare — disse dopo Magenta il Re ai suoi ufficiali — in ciò che non deve».[342]

[342] CHIALA, VI, pag. 400.

E per ultimo è pur necessario riportare qualche passo di questa lettera del Cavour, in data 8 giugno, al Principe Napoleone, andato in Toscana, come fu detto e come diremo, con gli intenti che variamente gli possono essere attribuiti. Nel fatto egli si occupò specialmente di organizzare quel piccolo esercito che poi, dopo Solferino, condusse in Lombardia.

Le intemperanze villane di questo principe contro i Toscani, sono consegnate, fra l'altro, nel diario di un aiutante di S. M., raccolto dal Castelli nei suoi «Ricordi».[343] Scrive dunque il Cavour in risposta e giustificazione: «Buoncompagni non potendo parlare di fusione (col Piemonte); non avendo alcun candidato (!) al trono granducale da mettere avanti, era ridotto ad appoggiarsi sopra idee negative. Le sole due parti del suo programma, nette e precise, l'esclusione della casa di Lorena e la guerra, non erano di tal natura da appassionare i Toscani. Tre secoli di governo corruttore non li hanno disposti ai sacrifici che la guerra esige. Essi detestano gli Austriaci senza avere un gusto ben deciso per l'impiego dei mezzi che conviene adoperare per iscacciarli. Quanto alla casa di Lorena, essi non la detestano: essi la disprezzano. Ora il disprezzo non è un sentimento che possa fare grandi cose».[344]

[343] Pag. 320. «Chi era poi brutale nei suoi discorsi era il principe Napoleone: non sapeva frenare la sua rabbia contro i Toscani che gettava nel fango, come uomini indegni di libertà, e quando taluno di noi (è un pranzo acidetto al quartiere di Vittorio Emanuele dopo Villafranca) gli faceva qualche osservazione esclamava: Non sono più gli uomini di Firenze antica, sono una razza imbastardita».

[344] CHIALA, VI, pag. 402.

XI.

Napoleone al bivio.

Qui è opportuno ricordare che se per noi quella guerra era di giusto diritto, alla sua volta l'Imperatore d'Austria chiamava a raccolta i popoli del Tirolo e del Vorarlberg per «la più giusta delle cause per le quali siasi unquamai sguainata la spada»;[345] anche egli invocava l'aiuto di Dio, questo gran silenzioso; e nel proclama del 28 era detto: «La corona che i miei antenati mi hanno trasmessa ~senza macchia~, ha passato giorni molto infausti; ma la gloriosa storia della nostra patria prova che spesso, quando le ombre di una rivoluzione, che mette in pericolo i più preziosi beni dell'umanità, minacciavano di stendersi sull'Europa, la Provvidenza si è servita della spada dell'Austria, i cui lampi hanno dissipato quelle tenebre. Siamo di nuovo alla vigilia d'una di queste epoche, ove le dottrine sovversive d'ogni ordine esistente, non sono più solamente predicate dalle sette, ma lanciate nel mondo anche ~dall'alto de' troni~».

[345] Proclama del 1.º giugno 1859 ai popoli del Tirolo e del Vorarlberg.

Ora il trono da cui partivano le dottrine sovversive e perigliose alla pace d'Europa, non poteva essere che quello di Napoleone, la cui corona era macchiata dal colpo di Stato. L'espressione è indeterminata, ma a togliere ogni dubbiezza soccorre l'«Ost-deutsche Post», tradotta ad ammaestramento degli italiani dalla «Gazzetta ufficiale di Milano»: «Napoleone ha gettato la maschera. L'Austria gliel'ha strappata».[346]

[346] _Gazzetta Ufficiale di Milano_, 4 giugno.

E d'altra parte la rivoluzione — la quale fu sempre cosa formidabile fra noi, perchè la nostra sentimentalità non l'infrena, e la nostra acquiescenza non la soddisfa — , sdegnava e sospettava insieme l'aiuto di Napoleone dicendo per le parole del Mazzini: «Il grido di «viva la Francia!» può essere senza colpa da labbra italiane; il grido di «viva l'Imperatore» nol può: alla immoralità di quel grido si aggiunge in oggi, per noi, il sospetto di codardia: «Esecravano ieri» — dirà l'Europa — «in nome degli eterni principii: plaudono in oggi a chi li violava, perchè ei li salva co' suoi aiuti dall'obbligo di combattere».[347]

[347] MAZZINI, _La Guerra_, 15 maggio, X, pag. 304.

La violenza di queste due forze nemiche che cominciano a fluire e trascinano Napoleone per l'ambigua loro risultante, appare manifesta. Egli s'equilibra a volta a volta ad entrambe, ed è da entrambe respinto; onde quella sua politica incerta, e quelle cospirazioni, le quali forse erano nell'abito della sua giovanezza, ma erano altresì una conseguenza del dissidio tra l'idealità e la necessità.

Uno scrittore francese riferisce al Cavour queste parole su Napoleone: «Il suo torto è di volere cospirare sempre. Dio sa se egli ne ha bisogno! Non è egli il padrone assoluto? Con un paese potente come il vostro, un grande esercito, l'Europa tranquilla, che ha a temere? Perchè sempre, ad ogni ora, mascherare il suo pensiero, andare a destra quando vuole andare a sinistra? A quest'ora potrebbe andar diritto al suo fine: ma no! Egli preferisce sviar la gente, far seguire una falsa pista, cospirare infine, cospirare sempre! Vedete, questo è proprio del suo genio: è il mestiere che egli preferisce, e lo fa da artista, da dilettante, e in questo giuoco sarà il primo ed il più forte di tutti noi».[348]

[348] D'IDEVILLE, _Journal d'un diplomate en Italie_. Del resto, questa facoltà del cospirare non era sfuggita pur all'Hübner (I. pag. 51): «Egli ha dell'astuzia, egli possiede a un alto grado l'arte di cospirare».

Se queste parole del Cavour sono vere (o se vere, debbono avere il valore di semplice conversazione), i fatti posteriori, per ciò che riguarda la potenza dell'esercito e dell'impero le emendano di troppo; e più le emenda questo pronostico dell'Hübner, sino dal '52: «Più il movimento imperialista è grande, veemente, irresistibile; più forte sarà un giorno la reazione in senso inverso»; e Luigi Napoleone che si prepara all'Impero, è così definito: «L'uomo di Dio ovvero l'uomo dello Spirito maligno. Noi non sappiamo ancora con quale dei due nomi chiamarlo: mi sembra bene, tuttavia, lasciarne traccia in archivio».[349]

[349] HÜBNER, I, pag. 77.

Sarebbe — dunque — stato «l'uomo di Dio», contribuendo a fare davvero il Colpo di Stato Europeo; ma in tale caso sarebbe stato per Cavour (e parve all'Orsini) l'uomo dello Spirito maligno; e viceversa.

Più vere, forse, le parole melanconiche, già riferite, del buon abate Bertrand al giovanetto erede: «Ma, povero fanciullo! Che la fortuna non gli giuochi un simile tiro (di arrivare al potere)! Sia un galantuomo anzitutto, come vuole suo padre».[350] Ma in tale caso non ci sarebbe più quello splendido romanzo che è la storia.

[350] STÉFANE-POL, _op. cit._, pag. 101.

*

In mezzo a tale contrasto si iniziava la guerra; al quale contrasto è da aggiungere lo stato latente di dissidio tra Napoleone e Cavour. Questi, con una puntualità ammirevole, gli aveva fatto trovare, al suo arrivo in Italia, già scoppiato il moto di ribellione e di annessione in Romagna, Modena, Parma, Firenze. Alla sua volta l'Imperatore, mandando il cugino Napoleone in Toscana con parte dell'esercito, sembrava al Cavour volesse dare principio al suo progetto di restaurazione bonapartista.

Che cosa va a fare adesso quel signore nella tranquillissima Toscana? «L'on commence à montrer le bout de l'oreille».[351]

[351] CHIALA, III, CLXXIII.

Non era necessario che il Mazzini richiamasse al Cavour la storia amara di Ludovico il Moro.[352] Corse ad Alessandria e sottopose all'Imperatore quale vespaio si sarebbe destato in Europa all'annuncio di un'occupazione francese in Toscana. Racconta il Chiala che l'accoglienza dell'Imperatore fu fredda, la risposta impacciata, e disse che l'andata del principe Napoleone in Toscana era determinata da ragioni militari, di cui egli solo era giudice; che non aveva intenzione di mettere un principe francese su di un trono dell'Italia centrale e che al bisogno avrebbe rassicurato le potenze.[353]

[352] «Voi tradite deliberatamente l'Italia, ripetendo la parte di Ludovico il Moro, chiamando la tirannide straniera di qua dell'Alpi.» MAZZINI, _Scritti_, X, pag. 74 (giugno. 1858).

[353] Cavour prese atto di questa dichiarazione dell'Imperatore, e la publicò. Vedi BIANCHI, _Storia documentata_, VIII, pag. 499. Già dal 18 maggio l'Imperatore aveva assicurato l'ex ministro Salvagnoli, che gli avea chiesto udienza, che la missione del cugino in Toscana era puramente militare. Lo richiese discretamente della possibilità di elevare la duchessa di Parma al trono di Toscana. Il Salvagnoli rispose dicendo che «era assolutamente impossibile». Le sorti della Toscana così rimasero sospese.

Certo il vespaio fu desto. L' «Ost-deutsche Post», nella traduzione della «Gazzetta ufficiale di Milano», dice: «Diritto dei popoli? Illusi. Diritto di violenza. Vedetelo. Ecco senza dichiarazione di guerra, e senza guerra, strappata Massa al duca di Modena verso il quale fino all'ultimo istante si finsero sentimenti di buon vicinato. Ciò significa cominciare col poco per finire col molto. Un secondo atto di violenza franco-piemontese ci si annunzia da Firenze. Mercè un decreto del Comitato sardo,[354] le truppe toscane vennero sottoposte al comando del principe Napoleone. Getta una luce caratteristica sul trono napoleonico la circostanza che questo principe, il quale tanto avvicina esso trono, assuma il comando di truppe che mancarono al giuramento verso il loro Sovrano. È questa la gloria napoleonica! La Toscana, non in guerra colla Sardegna, nè colla Francia, voleva tenersi neutrale. Ma una sommossa militare, suscitata dalla Sardegna, cacciò il gran Duca. Egli, però, non ha abdicato. Ma che ne importa ai franco-sardi? Essi trattano la Toscana come paese di conquista: solo che finora non sembrano d'accordo a chi debba appartenere. Simili fatti accelereranno un rigoroso intervento dell'Europa, particolarmente della Prussia!»

[354] Il 22 maggio fu letto ai soldati toscani l'ordine del giorno di Vittorio Emanuele: «Stimandovi degni di combattere a fianco dei valorosi soldati di Francia, vi pongo sotto gli ordini del mio amatissimo genero il principe Napoleone, a cui sono dall'Imperatore dei francesi commesse importanti operazioni militari. Ubbiditelo come ubbidireste a me stesso».

Ma forse perchè questo catechismo, provenendo da fonte austriaca, poteva essere rifiutato, così la citata «Gazzetta» accoglie e stampa quel formidabile scritto del Mazzini «A Luigi Bonaparte», dettato in Londra in lingua francese, nell'aprile del '58, riprodotto in inglese nel «Morning Advertiser», e dal Saffi voltato in italiano pel giornale genovese «L'Italia del popolo». Il punto più potente della terribile requisitoria mi sembra essere quello diretto a dimostrare fraudolenti e fallaci quelle promesse di riforme democratiche e socialiste, che Luigi Bonaparte aveva fatto, proclamandosi «Imperatore del popolo». «L'umanità — dice il Mazzini — chiede realtà non fantasmi, non fatti bastardi, arbitrarii, anormali che han la vita di un'ora. A tai fatti essa guarda, sorpresa per meraviglia, un istante; poi passa intimando all'importuna apparizione il ritorno nel nulla. E voi signore vi affrettate a tal termine. Voi potete vivere mesi, non anni».

Ora, se fosse lecita alcuna divagazione, si potrebbe osservare, come questo nostro Grande, «a cui la tirannide aveva tolto la patria» (allora si riteneva sommo male essere senza patria), nel tratteggiare la malvagità senza confine di Luigi Napoleone, ricorra spesso a termini di sogno e poetici, come la ricordata «pallida ombra di Sant'Elena», come il diniego di ogni missione, come la citazione dello Shakespeare in «Macbeth»: È vita in voi? o siete cosa che uomo possa interrogare? Ma sarebbe disamina troppo sottile; e nulla ne importa alla «Gazzetta ufficiale»; le importa invece avvertire, per bocca del Mazzini, che menzogna e frode è ogni operazione di Napoleone III, anche per ciò che riguarda la guerra d'Italia; che egli può «sognare conquiste; ardirle, arrischiarle non mai».

Ma dopo che l'uomo ha ardito, ha arrischiato, ha vinto a Magenta, cioè cinque giorni dopo quella riproduzione mazziniana, il dì sei di giugno, il linguaggio del giornale è mutato. Si inneggia all'invincibile, al glorioso, al magnanimo Napoleone III; e poichè, come dice il Carducci, ove albeggi la notte d'Italia tu «vedi ivi il poeta», si stampano versi di così atroce arte:

Han vinto! i mille il fremito Della vittoria han dato. Due condottier, due fulmini. Stretto han d'Italia il fato, E l'avoltoio d'Attila Morde i suoi duci al suol.

In quel giorno era avvenuto lo sgombero da Milano degli Austriaci e dalla testata del giornale, «al livello dei nuovi bisogni» era caduta infatti l'aquila.

*

A Magenta Napoleone dettò quel proclama «Agli Italiani», che oggi è cimelio di museo: si conserva infatti l'originale, fiore ingiallito di illusione presto morta, all'Ambrosiana di Milano. Allora apparve cosa viva, ed io ricordo qualche patriotta del mio paese, mezzo addormentato per il sepolcro, che lo borbotta ancora qua e là a memoria. Esso è datato da Milano, il dì 8; ma fu scritto a Magenta, cioè caldi ancora i cumuli di quelli che morirono per una causa ignota a loro al grido: Viva l'Imperatore! Il primo dettato, a carattere forte e sicuro, è scancellato a gran tratti, e fra le interlinee corrono in iscrittura più esile, le correzioni di pugno di Napoleone: ma prima ancora che il tempo lo scolorisse, il foglio reca le impronte di un atto violento: fu sgualcito e gettato. Quelle parole avevano carattere polemico, con fiera allusione al Mazzini: ma o la generosità sdegnasse contrasti personali; ovvero non le reputasse opportune, furono tolte. Esse sono le seguenti: «Io sono il vostro amico più sincero e più disinteressato». Quindi dice: «Non lasciate sfuggire l'occasione felice che si presenta di ricuperare la vostra indipendenza e di mantenerla, perchè se voi la lasciate sfuggire, secoli passeranno ancora senza che voi la possiate ritrovare, ed il solo modo di conquistare la vostra indipendenza è di fare causa comune contro quelli che vi opprimono, di organizzarvi militarmente dovunque: «Trattate come traditori della patria» tutti quelli che vogliono creare delle dissensioni, «non cercate di sciogliere oggi le questioni politiche che solo l'avvenire può risolvere».

Nel testo ufficiale questa dichiarazione recisa è stata sostituita dai noti periodi: «I vostri nemici, che sono anche i miei, tentarono di scemare le generali simpatie dell'Europa per la vostra causa, dando a credere che io facevo la guerra per ambizione personale o per estendere il territorio della Francia....» No!

«Se vi sono uomini che non comprendono il loro tempo, io non sono fra quelli. Nello stato luminoso dell'opinione publica, oggi si è più grandi per l'influsso morale che si esercita, che per le sterili conquiste; e quest'influsso morale io lo ricerco con orgoglio contribuendo a rendere libera una delle più belle parti d'Europa. Io non vengo con un sistema preconcetto per spodestare i sovrani o per imporre la mia volontà. Il mio esercito non porrà alcun ostacolo alla libera manifestazione dei vostri voti legittimi». Incitati gli Italiani a «mostrarsi degni» della «fortuna che loro si offre», termina con le famose parole: «Organizzatevi militarmente. Ricordatevi che senza disciplina non v'è esercito; ed animati dal sacro fuoco della patria, non siate oggi che soldati: domani voi sarete cittadini liberi di un grande palese».

Pur concedendo libertà di interpretazione, sta il fatto che Napoleone non dice: «io vengo a liberarvi», ma dice «~io contribuisco~», e in relazione a questa parola è l'esortazione alle armi per tutti gli Italiani; nè ciò si deve considerare come espressione puramente retorica, e ne è prova questa lettera del Cavour, in data 27 giugno, al Vigliani governatore della Lombardia: «Nigra[355] le ha comunicato l'aspro rimprovero che l'Imperatore mi ha diretto. Esso è del tutto ingiusto e privo di fondamento. Nullameno bisogna tenerne conto, non per fare un atto di contrizione la sera prima di andare a letto, ma conviene tenerlo a calcolo come desiderio delle intenzioni dell'Imperatore. Questi vuole che la condotta degli Italiani giustifichi agli occhi dell'Europa la lacerazione dei trattati del 1815. Conviene quindi mettere tutto in opera onde la nostra cooperazione alla guerra riesca attiva, lunga, energica. Bisogna promuovere senza indugio l'arruolamento di volontari».

