Part 2
— Oh, si fermi, signorina! Io non ho voluto burlarmi di Loro. No davvero! È stata una piccola vendetta — soggiunsi sorridendo. — Si ricorda che mi ha creduto un pescatore, quando mi ha visto raccomodar la pesca? I suoi occhi esprimevano disprezzo, e dopo averla veduta non potevo rimanere sotto il suo disprezzo.
— Ma non era disprezzo, signore! Era solo un equivoco. È possibile che io rispetti un pescatore onesto più d'un poeta che inganna!
— Non ho voluto ingannarla, signorina; ho voluto piuttosto disingannarla. Desideravo farle sapere che non ero tanto inferiore a Lei quant'Ella aveva creduto. In principio ero mosso dall'orgoglio; ma poi vennero altri sentimenti molto migliori. Sono felice di poterle dire che Le sarà utile d'avermi conosciuto.
— Perchè, signore?
Vidi ch'ella era commossa e avida di una spiegazione.
— Sieda, signorina! — dissi. — Non parlerò se non siede.
Riprese il suo posto di prima, e io continuai dopo un momento di esitazione.
— Intendo un poco l'inglese, signorina, specialmente l'inglese degli americani.
Miss Forest trasalì.
— Oh, signore! — esclamò. — Davvero? E Lei ha ascoltato, ieri, ciò che dicevamo noi; questo non è stato bello, signore! No, no, no!
Ella si coperse il viso con le mani, fra sdegnata e ridente.
— Di grazia, signorina — diss'io — quel signor _Jack_ che mi somiglia tanto, sarebbe una scimmia?
— Ella meriterebbe che lo fosse — rispose miss Forest, ridendo, senza scoprirsi il viso. — Ma non lo è.
— Bene, signorina, mi perdoni e mi ascolti, adesso. Devo darle notizie dei Roberts.
— Davvero?
Le mani le caddero dal viso ed ella si piegò ansiosa verso di me.
— L'uomo è un abominevole briccone — diss'io — e la donna è la sua schiava. Non sono fratelli. Ci deve essere fra loro un legame vergognoso. Non sono inglesi. Lo stesso nome Roberts è falso. L'uomo s'è messo in capo di sposar Lei, signorina.
— Ma come ha Lei saputo questo?
Vidi ch'ella dubitava di me.
— L'ho saputo ieri — risposi — venendo con loro da Lugano a Castagnola. Hanno sempre parlato di questo. Ho appreso così il Suo nome e la Sua patria. Lo so, miss Forest, Lei si domanda se deve credere a uno straniero che le è perfettamente sconosciuto?
Ella tacque, ed io rabbrividii.
— Mi creda — esclamai — La supplico di credermi! Non sono un mentitore! Non lo vede? Non lo sente? Piuttosto lasciarla in questo istante e non vederla mai più, ch'esser creduto da Lei un bugiardo. Addio, signorina!
Stavo in piedi sulla riva, risoluto d'andarmene, senza pensar affatto alla mia barca.
— Si fermi — disse miss Forest, quasi sottovoce, dolcemente. — Le credo.
Io sedetti sulla prora della barca e mormorai:
— Grazie!
Nel silenzio che seguì, udimmo presto i passi del professore e di miss Bertha che ritornavano.
— Sia lode a Dio! — disse Harriet. — Sono soli! Ho bisogno di domandare ancora qualche cosa, ma adesso è tardi.
Infatti in quel momento sir Forest e sua figlia comparvero sulla riva.
Non erano soli. Dietro a loro veniva il signor Roberts in una elegante _toilette_ da mattina.
— Mi rincresce — diss'egli a miss Harriet, dopo averla salutata. — Mia sorella non sta bene e manda le sue scuse.
Egli era bello, elegante, e sedette vicino a miss Harriet, ma non avrei cambiato posto con lui. Ella non avrebbe potuto essere più gelida.
Quegli non ebbe l'aria di accorgersene; invece il padre ne soffriva visibilmente e cercava di parlare a Roberts, di esser gentile con lui quanto poteva. Allora sua figlia mi guardava; i nostri occhi si parlavano. Ero felice che gli altri mi credessero ancora un barcaiuolo, che lei sapesse e tacesse.
Quando passammo davanti al piccolo promontorio dove sta il villaggio di Gaudria e si scoperse la Valsolda, miss Harriet mi domandò in italiano se il paesello che si vedeva a prora fosse Oria, e sir Roberts s'affrettò a dire ch'era Osteno. — È Oria — diss'io. — Colui dichiarò allora in inglese, che io non sapevo niente. La signorina sorrise e io mi morsi le labbra.
