I tre moschettieri, vol. IV

Part 9

Chapter 93,871 wordsPublic domain

Buckingham guardò questo giovane con mala faccia.

— E che, signore! sapete voi che le interrogazioni che mi fate sono strane, e che io sono ben buono a rispondervi?

— Rispondeteci, milord, disse Felton; la situazione è forse più grave di quello che credete.

Buckingham pensò che il giovane, venendo per parte di lord de Winter, parlasse senza dubbio in nome suo, e si raddolcì.

— Senza alcun rimorso, diss'egli, ed il barone sa, al pari di me, che lady de Winter è una gran colpevole, e che è quasi un farle grazia il limitare la sua pena alla deportazione.

Il duca pose la penna sulla carta.

— Voi non firmerete quest'ordine, milord, disse Felton facendo un passo verso il duca.

— Io non firmerò quest'ordine, disse Buckingham; e perchè?

— Perchè voi discenderete in voi stesso, e farete giustizia a milady.

— Le si renderebbe giustizia inviandola a Tyburn, disse il duca; milady è un'infame.

— Mio-signore, milady è un angelo voi lo sapete bene, ed io vi domando la sua libertà.

— E che! disse Buckingham, siete voi un pazzo per parlarmi in tal guisa!

— Milord, scusatemi, io parlo come posso; io mi contengo. Però, milord, pensate a quello che siete per fare, e temete di oltrepassare la misura.

— Come sarebbe a dire?... Dio mi perdoni, gridò Buckingham, ma io credo ch'egli minacci!

— No, milord, io prego ancora, e vi dico; che una goccia di acqua basta per fare andare di fuori il vaso pieno colmo, uno sbaglio leggero basta ad attirarsi sul capo il gastigo risparmiato fino a questo giorno, ad onta di tanti delitti.

— Signor Felton, disse il duca, uscite tosto di qui, e andatevi sul momento a consegnare agli arresti.

— E voi, mi ascolterete fino alla fine, milord; voi avete sedotto questa giovane, voi l'avete oltraggiata, lordata; riparate i vostri falli verso di essa, lasciatela partire liberamente, e non esigerò altra cosa da voi.

— Voi non esigerete altro, disse Buckingham guardando Felton con meraviglia, e calcando sopra ciascuna sillaba di queste quattro parole che aveva pronunciate.

— Milord, continuò Felton, esaltandosi a misura che parlava, state in guardia; tutta l'Inghilterra è stanca delle vostre iniquità; milord, voi avete abusato del potere reale che avete quasi usurpato; milord, voi siete in orrore agli uomini e a Dio. Dio vi punirà più tardi, ma io vi punirò oggi stesso.

— Ah! questo è troppo, gridò Buckingham facendo un passo verso la porta.

Felton gli sbarrò la strada.

— Io vi domando umilmente, signore, l'ordine che sia messa in libertà lady de Winter; pensate che questa è la donna che avete disonorata.

— Ritiratevi, signore, disse Buckingham, altrimenti io chiamerò e vi farò scacciare dai miei servi!

— Voi non chiamerete, disse Felton gettandosi tra il duca ed il tiratoio del campanello tutto incrostato d'argento, guardatevene, milord, voi siete qui fra le mani di Dio.

— Fra le mani del diavolo, vorrete dire! gridò Buckingham alzando la voce per attirare gente, senza però chiamare direttamente.

— Firmate, signore, firmate la libertà di lady de Winter, disse Felton presentando un foglio al duca.

— Per forza? voi vi sbagliate, olà! Patrick!

— Firmate; milord!

— Giammai!

— Giammai?

— Gente, a me! gridò il duca.

E nello stesso tempo saltò alla sua spada.

Ma Felton non gli dette il tempo di cavarla; egli teneva già aperto sotto il suo vestito il coltello con cui si era ferita milady; con uno sbalzo fu sopra al duca.

