I viaggi di Gio. da Mandavilla, vol. 1
Part 2
Conciò sie cosa che la terra oltramarina, cioè la terra santa di promissione, fra tutte l'altre terre sia la più eccellente e la più degnia e donna sopra tutte l'altre terre, e sia benedetta e santificata e consecrata del prezioso corpo e sangue del nostro signiore Iesù Cristo; ivi gli piacque obumbrarse nella vergine Maria e pigliare carne umana e nutrimento, e detta terra calcare e circundare co' suoi benedetti piedi: qui volle fare molti miracoli, predicare e insegniare la fede e la leggie a noi cristiani come a suoi figliuoli. E in questa terra singularmente volle portare chaleffi[3] e strazii e soferire per noi molti improperi. E in questa terra singularmente si volle fare chiamare Re del cielo e della terra e dell'aere e dell'acqua, e universalmente di tutte le cose che si contengono in quelle, e lui medesimo si chiamò Re per ispezialitade di quella terra, dicendo: _Rex sum iudeorum_, perchè questa terra era in quel tempo propia de' giudei. E questa terra s'aveva lui scielta fra tutte l'altre terre per la più degna e per la più virtuosa e per la migliore di questo mondo. Imperò ch'ella è il cuore e il mezzo luogo di tutta la terra del mondo, sì come dice il filosafo: le virtù delle cose stanno nel mezzo. In quella medesima terra volle il Re celestiale usare la vita sua e essere diriso e vituperato da' grudeli giudei, e volle sofferire passione e morte per amor nostro e per riscuoterci e liberarci delle pene de lo 'nferno e della orribile e perpetual morte per lo peccato del nostro primo padre Adam e Eva nostra madre; però che verso lui non aveva meritato male alcuno, imperò che lui mai non disse male, nè fece, nè pensò. E ben volle il Re di gloria in questo luogo più che altrove sostenere passione e morte, però che chi vuole publicare alcuna cosa, a ciò che ciascuno lo sappia, egli la fa gridare e publicare in mezo della città, a ciò che la cosa sia saputa e sparta da ogni parte. Similmente il criatore del mondo volle sofferire per noi morte in Gierusalem, la quale è in mezo del mondo, a ciò che la cosa fussi publicata e saputa per tutto el mondo, el quale egli amò caramente per ricomperare gl'uomini, i quali lui aveva fatti ad imagine e similitudine sua. E questo fece per lo grande amore che lui aveva verso noi sanza alcuno nostro merito; imperò che più cara cosa non poteva egli dare per noi che il suo santo corpo e il suo santo sangue; la qual cosa offerse tutto per nostro amore. Considerate un poco quanto fu l'amore, quando per salvar noi si misse all'aspra e crudel morte, e mai non ebbe in sè radice d'alcun male o peccato! e non dimeno volse per lo grandissimo amore mettere il corpo suo alla morte per li peccatori! Pensi ognuno, quanto amore egli ebbe inverso di noi, quando colui che era sanza peccato e sanza colpa volse ricevere morte per le colpe nostre! E certamente dee essere dilettevole e fruttifera quella terra che fu rigata del prezioso sangue di Giesù Cristo! Questa è quella terra, la quale il nostro Signiore ci promisse per eredità, e nella detta terra volle murire per soddisfare e per lasciarla eredità a' suoi figliuoli. E pertanto ciascun buon cristiano, il quale lo può fare, si doverebe grandemente affaticare in conquistare la nostra sopra detta eredità, e cavarla fuori delle mane degl'infedeli, e a noi apropiarla, perchè noi siamo apellati cristiani da Cristo, el quale è nostro padre, e se noi siamo suoi legittimi figliuoli, noi doverremo volere la ereditate che lui ci à lasciata e trarla delle mani della gente strana a chi non s'appartiene. Ma al dì d'oggi la maladetta superbia e la cupidità e la invidia ànno totalmente e quori de' signiori terreni accesi e infiammati, che più attendono al lasciare essa eredità ad altri, che egli non fanno a ricuperare e acquistare la lor propia eredità e peculio sopradetto; e la comune gente, che ànno volontade di mettere quore e corpo e loro avere per far questo conquisto, non possono sanza e signiori sopra loro alcuna cosa, perchè comunità sanza capo di signiore, è come una multitudine di pecore sanza pastore, le quale si spargono, e poi non sanno che fare si debino. Ma se piacessi al nostro santo papa, che a Dio piacerebe