— Una bella barchetta — diss'egli, dopo un momento. — Mi piacerebbe d'averla.
— La comperi — disse miss Harriet, con un sorriso impercettibile.
— Sì. E se prendo la barca, non prendo certo il barcaiuolo. Non mi piace affatto. Dev'essere un impertinente. E a Lei, signorina, piace?
Ella arrossì forte e io pure, temo. Evitammo di guardarci e la udii rispondere in tono scherzoso:
— Lo rispetti, è il barcaiuolo nostro e non il Suo.
— Oh, sì, sì! — rispose colui con un sogghigno. — Lo rispetto, ma insomma, Le piace?
— Lo credo onesto, e ciò che sopra tutto mi piace in un uomo è l'onestà.
I begli occhi azzurri si volsero a me e mi dissero: — Desiderava Ella di più? Deve accontentarsi di questo.
Non m'aspettavo di più e me ne accontentai, pensai ch'ell'era una intelligente, pronta, savia e franca creatura, e che chi l'avesse per moglie dovrebbe andare orgoglioso di lei.
Il signor Roberts non si lasciò scoraggiare dalla sua freddezza. Parlò continuamente con suo padre, con lei, con miss Bertha, di molte cose, ma sopratutto di sè stesso, delle proprie qualità, dei proprii difetti. Secondo lui, il suo difetto principale era il cuore troppo largo e tenero. Per questo egli non aveva mai potuto arricchire. No, non era ricco. Era forse una vergogna di non essere ricco? Non lo credeva. Del resto, chi si poteva dire ricco che non avesse almeno quattromila sterline l'anno? Egli non le aveva. La sua fortuna non era molto inferiore, ma insomma non arrivava a questo. Voleva perciò lavorare ancora. Intendeva passare ancora un anno in Oriente. Poi, quando avesse potuto offrire a una donna amata tutte le dolcezze dell'esistenza, sarebbe ritornato in Occidente, e, se non riuscisse a farsi amare come e da chi voleva, sarebbe venuto ad abitare una riva solitaria del lago di Lugano e avrebbe scritto un poema perchè amava molto la poesia.
Harriet ed io ci guardavamo spesso mentr'egli parlava e più d'una volta, quando gli occhi nostri s'incontravano, vidi spuntare sulle sue labbra un sorriso.
A mezza strada fra Gaudria e Oria miss Bertha si mise a guardar la mia mano sinistra e lessi ne' suoi occhi una certa sorpresa. Si chinò all'orecchio di sua sorella, le disse qualche cosa che la fece arrossire. Sua sorella dovette risponderle di tacere, perchè diede molte altre occhiate al mio anello e a me, ma non parlò.
A Oria il signor Forest propose di scendere e di camminare fino a S. Mamette. Il cielo era coperto, molto opportunamente per una passeggiata. Harriet approvò la proposta e Roberts si affrettò ad uscir di barca col professore e miss Bertha. Ella disse allora che le faceva molto piacere che suo padre camminasse, ma ch'ella sarebbe venuta a S. Mamette in barca. Sir Roberts voleva subito risalire nel canotto, ma la signorina lo invitò così recisamente ad accompagnar suo padre, ch'egli non osò insistere.
Il cuore mi batteva di gioia e io stavo per ringraziare miss Harriet, ma ella mi prevenne e si affrettò a dirmi che desiderava sapere una cosa da me. Voleva sapere se avessi potuto scoprire particolari intenzioni di miss Roberts. Non disse più di così; tuttavia intesi benissimo. Risposi che, secondo me, miss Roberts aveva il compito di sedurre una certa persona, ma che ubbidiva di malavoglia.
Passavamo, così parlando, sotto la mia piccola villa. La cameriera e la cuoca erano a una finestra e mi salutarono sorridendo. Il domestico spiava dal giardinetto, tenendosi nascosto fra le piante. Mia sorella stava dietro ai vetri d'un'altra finestra. Indovinai subito che mia sorella non aveva potuto tacere con le persone di servizio. Udii distintamente la cuoca meravigliarsi ch'io avessi con me una signorina sola.
— La Sua villa? — disse miss Forest. — Un bel posto!
Le dissi quanto sarei felice ch'ella vi potesse entrare almeno un momento, quanto avrei goduto di farle vedere i miei fiori, i miei libri; di dirle anche un poco i sogni che sognavo là, guardando le montagne, il lago.