In questo momento Patrick entrava nella sala gridando:

— Milord, una lettera di Francia.

— Di Francia, gridò Buckingham dimenticando tutto nel pensare da chi gli veniva quella lettera.

Felton approfittò di quel momento e gl'immerse fino al manico il coltello nel fianco.

— Ah! traditore, gridò Buckingham, tu mi hai ucciso!

— All'assassino! urlò Patrick.

Felton girò lo sguardo intorno a se per fuggire, e, vedendo la porta libera, si slanciò nella camera vicina, che era quella, come abbiamo detto, ove aspettavano i deputati della Rochelle; la traversò correndo, e si precipitò verso la scala; ma sul primo gradino incontrò lord de Winter, che, vedendolo pallido, stravolto, livido, e con una mano macchiata di sangue, gli saltò al collo gridando:

— Io lo sapeva! Io aveva indovinato! troppo tardi di un minuto. Ah! disgraziato che sono!

Felton non fece alcuna resistenza; lord de Winter lo rimise fra le mani delle guardie, che lo condussero, aspettando nuovi ordini, sopra una piccola terrazza che dominava il mare, ed egli si slanciò nel gabinetto di Buckingham.

Al grido mandato dal duca, alla chiamata di Patrick, l'uomo che Felton aveva incontrato nell'anticamera si precipitò nel gabinetto.

Ritrovò il duca steso sopra un sofà, stringendosi la sua ferita con mano convulsa.

— Laporte, disse il duca con voce moribonda, Laporte vieni tu per parte sua.

— Sì, Mio-signore, rispose il servo fedele della regina Anna, ma forse troppo tardi.

— Silenzio! Laporte, potreste essere inteso. Patrick, non lasciare entrare nessuno. Oh! io non saprei ciò che ella mi fa dire... Mio Dio! io muoio!

E il duca svenne.

Frattanto lord de Winter, i deputati, i capi della spedizione, gli ufficiali della casa del duca avevano fatto irruzione nella sua camera: ovunque si sentivano grida di disperazione. La notizia che riempiva il palazzo di pianto, di gemiti ne uscì ben presto, e si sparse per tutta la città.

Un colpo di cannone annunziò ch'era accaduto qualche cosa di nuovo e di inatteso.

Lord de Winter si strappava i capelli.

— Troppo tardi di un minuto! gridava egli. Troppo tardi di un minuto! mio Dio! mio Dio! che disgrazia!

Infatti alle sette del mattino erano andati a dirgli che una scala di corda fluttuava ad una delle finestre del castello. Egli era corso subito nella camera di milady, aveva ritrovata la camera vuota, la finestra aperta e le sbarre segate; si era ricordato la raccomandazione verbale che gli aveva trasmesso d'Artagnan col mezzo del suo messaggiero, aveva tremato pel duca, e correndo alle scuderie, senza perdere il tempo di fare insellare il suo cavallo, era montato sul primo che aveva trovato era corso volando, era balzato abbasso il cortile, aveva salilo precipitosamente la scala, e sul primo scalino, come abbiamo detto, incontrò Felton.

Il duca però non era morto; egli ritornò in se, riaprì gli occhi, e la speranza rientrò nel cuore di tutti.

— Signori, diss'egli, lasciatemi solo con Patrick e Laporte... Ah! siete voi, de Winter? Voi mi avete inviato questa mattina un pazzo singolare! vedete lo stato in cui mi ha messo!

— Ah! milord, gridò il barone, milord, io non ne avrò più pace!

— E tu avrai torto, mio buon de Winter disse Buckingham stendendogli la mano. Io non conosco un uomo che meriti di essere compianto per tutta la vita di un altro uomo. Ma lasciateci, ve ne prego.

Il barone uscì singhiozzando.

Non rimase nel gabinetto che il duca, Laporte e Patrick. Ovunque si cercava un medico e non si poteva rinvenire.