bene che e principi terreni fussino in buona concordia e con loro alcuni comuni, e volessino pigliare il detto santo viagio d'oltramare, e io sono certo che in brieve termine sarebe la terra di promissione racquistata e posta nelle mane de' veraci eredi di Giesù Cristo. E perchè gli è gran tempo, che non è stato passaggio generale oltrammare; e ancora perchè son molti che si dilettono d'udire parlare di detta terra santa e di ciò pigliono piacere, io Giovanni da Mandavilla, cavaliere, conciò sia cosa che io indegno sia, nato e nutrito in Inghilterra, della città di santo Albano, il quale passai il mare l'anno Mille CCCº. XXII, el dì di Santo Michele mi partii e andai nelle torre d'oltrammare e stettivi grandissimo tempo et ò veduto e circundato molto paese e molte diverse province e molte strane regione e isole diverse, e ò passato per Turchia, per Armenia piccola e per la grande, per la Tarteria, per Persia, per Soria, Arabia, per lo Egitto alto e basso, per Libia e per una gran parte di Etiopia, per Caldea, per Amazonia, per India minore, mezana e maggiore, e per multitudine di diverse gente e diverse fede e luoghi e di diverse fazioni, di tutte quelle terre e isole parlerò più a pieno ch'io poterò, e dimosterrò una parte delle cose che vi sono, quando tempo sarà di parlarne, di quele che io mi potrò ricordare, spezialmente per coloro che ànno disiderio o intenzione di vicitare el nobile paese e città di Gierusalem e i santi luoghi che sono quivi d'intorno; e così mosterrò el camino quale poteranno tenere; imperò ch'io sono passato per molti e cavalcato per la grazia di Dio con buona compagnia. E sappiate, che io arei composto questo libro in latino per divisare più brievemente, ma perchè molti intendono meglio in vulgare che in latino, io l'ò totalmente in vulgare[4] composto, a ciò che ciascuno lo possa intendere, e a ciò che gli signiori e gli altri cavalieri e gentili uomini, i quali non sanno latino e sono stati oltramare, intendino, se io dico el vero o no. E se io erro in discrivere, per non ricordarmi o per altra cagione, che eglino mi possino corregere e megliorare, perchè le cose di lungo tempo per non le vedere, spesso legiermente tornono in oblivione, e la memoria umana non può ogni cosa apprendere e ritenere. Ora, col nome di Dio glorioso, colui che vuole andare oltramare, vi può andare per più vie, per mare e per terra, secondo el paese donde si parte; delle quali vie la maggiore parte tornano tutte a un fine. E non intendete punto che io voglia dichiarare tutti i luoghi, cioè città, castelle e ville, per le quale si conviene passare, perchè farei troppo lungo parlare; ma solamente d'alcuni paesi e luoghi principali, per li quali si debba andare e passare, per la diritta via tenere.
QUI DISCRIVE IL PRIMO CAMINO D'ANDARE AL SANTO SEPOLCRO.
Primamente chi si parte dalle parte occidentale, come di Inghilterra, d'Orlandria, di Scozia o de Norverga, anco egli può andare, se vuole, per Alamagna e per lo Reame d'Ungheria, che confina alle terre di Polonia e alla terra di Panonia e di Flessia. Lo Re d'Ungaria è molto possente e valente signiore: tiene molto grande terreno, imperò che tiene Ungaria e gran parte di Schiavonia, di Comania e di Bolgaria, e tiene del reame di Rossia, gran parte delle quale n'à fatto un ducato, che dura infino alla Dinflania e confina con Prussia. La terra di questo signiore si passa per la città di Cipro e per lo castello di Ynsebuces[5] e per Mala villa, ch'è verso la fine d'Ungaria; e là si passa per la riviera del Danubio. Questa riviera è molto grande, e nasce nella Alamania sotto le montagnie verso Lombardia, e riceve in lei 4 altri fiumi[6] e corre pel mezo d'Ungaria e pel mezo Tarsia; e entra[7] in mare così fieramente verso oriente, che l'acqua mantiene el suo colore e risurge dentro nel mare sanza mescolarsi coll'acqua marina per XX. leghe. E da poi[8] si viene a Bella grana e si entra nella terra di Bolgaria, e là si passa un ponto di pietra, el quale è sopra alla riviera di Marogia; e passasi per le terre di Prontenardi, e di là si viene in Grecia alla città di Astines e di Fina, e alla città di Andrianopoli; e dipoi a Gostantinopoli, la qual soleva essere chiamata Bisanzio.