[355] Il conte Nigra con decreto del 15 giugno era stato incaricato dell'ufficio di segretario capo presso la Direzione generale per gli affari delle provincie annesse. Vidi CHIALA, III, pag. 97.

Il Cavour prosegue domandando uomini, denari, cavalli «al patriottismo dei Lombardi»: i cavalli «in gran copia». Questi «siamo disposti a pagarli, ma più ancora a riceverli gratis». Il tuono è faceto, ma sotto trema la preoccupazione; ed è evidente che al Vigliani non può il Cavour scrivere come nella lettera da Parigi a La Marmora.[356]

[356] Vedi pag. 241. — E. T. Moneta, tutt'altro che favorevole a Napoleone, ma spirito equo e desideroso della verità, scrive a questo proposito: «Ma nell'entusiasmo del momento, nella fede immensa che tutti avevano nel valore dei due eserciti alleati, passò inosservato (?) l'ammonimento contenuto nelle ultime parole. I volontari avevano bensì dato un bel contingente, ma molto inferiore a quanto si imponeva ad un popolo in una guerra che si combatteva per la sua indipendenza». Vol. II, pag. 311 della bell'opera: _Le guerre, le insurrezioni e la pace nel secolo XIX._

Sta pure il fatto che nel proclama imperiale non è la frase, che poi fu volta in dileggio: «dall'Alpi all'Adriatico». Essa si legge invece nel proclama di Vittorio Emanuele ai Lombardi, datato posteriormente, cioè dal 9, dove è questo incensante ma impegnativo periodo: «L'Imperatore dei Francesi, generoso nostro alleato, degno del nome e del genio di Napoleone, facendosi duce dell'eroico esercito di quella nazione, ~vuole liberare l'Italia dalle Alpi all'Adriatico~».

Chi dettò il proclama di Vittorio Emanuele? Non so; ma è facile il supporre.

Napoleone nel proclama ai Francesi, datato dalle Tuileries il 3 maggio, dice soltanto: «L'Austria ha condotto le cose a tale estremo, che abbisogna che essa domini sino alle Alpi, o che l'Italia sia libera sino all'Adriatico. Ogni angolo di terra rimasto indipendente corre pericolo pel potere di lei». Nè con ciò intendeva impegnarsi.[357]

[357] Vedi nota a pag. 313.

In questo, che a me pare errore, cade pure il maggior storico del Secondo Impero, il De La Gorge. Dice: Napoleone dichiarava che l'Italia sarà libera sino all'Adriatico.

Aggiunge: che il disordine non sarebbe punto fomentato nella penisola: che il potere del Santo Padre non sarebbe stato scosso.

Conclude: tre predizioni che un avvenire prossimo doveva parimenti smentire.[358]

[358] DE LA GORGE, _op. cit._, II, pag. 448.

Più amaramente ancora: appena firmati i preliminari di Villafranca noi ci dovemmo giustificare non in faccia all'Austria, che avevamo battuta, ma in faccia agli Italiani che noi abbiamo avuto il torto, il torto imperdonabile, di non affrancare d'un solo colpo.[359]

[359] DE LA GORGE, III, pag. 113.

Meglio tornare al documento.

Si ritenga il documento napoleonico sincero o no, sta il fatto che, così come suona, la guerra appare intrapresa per un'idea, e l'Hübner può in tal modo avere spiegazione del difficile problema, perchè la Francia «a cherché querelle à l'Autriche»:[360] e poichè quel diplomatico era acuto ed ironico, è lecito porgli in bocca la famosa esclamazione socratica: O mirabile uomo!

[360] HÜBNER, II, pag. 428.

Sincero o no, è evidente l'intenzione di sostituirsi ad ogni altro nel difendere la libertà e i diritti dei popoli: causa rivoluzionaria! Ora si avverta come nel febbraio del '53, l'Hübner, udito il moto mazziniano in Milano, sospettando — a che non giunse la paura? — connivenze segrete col grande agitatore, scrive: «La sua politica all'interno, come quella all'estero, è sempre stata quella di mangiare a due greppie: di parlare di rivoluzione ai rivoluzionari e di autoritarismo con gli uomini d'ordine: ma infine viene un giorno in cui l'ambiguità del linguaggio non basta più e bisogna prendere il suo partito, a meno di esporsi a trovarsi per terra fra due sedie». Ora il documento dice che egli ha preso partito; ma la rivoluzione, e per essa il Mazzini, a tutto è disposta fuorchè ad offrirgli la sua sedia rivoluzionaria; e però l'uomo cadrà a terra lo stesso. Tale fu lo strano destino di quest'uomo meraviglioso.

Ha preso partito. Ma piacerà questo partito di apostolo della Rivoluzione all'altro alleato d'Italia, l'Imperatore dell'Oriente, allo Czar? Non c'era pericolo che ammesso questo principio rivoluzionario su di un punto, esso dovesse fare il giro d'Europa e passare per dove allo Czar non piaceva, per la Polonia, ad esempio?[361]

[361] Vedi documento in CHIALA, VI, pag. 728: «Il principe Gortschakoff aveva detto: Niente politica rivoluzionaria! Egli amava l'Italia dove aveva a lungo dimorato nella sua giovinezza. Incaricato d'affari a Firenze, aveva visto la Toscana felice sotto il paterno governo granducale e del vecchio Fossombroni. La sola ombra a questo quadro era l'influsso pernicioso, esercitato dall'Austria, ecc.».

Piace questo partito al Mazzini.

S'emenda e dice: la guerra è un «fatto iniziato»; è «un fatto potente che crea nuovi doveri e modifica essenzialmente la via da tenersi.... Possiamo deplorare l'intervento imperiale, ma non possiamo dimenticare che l'Austria è l'eterna nemica». Così il Mazzini nello scritto del 15 Maggio «La guerra»; e «non perchè Bonaparte lo ha detto, ma perchè l'onore e la salute della patria lo esigono — scrive il 1.º luglio, manifestamente dopo aver avuto notizia del proclama — la cooperazione degli Italiani alla guerra deve essere tanta «da un capo all'altro d'Italia» che i centomila stranieri scesi in aiuto, paiano legione alleata dei ventisei milioni d'Italiani, anzichè esercito liberatore».[362] Sognatore, in verità, non era soltanto Napoleone III!

[362] _La guerra_, 15 maggio. Vol. X. pagg. 303-304.

Se non che il Mazzini — in pieno accordo col Cavour in questo — domanda la Cooperazione degli Italiani ad uno scopo ben determinato, ben diverso da quello così indeterminato di Napoleone; cioè al fine che «gli Italiani dal presente conflitto facciano uscire l'unità nazionale».

*

I ciambellani intanto alle Tuileries, in pieno accordo con l'Imperatrice, sono ben convinti che la Francia non può avere con l'Austria, potenza eminentemente conservatrice, «che un duello al primo sangue!»[363]

[363] Vedi CHIALA, VI, pag. 398. Il Walewski si oppose alla citata frase del proclama imperiale in cui si accennava all'Adriatico. L'Imperatore contraddisse all'interpretazione che il conte Walewski dava a quel passo, che, secondo lui, era la semplice dichiarazione di un'opinione, ma non lo legava per nulla a sostenerla con la spada. (Vedi CHIALA, III, CLII, che toglie dal Martin, _op. cit._, pag. 435.)

XII.

Magenta e Solferino.

Magenta e Solferino! Due nomi purpurei nella memoria, fioriture di sangue in quell'estate. I morti non si vedono più; portar via le tracce della morte è il primo lavoro dei vivi. Si vedono ~turcos~, zuavi, granatieri della guardia dai berrettoni pelosi; bersaglieri piumati; si vedono a teste basse, via gli zaini, avanti ad ogni costo, alla baionetta, nel terribile azzardo della battaglia. E fu ventura, nobile Francia, avere di fronte Giulay ed Hess e l'automatismo austriaco d'allora. Quando non Giulay fu di fronte, ma Moltke e il freddo imperio, irrimediabile sventura, pianto non consolato ancora, riscosse il valore di Francia.

Dalla parte invece del nemico, vive nella memoria la visione di un precipitoso fuggire di ~kittel~ bianchi, di ceffi croati, la baionetta alle reni.

Ma esclusa la esagerazione di queste memorie da oleografie scolastiche, è certo che la resistenza del soldato austriaco fu, per quanto valorosa, di carattere difensivo; e la ritirata dopo Magenta è ritenuta dai tecnici deplorevole. Così se Solferino segna una pagina di vera gloria negli annali militari di Francia, certo gli Austriaci per il numero superiore e per le formidabili posizioni occupate, avrebbero potuto rendere dubbia almeno quella campale giornata, se l'offensiva fosse stata più largamente seguita.

Fu Solferino «gran battaglia e gran vittoria», come il grido annunciò, ma per varie cause, come il difetto di coordinazione tra i vari corpi, mancò alla vittoria quel proseguimento da cui risulta la nota sentenza, che grande generale non è quegli che vince, ma che sa trarre partito dalla vittoria. L'esercito austriaco, pur disordinatamente rifugiato in Verona ed in Mantova, si ritrovò, dopo brevi giorni, aumentato ed aumentabile, in grado di sostenere battaglia ancora, la quale condizione di aumento non era, almeno per l'esercito francese.[364]

[364] Le frontiere del Reno per timore d'invasione della Prussia, non potevano essere sguarnite.

Tanto a Magenta quanto a Solferino, come spesso avviene in quel terribile giuoco che è la guerra, la vittoria toccò a quella delle due parti che meno commise di errori, errori che facilmente nota lo scrittore di cose di guerra, manovrando documenti e carte; ma che nel fatto, coll'imminenza del pericolo e del decidere, devono essere difficili ad evitare, se non sorregge, insieme alla fortuna, quella genialità intuitiva ed impassibile di cui la natura provvede, talvolta, i conduttori di eserciti.

Lenta e ingombrante fu l'avanzata; più ardimento che sapienza nei comandanti; incerte o manchevoli le informazioni su le mosse degli Austriaci (deplorevole cosa e tristamente significativa), al quale difetto convenne con tanto sangue supplire.

Dette queste cose, bisogna pur ricordare come nel modo stesso che la guerra d'Italia fu pensiero strettamente personale di Napoleone, così a lui sono dovuti i principali fatti che resero possibile la vittoria. E primamente sorprende come un esercito non preparato[365] (il modo occulto e obliquo come si venne alla guerra lo dichiara da sè), potesse rapidamente e con parziale dotazione scendere e concentrarsi in Italia. «L'energia di un uomo dirigeva ogni cosa, l'Imperatore».[366]

[365] HÜBNER, II, pag. 275: «Gli armamenti si fanno con mollezza e su piccole proporzioni; ...i lavori di guerra si eseguiscono a pezzi e bocconi, conseguenza naturale della mancanza di fondi, che non si sono ancora voluti chiedere al corpo legislativo: ma mi sembra anche ravvisarvi un riflesso delle incertezze che regnano nelle alte sfere del potere». Informazioni al Buol.

[366] _La guerra d'Italia_, scritta dal corrispondente del _Times_ al campo franco-sardo. Ed. Perin. Paris, rue de Solferino, 1860, cap. I. (Obbiettiva e completa narrazione.)

All'Imperatore è dovuto il rapido, audace, occulto giramento per ferrovia di quasi tutto l'esercito da Alessandria a Novara, di fronte al Ticino; alla sua resistenza, sia pur passiva, l'eroismo di poche schiere nell'avvallamento di Magenta, che decisero della giornata; a lui il pronto intuito di Solferino e il supremo sforzo con le ultime riserve della Guardia contro quella che «era il centro della posizione austriaca e ne formava la chiave».[367]

[367] Bollettino austriaco.

Ricordando queste cose non si vuole nè pur lontanamente inferire che Napoleone III riscotesse in cuore il genio dello zio, e il primo a disilludersene, supponendo che lo pensasse, fu egli stesso: ma dire che egli bene smentì Vittor Hugo e Mazzini.[368]

[368] Vedi nota pag. 332.

Il Chiala dice come «la certezza della vittoria non valse il giorno appresso Magenta a dissipargli dall'animo tutti i gravi pensieri che lo tormentavano, cioè che per lui era necessità ineluttabile vincere e vincere sempre; e discorrendo a lungo col generale La Marmora, mostrossi scontento di sè, dei suoi generali e sopratutto dell'esercito alleato, perchè non era arrivato in tempo sul campo di battaglia».[369]

[369] CHIALA, III, CXCVI. Il corrispondente del _Times_ (_op. cit._, pag. 39) aggiunge: «Come storico fedele l'autore deve però riferire che tanto al quartier generale, quanto nell'esercito francese grande fu in quella sera (Magenta, 4 giugno) e per qualche tempo dopo, l'indignazione contro la tardanza dell'esercito sardo, attribuita a varie cause da varie dicerie, che furono poi dimenticate nel rapido corso degli avvenimenti. Sonvi però alcuni fatti che spiegano più naturalmente la tardanza dell'esercito piemontese». Il signor Labadini di Milano, accuratissimo raccoglitore delle memorie intorno alla guerra del '59, mi accerta che il ritardo provenne dall'insistenza di Mac-Mahon affinchè le due divisioni Fanti e Durando dovessero seguire non precedere la brigata Ducaen. Il Fanti contribuì poi efficacemente in fine della battaglia di Magenta. Vedi anche BAZANCOURT, I, pag. 186, ove dice che il ritardo del Fanti fu «suo malgrado».

*

Circa alle ore 10 del giorno 4 giugno, l'Imperatore lasciò Novara in carrozza scoperta avviandosi al ponte di San Martino di Trecate[370] per dirigere personalmente le operazioni del valico del Ticino. Manifestamente non era atteso un urto campale per quel giorno. Dalle informazioni ricevute si riteneva che gli Austriaci avessero bensì forte nerbo di truppe a Magenta, ma la loro posizione, per effetto del corpo di Mac-Mahon (il quale il dì prima (3) aveva più al nord a Turbigo, valicato Ticino e Naviglio e s'era già felicemente scontrato con gli Austriaci a Robecchetto), non si credeva potesse sostenersi.

[370] Detto anche ponte di Buffalora sul Ticino, da non confondere col ponte omonimo sul Naviglio.

Il grosso dell'esercito austriaco ritenevasi ancora concentrato a circa otto ore di marcia più al sud, cioè ad Abbiategrasso, in condizioni, quindi, difficili per prendere parte al combattimento.[371]

[371] L'esercito austriaco si trovava in uno stato di dispersione press'a poco come l'esercito alleato. Il IX corpo era intorno a Pavia, fuori della zona d'azione: l'VIII a Bereguardo, il V e il III e la divisione Lilia del VII, stabilita a Castelletto, avrebbero dovuto compiere una forte marcia per raggiungere il nemico. Disponibili per la battaglia immediata erano il I ed il II corpo, stabiliti a Magenta e la divisione Reischach del VII corpo a Castellazzo dei Barzi. A ciò si aggiunga la stanchezza per l'improvvisa marcia al di qua del Ticino. Solo alla sera del 3 Giulay ebbe compiuto questo movimento. Stabilito ad Abbiategrasso, il suo piano era di rimontare al nord e cogliere di fianco i franco-sardi in quel che movevano verso Milano. In tali condizioni non poteva avvenire a Magenta che una battaglia parziale. Tale essa fu, ma terribile.

In quel giorno si doveva entrare per tutto l'esercito in terra lombarda. Al detto ponte di San Martino o Buffalora, sul Ticino, malamente minato dagli Austriaci, sì che fu possibile riattarlo per il passaggio, erano sin dal mattino, con molto Stato Maggiore, circa 5000 fra granatieri e zuavi della Guardia imperiale, a cui doveva seguire il corpo del maresciallo Canrobert, quelli che, per la sua tardigrada prudenza, per poco non compromise quella giornata, come l'altra di Solferino, ed era chiamato, fra quella gaia avventatezza francese, «la provvidenza delle famiglie».

Dorati dai raggi del sole si scorgono su le alture di fronte i queti paeselli lombardi: nell'avvallamento del fiume, tra le evanescenti boscaglie, corrono le verdi acque del Ticino. Qui si scatenerà la tempesta di morte finchè non giunga la notte: il rombo se ne udrà sino a Milano: qui per molti anni, senza concime, sarà più verde la spiga, quando il silenzio ritornerà ancora.

Nella lontananza, a destra e sinistra della strada, a mezza costa, due masse nere rivelavano dei cannoni e la presenza del nemico.

Cautamente varcato il fiume e vincendo piccole resistenze di avamposti, quella esigua schiera si appostò nella bassura del fiume, attendendo per avanzare verso l'erta del Naviglio, cioè verso Magenta, che a Buffalora fosse giunto Mac-Mahon, il quale, susseguito da tutto l'esercito sardo, e mosso da Robecchetto in due colonne, aveva assicurato l'Imperatore che sarebbe giunto a Buffalora alle due e mezzo al più tardi e «pur non avendo conoscenza ancora delle disposizioni del nemico,[372] stesse tranquillo sulle disposizioni che era per prendere».