— Voi vivrete, milord, voi vivrete, ripeteva in ginocchio davanti al sofà del duca il messaggero della regina Anna.

— Che cosa mi scriveva essa? disse debolmente Buckingham, mandando a rivi il sangue, e vincendo i suoi atroci dolori per sentire parlare di quella ch'egli amava; che mi scriveva essa? leggetemi la sua lettera.

— Oh! milord! fece Laporte.

— Ebbene! Laporte, non vedi tu che io non ho tempo da perdere?

Laporte ruppe il sigillo e mise la pergamena davanti agli occhi del duca, ma Buckingham tentò invano di distinguere la scrittura.

— Leggi, dunque, leggi, diss'egli, io non ci vedo più, ben presto non potrò più neppure sentire, e dovrò morire senza sapere ciò che essa mi ha scritto.

Laporte non fece più alcuna difficoltà e lesse:

«Milord.

«Per tutto ciò che ho sofferto da che vi conosco, da voi, e per voi, vi scongiuro, se vi sta a cuore il mio riposo, d'interrompere i grandi armamenti che fate contro la Francia, e di cessare da una guerra, di cui ad alta voce si dà per causa visibile la religione, e di cui si dice a bassa voce che il solo vostro amore per me ne è la causa nascosta. Questa guerra può cagionare non solo per la Francia e per l'Inghilterra grandi catastrofi, ma anche per voi, milord, delle disgrazie di cui non saprei mai consolarmi.

«Vegliate sulla vostra vita, che viene minacciata, e mi sarà più cara ancora dal momento che io non sarò più obbligata di vedere in voi un nemico.

«_Vostra affezionata_ «ANNA»

Buckingham raccolse tutti i residui della sua vita per ascoltare questa lettera; quando fu finita, come se egli si fosse ritrovato in un amaro disinganno:

— Non avete voi nient'altro da dirmi a viva voce, Laporte? domandò egli.

— Sì, milord; la regina mi ha incaricato di dirvi che vegliate su voi, perchè era stata avvisata che sareste assassinato.

— È tutto qui! tutto! ripetè Buckingham con impazienza.

— Mi aveva pure incaricato dirvi ch'essa vi ama sempre.

— Ah! fece Buckingham, lodato il cielo! la nuova della mia morte non le giungerà dunque come quella di un estraneo.

Laporte si struggeva in lagrime.

— Patrick, disse il duca, portatemi il bauletto ove erano i puntali di diamanti.

Patrick portò l'oggetto domandato, che Laporte riconobbe per aver appartenuto alla regina.

— Ora la borsa di seta bianca ove sono le sue cifre ricamate in perle.

Patrick obbedì.

— Prendete, Laporte, disse Buckingham ecco i soli regali che io ebbi da lei, questo bauletto d'argento, e queste due lettere. Voi restituirete il tutto a Sua Maestà; e per ultimo ricordo... (egli cercava intorno a se qualche oggetto prezioso.)... vi aggiungerete...

Egli cercava ancora; ma i suoi sguardi appannati per la vicina morte non si abbatterono che sopra il coltello caduto dalle mani di Felton, e fumante ancora del sangue vermiglio di cui era ricoperta la lama.

— E vi aggiungerete questo coltello, disse il duca stringendo la mano di Laporte.

Potè ancora mettere la borsa nel fondo del bauletto d'argento, vi lasciò cadere il coltello, facendo segno a Laporte che non poteva più parlare; quindi, in un'ultima convulsione, che questa volta non ebbe la forza di combattere, cadde dal sofà sul pavimento.

Patrick mandò un gran grido.

Buckingham volle sorridere un'ultima volta, ma la morte arrestò il suo pensiero che rimase impresso sulle labbra e sulla fronte, come un ultimo addio d'amore.

In questo momento giunse il medico del duca tutto affannato; egli era già a bordo del vascello ammiraglio; furono obbligati di andarlo a ritrovare là.