DELLA CHIESA DI SANTA SOFFIA.
Quivi dimora comunemente lo 'mperadore di Grecia. Là è la più bella e nobile chiesa del mondo, la quale si chiama Santa Soffia.
DELLA IMMAGINE DI IUSTINIANO IMPERADORE.
E dinanzi a questa chiesa è la immagine di Iustiniano imperadore di rame dorato, e sta a cavallo, coronato; e soleva tenere un pomo dorato e tondo nella mano, ma, già gran tempo, è caduto; e dicono alcuni, che ciò significa che lo imperadore à perso gran parte della sua terra e di sua signioria, perchè lui soleva essere imperadore de' Romani e di Grecia e di Asia e di tutta la terra di Soria e della terra de' giudei, ne la quale è Gierusalem, e della terra d'Egitto, di Arabia e di Persia maggiore, Grecia e di tutta la minore Asia e di tutta la terra di Soria e dell'India nella quale è la città di Ierusalem. Ma ora egli à ogni cosa perduto, salvo che Grecia, che si tiene solamente. Ma furono alcuni che gli volsono rimettere quello pomo in mano, nè mai gliene poterono fare tenere. Quel pomo significava la Signioria, che egli aveva in questo mondo; il quale è ritondo: e l'altra mano tiene levata verso l'oriente[9] in segno di minacciare li mali fattori. La detta imagine sta sopra a uno gran sasso di marmo.
IN GOSTANTINOPOLI È LA CROCE DEL NOSTRO SIGNIORE.
In Costantinopoli è la croce del nostro signiore messer Iesù Cristo colla vesta sanza cucitura e la spugnia e la canna colla quale gli fu dato bere fiele e aceto in su la croce; e alcune gente si pensono, che la metà di questa croce sia in Cipro in una badia di monaci. E quella croce che è in Cipro è quella dove Dismas, ladrone buono, fu morto; ma ogni uomo non lo sa, ed è mal fatto che, per lo utile delle offerte, che ciò facciano, o vero diano a intendere, che quella è la croce del nostro signiore. Ma sappiate, che la croce del nostro signiore è di 4. maniere di legnio, sì come è scritto in questo verso seguente: _In cruce sunt palma, cipressus, cedrus, oliva_. El pezo che era dricto, da terra infino alla cima, fu di cipresso; quello che era a traverso, nel quale erono chiavate le mane, era di palma: el troncone, fitto dentro nella terra, cioè nel monte Calvario, el quale era perforato e incastrato per tenere il piede della croce, era di cedro; e la tavoletta di sopra al capo, la quale era lunga un piede e mezo, dove era scritto in ebreo greco e latino, era di olivo.
LA DESCRIZIONE DELLA CROCE.
E feciono li giudei la croce di queste quatro maniere di legnio, perchè egli si credovono, che 'l nostro signiore dovesse tanto pendere in su la croce, quanto el corpo potessi durare; e però feciono il piede di cedro, perchè il cedro non si marciscie in terra nè in acqua, e egliono volevono che durassi lungamente. Ancora si credevano gli perfidi giudei, che 'l corpo del nostro signiore Iesù Cristo dovessi putrefarsi e marcire, e imperò feciono el pezo lungo della croce di cipresso, el quale è odorifero, a ciò che 'l fetore non agravassi quegli che passavono. El traverso sopra detto fu fatto di palma, perchè nel vecchio testamento, quando alcuno aveva vittoria, era incoronato di palma; e perchè e giudei si credevono avere vinto messer Giesù Cristo, gli feciono la croce di cotal legnio. E la tavoletta sopra al capo fu d'ulivo, la quale significa pace, sì come si dimostra nella storia di Noè, quando la colomba portò il ramo d'ulivo, lo qual significava pace fatta tra Dio e l'uomo. Similmente si credevono avere pacie dopo la morte del nostro signiore, perchè dicevono, che fra loro avevono una certa discordia. E sappiate che 'l nostro signiore, giacendo in terra, fu posto in su la croce, e poi il dirizorono insieme colla croce; onde così dirizandolo sostenne grandissima pena. E i greci e li cristiani, che stanno oltrammare, dicono che l'albero della croce, el quale noi chiamiamo cipresso, fu del pomo del quale Adam gustò il frutto.