— È impossibile — rispose — E poi sarebbe anche triste di conoscerci troppo, perchè credo che non ci vedremo mai più. Ma io ho visto un arancio nel suo giardino e accetterò un piccolo ramoscello d'arancio.
— Non ci vedremo mai più? — esclamai, cessando di remare.
Ella non rispose e mi parve commossa. Ci guardammo in silenzio un momento, poi ella sorrise leggermente, e disse:
— Come diceva, ieri, mio padre? _Remare, remare!_ Vorrei portar via mio padre domattina — soggiunse. — Vorrei che fosse possibile di fargli sapere, di fargli credere quelle cose orribili che Lei mi ha raccontate!
— E se le credesse, vorrebbe Lei ancora partir domani?
— Sì; credo che sarebbe necessario.
— E dove andrebbe?
— In America.
— E se io l'aiutassi a far credere quelle cose orribili a suo padre, avrebbe Lei una briciola di gratitudine, si dimenticherebbe di me in America?
Miss Harriet mi stese silenziosamente la mano, che io subito presi fra le mie, lasciando i remi.
— L'aiuterò, miss Forest, e sono sicuro di riuscire. Ho preso più interesse a Lei, signorina, che non avrei creduto possibile in così breve tempo. Diventerò il mio proprio nemico purchè ella sia contenta. Non merito che si levi il guanto?
Si tolse il guanto, e senza curarmi che dalla riva qualcuno ci potesse vedere o no, io posai e tenni un momento le labbra su quella bianca mano, ch'era fredda, per l'emozione, come il ghiaccio.
— È strano — diss'ella, poi, sorridendo — che io non so neppure il suo nome.
Glielo dissi, e poi si parlò di letteratura inglese, dei romanzi che conoscevamo l'uno e l'altra. Era un modo per me di esprimere i miei sentimenti e per essa di mostrare che non le dispiacevano. Fui particolarmente contento di udire che fra i romanzi di Dickens preferiva, com'io, «_A tale of two Cities_» e che Sidney Carton le piaceva più di tutti gli altri personaggi di quel libro.
Era una gran gioia per me che le nostre anime si toccassero anche in un solo piccolo punto. Questo bastava per far passare una corrente elettrica che mi riempiva di dolcezza. Parlammo anche della Valsolda. Solamente chi ha un raffinato e squisito senso della natura può intendere il segreto fascino della Valsolda. La gente volgare non ne capisce niente. Ella lo intendeva. Le domandai se le sarebbe piaciuto di vivere in Valsolda.
— No — diss'ella. — Non lo credo. Ho un carattere strano. Questa Valsolda mi sembra un porto. Mi piacerebbe vivere sul mare aperto e morire qui.
Prima di giungere a S. Mamette dissi a miss Forest che trovasse modo di raccontar subito ogni cosa a suo padre. Io poi lo avrei persuaso che tutto era vero. Ella mi porse da capo la mano.
— Grazie! — diss'ella. — Addio! — soggiunse sorridendo non senza tristezza. — È meglio che ci congediamo adesso, mentre siamo soli.
— Ma io — risposi — ritornerò a Lugano con Loro.
— Lo desidera? — diss'ella. — Non sarebbe meglio separarci prima? Potremo prendere un vero barcaiuolo che Le ricondurrà la barca. Ella mi darà il ramoscello d'arancio e ci lascieremo qui.
Le domandai allora con voce tremante se il ramoscello d'arancio non potrebbe forse un giorno dar fiori per una ghirlanda. Non m'intese o non mi volle intendere. Non mi rispose. Forse, se intese, dubitò che fosse una frase poetica, non abbastanza ponderata e seria. Forse aveva altre ragioni; non ne so nulla.
— Addio! — dissi sottovoce.
Ella chinò leggermente il capo, come per gradire il mio saluto, e non aprimmo più bocca.
Sir Forest e compagni ci aspettavano sulla riva. Miss Harriet discese per andare a far colazione con loro, e io dissi che dovevo allontanarmi, ma che sarei stato a loro disposizione fra un'ora.
Ritornai con la barca a Oria, mi vestii convenientemente, mi posi all'occhiello un ramoscellino di arancio, e mi feci condurre a S. Mamette dal mio domestico, molto in fretta, anche perchè il cielo era diventato minaccioso.
Andai alla _Stella d'Italia_, dove i Forest erano a far colazione, e mandai loro la mia carta da visita. Fui subito introdotto, e mi presentai direttamente al signor Forest. Gli chiesi scusa, in un detestabile inglese, se il giorno prima, avendo veduto che egli e le signorine avevano bisogno di una barca, mi ero permesso di offrire la mia con una innocente finzione.