Si avvicinò al duca, prese la sua mano, la tenne per alcuni istanti fra le sue e la lasciò ricadere.

— Tutto è inutile, diss'egli; è morto!

— Morto! morto! ripete Patrick.

A questo grido tutta la folla rientrò nella sala, e dappertutto non fu più che costernazione e tumulto.

Tosto che lord de Winter vide Buckingham spirato, corse a Felton che i soldati custodivano sempre sulla terrazza del palazzo.

— Miserabile diss'egli al giovane, che dopo la morte di Buckingham aveva ritrovata quella calma e quel sangue freddo che non dovevano più abbandonarlo. Miserabile! che hai tu fatto?

— Io mi sono vendicato, diss'egli.

— Taci? disse il barone, dì, che tu hai servito d'istrumento a quella maledetta donna: ma io te lo giuro, questo delitto sarà il suo ultimo delitto.

— Io non so che cosa v'intendete di dire, riprese tranquillamente Felton; ignoro di che volete parlare, milord; io ho ucciso il duca di Buckingham perchè ha rifiutato due volte a voi stesso di nominarmi capitano; io l'ho punito della sua ingiustizia, ecco tutto.

De Winter stupefatto guardava i soldati che legavano Felton, e non sapeva che pensare di una simile insensibilità.

Una sola cosa spandeva una nube sulla fronte di Felton; ad ogni passo, ad ogni voce che udiva, l'ingenuo puritano credeva riconoscere il passo e la voce di milady che venisse a gettarsi nelle sue braccia per accusarsi e perdersi con lui.

Ad un tratto egli fremette, il suo sguardo si fissò sopra un punto del mare che, dalla altezza ove era, ei dominava per intero; con quello sguardo da aquila del marinaro, egli aveva riconosciuto là, ove qualunque altro non avrebbe veduto che una barchetta fluttuare sulle onde, la vela dello sloop, che si dirigeva verso le coste di Francia.

Egli impallidì, portò la mano sopra il suo cuore che si spezzava, e comprese tutto il tradimento.

— Un'ultima grazia, diss'egli al barone.

— E quale? domandò questi.

— Che ora è?

Il barone cavò l'orologio.

— Nove ore meno dieci minuti, diss'egli.

Milady aveva affrettata la sua partenza di un'ora e mezzo: tosto che si fece sentire il colpo di cannone che annunziava il fatale avvenimento, essa aveva ordinato di levare l'ancora.

La barca vogava sotto un cielo azzurro ad una grande distanza dalla costa.

— Dio lo ha voluto! disse Felton colla rassegnazione di un fanatico, ma però senza poter staccare gli occhi da quello schifo, a bordo del quale credeva senza dubbio distinguere il bianco fantasma di quella alla quale aveva sacrificata la vita.

De Winter seguì il suo sguardo, esaminò il suo soffrire e indovinò tutto.

— Ora sarai punito _solo_, miserabile disse il lord a Felton, che si lasciava trasportare con gli occhi sempre rivolti al mare; ma io ti giuro sulla memoria di mio fratello, che ho tanto amato, che la tua complice non sarà salvata.

Felton abbassò la testa senza pronunciare una sillaba.

Quando a de Winter, discese rapidamente le scale e corse al porto.

CAPITOLO LX.

IN FRANCIA

Il primo timore del re d'Inghilterra, Carlo I, nel sapere questa morte, fu che una così terribile notizia non scoraggiasse i Roccellesi. Egli tentò, dice Richelieu nelle sue memorie, di nasconderla loro il più lungamente possibile, fece chiudere tutti i porti del regno, e prendendo somma cura che non uscisse alcun vascello fino a che l'armata che Buckingham aveva preparata non fosse partita, e in mancanza di Buckingham, s'incaricò egli stesso di sorvegliare la partenza.