DELLA OPPINIONE D'ALCUNI CRISTIANI DEL LEGNIO DELLA CROCE.
E così ànno loro nelle loro scritture, che quando Adam si infermò, e' disse al suo figliuolo Seth che andassi al paradiso e pregassi l'angiolo, che guarda el paradiso, che gli piacessi di mandargli dell'olio dell'arbore della misericordia per ugniere gli suoi membri per ricevere sanità; el qual Seth v'andò. Allora l'angelo non lo volse lasciare entrare, ma ben gli disse di Adamo, che ancora non può avere dell'olio della misericordia. Ma l'angiolo gli diè tre granella del frutto di quello medesimo legno, e dissegli, che gli mettessi in bocca al suo padre; che quando l'albore crescierà tanto, che porterà frutto, che in quello tempo sarà suo padre liberato. Poi che Seth fu tornato, trovò suo padre quasi morto. Allora subitamente gli misse quelle granella, che l'angiolo gli aveva dato, in bocca; le quali nacquono doppo la morte d'Adamo, e crebbono e feronsi tre grandissimi albori; e di quegli fu fatta la croce, che portò el buono frutto, cioè messer Giesù Cristo, per lo quale frutto Adam e li discendenti da lui sono liberati e ristorati di perpetuale morte, se per loro non manca.[10]
DELLA IMMAGINE DELLA CROCE E CHI LA TROVÒ.
Questa santa croce avevono gli giudei sotterrata nel sasso del monte Calvario, e quivi stette dugento anni e più, tanto che fu ritrovata per santa Elena, madre di Gostantino, imperadore de' romani. Questa Elena fu figliuola del Re di Inghilterra, la quale a quel tempo era chiamata la gran Bertagnia; e questa donna la prese per moglie Gostantino per sua grande bellezza, e fu quando e' fu in queste parte.
DELLA GRANDEZA DELLA CROCE.
Potete sapere che la croce del nostro Signore era lunga otto cobiti, il traverso era 3. cubiti e mezo. Una parte delle ispine, delle quali lui fu incoronato in su la croce, e uno delli chiovi, e 'l ferro della lancia e molte altre reliquie sono in Francia nella cappella del Re. La corona è in un vasello di cristallo molto bene lavorato, perchè uno Re, gran tempo fa, comprò queste reliquie da' giudei, le quali aveva lo imperadore impegniate per bisognio d'ariento che aveva.
DELLA CORONA DELLE SPINE.
Ma se alcuno dicesse, che quella corona è di spine, sappiate, che ella è di giunchi marini bianchi, e quali pungono come sproni acutissimi; e ciò dico, però che l'ò veduta e risguardata diligentemente per più volte, e quella di Parigi è quella di Gostantinopoli, perchè l'una e l'altra fu tutta una corona intortigliata e fatta di giunchi; ma questa è separata, e partita, e fatta due parte; e l'una è a Parigi, l'altra si è a Gostantinopoli: e io ò una di queste preziose spine, che pare una spina bianca; e fummi donata per grande spezialtade, imperò che ve ne sono molte di rotte nel vasello, ove sta la corona, le quale si rompono quando el vasello si muta ed è portato a vedere a gran signiori. E sapiate che quando el nostro Signiore fu preso la notte e fu menato nel giardino nascosamente, e' fu esaminato diligentemente; e ivi feciono derisione e riprensione di lui, e gli cattivi giudei gli feciono una corona delle bianche [spine] d'uno albero molto spinoso che crescie nel sopradetto giardino e aveva gran foglie; e gli messono le spine inverso la testa, e tanto duramente gliele compressono, che 'l prezioso sangue cascò da ogni parte per la faccia e per lo collo e per le spalle.
DELLA VIRTÙ CHE ÀNNO LE SPINE DELLE QUALI FU FATTA LA CORONA AL NOSTRO SIGNIORE.