Il signor Forest era rosso e confuso; non sapeva evidentemente quale contegno tenere, se ringraziarmi o rimproverarmi. Miss Harriet mi ringraziò col più gentile sorriso. Miss Bertha mi guardava stupefatta, senza capir nulla. Mi voltai verso il signor Roberts, che mi guardava pure alquanto meravigliato e pareva quasi non riconoscermi.
— Signore — gli dissi — Ella non è stata oggi molto gentile col barcaiuolo; ma siccome La conosco, voglio essere generoso con Lei e renderle ugualmente un piccolo servigio. La Sua signora Le manda a dire che l'aspetta a Lugano, per affari urgenti, col vapore.
— La mia signora? — rispose il furfante — Lei s'inganna, signore. Io non La conosco e non ho moglie.
— _Sprechen sie deutsch, mein Herr_ — diss'io in tono molto deciso. E continuai in tedesco: — Lei avrebbe dovuto essere più prudente, ieri, parlando con la giovine signora. Devo io ripetere ai signori Forest ciò che ha detto? Non mi costringa a questo. Il battello diretto a Lugano sta per arrivare qui. Parta! Parta subito!
L'uomo esitò un momento, poi si voltò ai Forest e disse tranquillamente:
— Me lo immaginavo. Questo povero signore che fa il barcaiuolo ha perduto la testa. Mi parla una lingua che neppure comprendo!
Miss Harriet e suo padre mi guardarono, lei ansiosa, lui corrucciato. Io aveva preveduto che l'uomo tenterebbe questo colpo.
— Caro signore — ripresi in tedesco, guardando l'orologio — Ella ha sette minuti di tempo per prendere il vapore. Se ella resta qui, Le prometto la preziosa conoscenza dei carabinieri di S. M. il Re d'Italia, i quali desiderano avere una piccola conversazione con Lei.
Fu lui, allora, che perdette la testa e mi rispose:
— _Das ist nicht wahr!_
Io mi voltai ai Forest e dissi sorridendo:
— Il signore parla la lingua che non comprende!
Egli s'era già accorto del suo sproposito; come il giorno prima, cacciò una imprecazione in una lingua sconosciuta; poi afferrò il cappello e disse ai Forest, indicandomi:
— Se non parto, uccido quest'uomo! A Lugano mi giustificherò.
E scomparve. Io gli gridai dietro:
— Ella ha tre minuti!
Le finestre erano aperte. Si udivano le ruote del vapore che si avvicinava.
Non ebbi le braccia del signor Forest in torno al mio collo, nè i suoi favoriti grigi sulla mia faccia. Egli era molto turbato, e davvero, se il mio idillio era spezzato, lo era pure il suo. Lessi invece con gioia l'ammirazione e la gratitudine negli occhi di miss Harriet.
— Partiamo subito! — disse suo padre. — Torniamo a Lugano subito!
Io offersi la mia barca. Mr. Forest rispose abbastanza bruscamente che mi ringraziava, ma che non accettava, e che intendeva cercare subito un'altra barca.
Gli occhi di miss Harriet domandarono scusa per suo padre. Non insistetti. Il signor Forest si avviò per uscire con le signorine, e io le seguii col cuore pesante. Eravamo nel piccolo corridoio scuro e stretto che serve d'ingresso all'albergo, quando un violento acquazzone strepitò fuori sulla piazza. Il vecchio professore dovette fermarsi. Egli e miss Bertha guardavano, stando sulla porta, il cielo tutto bianco e le oblique righe della pioggia.
Io mi levai silenziosamente il ramoscellino d'arancio dall'occhiello e lo porsi a miss Harriet. Ella lo prese pure silenziosamente, ne staccò una foglia, se l'accostò alle labbra, me la diede e si nascose il resto in seno. Allora cercai segretamente la sua mano che segretamente rispose alla mia stretta.
Guardavamo anche noi in quel momento nella piazza, ma senza sapere se vi splendesse il sole o vi cadesse la pioggia. Quando, dopo qualche momento, ella ritirò dolcemente la sua mano, le vidi lagrime negli occhi. La pioggia cessò; la barca fu presto trovata.
— Credo che La debbo ringraziare, — mi disse finalmente il signor Forest nel congedarsi da me.