[372] BAZANCOURT, I, pag. 183. Mac-Mahon fu nominato maresciallo sul campo. Ma si ritiene che suo precipuo merito fu l'aver vinto. _NB._ Quanto alle ore, v'è molta discordanza.

Dalla parte di Novara, da cui Canrobert era atteso, silenziosa si stendeva la via; ma su le alture opposte gli ufficiali dell'Imperatore, saliti alle vedette, distinguono un grande, confuso, inatteso muoversi di masse nemiche. Attraverso gran sangue si entrerà in terra lombarda? Lenta, ansiosa attesa. Quando giunse il tocco, ecco fu udito verso Buffalora lo scoppiettar dei fucili e lo squarcio del cannone. Mac-Mahon arrivava. Fu dato allora l'ordine di avanzare in coordinazione e in sostegno di Mac-Mahon. La esigua schiera mosse. Ed ecco, solidamente appostati e non sospettati e crescenti, circa venticinque mila Austriaci appaiono avvolgendo quell'eroico nerbo di granatieri e zuavi. Di contro il Naviglio, alle spalle il Ticino. Il cannone di Mac-Mahon d'improvviso si tace.[373]

[373] Mac-Mahon sorpreso da inattese grandi forze nemiche dovette sospendere l'attacco di Buffalora e retrocedere; avvertire (e si recò egli stesso, cavaliere audace e generale imprudente) del pericolo di essere tagliato fuori, l'Espinasse che moveva con altra colonna. Solo più tardi potè riprendere l'attacco di Buffalora: quindi egli ed Espinasse mossero con meravigliosi assalti su Magenta. Quivi Espinasse incontrò la morte.

Questa fu la crisi della battaglia: queste, dalle 2 alle 4, le ore tragiche dell'Imperatore; del lento macello di quelle meravigliose schiere, assalenti e assalite. Perduta che fosse quella posizione (scrive il corrispondente del «Times», pag. 37) «non vi aveva più speranza di ricuperarla più tardi o il dì vegnente, perchè il nemico avrebbe in quel mezzo radunato tutte le sue forze; e quanto fosse disperata la situazione si chiarisce dal fatto che il generale Giulay, giunto in quel punto, annunziò per telegrafo la vittoria a Vienna». Più tardi, di mano in mano che le avanguardie del corpo di Canrobert apparivano, erano sospinte alla morte, con disperati richiami: affrettatevi, affrettatevi, rovesciate ogni ostacolo; vite umane gettatevi in quel braciere di morte, affinchè la fiamma non si spenga: la Guardia sta per essere schiacciata; la giornata è perduta.

Il generale Regnault manda all'Imperatore[374] che non può più resistere. Invii rinforzi.

[374] Al ponte di San Martino.

«Non ho nessuno da mandargli, resista».

Resiste.

Accorre presso l'Imperatore l'aiutante di campo del generale Wimpffen: «Sire, il generale è oppresso non può più mantenersi».

«Si mantenga».

Un aiutante di campo del generale Picard arriva e dice: «Il nemico aumenta, minaccia di girare la posizione».

«Chiuda il passaggio. Appena potrò, manderò rinforzi».

Le ore scorrevano lente, sanguinose. Sono le quattro quando arrivarono finalmente Niel e Canrobert. Era tempo!

Lo storico ufficiale della guerra, il Bazancourt, dice che il maresciallo Canrobert trovò l'Imperatore, laddove s'era tenuto tutta la giornata, nel centro della battaglia, tra il ponte di Buffalora e il Naviglio, sempre calmo, sempre impassibile, malgrado la gravità crescente della situazione.

Rimase in verità impassibile, ma d'una impassibilità che può chiamarsi, a scelta, sangue freddo o stupore per l'immenso pericolo, per l'impari lotta che un attimo avrebbe potuto mutare in irreparabile sconfitta. «Non era in lui — dice quell'implacabile critico che è il De La Gorge — nè mancanza di intelligenza, nè, ~sopratutto~, debolezza d'animo: ma inesperienza di quella cosa terribile che si chiama la guerra».[375]

[375] _Op. cit._, III, pag. 51.

Certo, comunque fosse, egli si irrigidì nella resistenza. Che cosa sarebbe stato della Guardia se avesse piegato, con il Ticino alle spalle? Che sarebbe avvenuto di Mac-Mahon, tagliato fuori dall'esercito?

Episodi sublimi e terribili avvennero alla conquista di quel Naviglio, che fluisce con le verdi acque tranquille. Strana battaglia, vinta dai soldati accorrenti alla morte nel nome di lui, immobile; al grido meraviglioso: Viva l'Imperatore! Strana battaglia in cui i generali combatterono come soldati: ultimi cavalieri di Francia! Cler, Espinasse, Mac-Mahon, Mellinet, Wimpffen combattenti fra i soldati come se la battaglia fosse stata una gioia suprema della vita. E la cieca morte passava e dove la sua mano raggiunse e sfiorò, al furore del meraviglioso impeto, sostituì ella la rigidezza pallida del suo sembiante.[376]

[376] Cler prende con sè qualche compagnia: dispare per riconquistare il terreno perduto al di là del Ponte Nuovo sul Naviglio tra il fumo della fucilata. Ma presto le sue colonne piegano. Si distingue un cavallo senza cavaliere che galoppa fra le file scompigliato e viene ad abbattersi sul ponte. È la puledra di Cler! esclama Mellinet. Nel tempo stesso sopraggiunge il suo ufficiale d'ordinanza, Tortel. Dice: Cler fu ucciso fra i soldati. Mentre parla, un proiettile stende lui pure morto al suolo. Espinasse è sceso da cavallo. Dice: Su questo suolo, lubrico di sangue, più non si regge! Alla testa dei suoi zuavi, percuote furioso del pomo della spada contro le imposte di una casa asserragliata all'ingresso di Magenta, difesa da 300 tirolesi. Sfondate questa porta, miei bravi! È steso morto da una fucilata.

Ora tuona da Marcallo il cannone di Mac-Mahon. Dopo tre ore di combattimento s'era impadronito di Buffalora. Precipitano egli ed Espinasse combattendo sempre. Tramonta il sole. È lo ~steeple-chase~ orrendo di Mac-Mahon e di Espinasse: la corsa feroce al campanile di Magenta.

*

Era compiuta vittoria, o al domani la battaglia sarebbe stata ripresa?[377] I vivi s'addormentarono presso i morti. In un umile albergo, al ponte di San Martino, un uomo vegliò. L'Imperatore. L'esercito arrivava infine; se ne udiva nella notte il lento incessante passaggio; il monotono urtarsi dei bariletti e dei bossoli della fanteria che raggiungeva i bivacchi.

[377] Gli scrittori di cose militari appuntano tanto il mancato inseguimento degli alleati, quanto il ritirarsi del Giulay, il quale avendo intatti due corpi d'armata, poteva francamente rinnovare la battaglia il dì seguente. Il Giulay scrive che così intendeva di fare, ma che avendo inteso come «le truppe del primo e del secondo corpo d'armata, le quali più avevano sofferto del primo assalto del nemico, si erano ritirate indietro... ordinò la ritirata». Questo «ritirarsi indietro», il loro miserando arrivo per porta Vercellina (oggi Magenta) a Milano, documenta quanto terribile fu lo sforzo di quell'esigua parte dell'esercito francese che combattè in quel giorno.

_NB._ Per ciò che riguarda Milano, si consulti l'opera di prossima publicazione del signor Ausano Labadini, _Milano e alcuni momenti del Risorgimento italiano_.

*

Ricalcando i costumi del primo Impero, volle Napoleone, nella sua sosta in Magenta, premiare Mac-Mahon sul campo di battaglia; e nella più lunga sosta in Milano furono accoglienze deliranti, fra cui il Bazancourt ricorda lui, l'Imperatore, riconosciuto, fermato, baciati i fornimenti al cavallo, le donne uscenti affinchè benedicesse i figliuoli. «Per la prima volta io vidi commosse le misteriose, impenetrabili sembianze dell'Imperatore, il quale sarebbe stato più che uomo, se fosse rimasto in quel momento impassibile», scrive il corrispondente del «Times» (pag. 52). Fra i festeggiamenti fioriti vi fu anche una rappresentazione di gala alla Scala, giacchè Tersicore e Polimnia rapidamente mancarono ai nostri fasti e nefasti. Potè intanto l'esercito austriaco, come se una voce di aspirazione lo richiamasse, ritrarsi, concentrarsi dalle Legazioni e dalle Marche lontane; e il villano che ronca su le Alpi, vide altri armati accorrere dal cuore dell'Impero e con essi l'Imperatore tedesco. Doloroso ricorre alla memoria il rimprovero di Carlo Cattaneo per la troppa dimora di Carlo Alberto in Milano del '48, e la consigliata e mancata insurrezione delle campagne e dei borghi, onde Radetzky, minacciando con le forche, potè come serpe ferita, ricoverarsi fra le fortezze del Quadrilatero.

*

In mezzo a tanti contrasti con sè stesso, con gli uomini, con le cose, riprendeva Napoleone la faticosa avanzata. Varcata è l'Adda, l'Oglio, il Chiese; presso è il lago di Garda: ogni luogo ricorda il nome e la gloria del giovane conquistatore, che all'albeggiare della nuova età, per quivi passò fulminando. Il pallido erede che si innebriò di quel nome, è già verso il declinar della vita. Nel torrido estenuante estate, con le grevi aquile, per la meravigliata campagna, ricalca quell'orme.

Dove sono le meravigliose pingui terre che il giovane conquistatore avea sessantatrè anni prima additato al di là delle Alpi ai suoi guerrieri laceri e scalzi?

Ora l'erede passa per terre, già depauperate dalle precedenti requisizioni del nemico; cattivo e scarso è il nutrimento dei suoi, che moriranno al grido: Viva l'Imperatore! Un male terribile che non si osa nominare, serpeggia già per le file: il tifo.[378]

[378] _Duca di Polenta_ chiamavano i soldati per dileggio l'Intendente generale. Al principio di luglio erano negli ospedali 25.000 infermi e feriti (CHENU, _Statistique médico-chirurgicale_, II, pag. 877). Invero le ambulanze austriache ne contenevano un numero anche maggiore: «ma la consolazione era mediocre sopratutto per l'anima umana dell'Imperatore». (DE LA GORGE, _op. cit._, III, pag. 105.) Circa 2600 francesi morirono di malattia.

Come più l'esercito procede, più il suolo si fa ardente sotto i piedi; come più il nemico dispare, più cresce il presentimento di una battaglia immensa. Ma del luogo e del modo non è alcuna certezza o notizia. Quel deliberato fuggire, abbandonando le difese e lasciando liberi i passi, induceva a pensare ad un piano di guerra lungamente maturato, quello cioè di attrarre i Francesi in luogo aperto, dove ogni disuguaglianza del suolo fosse nota e la cavalleria, bella e natural forza dell'Austria, potesse spiegare tutto l'impeto della sua virtù bellica. Si pensò al piano che si stende oltre Montechiari; quand'ecco giunse nuova che l'esercito nemico si era ritirato oltre il Chiese. Parve allora che il terreno fra il Chiese e il Mincio sarebbe stato il luogo prescelto dall'Austria per il gran duello; ma ecco giunse nuova che il nemico aveva valicato anche il Mincio: e ciò fu il dì 21 di giugno. Conveniva, dunque, passare il Mincio e andare a cercare il nemico sotto la difesa di quei forti ove l'Austria, come feudataria delle antiche età, s'era asserragliata e munita dal tempo che divenne signora d'Italia? In tale stato d'incertezza, avanzava l'esercito alleato, la notte del 24 di giugno, chè per fruire del refrigerio della frescura notturna, aveva tolto i bivacchi, come di poche ore fu varcata la metà della notte. Esso formava come un grand'arco di cerchio che doveva, secondo lo stabilito cammino, avanzare verso il Mincio con le due ale estreme: l'esercito italico era l'ala estrema settentrionale. Esso, attraverso le alture di San Martino, si stabilirà a Pozzolengo. Il generale Niel, che forma l'ala estrema meridionale, si stabilirà a Guidizzolo. Così tutto il grand'arco d'uomini e d'armi è di concerto in moto.

Centro di quell'arco, con la sua Guardia, a Montechiari, sta l'Imperatore. Moverà ultimo e si stabilirà a Solferino. Sono le ore cinque del giorno: in quell'ora, nella chiesetta di Montechiari, si rendevano gli ultimi onori al generale De Cotte. Nella notte dal 22 al 23, mentre leggeva i dispacci dell'Imperatore, un colpo apoplettico lo aveva fulminato.

Ed ecco a Montechiari, a briglia sciolta, precipitare, sordidi di polvere due cavalieri. Sono i messi di Baraguay-d'Hilliers e di Mac-Mahon. Annunciano all'Imperatore che nella notte, la battaglia s'era impegnata fra le avanguardie; e come al sollevarsi delle nebbie mattutine si vedesse il biancheggiare di grandi masse nemiche su le alture di contro. Avevano gli Austriaci rivalicato il Mincio?

Allora la strada che da Montechiari conduce a Castiglione, fu coperta da un nuvolo di polvere. Vetture, cavalli, cavalieri correvano disperatamente.

Castiglione è su di una altura; chiaro era il giorno ed anche allora, come a Magenta, all'Imperatore, dall'alto, si affacciò l'aurora flammea della battaglia, improvvisa, grandissima, certa. Molti del seguito esitavano a credere che il nemico in massa avesse ripassato il Mincio. Ma l'Imperatore non condivise un solo istante quest'illusione ostinata: No! — disse — è la battaglia.[379] Mal certa solo la vittoria, chè essi al piano, in ordine di cammino; quelli su le alture, in formidabile luogo, in numero immenso. L'esercito austriaco, per nuovo consiglio del maresciallo Hess, comandante supremo, aveva il 23, ad insaputa dei Francesi, rivalicato il Mincio, e in piena forza e numero, ripigliava l'offensiva, movendo verso il Chiese. Da quelle alture, onde a giorno fatto, dovevano muovere secondo il loro ordine di cammino, Francesco Giuseppe aveva additata la meta; una guglia marmorea che non si vedeva, ancorchè appaia da lungi, dove la madre di Cristo sorride nella sua pace: Milano. Ma da quei colli non scesero. Inconsci gli uni degli altri, su quelle alture compirono i due eserciti l'abbraccio mostruoso come quello delle fiere orribili nella bolgia dantesca che si avvinghiano e si trasmutano in silenzioso spasimo, indi si separano. Alla sera, trasmutati anch'essi, si separeranno.

[379] _Campagne d'Italie_, redigée au dépôt de la guerre, pag. 420. «La battaglia sarebbe stata possibile prevederla, perchè la vigilia dei riconoscimenti spinti a fondo avrebbero annunciato sicuramente la concentrazione del nemico. Non avendo preveduto la battaglia, l'Imperatore preparò almeno i mezzi per assicurarne il successo.» DE LA GORGE, _op. cit._, III, pag. 82.

Ora, dunque, vide l'Imperatore dall'alto di Castiglione la grande battaglia: su tutti i colli di contro, da San Martino lontano presso il lago, sino a Cavriana, appariva l'esercito nemico: altro formidabile immenso arco, di «automi» forse, ma automi armati che conveniva spezzare, che fulminavano anch'essi la morte. Di faccia proprio all'Imperatore sorgeva Solferino e sopra Solferino erto su la densa folla nemica un torrione, che è denominato la spia d'Italia, come a dire che di lì tutta Italia si scopre e spia, ma sembra contenere in sè alcun senso di sinistro presagio.

Fulgide belve di guerra e di morte si compiace a distanza nei secoli di plasmare la natura, e vi spende tutti i suoi aromi più preziosi. Ora soltanto gli agognati emblemi possedeva Napoleone; ma dell'atroce ludibrio[380] onde Vittor Hugo e Giuseppe Mazzini lo avevano additato ai popoli, egli fece anche in quel giorno bella vendetta.

[380] Victor Hugo: «Voi non avete vinto che la battaglia di Satory». — G. Mazzini: «I dittatori romani e vostro zio conducevano in persona le armate conquistatrici: voi all'incontro amate bensì le uniformi corrusche d'oro, ma è dubbio se sappiate condurre un reggimento».

Il miglior mezzo di assicurare la vittoria alle due ali estreme era di conquistare il centro. Questa fu l'idea semplice a cui si fermò l'Imperatore e da cui non deviò. La posizione di Solferino era la più difficile, ma una volta sfondato questo centro della loro difesa, gli Austriaci sarebbero stati costretti a ripiegarsi con le due ali estreme. Ora non soltanto la cosa, ma l'urgenza della cosa apparve manifesta all'Imperatore, il quale stabilitosi sull'altura del così detto monte Fenile, di fronte a Solferino, diresse la battaglia e parve come volesse emendare sè stesso a Magenta. Non esitò sino dalle prime ore del mattino a far entrare in battaglia le riserve della sua Guardia; e il colle dei Cipressi e il cimitero di Solferino ben sanno quale sforzo occorse perchè alle due ore del pomeriggio il tricolore di Francia sventolasse dall'alto della Spia d'Italia, erta fra il nembo delle cannonate e il nembo del cielo.