E quelle cotali spine erono bianche, imperò che la bianca spina à più virtù, perchè chi ne porta una bianca sopra lui, non teme nè folgore, nè saetta, nè tempesta, nè altro; e alla casa, ove è, il cattivo spirito non ardisce aprossimare. In questo giardino lo rinnegò san Piero tre volte. Dappoi fu menato il nostro Signiore dinanzi al vescovo e maestro delle legge in uno altro giardino, e ivi fu di nuovo esaminato e schernito e vituperato. E ancora fu incoronato d'un'altra corona di spina bianca, la quale si chiamava _lerbris_, che era in quello giardino, la quale ancora aveva molte virtù; e delle sue foglie si fa buono colore verde. Dappoi fu menato nel giardino di Caifas, e ivi fu coronato d'un rosaio salvatico. E poi fu menato nella camera di Pilato, el quale era giudice, per esaminarlo. Ancora ivi era incoronato di giunchi marini. Ivi lo posono in su nuna sedia e vestironlo d'un mantello di purpura, e sì gli feciono una corona di questi giunchi. E ivi si inginochiorono, sbeffandolo, schernendolo, e dicendo: Dio ti guardi, Re de' giudei! E questa corona fu quella la cui metade è a Parigi e l'altra metade è a Gostantinopoli insieme colla quale il nostro Signiore fu posto in croce e morto. Per la qual cosa si dè tenere questa corona più cara e più preziosa che niuna altra. E l'asta della lancia à lo imperadore della Magnia, ma el ferro si è a Parigi; e lo imperadore medesimo di Gostantinopoli dice avere el ferro della lancia. Io l'ò veduto ed è assai più largo che quello che è a Parigi.
In Costantinopoli giace el corpo di santa Anna.
Item, a Gostantinopoli giace la madre di nostra Donna, la qual santa Elena fece portare di Gierusalem.
DEL CORPO DI SANTO GIOVANNI GRISOSTIMO.
Item, ivi giace il corpo di san Giovanni Grisostimo, el quale fu arcivescovo di Costantinopoli.
DEL CORPO DI SANTO LUCA.
Item, ivi giace il corpo di santo Luca Evangelista, perchè le sue ossa furono portate di Brettagnia, ove fu sotterrato; e molte altre reliquie vi sono.
D'UNO VASO CHE SI RIEMPIE PER SÈ MEDESIMO.
Qui è un vasello di pietra chiamata quindos, el quale getta tutta via acqua, e sempre per sè medesimo si riempie tanto, che va di sopra sanza che alcuno vi metta alcuna cosa dentro.
DELLA CITTÀ DI GOSTANTINOPOLI.
Constantinopoli è molta bella città, di molto nobile, e bene murata e triangulata. Egli è un braccio di mare, chiamato Elesponte; e chi lo chiama la bocca di Gostantinopoli; altri el braccio di santo Giorgio. Questo braccio chiude le due parte della città; e più alto, verso il capo di questo braccio di mare, fu la città di Troia sopra la ripa dell'acqua in un molto bel luogo piano; ma la città appar poco per lo gran tempo che fu distrutta.
DELLE ISOLE CHE SONO IN GRECIA.
In Grecia sono molte isole, sì come sono Calisere, Colcos, Ortigia, Tesbria, Mirea, Flazon, Melocopate e Lennos. Ivi sono molti altri linguaggi e molti paesi, i quali tutti ubidiscono allo imperadore; e gli Pizinzenati, gli Comani e molte altre gente e paesi di Tracia e Macedonia.
ONDE NACQUE ARISTOTILE E DOVE GIACE.
Una città dove naque Aristotile è assai presso della città di Tracia: è chiamata Asenigiren. Ivi giace il corpo suo, e ivi è uno altare sopra la tomba sua, ove ogni anno si fa solenne festa sì come fusse santo. Ogni uno di quelle gente insieme vanno a consigliarsi sopra di questa tomba, e pare a loro che per divina ispirazione gli venga posto innanzi il miglior consiglio. E in questo paese sono molte alte montagnie inverso la fine di Macedonia.
DEL MONTE OLIMPIO.
È una montagnia chiamata Olimpio, la quale disparte Macedonia da Tracia, ed è così alta che trapassa le nuvole.
DEL MONTE ATTALANTE DOVE È L'AERE PURO E NETTO.
Elli è un'altra montagnia, chiamata Athlas. Questa è tanto alta, come testimonia alcuni, che l'ombra sua si istende insino a l'Isola di Lennos, ch'è lontana a la marina LXXVI. leghe; e nella sommità della montagnia è l'aere così puro, che ivi non trae vento, nè altra cosa; e imperò quivi non potrebbe stare uccegli, nè altri animali per la grande secchitade di detta montagna. E dicono alcuni di queste parte, che i filosafi andorono sopra questa montagnia e tenevono nelle mani una spugnia bagnata in acqua, la quale odoravono per ricevere umidità, perchè altrimenti non arebono potuto fiatare, anzi sarebono venuti meno per difetto di fiato per l'aere troppo asciutto. E sopra questa montagna scrivevono colle loro dita nella polvere; e in capo dell'anno tornati, trovavono le figure come loro avevono iscritto, sì che per questo appare, che la montagnia si istende infino all'aere puro.