Egli spinse il rigore di quest'ordine fino a ritenere in Inghilterra l'ambasciatore di Danimarca che aveva preso congedo, e l'ambasciatore ordinario d'Olanda, che doveva ricondurre nel porto di Flessigna le navi delle Indie, che Carlo I, aveva fatto restituire alle Provincie unite.

Ma siccome non pensò a dare quest'ordine se non che cinque ore dopo l'avvenimento, vale a dire dopo le due pomeridiane, due navigli erano già partiti dal porto: l'uno conduceva, come noi sappiamo, milady, la quale, dubitando dapprima dell'avvenimento, fu poscia confermata nella sua credenza vedendo la bandiera nera sventolare all'albero del vascello.

In quanto al secondo bastimento, noi diremo più tardi chi portava e come partì.

Frattanto non accadeva nulla di nuovo al campo della Rochelle. Il re soltanto, che si annoiava fortemente, come, ma forse anche un poco più di prima, risolse di andare incognito a passare la festa di S. Luigi al castello di S. Germano, chiese al ministro di fargli preparare una scorta di venti moschettieri. Il ministro che qualche volta era preso dalla stessa noia, accordò con gran piacere questo congedo al suo reale tenente, il quale promise di essere di ritorno verso il 13 di settembre.

Il sig. de Tréville, prevenuto da Sua Eccellenza preparò la sua scorta, e siccome, senza conoscerne la causa egli sapeva il vivo desiderio ed anche l'imperioso bisogno che i suoi amici aveano di ritornare a Parigi, li designò per far parte della scorta.

I quattro giovani seppero la notizia un quarto d'ora dopo dal sig. de Tréville, perchè furono i primi ai quali la comunicò. Fu allora che d'Artagnan apprezzò il favore, che gli era stato accordato dal ministro facendolo passare ai moschettieri. Senza questa circostanza, egli sarebbe stato costretto di restare al campo quando partivano i suoi compagni.

Si vedrà più tardi che questa impazienza di ritornare verso Parigi aveva per causa il pericolo che doveva correre la sig. Bonacieux, nell'incontrarsi al convento di Béthune con milady sua mortale nemica. Così, come da noi si disse, Aramis aveva scritto immediatamente a Maria Michon, quella imbiancatrice di Tours, che aveva tante belle conoscenze, affinchè ottenesse dalla regina l'autorizzazione alla signora Bonacieux di uscire dal convento e di ritirarsi sia in Lorena sia nel Belgio. La risposta non si era fatta aspettare, e otto o dieci giorni dopo Aramis aveva ricevuto la seguente lettera:

«Mio caro cugino, ecco, l'autorizzazione di mia sorella per ritirare dal convento di Béthune la piccola servente per la quale pensate che l'aria di quei luoghi non faccia bene alla sua salute; mia sorella v'invia questa autorizzazione con gran piacere, perchè ama moltissimo questa giovane, alla quale si riserva di essere utile per l'avvenire.

«Vi abbraccio.

«MARIA MICHON»

A questa lettera era congiunta l'autorizzazione conceputa in questi termini.

«La superiora del convento di Béthune rimetterà nelle mani della persona che le presenterà questo biglietto la novizia che era entrata nel suo convento dietro una mia raccomandazione.

«Dal Louvre li 10 Agosto 1628.

«ANNA»

Si capirà facilmente, come queste relazioni di parentela fra Aramis e una lavandaia, che chiamava la regina sua sorella, avevano divertito le conversazioni dei nostri giovanotti; ma Aramis, dopo avere arrossito due o tre volte fino nel bianco degli occhi, per i grossolani scherzi di Porthos, aveva pregato i suoi amici di non ritornare più sopra questo argomento, dichiarando che, se gli fosse stata detta una sola parola di più, non avrebbe più impegnata sua cugina in questa specie di affari.