Miss Harriet non mi disse nulla. Solo mi guardò con uno sguardo che m'entrò nel cuore e ancora di tempo in tempo mi fa male.
Due giorni dopo andai a Villa Ceresio. I Forest erano partiti. Passai tre ore sopra un sedile del _quai_ presso l'_Hôtel du Parc_, all'ombra delle acacie, a guardare il Cavallino, Castagnola, villa Ceresio, le acque del lago scintillanti al sole. Il bel paese mi pareva scolorato, vuoto e triste.
Non ho più veduto miss Harriet; non ho più udito parlare di lei. Sarei felice se queste righe attraversassero l'Atlantico, cadessero sotto i suoi occhi, o almeno sotto gli occhi di qualche amica sua, cui ella avesse narrato questo episodio della sua vita. Io pregherei questa sconosciuta amica di miss Forest di farle avere il presente racconto, e anche di dirle che la foglia d'arancio baciata dalle sue labbra è ancora custodita come una dolce, cara memoria, insieme alla monetina d'argento, nella piccola villa battuta dalle onde, a piè del monte coperto di ulivi, di viti e di allori.
Il Crocifisso d'argento
— Contessa, il caffè — disse la cameriera.
La contessa non rispose. Le persiane erano chiuse, ma si poteva tuttavia vedere, sul velato candore del guanciale, il grazioso viso inclinato della giovane signora che dormiva.
La cameriera, ritta accanto al letto, col vassoio del caffè, ripetè più forte:
— Il caffè, contessa.
La contessa si mise supina, sospirò ad occhi chiusi e sbadigliò:
— Apri un poco.
L'altra andò alla finestra senza posare il vassoio e, nel tirar la maniglia dell'imposta, rovesciò la tazza vuota sulla sottocoppa.
— Piano! — fece la contessa, sottovoce, ma con sdegno. — Cosa fai stamattina? Dove hai la testa? Ecco che hai svegliato il bambino.
Infatti il piccino s'era svegliato, piangendo, nel suo lettuccio.
La signora alzò il capo dal guanciale e fece verso il lettuccio un imperioso: — Zitto!
Il bambino si chetò subito, non mise più che qualche breve vocina dolente.
— Questo caffè! — disse la signora. — Sei stata dal conte? Tien fermo! Cos'hai?
Cos'aveva, infatti, la cameriera? La tazza, la sottocoppa, la zuccheriera, il bricco e il vassoio susurravano qualche cosa di sospetto col loro tremolìo. La contessa alzò gli occhi.
— Cosa c'è? — diss'ella posando la tazza.
Se il viso della cameriera era contraffatto, quello della dama non era adesso meno turbato dallo sgomento e dall'incertezza.
— Niente — rispose la donna, tremante.
La contessa le afferrò il braccio col vigore di una fiera.
— Parla — diss'ella.
Intanto un bel visetto d'un bambino sui quattro anni comparve attento e muto sopra la sponda del lettuccio.
— Un caso, signora — rispose la cameriera, quasi piangendo. — Un caso di colèra.
La contessa, livida, si voltò quasi per istinto e vide suo figlio che ascoltava. Balzò dal letto, impose rapidamente silenzio alla cameriera, accennandole di passar nella camera vicina, e corse al lettuccio.
Il piccino ricominciava a piangere, ma ella lo baciò, lo accarezzò, scherzò e rise tanto con lui, che vinse le sue lagrime. Poi si mise in furia la veste da camera e raggiunse la cameriera, chiudendo l'uscio dietro a sè.
— Oh Dio, oh Dio! — diss'ella ansando, spasimando, mentre l'altra si metteva a singhiozzare.
— Zitto per amor di Dio! Guai a te se spaventi il bambino! Dov'è questo caso?
— Da noi, signora! La Rosa del gastaldo — rispose colei. — Le ha preso il male a mezzanotte.
— Oh Signore! E adesso?
— Morta! Morta mezz'ora fa.
Il bambino strillava chiamando la mamma.
— Va — disse la contessa — giuoca con lui, fallo stare allegro, fa tutto quello che vuole. Sta quieto, caro! — gridò. — Vengo subito!
Corse da suo marito.
La contessa aveva una paura cieca e folle del colèra. Solo la passione per il bambino era più cieca e più folle. Ai primi rumori del morbo era fuggita dalla città, col marito, nella sua villa, nello splendido podere da lei recato in dote, confidando che il colèra non vi sarebbe penetrato nel 1886, come non vi era mai penetrato prima, neppure nel 1836. E adesso lo aveva in casa, nel cortile rustico della villa.