DELLA BELLEZA DI COSTANTINOPOLI.
Costantinopoli è la principale città dello imperadore; molto bella e bene ordinata; e ivi è una bella piaza per giostrare e per giucare, ed è fatta a scacchi e a gradi d'intorno, sì che ogniun può vedere sanza impacciare il campagnio; e di sotto questi gradi sono le stalle[11] dello imperadore e dentro sono tutti e pilastri di marmo. Dentro nella chiesa di santa Soffia, faccendo, già gran tempo, lo imperadore sotterare un suo parente, fu trovato uno altro corpo, sopra del quale era una gran piastra d'oro, dove erano scritte lettere che sonavano: Iesù Cristo nascierà della vergine Maria, et io credo in ello. E contenea nella detta piastra, che quello corpo era stato quivi anni 2000, prima che Iesù Cristo nascessi; et è oggi la detta piastra nella tesorìa della chiesa di santa Soffia[12].
DEL CORPO DI ERMES.
E dicono le gente, che questo corpo fu Hermens, el savio filosofo. E quantunque i greci siano cristiani, egli però deviano molto dalla nostra fede, perchè dicono, che lo Spirito Santo non procede punto dal Figliuolo, anzi solamente dal Padre, e non ubidiscono nulla alla corte di Roma nè al papa, e dicono che tanta possanza à el loro patriarca, che è come el papa nostro.
COME EL PAPA SCRISSE A' GRECI CHE VOLESSINO ESSERE UNITI.
E imperò Giovanni papa vigesimo sicondo gli scrisse, come la cristianità doveva essere unita, e che egliono doverebono ubidire al papa, il quale è diritto vicario di Giesù Cristo e di Dio, al quale Idio dona infinita potenzia di legare e di sciogliere: onde e' doverebono a lui ubbidire.
DELLA RISPOSTA CHE E' FECIONO.
E li greci gli mandorono a dire assai diverse risposte; e, tralle altre cose, egli dissono: _Potentiam tuam summam circa tuos subditos firmiter credimus, superbiam tuam summam tollerare non possumus, avaritiam tuam satiare non intendimus; dominus tecum quia nobiscum est Dominus_. E altra risposta non potè lui avere da loro. Queste parole latine per più intelligenzia de' vulgari così suonono: la tua potenzia, circa alli tuoi subditi, firmamente credemo; la tua somma superbia non possiamo levare (_sic_), la tua avarizia non intendiamo saziare: sia el signore teco, perchè con noi è.
DELLO ERRORE DE' GRECI CONTRO ALLA CONSECRAZIONE DEL SACRAMENTO.
Item, fanno el sacramento dell'altare di pane lievito, e dicono, che noi erriamo di farlo col pane non lievito, perchè el nostro Signiore lo fece alla cena di pane lievito; e nel giovedì santo eglino fanno il loro pane lievito per memoria della cena, e sì lo seccano e poi lo conservono tutto l'anno; e di questo ne dànno agl'infermi in luogo del corpo di Cristo; e egliono non fanno punto d'unzione nel battesimo, nè alli infermi; ma nota che ora si conformono con noi nel modo del consecrare; e dicono che non è punto purgatorio, e che l'anime non ànno punto d'allegreza infino al dì del giudicio.
UNO ALTRO ERRORE.
E dicono, che fornicazione non è peccato mortale, imperò che quela è cosa naturale, e che nisuno uomo nè femina se debe maritare altro che una sola volta.
UN ALTRO ERRORE.
E che sono bastardi quegli figliuoli di quegli che si maritono più d'una volta, e sono generati in peccato; e disfanno il matrimonio per piccola cagione. E gli loro preti si maritono; e dicono, che usura non è punto peccato mortale; e vendono e benifici della chiesa, sì come altrove si fa, che gli torna gran danno e vergognia; imperò che ogni simonia è riprovata; onde che la santa chiesa è maculata; e così mancando lei nelle buone opere, el mondo non può aver buono stato.
DI MOLTI ALTRI ERRORI DE' GRECI.