«In questa giornata — deve pur ammettere il De La Gorge — l'Imperatore fece buona figura e si espose molto decentemente per un capo di Stato, perchè egli era altrettanto valoroso che buono».[381]

[381] _Op. cit._, III, pag. 102 e aggiunge: «Questa stessa bontà che gli faceva onore, gli rese più dolorosa la vittoria. Era lo stesso spettacolo di Magenta, ma con un'estensione più vasta ed orribile».

Questo pronto e felice esito della battaglia centrale aiutò il Niel a sostenersi e vincere al piano, dove gli Austriaci fecero il maggior sforzo, giacchè pare fosse loro intento aggirare da quel lato i Francesi e risospingerli poi al nord, verso il Garda. Che se il maresciallo Canrobert, meno ligio agli ordini ricevuti e fornito di più pronto intuito, fosse accorso con tutte le sue forze in sostegno del Niel, ben maggiore sarebbe stata la vittoria.[382]

[382] Fra il Niel accusatore e il Canrobert s'accese poi così aperto litigio che fu necessario l'intervento dell'Imperatore per appianarlo. Canrobert si stette alla difesa dalla parte di Mantova, verso cui non era vero pericolo, e non inviò al Niel, che lo sollecitava, se non timidi e staccati e male accetti rinforzi.

Terza parte di questa campale battaglia fu quella combattuta dall'ala settentrionale e che da noi si considera come battaglia a parte: San Martino.

È una fra le pagine più belle del valore italico e il motto semplice del Re: «Fioi, venta piè San Martin, se no gli Aleman a lu fan fé a nui autri», ha un ben profondo significato, tanto se esso si consideri sotto l'aspetto militare, cioè che conveniva scacciare il nemico dalle formidabili alture occupate e impedire che scendesse al piano e aggirasse; quanto se al motto ci piace attribuire più largo e ideale senso, che conveniva col sangue pagare quelle terre lombarde, strappate all'Austria. E furono, in verità, generosamente pagate nei ripetuti assalti di tutto quel giorno, finchè al cadere di esso, ordinata l'azione in modo più simultaneo e più forte, potè l'altura di San Martino esser conquistata. Nè si deve dimenticare che l'esercito italico si trovava in condizione di inferiorità, non solo per ciò che riguarda il luogo, ma anche rispetto al numero dei nemici.[383] Si può anzi dire che la necessità di pagare comunque generosamente col sangue nostro, apparve così grande, che la storia obliò quanto vi fu di sconnessione e di difetto di imperio[384] in quelle azioni di guerra.

[383] Al mattino erano le sole tre divisioni Mollard, Cucchiari, Durando. La divisione Fanti, chiamata dall'Imperatore, si stette sino verso le due e mezzo impegnata a coprire la sinistra di Baraguay-d'Hilliers. Solo dopo prese parte al combattimento. La divisione Cialdini era in Val Savia, Garibaldi in Valtellina.

[384] Rivalità tra Della Rocca e il La Marmora. Cfr. _Custoza del '66_. Al generale Mollard si appunta il troppo ardimento e il poco senno dei primi assalti, con forze impari e sconnesse. Ma simili difficili questioni tattiche non sono argomento di questo libro. Del resto lo stesso aiutante di campo del Re nel suo Diario (CASTELLI, _op. cit._, pag. 308) dice questa «battaglia senza insieme e scucita. Non si sapeva che fare e si provvedeva al momento dove il nemico si presentava in forze maggiori». Notevole questo passo sul Re (pag. 309): «Dormì anche lui sulla terra; gli si era portato un piccolo stramazzo, ma non lo volle, dicendo che era anche lui come tutti gli altri. Se Vittorio Emanuele avesse un quarto d'abilità del suo coraggio, sarebbe il primo generale del mondo; ma non ha memoria, nè occhio, non vuole occuparsi; però è molto pronto quando ha capito le cose».

*

La spia d'Italia doveva appartenere all'Italia e appartenne; e Cavriana, nella casa stessa dove al mattino innalzava il vessillo Francesco Giuseppe, accoglieva Napoleone. Vittorio Emanuele attraverso l'olocausto eroico di San Martino, era a Pozzolengo; e l'esercito austriaco, mutilato dall'orribile strage, ripassava il Mincio. In Verona si rinchiudeva Francesco Giuseppe.

Ma che l'immenso sforzo della volontà debilitasse in Napoleone quei sostegni di fede in cui l'anima posa, può sospettarsi; con meraviglia soltanto di quelli i quali, per economia di sforzo mentale, vivono nell'opinione che l'uomo sia composto di un solo, esclusivo metallo morale.

Francia e Italia udranno il dì seguente la gran vittoria, ma il nuovo sole, purificato dalla tempesta, «rischiarerà uno fra i più orridi spettacoli di morte che all'imaginazione possa essere offerto».[385]

[385] ENRICO DUNANT, medico volontario. _Un souvenir de Solferino._

_NB._ Le condizioni in cui si trovarono i feriti sembrerebbero incredibili se non fossero documente da testimonianze concordi. Nel teatro di Desenzano giacevano più di 200 feriti: di essi «non uno era stato medicato due giorni dopo la battaglia». «Quei poveri soldati facevano pietà, e più d'una volta mi vennero le lagrime agli occhi». «Non potei far colazione; avevo sempre quell'odore di carneficina e di sangue marcio sotto il naso» (Diario di un ufficiale d'ordinanza di S. M., CASTELLI, _op. cit._, pagg. 310 e 311).

XIII.

Villafranca.

Era un'ora di notte del giorno 6 di luglio quando per le vie di Verona, sfarzosamente illuminate e folte di ufficiali, fu veduta passare con meraviglia una vettura chiusa; le cortine abbassate, impresse agli sportelli le armi imperiali di Francia. La scortava un drappello d'ulani. La curiosità e la meraviglia furono anche più vive tra gli ufficiali di servizio al quartiere di Francesco Giuseppe, quando, sostata quivi la vettura, fu visto scenderne un ufficiale francese, accompagnato dal suo aiutante di campo.

Era il primo scudiero di Napoleone, il giovane generale Fleury.[386] Era partito da Valeggio sull'ora del tramonto. In serpa montava un trombetta delle guide con bandiera parlamentare. Aveva incontrato gli avamposti austriaci a due miglia da Verona e con tutte quelle cautele che sogliono usarsi in tempo di guerra, la vettura era stata fatta procedere verso Verona.

[386] Nato a Parigi nel 1815: uno dei consiglieri ed esecutori del colpo di Stato.

Accolto con segni di deferenza dallo stesso maresciallo Hess, fu dal conte di Grünne, gran scudiero, introdotto presso Francesco Giuseppe. L'Imperatore Napoleone, per lettera e per le parole del messo, domandava una tregua dell'armi, rivolgendosi ai sensi di pietà e di umanità dell'imperiale fratello austriaco. Meravigliò il giovane monarca dell'inattesa domanda, e pur compiacendosene, chiese tempo alla risposta sino al giorno seguente.

*

Come il sole del dì seguente apparve, esso vide tutto l'esercito di Francia e d'Italia, dal Garda oltre Valeggio, schierato per la battaglia, che l'Imperatore aveva annunciata.[387] Sono in teletta di morte: semplice giubba, gli zaini non contengono che biscotto e cartucce. Cavalca l'Imperatore. Monta il giorno ardente: le armi sembrano domandare il refrigerio del sangue. Monta il giorno ardente, ma il nemico non appare. Sono le undici e mezzo. Sulla via che da Verona conduce a Valeggio appare, fra turbini di polvere, la vettura che riconduce il Fleury.

[387] L'ordine del giorno del quartier imperiale alla vigilia di questa grande assisa dell'armi, cioè del giorno stesso che aveva mandato il Fleury ad abboccarsi con Francesco Giuseppe (dovunque si fosse trovato!), diceva: «L'assedio di Peschiera è un'operazione a cui attribuisco un grande interesse; ma è chiaro che noi non possiamo farlo con sicurezza se non quando avremo respinto un attacco degli austriaci. Dalle informazioni ricevute è molto probabile che domani saremo attaccati di fronte e di fianco dall'armata sortita da Verona e da un'altra venuta dall'Adige». Seguivano le più minute disposizioni tattiche.

La tregua dell'armi è stata concessa: si nomineranno i generali che ne devono determinare il modo ed il tempo; ma intanto l'Imperatore austriaco ha chiesto, malleveria manifesta, che la flotta franco-sarda che sta per forzare i porti di Venezia, sospenda ogni operazione di guerra. Quella fantasmagoria dell'armi era stata ordinata o nella supposizione che la tregua venisse respinta o, più probabilmente, come astuzia per forzare il consiglio dell'Imperatore austriaco ad accettare l'armistizio? Certo quegli uomini che, preparati a morire, hanno l'ordine di rientrare nei bivacchi, porgono l'imagine dolorosa di un'acre mastuprazione di energie.

Ciò che mi sembra caratterizzare i fatti che, per ben comprendere, converrebbe esaminare assai più minutamente, è la fretta: una volontà che si è mutata e precipita pur d'arrivare alla fine. Il telegrafo da campo invia quel dì stesso un dispaccio all'Imperatrice reggente: «Una sospensione d'armi è convenuta tra l'imperatore d'Austria e me, ecc.».[388]

[388] Questo dispaccio apparso sul _Monitore_ del giorno seguente (8 luglio), era seguito dalla chiosa sibillina: «Non bisogna ingannarsi su l'importanza dell'armistizio. Non si tratta che di una tregua, che pur lasciando libero campo ai negoziati, non saprebbe far prevedere sin d'oggi la fine della guerra».

I commissari incaricati dell'armistizio si adunarono la mattina dell'8 a Villafranca. Essi sono Vaillant, Hess, Della Rocca.[389]

[389] Il maresciallo Vaillant nell'informare il dì 7 Vittorio Emanuele dell'armistizio, soggiungeva che i patti della tregua dovevano essere firmati il dì seguente a Villafranca. Vi mandasse perciò alle 5 antimeridiane il suo capo di Stato Maggiore Morozzo della Rocca. L'Imperatore tedesco nella sua risposta, commessa e letta prima al Fleury il mattino del giorno 7, lasciava a Napoleone facoltà di scegliere il luogo e il tempo in cui si sarebbero adunati i commissari. Fu scelto il paese di Villafranca a mezza via tra i due quartieri imperiali: Verona e Valeggio. Il _Monitore_ del 9, annunciando la tregua firmata, non nomina, quasi quantità trascurabile, il commissario di Vittorio Emanuele.

Il convegno durò tre ore. Vi si ragionò anche dell'«affreux carnage» di Solferino; perchè sembra legge cavalleresca fra gente di guerra complimentarsi della reciproca strage, lodare le armi nemiche e la morte da esse inflitta. La tregua sarebbe durata sino al 16 agosto.

*

Ora Vittorio Emanuele si lamentava che da qualche giorno l'Imperatore era ~boutonà~ e non gli diceva più nulla: veramente il Re, anche fra le consuete barzellette allobroghe, di altre cose era seccato: del modo come procedeva l'assedio di Peschiera; dei cannoni d'assedio che non erano arrivati e chissà quando sarebbero arrivati; delle difficoltà di approntare nuovi reggimenti, dopo quell'eroico sacrificio di vite umane che fu San Martino: «non avrebbe più osato presentarsi all'imperatore, chè questi gli avrebbe certamente rinfacciato che non siamo buoni a nulla; che non gli rimaneva da far altro che andare a riprendere la sua vita di campagnolo, ecc., ecc.».[390]

[390] Dal carteggio privato di un generale sardo. Vedi CHIALA, _op. cit._, III, pag. 409. Vedi anche lettera del Cavour al La Marmora, 6 luglio 1859, Vol. III, pag. 102, importantissima.

Ma in quel giorno stesso che dovette mandare La Rocca a trattar l'armistizio, il re «contenendo a gran pena lo sdegno» per quel procedere a sua insaputa, si recò dall'Imperatore, affinchè si ~sbottonasse~: ma ciò non avvenne che a mezzo. L'Imperatore non nascose che sarebbe stato lieto di ridonare la pace all'Europa e risparmiare nuova effusione di sangue; ma che in tale caso i patti imposti all'Austria sarebbero stati «~così duri~» (e lo ripetè due volte) che il fine della guerra si sarebbe raggiunto lo stesso. Non accettando l'Austria tali patti, la tregua dava modo di approntare nuove forze: «intendeva aver presenti in campo 200 000 Francesi: provvedesse la Sardegna ad aver pronti 100 000 Italiani».

Sembra che il Re, pur «non essendo molto contento», di quella tregua, tuttavia per l'opinione di astutissimo che allora godeva Napoleone, si partisse persuaso delle ragioni addotte. In tale senso, tornato al suo quartiere di Monzambano, parlò ai generali, raccomandando di curare bene l'istruzione delle nuove leve, e al comandante dell'artiglieria «di creare e presto» batterie nuove. «Parlò franco e di buon umore»,[391] e in tale senso fu telegrafato al Cavour. In relazione a questo dispaccio sta il seguente telegramma circolare del Cavour, la mattina del 9, ai commissari regi delle provincie insorte:[392] «Il Re nel partecipare l'armistizio puramente militare, raccomanda di aumentare l'esercito con energia e sollecitudine». Ma non si tratta che d'una semplice trasmissione di ordini: sul vespero del giorno stesso, in compagnia del Nigra, partiva pel campo e giungeva a Desenzano la mattina del 10. Dalle precedenti trattative di intervento pacifico della Prussia con l'Inghilterra e la Russia;[393] dai riferiti dispacci del «Monitore», sibillini per tutt'altra persona che non per lui; e, probabilmente, da informazioni più sollecite e più sicure che non quelle fornite dal La Marmora,[394] il quadro del sospetto era già formato; non rimaneva che a conoscerne i confini; e ciò fu il giorno dopo dell'arrivo a Desenzano, nel quale giorno il sacrificio fu consumato.

[391] Carteggio citato. CHIALA, III, pag. 401.

[392] Vigliani (Milano), Farini (Modena), Ricasoli (Firenze), Azeglio (Bologna).

[393] Per le trattative diplomatiche, vedi BIANCHI, _Storia documentata_, vol. VIII.

[394] Il giorno 9 Cavour ricevette un telegramma dal principe Napoleone, che annunciava la tregua. Chiamò il Nigra, comunicò il dispaccio: chiese: Che cosa crede? Nigra rispose: È la pace. Cavour: Lo crede proprio? Nigra: Sì. Cavour: Allora partiamo pel campo (CHIALA, VI, pag. 412). Circa i rapporti fra Cavour e i due quartieri generali, oltre a ciò che è detto nel capitolo _Cavour stratega_, aggiungasi: «Io ho un bel scrivere lettere su lettere, moltiplicare dispacci, rivolgermi successivamente al Re, all'Imperatore, al maresciallo Vaillant, al La Marmora: nulla ho ottenuto. Mi si tratta, in fatto di notizie, come un commesso di cui si temono le indiscrezioni». (CHIALA, VI, pag. 404.)

*

L'animo di Napoleone, girata per così dire appena la meta, precipita per la via opposta; e si ha l'impressione come di un'ansia di arrivare a far presto; far presto ad abbandonare quel suolo d'Italia che brucia, sì per le vampe estive, sì per alcun che di pauroso che più non può dominare. La ricerca angosciosa di una via d'uscita è quanto rimane. Dal giorno del convegno dei tre generali in avanti corrono lettere autografe fra i due Imperatori. Il principe di Assia venne al campo francese come negoziatore: ma non fu possibile l'intesa. Il giorno dieci Napoleone espresse il desiderio di trattare personalmente con Francesco Giuseppe. In conformità di questo desiderio, nella notte dal 10 all'11 giunse a Valeggio il principe di Hohenlohe per determinare il modo, il tempo, il luogo dell'incontro dei due Imperatori. È scelta Villafranca, a metà via tra i due quartieri generali: piccola tenuta per i sovrani e gli ufficiali, gran tenuta per le scorte; ore nove. Ma già prima dell'ora, un sollevarsi di polvere annuncia verso Villafranca la cavalcata di Napoleone. Precedeva di alcun poco lo squadrone delle sue cento guardie e delle bellissime guide. L'Imperatore Francesco Giuseppe non era ancora arrivato. Allora Napoleone spronò verso Verona. Ecco appare la cavalcata austriaca. Il giovane Imperatore, galoppava pur egli alla testa dei suoi ulani e dei gendarmi di corte. Napoleone affrettò. Gli ufficiali d'ambe le parti sostarono. Dopo alcuni minuti fu ripresa la via di Villafranca. Quivi era stata approntata una stanza per il convegno. All'ingresso della casa stettero due appostamenti: l'uno delle cento guardie, l'altro dei gendarmi austriaci. Ciascun appostamento staccò una sentinella e fu comandata davanti alla stanza dove erano i due Imperatori. Le scorte sulla strada si ordinarono in battaglia. Gli ufficiali, scesi di sella, conversavano. Passò un'ora. Infine i due Imperatori uscirono. ~Consummatum erat.~ La notizia si diffonderà, essa giungerà sino ad una povera stanza in Londra, dove un grande esule attende.