Entrò, scapigliata e discinta, dal conte; e, prima ancora di parlare, diede al campanello due strappate furibonde.
— Lo sai? — diss'ella con due occhi spiritati.
Il conte, che stava facendosi la barba flemmaticamente, si voltò, col pennello insaponato in mano, e presa un'aria stupida, rispose:
— Che?
— Non sai della Rosa?
Adesso il conte prese un'aria tranquilla e rispose:
— Sì, lo so.
Se sulle prime aveva nutrita un'ombra d'irragionevole speranza che sua moglie ignorasse ancora il caso della Rosa, gli parve poi che un contegno indifferente da parte sua dovesse rassicurare anche lei. Ma invece i begli occhi della signora gittaron lampi, una durezza selvaggia le comparve in viso.
— Lo sa — esclamò — e pensa a farsi la barba! Cosa sei tu? Che padre sei? Che marito sei?
— Oh Dio... — fece il conte allargando le braccia.
Prima che il pover'uomo, insaponato fino agli occhi e affagottato nella salvietta, sapesse trovare un'altra parola, il cameriere bussò all'uscio.
La contessa gli ordinò che nessun contadino del cortile rustico fosse lasciato entrare in casa e che nessuno di casa andasse nel cortile. Poi gli diede l'ordine per il cocchiere di tener pronto fra un'ora il _landau_ con i cavalli che gli avrebbe detto il conte.
— Cosa vuoi fare? — disse questi, che intanto aveva ripreso fiato. — Non ammetto esagerazioni.
— _Esagerazioni_, hai il coraggio di dire? Sarò tua schiava in tutto, ma quando si tratta della vita, capisci, quando si tratta di mio figlio, non ascolto più nessuno. Partire subito, voglio. Ordina i cavalli.
Il conte s'irritò. Come si potevano spingere le cose fino a questo punto? Che convenienza c'era di scappare così? E gli affari? Fra due giorni, fra un giorno, via, fra dodici ore, sarebbe partito; prima no! La contessa non gli lasciava dir quattro parole senza ribatterle con la maggiore violenza. Che convenienza! Che affari! Vergogna!
— E la roba? — diss'egli. — Bisognerà bene prendere con noi qualche cosa. Ci vorrà bene del tempo!
Sua moglie fece un'esclamazione sdegnosa. Ella s'impegnava di allestire i bauli entro un'ora.
— Ma dove si va? — domandò ancora il marito.
— Alla stazione della ferrovia e poi dove vorrai tu. Ordina questi cavalli.
— Sono stufo — gridò il conte. — Ordino quello che pare a me. E dopo tutto vadano anche gl'interessi, vada tutto, cosa m'importa? È roba tua, già... Le saure!... — diss'egli rabbiosamente al cameriere che aspettava in disparte, impassibile.
Questi uscì.
La contessa si vestì e si pettinò in un lampo, giungendo spesso le mani negli slanci di tacite preghiere, spiccando ordini ad ogni momento, facendo correre per la casa i domestici a frustate frenetiche di campanello. Era un saltar su e giù di costoro per le scale, uno sbatter usci, un chiamarsi, uno sgridare, un ridere e un imprecar sommesso. Le finestre che guardavano il cortile funesto furon tutte chiuse subito, anche perchè non si udissero strillare le figlie della morta; pure un triste odor di cloro spirava già per la casa, copriva già nella camera della contessa il delicato profumo di Vienna ch'era come l'aura sua.
— Dio mio! — diss'ella rabbrividendo come se avesse odorata la morte. — Adesso m'ammorbano tutto. Presto nei bauli, presto nei bauli! E chiudere subito! Io muoio se porto via quest'odore. Non sanno che il cloro è inutile? Che brucino, che brucino tutto! Il padrone lo manderà via, il gastaldo, se trafugherà qualche cosa.
— Hanno già bruciato, contessa — disse una cameriera. — Il medico ha fatto bruciare lenzuola, coperte e pagliericcio.
— Ci vuol altro! — replicò la contessa.
In quel punto il conte, sbarbato e vestito, fece irruzione in camera e prese a parte sua moglie.
— Cosa facciamo di questa gente? — diss'egli — Io non posso mica farli viaggiar tutti.
— Quel che vorrai — rispose la contessa. — Mandali via. Qui in casa non ci resta nessuno di sicuro. Non voglio mica che prendano il colèra e che poi mi si appestino le camere col cloro e mi si bruci Dio sa quanta roba, perchè quando si tratta dei signori...