E poi che i due Imperatori furono all'aperto, Francesco Giuseppe propose a Napoleone di passare in rassegna lo squadrone degli ulani; quindi cavalcarono davanti alle guide; gli uni e gli altri belli e impassibili istrumenti umani di morte.

Ardente era il giorno; ma l'Imperatore d'Austria non volle prima dare di volta che avesse fatto ricambio di cortesia accompagnando alquanto Napoleone su la via di Valeggio. Quindi, visibile segno di pace, fu stretta la destra.

Ben altre, ben altre parole, o buon figlio d'Ortensia, parole ruggenti come bufera scagliò il giovanetto agli imparruccati ciambellani del sacro Impero dell'Austria, in altra villa, in altro tempo, ai confini d'Italia. Egli era allora re più di tutti i re, egli era imperatore più di tutti gli imperatori, egli era, in quel giorno, il popolo, era la rivoluzione. Poi l'assunto del popolo incoronò sè stesso e creò il suo diritto, fatto pur sempre di quell'iniqua forza che governa il mondo. Conviene — io lo so — che il popolo incoroni sè stesso imperatore veramente. Ma dove sono nati gli olivi pel nuovo crisma? Pur nell'Attica antica, lieta di olivi, nacque la satira di Aristofane!

*

Mezz'ora dopo Napoleone rientrava in Valeggio e subito mandava a chiamare il principe Napoleone per comunicargli il risultato del colloquio e inviarlo quindi in Verona a determinare per iscritto quei preliminari i quali a Villafranca erano stati affidati alla sola lealtà della memoria.

Quando il principe Napoleone arrivò, l'Imperatore era a colloquio con Vittorio Emanuele.

A questo punto è necessario soffermarci alquanto: il trattato di pace di Villafranca, come è noto anche per ciò che è scritto nei manuali scolastici, non ebbe effetto o, come è detto in quei manuali, rimase «lettera morta». Rimase però vivo, senza troppo modificarsi nella tradizione italiana, il giudizio sintetico che ne diede il Mazzini a colpo caldo, cioè il 20 luglio, nel suo scritto «La pace di Villafranca». Esso si riassume come un nuovo tradimento di Napoleone III verso l'Italia, e in quel patto con l'Austria, è additato il disegno di un nuovo maggior colpo di Stato europeo, contro cui insorgeranno governi, popoli, l'esercito stesso francese che si stancherà «di far la parte di carnefice della libertà»,[395] Questo nel concetto in genere; e particolarmente per ciò che riguarda l'Italia, la Lombardia, la quale secondo il proclama dell'8 giugno, «doveva esprimere liberamente ogni voto legittimo, è data dall'usurpatore Austriaco all'usurpatore Francese; accettata, poi ceduta da lui, come feudo, al re Piemontese: il Popolo trattato come armento, il re siccome vassallo (anzi alcune linee sopra, è usata un'espressione così scultoria che meglio non si potrebbe: «il re lasciato da banda nella conferenza imperiale come un colonnelluccio d'esercito»), Venezia è per la seconda volta tradita, venduta, ecc.».[396]

[395] MAZZINI, X. pag. 342.

[396] _Ib._, X, pag. 331.

A parte la tetra riconsacrazione di despota e tiranno; questa pace apparve — come vedremo — atto di tradimento, se non per l'intenzione, per il fatto, al Cavour; e il Re, in quel colloquio dell'11 a Valeggio, sentendo quei capitoli di pace, «tanto opposti a quelli che l'Imperatore gli aveva indicati (come probabili) l'8 luglio, non seppe frenare lo sdegno».[397]

[397] CHIALA, III, CCXV.

Certo, non solo per la cosa, ma per il modo, la sua fierezza di Re dove aver sussultato. È lecito tuttavia supporre che in quel lungo colloquio Napoleone, in buona fede, lasciasse sperare condizioni migliori di quello che in realtà furono, come vedremo fra poco. Questa cosa si dedurrebbe anche dalle parole scambiate per via fra il Re e il suo aiutante di campo. Disse il Re che la pace era conclusa e davano sino al Piave (?).

Disse l'aiutante: Non è tutto ciò che si aspettava e che ci avevano promesso: ma dacchè Napoleone non vuole più fare la guerra, e se ne va senza domandare nulla, bisogna accettare e fare i contenti. Poi domandò al Re se sapeva le ragioni di sì subitaneo cambiamento.

Il Re rispose: Non so altro che quanto l'Imperatore mi disse: che gli interessi della Francia non gli permettevano più di continuare la guerra; che tutta l'Europa s'armava e che anche le potenze, dalle quali aveva diritto di sperare, lo abbandonavano, e con ciò voleva alludere alla Russia.[398]

[398] Diari di un aiutante di campo di S. M. in CASTELLI, _Ricordi_, pag. 317. — _NB._ Questi diari, pure interessanti, non mancano di inesattezze.

Alle due e mezzo arrivarono a Monzambano.

*

E qui non è possibile non ricordare le meravigliose parole di Mazzini al Re: «Sire! sire! Io non amai nè ammirai vostro padre; ma quando io lo vidi, dopo Novara, sdegnar la corona e incamminarsi volontario all'esilio, lo rispettai: ei non volle che un solo uomo in Italia potesse sospettarlo, in quel fatto, di tradimento». (È ciò che in quel giorno stesso, come vedremo, disse il Cavour al Re). E il Mazzini prosegue: «La parte di re Vittorio era di dire al Bonaparte: Io non accetto la cessione insultante di terre che non sono vostre, ecc., e dire al Paese: ebbi 200 000 soldati da un alleato, al quale mi legò una falsa politica che io non avrei mai dovuto seguire, dacchè egli rappresenta il dispotismo, mentre noi rappresentiamo il diritto e la libertà. A questo alleato or giova abbandonarci. Noi non dobbiamo dolercene, però che la sacra Causa rimane a splendere per questo abbandono, in tutta la purezza del Giusto e del Vero. Ma io chiedo ai ventisei milioni che compongono la Nazione, 200 000 soldati. Se la Nazione li dà, vinceremo; dove no, io morrò, incontaminato di menzogna e di meschina ambizione, sul campo, insieme a quei che vorranno morire».[399] (Fatta eccezione della richiesta al paese dei 200 000 soldati, il cui numero solo i tecnici di cose militari possono dire se sarebbe stato sufficiente e i filosofi se sarebbe stato possibile ed effettuabile, è quello che fece il Cavour, ritornato semplice italiano; anzi offrendosi lui per primo a morire, come vedremo).

[399] MAZZINI, X, pag. 335.

Il Re, invece, al finire del colloquio, dopo avere esclamato: Povera Italia!, «con quel sentimento giusto e misurato della situazione politica, che aveva mostrato, in molte e solenni occasioni[400]» disse le storiche parole: «Qualunque sia la deliberazione della M. V., io serberò sempre la più viva gratitudine per ciò che ella ha fatto a vantaggio dell'indipendenza d'Italia, e la prego a credere che, in qualsiasi occasione, ella potrà far conto sulla mia fedeltà».[401]

[400] CHIALA, III, CCVI. Non risulta chiaro se queste storiche parole fossero proferite nel colloquio del giorno, o in quello che seguì più tardi al ritorno del Principe Napoleone.

[401] Contrariamente all'opinione del Paese e dei Ministri, e contro ogni opportunità politica, è cosa nota lo sforzo e il deliberato desiderio di Vittorio Emanuele, nel '70, di accorrere in soccorso di Napoleone III, in quel mortale duello contro la Prussia.

Il commento che — dopo aver riportato queste parole — ricama il De La Gorge[402] è troppo interessante per tralasciarlo: «Questo Re — egli dice — di solito così brusco, così assorto nei piaceri, così intollerante di ogni soggezione, era a volte scaltrito come il più furbo dei contadini piemontesi. Egli ebbe in questa circostanza una inspirazione che avrebbe fatto onore al più abile diplomatico e al più fine leguleio normanno. Costretto ad accettare i fatti compiuti, si prese cura di stipulare subito a suo profitto ciò che si dice ~la libertà d'azione~. Con tale pensiero fece dire all'Imperatore dal Lamarmora che avrebbe firmato i preliminari di pace, ma domandava di firmarli con riserva: ~approvo per ciò che mi riguarda~. Il che voleva dire che si riservava i diritti su Modena, Toscana, Parma, Romagna. Li riservò tanto i suoi diritti che in un prossimo domani raggrupperà tutti questi popoli sotto il suo scettro».

[402] DE LA GORGE, _op. cit._, III, pag. 115.

A parte la malignità delle espressioni, la clausola restrittiva fu apposta il dì seguente; e il colloquio di quella notte fra il Re ed il Cavour, deve pur avere influito.[403] Che il Re, poi, in quella protesta di gratitudine fosse sincero, dimostrò nel 1870.

[403] Vedi CHIALA, III, CCXX.

*

Tutte queste cose sono note: invece mal note e obliate sono altre cose che pure è necessario conoscere, cioè come i capitoli della pace di Villafranca, quali vennero conclusi per iscritto in quel dì stesso in Verona, riuscissero più restrittivi di quello che Napoleone III aveva annunciato a Vittorio Emanuele: lievi emendamenti, se pare, ma tali che avrebbero avuto un esiziale effetto se quel trattato di pace fosse stato eseguito.

A due ore e mezzo di quel pomeriggio una carrozza, tirata da quattro cavalli da posta, trasportava il principe Napoleone in Verona, sottoponendo alla discussione e alla firma di Francesco Giuseppe i vari paragrafi della pace, come Napoleone li avea scritti. La discussione, incominciata verso le cinque, durò sino a notte fatta, e bisogna ben credere che la deliberazione di troncare la guerra si presentasse irremovibile come un freno, e così potente da inchiodare — per così dire — il pensiero; almeno per quel breve lasso di tempo, se valse a fare accettare tali patti, dopo tanto sangue versato. Di sostanziale in quei paragrafi di pace non v'è che una cosa: cioè la cessione della Lombardia, ma non tutta, ma esclusi i forti, cioè limitatamente al terreno conquistato col sangue. Peschiera non può essere ceduta: «se l'esercito alleato si fosse impadronito di Peschiera, vedrei bene che l'Imperatore Napoleone mi domandasse di conservar quella piazza, ma le mie truppe trovansi ancora in quella fortezza». Così avrebbe detto Francesco Giuseppe.[404] Cede la Lombardia perchè «tradito dalle armi»; e di questa cessione conviene tener conto, perchè «voi non conoscete abbastanza il valore del sacrificio che io faccio, cedendo una delle ~mie~ più belle provincie».[405] Non solo; ma la forma stessa della cessione deve essere modificata. Napoleone aveva scritto: «L'Imperatore d'Austria cede i suoi diritti sulla Lombardia all'Imperatore dei Francesi, il quale, secondando i voti delle popolazioni, li trasmette al Re di Sardegna».

[404] BAZANCOURT, _op. cit._ II, pag. 399. — L'Ollivier (_L'Empire liberal_, IV) procede conforme al Bazancourt nella sua narrazione.

[405] BAZANCOURT, II, pag. 407. L'importanza di questi particolari, che tolgo dal citato libro, risulta, anche dato il caso che meritassero confronto di altri documenti, evidente per l'intenzione stessa apologetica dell'opera.

Il testo invece ufficiale suona: «L'Empereur d'Autriche cède à l'Empereur des Français ses droits sur la Lombardie, à l'exception des forteresses de Mantoue et de Peschiera. L'Empereur des Français remettra les territoires cédés au Roi de Sardaigne», cioè l'espressione «secondando i voti delle popolazioni» («i popoli trattati come armento» del Mazzini) non può essere accolta. «Questo voto — avrebbe detto Francesco Giuseppe — io chiamo diritto rivoluzionario. Adoperate queste parole nel vostro trattato col Re di Sardegna e nei proclami che fate alle popolazioni italiane, io non mi oppongo, ma comprenderete bene che io, Imperatore d'Austria, non posso adattarmivi».

L'Ollivier, nel suo racconto, rafforza anzi le tinte: Francesco Giuseppe, piuttosto che cedere direttamente la Lombardia al Re di Sardegna, era pronto ad esporsi a tutte le conseguenze della continuazione della guerra.

Era per lui questione di onore.[406]

[406] OLLIVIER, _L'Empire liberal_, IV, pag. 234.

E tutto il resto è vago o aleatorio.

Ma se non è un errore di deduzione, nel colloquio stesso del mattino, il vincitore di Solferino era stato vinto, cioè, in uno dei punti capitali, dove egli — forse — sperava di ottenere vittoria; e verosimilmente a questo alludevano i patti «così duri» che egli intendeva strappare all'Austria, cioè Venezia. Non certo Venezia congiunta al regno di Vittorio Emanuele, ma Venezia staccata dall'Impero d'Austria e costituita in condizione indipendente sotto un arciduca austriaco, federato agli altri Stati d'Italia. Una di quelle misure intermedie da accontentare tutti, amici e nemici, che formano un lato ben caratteristico della fisonomia morale e della politica di Napoleone. Meschino ed illogico provvedimento diciamo noi, ed a ragione: o dentro o fuori. Ma anche questo spediente di conciliazione e non indecoroso per l'Austria, fallì, nè poteva essere altrimenti. O dentro o fuori. Francesco Giuseppe era dentro; e bisognava uccidere altri venti o quaranta mila «automi», perchè andasse fuori. Su questo punto, se Napoleone volle pur discutere a Villafranca, Francesco Giuseppe avrebbe fatto capire che era inutile cominciare il colloquio. Di tale intenzione di Napoleone non mancano documenti. Per mezzo dell'amico Persigny cercò anteriormente di indurre lord Palmerston[407] a farsi mediatore di pace in tale senso: ma quel ministro liberale inglese non volle assumersi la paternità di una pace conclusa in termini offensivi per i patriotti italiani, e che insieme avrebbe creato, pur supponendo che l'Austria la avesse accettata, nuova e più viva materia di contrasti e di guerra.[408] Il progetto partiva dal Persigny; ma, scrive il Chiala, che al ministro inglese non occorse troppo acume per capire che quella proposta era figlia naturale della mente «fantastica» dell'Imperatore.

[407] Liberale e favorevole all'Italia, successo in quel tempo al Ministero Derby.

[408] «La libertà del Piemonte ecciterebbe le aspirazioni dei Veneti. Il malcontento e il disordine ne sarebbero la conseguenza. L'Austria interverrebbe: ella non potrebbe tollerare che un arciduca della sua casa fosse nell'imbarazzo senza accorrere in suo aiuto.» Lettera del Palmerston a Lord Russell del 6 luglio '59. In CHIALA, III, CCIV. Il sovrano proposto per questo Regno del Veneto sarebbe stato Massimiliano, quello cui poi Napoleone offrì il fatale impero del Messico.

Il ministro liberale inglese aveva pienamente ragione, e l'Italia da questo momento della sua storia deve elencare, tra le sue fortune, il favore dell'Inghilterra, sempre più palese e maggiore. Il vento è mutato: infatti al ministero conservatore Derby è subentrato il ministero liberale Palmerston. Tuttavia è singolare come l'acquazzone di Solferino abbia fatto germogliare come fungo la simpatia degli uomini di Stato inglesi. Essi, che prima tanto temevano l'aumento della potenza di Francia nel Mediterraneo, ora trovano molto utile, poichè il tenebroso Imperatore arrestandosi a Villafranca, arrestò le paurose tenebre della sua politica, favorire «quest'umile Italia», che in quel mare interno — revocato poi dal Lesseps all'antica importanza — si specchia e si bagna.

Oh, il nuovo ammirabile amore!

Un uomo riconosciuto ~fantastico~, non appare più molto temibile.

La critica e l'opposizione successive a dare effetto al trattato di Villafranca sono dovute in grandissima parte all'Inghilterra; la quale con discorsi e scritti e opere diplomatiche così attrasse la riconoscenza italiana, che questa non potè a meno di farsi più lieve per ciò che riguarda il sangue versato a Solferino ed a Magenta. Ma queste cose, per quanto interessanti, non possono avere qui luogo, e meglio è riprendere il racconto.

Nell'epistolario del Mérimée al Panizzi (12 luglio, pag. CCVI) è detto che il principe Napoleone aveva telegrafato ai suoi amici in Parigi che quello di costituire la Venezia in istato indipendente sotto un arciduca d'Austria era il fermo proposito dell'Imperatore. E secondo il dispaccio di Ubaldino Peruzzi al Ricasoli (Parigi 16 ottobre 1859) l'Imperatore, a lui, che con altri delegati toscani presentava i voti di quel popolo per la annessione, avrebbe detto di avere chiesto all'Imperatore d'Austria di rendere Venezia indipendente sotto un arciduca sovrano, ma che Francesco Giuseppe non vi acconsentì.

Più grave ancora, se vero, ciò che riferisce Th. Martin,[409] cioè che l'Imperatore, tornato in Parigi, avrebbe in quel luglio detto al principe di Metternich, nuovo ambasciatore d'Austria, a proposito del colloquio di Villafranca: «Io avevo ben motivo di temere il colloquio con l'Imperatore, vostro sovrano, perchè io ero ben certo che mi avrebbe soggiogato».

[409] MARTIN, _op. cit._, pag. 459, in CHIALA, III, CCXIV.

In fatti nel colloquio fra il principe Napoleone e Francesco Giuseppe, della Venezia non si discute nemmeno e il paragrafo è approvato come è: «La Venezia fa parte della Confederazione italiana, benchè rimanga sotto lo scettro dell'Imperatore d'Austria».

Il risultato di quella sanguinosa guerra si risolve in un «~benchè~».

È cosa ben assurda e pietosa: essa rimane fissa nel cuore generoso di Napoleone come una punta arrugginita. Se ne accorse dopo del dolore, e lo palesa davanti alla Francia ed al mondo in una maniera, io non so, se più pietosa od ingenua: «Credete voi che poca pena non m'abbia costato cancellare pubblicamente dal mio programma il territorio che dal Mincio si estende all'Adriatico?»[410]

[410] Discorso dell'Imperatore davanti ai grandi Corpi dello Stato, 19 luglio 1859. «Pel paragrafo risguardante la Venezia si passò oltre senza discussione alcuna, perchè era impossibile formulare riforme interne che l'Austria potrebbe in appresso accordare(?!)». Caratteristica dichiarazione del BAZANCOURT, _op. cit._ II, pag. 400.

E poi su questo chiodo per sei anni si sentirà far leva: Signore onnipotente, invitto sostenitore del diritto dei popoli, dateci Venezia! E Venezia fu l'altra palla di piombo che Napoleone con Villafranca si legò al piede.

L'altra — più antica — si chiamava Roma!

*

Ma non è tutto: lo scopo precipuo della guerra, cioè distruggere il diritto dell'intervento austriaco nelle cose d'Italia, non fu raggiunto. Ben si può dire che il sangue di Solferino, San Martino e Magenta lo ha irrimediabilmente corroso quell'iniquo diritto, che la diplomazia lo scancellerà più tardi. Ma allora, no. Il quinto paragrafo dice: «Il gran duca di Toscana e il duca di Modena rientrano nei loro Stati»; ma in origine, come scrisse Napoleone, diceva: «I due sovrani faranno tutti i loro sforzi, «senza però ricorrere alle armi», affinchè i duchi di Toscana e di Modena ritornino nei loro Stati». Ma quell'inciso «senza però ricorrere alle armi», Francesco Giuseppe non l'ha voluto, e fu tolto. Fu tolto perchè egli può fare «dei sacrifici personali», può cedere quanto a Parma perchè quella duchessa è una Borbone, non un Absburgo; ma abbandonare parenti ed alleati fedeli, che sono ricoverati nel suo campo; che domandano protezione all'aquila imperiale d'Austria; ma implicitamente incoraggiare la rivoluzione, dandole la certezza che non sarebbe stata impedita, significava togliere a quei duchi la forza morale di ricuperare il trono. No certo! Pare che Francesco Giuseppe ritenesse Francesco V d'Este fornito di armi italiane fedeli e bastevoli per ricuperare Modena; e quanto a Leopoldo II, non dubitasse che le popolazioni toscane, cessata, per virtù del trattato di pace, la pressione del Piemonte, avrebbero richiamato, come fu del '49, il loro legittimo e «paterno» sovrano. Che tale pensiero di facili restaurazioni ducali e granducali nutrisse anche Napoleone, non è improbabile; che lo desiderasse, anche, in quel giorno come vendetta del vedere a lui tolta Toscana (se pure ci fece serio conto), può anche sospettarsi: ma il fatto reale che quattro giorni dopo quell'11 luglio consiglia a Cavour di impedire le restaurazioni nei ducati; e che cedè poi sui ducati, non solo e più tardi sul resto, contro il desiderio della Francia, dovrebbe avere alcuna eloquenza persuasiva.

Racconta Nicomede Bianchi che a Francesco Giuseppe nel firmare, gli occhi si colmarono di lagrime e dicesse: «Possiate, mio caro principe, non trovarvi mai nella necessità di cedere una delle vostre più belle provincie».[411]

[411] NICOMEDE BIANCHI, _Storia documentata_, vol. III, pag. 154. Il principe Napoleone non firmò, dichiarandosi non autorizzato a firmare dopo i mutamenti fatti: assicurò Francesco Giuseppe riluttante a firmare da solo, che il documento gli sarebbe stato restituito il dì seguente con la firma di Napoleone, o senz'essa.

Era dunque assai cara questa terra lombarda all'Austria!

*

Fu alla sera che il Re, ritornato ancora a Valleggio, per invito dell'Imperatore, ad attendere l'arrivo del principe da Verona, conobbe il testo preciso di quei preliminari di pace.

La fiera e nota minaccia del Re di proseguire, in tale caso, la guerra da solo, deve essere stata espressa in questo secondo colloquio, ben altrimenti procelloso di quello del giorno.

Alla quale minaccia l'Imperatore rispose: «A scelta vostra, ma in vece di un solo nemico, voi potreste trovarne due».[412]

[412] Vedi anche Diario citato in CASTELLI, _Ricordi_, pag. 317.

Quando uscì, il Re era rosso in faccia e aveva gli occhi più fuori del solito. Salutò l'Imperatore che l'accompagnava, cavò il berretto al seguito, montò a cavallo, e uscito dal paese, disse all'aiutante:

Siamo rovinati!

Maestà, in che modo?

Non ci vogliono nemmeno dare ciò che ci davano nel '48. Aggiunse anche lui (notevoli parole!): Napoleone s'è lasciato intenerire dal giovane Imperatore.[413]

[413] CASTELLI, _Ricordi_, pag. 317.

Giunsero a Monzambano. Cavour aspettava il Re a villa Melchiorri.

*

Tempestosi, lunghi colloqui erano avvenuti il giorno prima tra lui ed il Re, tra lui e il principe Napoleone.

Sa lei che cosa vorrebbe Cavour? — aveva detto il Re al suo Della Rocca, — Vorrebbe che io continuassi da solo la guerra. Io sono furioso quanto lui per questa pace; ma non perdo la bussola, non perdo la ragione.

E al principe Napoleone che ripeteva a sazietà certe ragioni della pace, Cavour aveva detto: Ah, monsignore, quando si vuole annegare il suo cane, si dice che è arrabbiato!

Con una sola persona Cavour non potè parlare: con l'Imperatore.

«Parlare nelle condizioni presenti non poteva essere di alcuna utilità. Il conte vorrà muovermi dei rimproveri; io ne ho da muovere a lui, e sarà senza pro' giacchè ora tutto è finito. Lo rivedrò volentieri a Milano, a patto che non mi parli del passato».[414] Il che significa: i patti di Plombières da me non furono potuti osservare, da voi non furono voluti osservare. E va bene! Cavour non gli parlerà più, ma il suo pensiero gli arriverà lo stesso, e il passato sarà semente da cui germoglierà l'avvenire.

[414] NICOMEDE BIANCHI, _Op. cit._, VIII, pag. 159.

E quello che andava ripetendo il fido Conneau all'aiutante del Re: L'Imperatore è malcontento di Cavour; ha agito male, molto male con lui. Fomenta i movimenti della Romagna e compromette l'Imperatore.[415]

[415] CASTELLI, pag. 314.

E il giorno 12 al Lamarmora, che reca la nota clausola, Napoleone dice: «So che il conte di Cavour è irritatissimo. Comprendo, scuso questo stato dell'animo suo, profondamente angustiato nel veder troncati i suoi disegni politici. Il pensiero della compiuta indipendenza d'Italia mi fu sempre caro, ma per tentare di colorirlo, io non potevo arrischiare di compromettere interessi maggiori. Io sono convinto che, con l'attuale organamento delle sue forze militari, la Francia è nell'impossibilità di sostenere una doppia guerra sul Reno e sull'Adige».[416]

[416] NICOMEDE BIANCHI, VIII, _op. cit._, pag. 160.

Quest'uomo che sfugge alle strette di un colloquio formidabile prima di firmare la pace, che poi presenta quasi delle scuse, offre un fenomeno dei più interessanti.

Non vuole udire Cavour? Udrà lo stesso la sua parola.

In quale stato, poi, di irritazione fosse il Cavour dal suo primo scendere a Desenzano, è detto dall'Arrivabene in una ben nota corrispondenza ad un giornale inglese. L'abituale sorriso, le sue maniere cortesi erano scomparse. Dopo un primo colloquio col Re, il giorno 10, così è descritto:

«La esasperazione del Cavour faceva pietà in tutti gli astanti. Il suo volto era rosso come una bragia; e il suo portamento così semplice e naturale per ordinario, tradiva coi gesti violenti l'indignazione che gli toglieva ogni dominio di sè stesso». E poichè uscì di casa Melchiorri, si stette addossato alla muraglia d'una meschina farmacia.... Esclamazioni di sdegno prorompevano dalle sue labbra frementi, e lampi di collera passavano ad ogni tratto sul suo volto abbronzato dal sole. Spettacolo singolare e terribile!»[417]

[417] È la nota narrazione di Carlo Arrivabene, corrispondente del _Daily News_.

*

Dunque egli, in quella notte, attendeva il Re. Ora egli avrebbe conosciuto il testo preciso di quei preliminari di pace.

Era verso la mezzanotte. Il Re fece introdurre il Cavour nel suo gabinetto insieme col Nigra.

Il Re comandò al Nigra[418] di dare la copia dei preliminari a Cavour. Questi cominciò a leggerla in silenzio. Ma non terminò la lettura. Gettò lo scritto sulla tavola. E qui ebbe luogo una scena commovente.

[418] Il Nigra aveva seguito il Re a Valeggio e per ordine del Re aveva fatto una copia dei preliminari recati da Verona.

A questo punto il Chiala[419] mette una serie di puntini al diario da cui toglie e rimanda in nota ad uno scritto di Isacco Artom, che afferma che poche scene di Shakespeare potrebbero essere paragonate a quel colloquio. Cavour avrebbe parlato come Mazzini: Sire, a che serbare il trono subalpino? che giova anche l'annessione della Lombardia, se l'Italia intera continua a rimanere sotto la supremazia politica e militare dell'Austria? Come lasciare Napoli e la Sicilia ai Borboni, l'Emilia, la Toscana, la Romagna oscillanti tra la formazione di effimere republiche e il ritorno dei loro antichi governanti? Anzichè piegare il capo ai nuovi patti, Vostra Maestà ascolti la voce del suo cuore. Ritenti la lotta colle sole sue forze, e se la sorte ci è di nuovo avversa, si ritiri piuttosto in Sardegna, vada ramingo in Italia ed in Europa. Sappiano gli Italiani che la vostra dinastia non ha ormai altro avvenire, altre speranze che l'avvenire e le speranze d'Italia.

[419] CHIALA, VI, pag. 415.

Colloquio tragico; senza dubbio; ma anche di altra natura.

Certo questo servitore del suo Re parlò al suo Re in modo ben nuovo.

Il caldo era atroce; il Re era in maniche di camicia e fumava nervosamente: anche il linguaggio dev'essere stato in maniche di camicia, benchè su le frasi speciali non vi sia molta sicurezza. Vittorio Emanuele, secondo il suo temperamento, cercava di calmarlo. Abdicare? A questo ci voleva pensar lui, che era il Re. «Il Re? Il vero Re sono io!» «Lei? ~Chiel a l'è 'l Re? Chiel a l'è un birichin~».[420] Sarebbe stata la ripetizione dell'epiteto significativo, adoperato già dal Balbo.

Il carattere del Re è reso tipicamente dalla frase che è riferita dal Nigra: ~Nigra, ca lo mena a durmì~. Il Cavour stava, infatti, per perdere i sonni una seconda volta. La espressione del Re viene a dire: Voi in questo momento sragionate. Questa politica — i giuochi dei bussolotti dell'Azeglio — me la avete fatta fare voi, mio caro; io vi ho accontentato per tanto tempo e adesso vi lamentate perchè il giuoco non è riuscito proprio bene? Ma a questo mondo non si può ottenere sempre ciò che si desidera. Io prendo quel poco di bene che c'è, e lascio voi a fare gli eroi.

[420] CHIALA, III, CCXIX; che toglie, dichiarando di ignorare ciò che vi sia di vero, dal CANINI, _Briciole di storia_.

*

Le parole del Re, al mattino seguente, al generale Solaroli corrispondono a quanto qui è detto, in modo preciso. Disse: Cavour si è portato assai male con me: fu quasi insolente. Ma lo compatisco perchè è già qualche tempo che gli gira la testa.... Sissignore, è proprio così come gliela dico; io ho avuto il torto di averlo troppo ascoltato, ma troverò ancora degli amici.

Solaroli rispose: Maestà ne troverà molti.

Il Re lo guardò fisso, e poi disse: Lei ci crede? Ma caro lei, i re sono fatti per non averne nessuno e non mai sentire la verità, e per quanti beneficî facciano, non trovano che ingratitudine.[421]

[421] CASTELLI, _Ricordi_, pagg. 318, 319, e CHIALA, VI, pag. 417.

*

Si domandano le cause di Villafranca; ma esse sono nel contrasto e nella natura delle cose esposte. Le stesse solenni dichiarazioni,[422] fatte dall'Imperatore in Parigi, davanti ai grandi Consigli dello Stato, il 19 luglio, confermano queste cause preesistenti alla guerra e che erano state su tutti i tuoni segnalate da un anno alla sua attenzione. E bisogna supporre che la sua reputazione di astutissimo fosse ben consolidata, se così ingenue ed aperte dichiarazioni poterono essere proferite senza timore di scadere nell'opinione della sua autorità. La minaccia dell'intervento armato della Prussia (più o meno reale secondo che altri pensa) e le condizioni dell'esercito francese, inadatte a sostenere quella doppia guerra, erano fatti conosciuti anche prima. Quanto poi alla possibilità di una terza vittoria, bisognerebbe essere tecnici di cose di guerra per esprimere un giudizio non avventato. A Magenta ed a Solferino i generali dell'Austria commisero certo molti errori, e vinsero i Francesi che ne commisero meno e spiegarono più valore; ma non era assicurato che la serie degli errori austriaci sarebbe proseguita in proporzione crescente, tanto più che l'esercito di quella nazione era suscettibile di aumento: quello franco-italiano non di troppo. È vero che diffusa correva fra noi l'opinione della prossima ~finis Austriae~; ma non solo i fatti posteriori hanno dimostrato erroneo tale giudizio; ma, cosa che allora avrebbe fatto inorridire, molti patriotti italiani, pur forzando l'acerbità delle recenti memorie, si fecero poi alleati dell'Austria, per temenza di un'altra Austria maggiore. A queste considerazioni conviene aggiungere un altro fatto — già ripetutamente notato — di cui l'Imperatore era stato premonito, cioè che per lui il vincere sempre era condizione, non solo del buon fine nella guerra d'Italia, ma della stabilità stessa della corona imperiale.

[422] Per servire all'Indipendenza italiana feci la guerra contro la volontà dell'Europa e tostochè le sorti del mio paese poterono essere poste in pericolo, io feci la pace.

Il De La Gorge, in pochi periodi, in cui è difficile essere più freddamente crudele, sintetizza così: «Dopo Solferino l'Imperatore capì due cose per nulla nuove, che avrebbe potuto leggere nei libri: cioè che una coalizione costituiva un doloroso imbarazzo, e che un campo di battaglia era cosa orribile a contemplare. Dopo ciò fece ogni sorta di riflessioni giudiziose, che tre mesi prima sarebbero state meravigliose. Un giorno, non reggendo più, con quella semplicità cordiale e graziosa che lo faceva amare malgrado i suoi difetti, andò a trovare l'Imperatore d'Austria e si stupì con lui di tanto sangue versato, gli strinse la mano, lo abbracciò anche, e in un'ora concluse in fretta una pace, che non terminava nulla, fuorchè la carneficina. Poi tornò in Francia in fretta e furia, chiudendo quasi gli occhi per non vedere tutto ciò che lasciava in Italia di passioni e di speranze, difficili a contenere, pericolose a soddisfare».[423]

[423] DE LA GORGE, _op. cit._, III, pag. 69.

Ma a parte la terribile ironia, ben spiegabile in un francese, il De La Gorge non può negare il cerchio di ferro in cui si era venuto a trovare Napoleone dopo Solferino.

La Prussia, lieta in segreto delle sconfitte austriache, ma inquieta delle vittorie francesi, ondeggiava incerta tra la gelosia soddisfatta e la paura che s'era desta. Disposta a trarre il maggior vantaggio dalle disfatte dell'Austria, poichè Francesco Giuseppe fece sapere che era impotente a difendere le frontiere della federazione germanica dal lato d'Italia, assunse attitudine minacciosa. «Se passate il Mincio — telegrafava il 22 giugno l'Imperatrice Eugenia — la coalizione si pronuncerà contro di voi. La Prussia già mobilizza i suoi corpi d'esercito e sul Reno siamo deboli»; e il ministro Randon nelle sue memorie nota: «Quando 120 000 uomini partirono per l'Italia, si trovò che non ne rimaneva abbastanza per prendere l'offensiva sul Reno».[424] Lo Czar, in fine, insospettito dei moti popolari d'Italia, dei maneggi segreti di Napoleone coi primari fuorusciti magiari e polacchi, desto — come dicemmo — al sospetto che quella politica rivoluzionaria dell'Imperatore avrebbe sconvolto l'Europa, e la Polonia avrebbe imitato l'Italia, si raffreddò d'un tratto e fece sapere che con le armi non avrebbe certo impedito l'intervento prussiano.

[424] RANDON, _Memorie_, II, pag. 36.

Napoleone il Grande avrebbe, forse, potuto rompere quel cerchio di ferro. Ma Vittor Hugo stesso ci informa che occorrono mille anni a generare simili umani prodigi. E poi? Lo stesso Giulio Cesare, fatto il ponte famoso sul Reno, tornò bellamente indietro alle tetre minacce degli Svevi.

Napoleone III non trovò altra soluzione che intendersi direttamente con Francesco Giuseppe, e sfuggire così, l'uno e l'altro, ai troppo interessati intermediari della pace. Fece quel che potè e fece anche capire l'intima debolezza del suo meraviglioso sogno.

Da allora in poi la Colonna[425] splenderà come un faro che manda gli ultimi guizzi.

[425] «La Colonna splendea come un faro» (CARDUCCI).

*

La causa di Villafranca vuol essere ricercata anche nell'errore mentale di Napoleone, pel quale fu indotto a credere alla possibilità di farsi egli promotore e moderatore di un vasto moto rivoluzionario europeo: ma senza quell'errore iniziale, probabilmente non avrebbe nemmeno intrapresa la guerra: forse anche le memorie giovanili del '31 lo indussero a credere in uno stato d'anima nel popolo italiano alquanto diverso dal vero, come delicato cenno è nelle parole dette al Cavour, prima di lasciare l'Italia: «Per prendere Verona, ci volevano 300 000 uomini ed io non li avevo». È vero che Mazzini aveva detto agli Italiani che il loro concorso alla guerra bisognava che fosse così grande che l'aiuto di Francia dovesse parere semplice legione; ma ciò non era avvenuto. Gran delusione fu Villafranca per gli Italiani; ma gran delusione fu Villafranca anche per Napoleone.

Il Mazzini comincia il suo scritto su Villafranca con le parole: «La delusione è scesa più rapida che noi stessi credevamo». Anzi a noi sembra da additare la tenacia con cui egli persistette sino a Solferino, e si può dire che sino al tre luglio — giorno in cui avvenne un colloquio fra lui ed il Kossuth, stabilendo il programma di una insurrezione magiara, il grande sogno non è abbandonato.[426] I puntelli dell'illusione sono quasi tutti caduti, ma l'uomo resiste ancora. La venuta al campo in quel giorno stesso del principe Napoleone dalla Toscana, probabilmente fece cadere gli ultimi sostegni, e allora la nave della volontà cominciò a scivolare, quindi a precipitare in senso opposto sinchè fu varata.

[426] Alla domanda del Kossuth: «Sire, siete voi disposto ad accettare una pace che non risolva la questione italiana?» aveva risposto: «A meno di non essere battuto o d'esservi costretto da una mediazione armata dell'Europa, io non accetterò una simile pace». (Vedi KOSSUTH, _Souvenirs_, pag. 305). Questo colloquio è per intero riferito dal CHIALA, III, CLXXXVI e segg. Del colloquio e dei grandi progetti dell'Imperatore il Cavour fu informato dal Kossuth, ritornato in Torino. In relazione a queste cose è la riferita lettera del Cavour al La Marmora, del 6 luglio, in cui discute il grave urgente problema militare; manda al diavolo i teorici (Iomini), e termina con le parole: «se le cose continuano ad andare come vanno, una disgrazia ci capiterà un giorno o l'altro». Il Chiala fa seguire dei puntini, qui come altrove. Vedi CHIALA, III, pag. 105.

Un intemperante di pensiero, e un ardito paradossale era il Principe, alla cui inspirazione ed informazioni opina il Chiala sia dovuta quella serie di notizie denigratorie sulla partecipazione degli Italiani alla guerra che si leggono nelle lettere del Merimée al Panizzi e che, prescindendo da ciò che è meschino fatto di cronaca o calunnia, può essere riassunta in queste parole di quelle lettere: «l'aristocrazia, è vero, ha mostrato della devozione, del patriottismo, ma è un infinitamente piccolo», affermazione che, tranne l'assoluto, e l'erroneo senso dato alla parola «aristocrazia», non può meravigliare se non chi si rifiuti a rendersi conto di quest'ovvia verità, cioè che la rivoluzione italiana fu specialmente dovuta all'eroica resistenza di una minoranza intellettuale;[427] e se il popolo seguì, fu per naturale generosità e anche in grazia della stolta nequizia austriaca che spinse sino un Papa, almeno per ventiquattro ore, a farsi patriotta e italiano.

[427] Nell'articolo X degli statuti della società segreta _Esperia_, fondata dai fratelli Bandiera (R. PIERANTONI, _I fratelli Bandiera_, Cogliati, 1909) è detto: «Non si facciano, se non con sommo riguardo affiliazioni tra la plebe perchè dessa quasi sempre per natura è imprudente e per bisogno corrotta. È da rivolgersi di preferenza ai ricchi, ai forti ed ai dotti, negligendo i poveri, i deboli e gli ignoranti; si tentino gli animi calmi e generosi, si lascino andare i freddi e gli indecisi; meglio i celibi che gli ammogliati, i giovani che i vecchi».

In una lettera del principe Napoleone al Buoncompagni, del 9 giugno, è detto: «Dalla Toscana non ha potuto condurre più di quattro o cinque mila uomini. È per questo bel risultato che la Toscana s'è sollevata al grido: Viva la guerra?»[428] Questo ed altro deve avere esposto il Principe a Napoleone.

[428] Lettera del principe Napoleone in data 9 giugno 1859, diretta al Buoncompagni, comunicata per copia all'Imperatore. La riporta nei passi qui riferiti, il CHIALA, _op. cit._, III, CXCIX.

Ma se il principe Napoleone si illuse che i Toscani dovessero preferire lui, questo obeso di corpo e acerbo di spirito, a Leopoldo II, che disprezzavano, ma non odiavano — come bene gli spiegò il Cavour — , fece errato calcolo. E per ciò che riguarda questa rimproverata scarsa partecipazione alla guerra, conviene dire che i Toscani amavano bensì, non meno degli altri Italiani, la libertà della patria comune, ma amavano moltissimo anche la loro autonomia e tanti piccoli materiali vantaggi la cui perdita rimase consegnata al famoso motto, toscano appunto: «Si stava meglio quando si stava peggio!» La Lombardia specialmente fece notevolissimi sacrifici; ma le campagne erano, e non potevano non essere inerti. Presumere nelle così dette masse un moto unanime e formidabile di rivolta (come oggi potrebbe accadere per ragioni economiche e di lotta di classe), per una causa ideale ed aristocratica, quale la causa della nazionalità, significava aver perso il senso etnico e storico; e in questo errore caddero tanto il Mazzini quanto Napoleone III.

Si aggiungano a queste cause maggiori i dissensi o malintesi con Vittorio Emanuele per ciò che riguardava l'apparecchio dell'armi,[429] il malcontento di Vaillant, di Fleury;[430] gli avvertimenti gravi sul fumar dell'ira clericale in Francia (fumava a belle spire anche fra noi!); l'abbattimento fisico, fors'anche, susseguito a così grande tensione di forze, ed aumentato dalle vampe, non solo di un estate torrido, ma da quelle della rivoluzione che s'illuse di potere sfrenare e infrenare a suo modo, e già lo lambivano dolorosamente. Tutte queste cause secondarie possono spiegare, io non dico la deliberazione della pace, che è data da quelle prime cause, ma quel non so che di convulso, di affrettato, di iroso che è nel terminare la guerra e lasciare l'Italia.

[429] Vedi Relazione dello Stato Maggiore prussiano sulla campagna del '59, (Berlino, 1862). «Aggiungiamo il cattivo umore dell'Imperatore a causa dei diportamenti di Vittorio Emanuele, di cui gli sforzi per darsi una posizione, la più indipendente possibile, diveniva di giorno in giorno più evidente».

[430] CHIALA, III, pag. 414. Consigliavano Napoleone di lasciare questi italiani da soli a sbrigarsela. I soldati d'Africa dicevano che il calore delle bassure del Mincio era peggiore che quello d'Africa. (_Dal carteggio di un generale sardo._)

Minori cose queste ultime, ma a Napoleone — come spesso avviene ai teorici ed agli idealisti — divenendo pratico per un istante, le piccole cose ingrandivano al di là della loro giusta proporzione.

*

Il Cavour ripartì da Desenzano per Torino il giorno 12. Ebbe ancora un colloquio col principe Napoleone.

Il Chiala dice che quest'ultimo colloquio fu tempestosissimo. E c'è ben da crederlo quando seppe definitivamente a quali miserevoli patti era stata conclusa la pace. Il pensiero di tradimento gli si deve essere affacciato netto, terribile. In correlazione a questo «tempestosissimo» colloquio è la lettera del Cavour al principe Napoleone, in data 25 gennaio, quando, pochi mesi dopo, sotto l'impulso della necessità, fu compiuto quel moto annessionista in pro' della monarchia sabauda, soluzione inattesa di quella crisi tragica e pietosa insieme di Villafranca. In quella lettera cortigianescamente ricredendosi, scrive il Cavour: «Monsignore, dal tempo del mio ultimo colloquio con Vostra Altezza, quanti grandi avvenimenti! Quanti germi contenuti nel trattato di Villafranca, si sono sviluppati in maniera meravigliosa! Sia benedetta la pace di Villafranca».[431]

[431] CHIALA, III, pagg. 186 e 187.

*

Ritornato in Torino, altri lo descrive «pallido, invecchiato in tre giorni di parecchi anni»; altri, «immerso in tal profondo dolore da far pietà». Perdette veramente il dominio di sè? Io non so. Io so che gran sventura sarebbe stato se egli si fosse comportato ~moderatamente~ e non avesse perduto il dominio di sè.

*

Dunque l'Imperatore non volle dare udienza? Saprà lo stesso il suo pensiero. Vi sarà chi glielo riferirà.

Il giorno 15 a Torino presente Pietri, l'anima fedele di Napoleone; presente il Kossuth, parlò parole terribili (è il Kossuth che le riferisce), parole che sa, che vuole che siano riferite, perchè parlare davanti a ~ce monsieur~ è come parlare davanti al suo Imperatore. «Questa pace non si farà, questo trattato non si eseguirà. La confederazione! Imaginare il Re del Piemonte in questa società grottesca, col Papa presidente, l'Austria a destra e ai fianchi quattro satelliti austriaci. Mi faccio rivoluzionario. Prendo a braccetto Mazzini e divento cospiratore anch'io, divento rivoluzionario. Ma questo trattato non si eseguirà. No, mille volte no! mai, mai! L'Imperatore se ne va? Buon viaggio. Noi, cioè io e voi, Kossuth, rimaniamo, vero? Per Dio, che noi non ci fermeremo a mezza strada». E si batteva furente il petto, e Pietri teneva reclinato il capo.[432]

[432] KOSSUTH, _Souvenirs_, passo notissimo riportato per intero dal Chiala, Vol. III.

*

Non parla più all'Imperatore: si accontenta di commiserare le sorti d'Italia. Assiste all'arrivo dell'Imperatore alla stazione di Torino, per obbligo, perchè non c'è il successore; ma al pranzo non assiste. Vuol parlare adesso lui, il taciturno. Per prendere Verona ci volevano 300 000 uomini: lui non li aveva. Toscana, Modena, Romagna sono caduti ancora in mano dei loro nemici! È vero. Ebbene, ne difenderà la causa. Intanto «non permettete alle vecchie dinastie di ritornare. Nizza e Savoia? Non penseremo più a Nizza e Savoia. Mi pagherete le spese di guerra».

Parte: il Re lo accompagnò in ferrovia sino a Susa; quivi attendevano le berline di viaggio per il valico del Cenisio.

Rimontando in treno, il Re trasse un gran sospiro come se si fosse tolto un peso dallo stomaco, e disse: Ah, se ne è andato![433]

[433] CASTELLI, _Ricordi_, pag. 323.

La via si restrinse fra i monti. L'Italia sparve allo sguardo dell'Imperatore.

E parte, ma non è appena cessato lo stupore della partenza, che un'imprecazione si solleva, cresce: è tutto un popolo che impreca; l'onda oltraggiosa batte sino alle Tuileries. Ha mancato ai patti, ha abbandonato Venezia all'Austria; ha fermato Garibaldi alla Cattolica. Pretende ora Nizza e Savoia.[434] Traditore!

[434] Lettera di Napoleone ad Arese: «È triste pensare che mentre io lotto qui tutti i giorni in favore del Piemonte (cessione Savoia), mi si lasci oltraggiare in tutti i modi dall'altra parte delle Alpi. Aggradite, mio caro Arese, ecc.» (Vedi BONFADINI, _op. cit._, pag. 209.)

*

Non permettete alle vecchie dinastie di ritornare? Il Cavour lo ha già preso in parola, ma anche senza quell'avvertimento è presumibile che avrebbe fatto lo stesso.

Dunque il governo del Re deve dare ordine ai Commissari di sgombrare dalle provincie insorte, secondo il paragrafo: «Il duca e il granduca rientrano, ecc.». Ebbene il duca e il granduca non rientreranno.

I commissari regii domandano istruzioni al Cavour? Ma egli non ha più istruzioni da dare: il ministro è morto, però rimane lui, Cavour, semplicemente, il quale approva ciò che gli telegrafa il Farini, governatore di Modena, cioè che è disposto a farsi ammazzare piuttosto che lasciarsi scacciare.[435]

[435] Il Farini telegrafa al Cavour il giorno 15 luglio: «Fate attenzione che se il duca di Modena, fidandosi sulle convenzioni di Villafranca fa qualche tentativo, io lo tratto da nemico del Re e della patria. Io non mi lascierò scacciare da alcuno: mi dovesse costare la vita».

È Cavour che dice: «Meglio l'Austria che un suo spregiato proconsolo»,[436] che dice a Massimo d'Azeglio, commissario regio in Bologna, e fa dire ai popoli delle legazioni, tementi una rappresaglia sanguinosa degli svizzeri papalini, come era stato in Perugia: «Se le popolazioni non sanno difendersi esse sole contro gli Svizzeri, ciò mostrerebbe che non sono degne di essere italiane».[437] E non solo consiglia la guerra, ma egli stesso dice: «Quanto a me, tosto che mi sarà dato un successore, verrò a pormi sotto i tuoi ordini come semplice soldato, per farmi uccidere per la difesa dell'indipendenza italiana».[438]

[436] CHIALA, III, pag. 112.

[437] _Ib._, pag. 121.

[438] _Ib._, III, CXXIII. — E ancora: «Finchè gli austriaci sono da questa parte delle Alpi, è un dovere sacro per me consacrare ciò che mi resta di vita e di forze per realizzare le speranze che io mi affaticai a far concepire ai miei concittadini». (CHIALA, III, pag. 127.)

*

È l'alba: entra nel gabinetto del Cavour il republicano Frapolli.

Consentite di prestare l'opera vostra per salvare l'Italia?

Sì, conte.

Ebbene andate subito a Modena, mettetevi a disposizione del Farini, fate arma di ogni palo, respingete i soldati del duca, sono Italiani rinnegati. Cacciateli nel Po.

Il servo annunzia il patrizio X***.

Che aspetti. — grida il conte. — Vi sarà sempre tempo di inaugurare la reazione in Italia. Non torniamo ancora da una seconda Novara.

E poco dopo si presenta Giuseppe Malmussi, presidente dell'assemblea modenese.

Domanda armi.

Cavour lo bacia. Bravo! Non sono più ministro della guerra, ma tentiamo un colpo!

Scrive un biglietto. Andate all'arsenale, se vi dànno armi, incassatele, e partite subito.[439]

[439] NICOMEDE BIANCHI, _op. cit._, VIII, pag. 161.

*

Non rientreranno. È Cavour; o, se piace, è Mazzini che raccoglie dopo trent'anni il suo frutto; non risponde alla sementa, lo so; ma insegnano i maestri di agricoltura che la pianta oltre alla sementa, deve il suo essere al suolo ed al clima. È anche merito del Farini e del Ricasoli, e, se pare, anche di Napoleone.

La pianta nata — ben è vero — non fu quale volle il Mazzini, ma quel grande nostro può consolarsi nel silenzio della sua tomba: non fu neanche quale volle il suo grande avversario, il Cavour.

XIV.

Dopo.

Il principe Napoleone ripartì da Verona a notte già fatta. I quattro cavalli galoppavano; ma il fragore del traino non era così forte che distogliesse l'animo dal sentire l'eco delle ultime parole di Francesco Giuseppe: «Se possiamo intendercela con l'Imperatore Napoleone su gli affari d'Italia, non vi saranno più motivi di discordia tra noi».[440]

[440] BAZANCOURT, _La campagna d'Italia del 1859_, II, pag. 407.

Era un consiglio non disinteressato forse, ma un buon consiglio di un giovane ad un uomo più che maturo; se non che il giovane era derivato all'Impero con radici così antiche e tenaci, che poteva ben permettersi qualche suggerimento su la stabilità dei troni a colui che aveva elevato il suo così di recente e in così pericoloso modo.

*

È dopo Villafranca, che invece di intendersela con Francesco Giuseppe, bisognò intendersela con la rivoluzione italiana.

E l'Imperatore si venne a trovare stretto in un secondo cerchio di ferro, non meno tenace di quello che lo costrinse a troncare la guerra.

Può la nobile Francia che versò tanto sangue per l'Italia, opporre il suo veto alle annessioni che piacciono tanto, adesso, alla generosa Inghilterra? Non dispiacciono neanche alla Prussia. Strana cosa! Vi sono simpatiche affinità tra essa e il Piemonte; tra gli Stati della Federazione germanica ed i ducati italiani!

Si tratta dunque, per l'Imperatore, di sciogliersi dalle stipulazioni concluse con Francesco Giuseppe e nel tempo stesso di non venir meno alla sua lealtà: rendere omaggio all'antico diritto publico e concedere che fosse violato: trovare modo di persuadere il Papa che è per suo bene se le Legazioni gli sono tolte; e confortarlo che non gli si toglierà di più. Tutte cose piuttosto difficili. Ma ci penserà il Cavour, in quei due anni che gli rimangono di vita a renderle se non facili, necessarie.[441] E nella politica interna della Francia, come non osservare la contraddizione stridente tra un governo pressochè assoluto e la causa della nazionalità e del reggimento liberale sostenuto all'esterno?

[441] «.... L'Inghilterra non ha ancora fatto niente per l'Italia. Adesso è la sua volta. Io mi occuperò di Napoli. Mi si accuserà di essere rivoluzionario. Ma prima di tutto occorre marciare avanti, e noi marceremo». Così il Cavour, secondo il racconto dell'amico De la Rive, _op. cit._, (CHIALA, III. CCXXIX) dopo Villafranca. (Vedi nota a pag. 75.)

*

Bella la rocca scaligera sul lago di Garda!

«Anche Napoleone I — diceva la guida che accompagnava Napoleone III in quella sua visita frettolosa — visitò questo castello dopo la pace di Campoformio».[442]

[442] CHIALA, III, CCXXI.

Un penoso silenzio si fece tra i circostanti a queste ingenue parole. Sul lago si cullavano le belle cannoniere francesi, approntate pel vano assedio di Peschiera.

*

A Campoformio il primo Napoleone tradiva, ma il rimorso del tradimento deve essere stato ben lieve. Era l'Austria spezzata; erano i confini del Reno alla Francia. A Villafranca il terzo Napoleone comperava la stessa rinomanza di traditore; se non che tradiva per sempre anche la bella reputazione della sua «cupa energia» di cui parlava il Mazzini; e quanto ai confini del Reno ci stava oramai un ben famoso guardiano.

Con la pace di Villafranca egli non ha accontentato nessuno, nè meno sè stesso, se non per breve giorno; e il discorso davanti ai grandi Corpi dello Stato del 19 luglio, è un ben curioso documento con tutta la sentenziosità tipica del suo stile. Perchè quella guerra? Per la gloria? Per un'idea?[443] La gloria ha un'ala piagata; l'esercito è mutilato, non è satollato di gloria. Un'idea? Ma gli Italiani stridono e più strideranno per Nizza e Savoia. «Di Nizza e Savoia non se ne parli più, mi pagherete le spese di guerra». E la Francia? La guerra per un'idea? La frase è bella; ma la realtà è altra cosa. Se invece di cavalcare a Villafranca, Napoleone avesse potuto veramente giungere sino in vista dell'Adriatico, ben altri patti si potevano imporre all'Austria.... ed all'Italia!

[443] Vedi _Monitore_, 9 settembre 1859 in CHIALA, III, CCXXXVI.

Ma verrà fra poco un giorno in cui egli vedrà meravigliosi frutti sortire là dove passò il solco sanguinoso delle sue armi. Vedrà inatteso, non voluto, sorgere un regno pericoloso alla sua Francia;[444] udrà la Francia reclamare un compenso almeno, e allora irosamente, pietosamente si discuterà il mantenimento dei patti, come due litiganti d'affari. Si peserà il sangue, come l'avaro pesa l'oro, e si dirà: Pagate! A voi pare dare troppo. A noi pare ricevere poco.[445] «Oh, gli astuti figli di Machiavelli, voi me li strappaste ad uno ad uno i ducati, voi portaste via Romagna, Marche, Umbria; voi mi costringeste ad abbandonarvi quel poverello re di Napoli che a me si rivolgeva come agnello assalito, perchè sapevate che non avrei mai tirato il cannone contro l'opera mia».[446] «Noi vi abbiamo pagato; ciò che concedeste, non era in facoltà vostra negare perchè era cosa nostra; voi il cannone ci avete costretto a tirarlo ad Aspromonte; lo tirerete voi stesso a Mentana!» Pietosa istoria! Labirinto di passioni, non spente tuttora, dove solo un alto senso umano è filo di Arianna.

[444] «L'annessione della Toscana al Piemonte presenta maggiori difficoltà che non l'annessione delle Romagne. Se l'annessione valicasse gli Appennini, l'unità sarebbe fatta, ed io non voglio l'unità, voglio l'indipendenza soltanto. L'unità mi procurerebbe dei pericoli nella stessa Francia a cagione della questione di Roma; e la Francia non vedrebbe con piacere sorgerle al fianco una grande nazione che potesse diminuire la sua preponderanza». Parole di Napoleone al Pepoli, 15 luglio 1859. Vedi CHIALA, III, CCXXXVIII.

[445] Vedi i famosi discorsi del Cavour al Parlamento in Torino per ottenere la legalità e la sanzione del voto per la cessione di Nizza e Savoia (CHIALA, vol. IV, prefazione); vedasi tutta la corruttela elettorale fra quelle popolazioni, prima supplicanti di non essere staccate dalla Casa di Savoia, indi votanti l'annessione alla Francia. Vedi le miserevoli, discusse questioni dei confini nelle lettere dell'Arese all'Imperatore. (BONFADINI, _Vita di Francesco Arese_.)

[446] CHIALA, IV, LXII.

*

Abbandonando per sempre l'Italia del '59, Napoleone aveva detto al Re amaramente: «Ora vedremo che cosa sapranno fare gli Italiani da soli».[447] Da soli, ma dopo il soccorso straniero; da soli, ma dopo la morte del Cavour, fu udita questa querimonia per molti anni: O potente e astuto Imperatore, ricórdati che la tua promessa non è compiuta. Come possiamo noi vivere con l'Austria in casa? col Papa che ci denuncia al mondo come sepolcri imbiancati perchè si desidera di andare a Roma col suo assentimento? con Garibaldi che non ode ragione ed ha dimenticato il motto «Italia e Vittorio Emanuele»? con Francesco, re vinto, ma che da Roma manda denaro e conforti ai briganti? con la diplomazia che finge di non riconoscere il Regno d'Italia, questo vostro figlio naturale, o astuto, o potente Imperatore?

[447] _Ib._, III, CCXXVI.

E poichè non è facile far giungere queste voci bene sino all'altissimo trono delle Tuileries dove sta l'Imperatore, così è spesso lui, l'Arese, che per lettera o per persona deve portare cotali voci, l'Arese a cui con formola costante l'Imperatore dice di credere nella sua «antica e sincera amicizia». «Siate, sire, — ripete l'Arese, — il nostro possente protettore in faccia all'Austria, in faccia all'Europa; venga la vostra diplomazia in nostro aiuto con altrettanto vigore come è venuto il vostro esercito».[448]

[448] BONFADINI, _op. cit._, pag. 418.

Oimè, alle Tuileries, la causa d'Italia non ha più amici se non il buon Conneau, sognante sempre il sogno del suo Imperatore, Questi dicea: «La questione religiosa è grave in Francia: e poi v'è debito d'onore per me di custodire il Pontefice. Attendete almeno che muoia».[449] «Ma Garibaldi non può attendere, sire. — Egli dice: — o Roma o morte!» «Ma la Francia lo proclama: ~a Roma, mai~!» Oimè, l'Imperatore non è più così potente; la sua astuzia — se fu vera astuzia — ha trovato uno più astuto. L'Impero è oramai come un naviglio in mezzo a un ciclone. Rotta al largo verso la libertà, si sforza di fare l'Imperatore. Ma il naviglio non è fatto per correre quelle acque perchè la sua struttura nol comporta. Rotta verso terra per ben salvarci, grida, la ciurma delle Tuileries. E fu rotta verso terra e frantumò sulla scogliera, dove un astuto formidabile attendeva.[450]

[449] «Io ero per la federazione: era un partito più savio: ma accetto l'unità — dichiarava poco prima di Aspromonte al Pepoli. — Però non posso andarmene da Roma. La questione religiosa è gravissima in Francia. Coglierò con grande conforto un'occasione propizia d'andarmene, ma ora non posso. V'ha debito per me d'onore di custodire il Pontefice». Vedi lo scritto _Da Aspromonte a Mentana_ in _Nuova Antologia_, 1 gennaio 1900. Vedi BONFADINI, _op. cit._

[450] «Fatalmente (Napoleone) è condotto ad un atto di autorità o ad un atto di libertà». Vedi Lettera del Nigra al La Marmora, in CHIALA: _Ancora un po' più di luce_, pag. 83.

*

Questo astuto formidabile ha due sopraciglia irte e folte, le sue spalle reggono anche la corazza (le spalle dell'Imperatore si curvano), la sua fronte splenderà come diadema.

Eppure quella fronte e quelle spalle stettero per alcun tempo curve ed umili davanti all'Imperatore francese. Ha fatto sapere in segreti sollecitati colloqui con l'Imperatore, che adesso vuol far lui la guerra all'Austria. Non per un'idea; ma questo non l'ha dichiarato. È la piccola Prussia che vuol fare la guerra all'Austria. Ma senza il tuo concorso «almeno passivo»,[451] o potente Imperatore, la piccola Prussia non può far guerra all'Austria grande: la guerra anzi «sarebbe una follia».[452] In questi tempi la fortuna ha fatto sorgere una antica gloriosa nazione, la quale «se non ci fosse stata, sarebbe bisognata creare»[453] cioè il Regno d'Italia. Con l'aiuto e l'alleanza di questa novella nazione e la tranquillità della Francia, potrà la piccola Prussia tentar la guerra alla grande Austria. Una bella città, la meravigliosa Venezia, antica promessa vostra, o Imperatore, sarà donata in compenso alla novella nazione. L'Imperatore pensa a Venezia, pensa pur anche ai bei confini del Reno che ne potrebbero derivare alla Francia. La novella nazione, l'Italia, è lieta della bella proposta e chiede al vecchio tutore licenza di accompagnarsi al giovane e forte alleato. Licenza è data.

[451] Vedi CHIALA, _Ancora un po' più di luce_, pag. 37 e segg.

[452] Vedi CHIALA, _Ancora un po' più di luce_, pag. 37 e segg.

[453] Vedi CHIALA, _Ancora un po' più di luce_, pag. 37 e segg.

Ma dopo Sadowa, fulminante annuncio che percosse la Francia, dopo che la «divina Provvidenza mostrò così visibili segni di protezione per il divino diritto del Re di Prussia»,[454] i confini del Reno bisogna venirli a pigliare. Ma dopo Sadowa, quel gigante dalle sopraciglia fiere si è rilevato dalla sua umiltà; si è rivelato. Tunica bianca gemmata, corazza e spada. Egli ha preso a prestito le spade e le ha fatte lavorare pel Re di Prussia; e ride alla bella frase, ride sì che ne paventa il mondo. Di quelle spade, la più formidabile, dopo Sadowa, congiungerà alla sua in indissolubile fascio.

[454] «Il signor Benedetti — ambasciatore francese a Berlino — mi parlò del Re. Dice che è una specie di illuminato, il quale ha profondamente scolpito nel cuore le sue teorie del diritto divino, ed ha una fede inconcussa nella missione provvidenziale dei Re. Non sa che cosa la storia riservi al signor di Bismarck, ma senza dubbio è l'uomo più notevole della Germania. Per arrivare ai suoi fini (dare il primato alla Prussia), egli lavora da tre anni con una perseveranza ed una abilità ammirevoli». Lettera del generale Govone, addetto militare a Berlino al La Marmora, 6 aprile 1866. Vedi CHIALA, _Ancora un po' più di luce_, pag. 112. Fra poco lo dirà la storia al signor Benedetti che cosa è riservato al signor di Bismarck!

Da allora si venne compiendo lo sgretolamento dell'Impero. L'Impero di Francia ridotto alla politica delle mance! Che giovò allora concedere, libertà, parlamento?

Guai a chiunque ha perduto l'opinione della sua forza!

*

L'erede di Cesare è stanco, la politica è triste: «Io non ti parlo di politica — scrive all'Arese — tutto è così cupo, tutto è così confuso, che il meglio che resti a fare è rimanere sotto alla tenda con l'armi al braccio».[455]

[455] BONFADINI, _Vita di Francesco Arese_, Lettera di Napoleone, pag. 330.

Ma verrà il giorno che sarà a forza spinto fuori dalla tenda e vedrà quelle sue armi spezzate; e verrà il giorno che si troverà sotto la tenda in terra tedesca: lo cingono non le sue cento guardie, come il dì che cavalcò sotto il gran sole a Villafranca, ma i bianchi corazzieri del Re di Prussia. Una carrozza lo trasporta, rabbrividendo, e dietro gli galoppa un pesante cavaliere: Bismarck. Lagrime rigano il volto del vinto Imperatore. È Bismarck, il sostenitore della forza, è Guglielmo Re, il sostenitore del diritto divino che portano via Luigi Napoleone; non è la Storia che lo trascina via per l'orecchio, come dice Vittor Hugo. La Storia, figlia di Apollo e della Memoria, ripensa se per avventura quell'assunto da un sogno e da una sventura non avesse in sè animo di Cesare novello. Comunque si pensi, ci pare significativo che questo sostenitore del diritto delle nazioni pur con tutti i suoi ~je regrette~ e i suoi poveri artifici; quest'autore del libro dettato in un carcere «La fine del pauperismo», cada sotto il diritto della forza e della tradizione feudale. Forse egli fu un intruso fra i potenti del mondo, ma in altro senso che non scrisse Vittor Hugo.

*

Sino dal '58 il Mazzini consigliava Luigi Napoleone di morire «come moriva l'Orsini, con calma e rassegnazione». Ed egli è morto con calma e rassegnazione. «Eccomi di nuovo — scrive all'Arese — come ventidue anni fa ad Ham, prigioniero, esposto a tutte le calunnie».[456]

[456] BONFADINI, _Vita di Francesco Arese_, Lettera di Napoleone, pag. 362.

_NB._ Purchè non paia intenzione apologetica, si riporta questo giudizio su Napoleone III di uno scrittore rivoluzionario, ma di libero ingegno: «Napoleone III forse fu anche un uomo buono e per questo mancò di quel sicuro dominio sugli uomini che non può raggiungersi senza sacrificare le leggi dell'equità. Comprendeva abbastanza per perdonare e troppo poco per comandare. Fu insultato, vituperato, deriso come non fu alcun altro sovrano, mentre certo esso fu, per intelligenza e pietà, superiore a tutti i contemporanei coronati. Passò nella storia inseguito con le più amare invettive, mentre forse pochi uomini le meritarono meno di lui. Fu fatto responsabile di disastri che egli subì, ma non voleva provocare. Fu raffigurato come tiranno avendo avuto l'illusione di sembrare un padre. Scomparso in una spaventosa tragedia, le cui conseguenze anche oggi si avvertono, passò maledetto come autore di tanti mali». (ARTURO LABRIOLA, _La Comune_, pag. 28.)

Era l'ultima delle sue avventure.

Questa la verità, quale noi possiamo raccogliere. La verità più vera forse se la raccontano gli erranti sul prato dell'Asfodelo lontano. Ma forse sono piccole verità in confronto di altra maggiore!

INDICE.

Prima (Introduzione storica) Pag. 1 I. Cavour » 41 II. Napoleone III » 81 III. Il colloquio di Plombières » 129 IV. L'opera di Cavour e l'opinione publica » 149 V. Il grido di dolore » 163 VI. Le alternative di pace e di guerra » 193 VII. Perchè Napoleone III volle la guerra d'Italia » 229 VIII. La crisi del Congresso » 255 IX. L'ultimato dell'Austria » 269 X. Cavour stratega » 281 XI. Napoleone al bivio » 297 XII. Magenta e Solferino » 315 XIII. Villafranca » 337 XIV. Dopo » 381

DEL MEDESIMO AUTORE:

Piccole storie del mondo grande L. 1 — La lanterna di Diogene » 3 50

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