Non si parlò dunque più di Maria Michon fra i quattro moschettieri, che d'altronde avevano ciò che volevano, vale a dire l'ordine di levare la signora Bonacieux dal convento delle Carmelitane di Béthune. È vero che quest'ordine non serviva loro gran cosa fintantochè erano al campo della Rochelle. D'Artagnan era sul punto di domandare al sig. de Tréville un congedo, confidandogli bonariamente l'importanza della sua partenza, quando gli fu trasmessa unitamente a' tre suoi compagni, la notizia che il re stava per partire con una scorta di venti moschettieri alla volta di Parigi, e che essi avrebbero fatto parte di questa scorta.

La gioia fu grande. Si mandarono innanzi i lacchè coi bagagli, e si partì il sedici alla mattina.

Il ministro accompagnò Sua maestà da Surgéres a Mauzes, e là, il re ed il suo ministro presero congedo l'uno dall'altro colle più grandi dimostrazioni di amicizia.

Frattanto il re, che cercava distrazioni, mentre camminava il più presto che gli era possibile, poichè desiderava di essere a Parigi il 23, si fermava di tempo in tempo per veder volare le gazze, distrazione il di cui gusto gli era stato in altri tempi ispirato da Luynes, primo marito della signora de Chevreuse, e pel quale aveva sempre conservata una grande predilezione. Sopra i venti moschettieri, sedici si rallegravano ogni volta che accadeva questo bel passatempo; ma quattro brontolavano alla meglio. D'Artagnan particolarmente soffriva di continui rumori alle orecchie, che Porthos spiegava in questo modo:

— Una gran dama mi ha imparato che ciò vuol dire che si parla di voi in qualche luogo. Finalmente la scorta traversò Parigi il 22 nella notte; il re ringraziò il signor de Tréville e gli permise di distribuire dei congedi per quattro giorni, a condizione che nessuno dei favoriti si presentasse in luogo pubblico, sotto pena della Bastiglia.

I quattro primi congedi che furono accordati, come ciascuno può ben pensare, furono ai nostri quattro amici; vi fu di più, Athos ottenne dal signor de Tréville sei giorni invece di quattro, e fece mettere nei sei giorni due notti di più; poichè partirono il 24 nella sera, e per compiacenza pure del signor de Tréville il congedo, con una post-data, era segnato il 25 nella mattina.

— Eh! mio Dio, diceva d'Artagnan, che come ognun sa non dubitava mai di niente, mi sembra che noi ci prendiamo bene molti imbarazzi per una cosa semplicissima: in due giorni, e facendo crepare due o tre cavalli (poco m'importa, io ho del danaro), io sarò a Béthune, io rimetterò la lettera della regina alla superiora, e ricondurrò il caro tesoro che vado a cercare, non già nella Lorena, non già nel Belgio, ma a Parigi, ove sarà meglio nascosto, particolarmente fino a tanto che il ministro sarà alla Rochelle. Poi, una volta di ritorno dalla campagna, metà per la protezione di sua cugina, metà in favore di ciò che abbiamo fatto personalmente per essa, otterremo dalla regina tutto ciò che vorremo. Restate dunque qui, non vi stancate con inutili fatiche, io e Planchet bastiamo per una spedizione così semplice.

A queste parole Athos rispondeva tranquillamente:

— Noi pure abbiamo del denaro, perchè io non ho ancora bevuto del tutto il residuo del diamante, e Porthos ed Aramis non ne hanno ancora mangiata tutta la loro parte. Noi dunque faremo crepare tanto bene quattro cavalli quanto uno. Ma pensate d'Artagnan, aggiunse egli con voce così cupa che il suo accento fece fremere il giovane, pensate che Béthune è una città ove il ministro ha dato appuntamento ad una donna che, ovunque ella va, porta seco disgrazie. Se voi non aveste a che fare se non che con quattro uomini, d'Artagnan, io vi lascerei andar solo. Ma voi avete che fare con questa donna, andiamoci tutti e quattro, e piaccia a Dio che, con i nostri servi, noi possiamo essere in un numero sufficiente.

— Voi mi spaventate, Athos, gridò d'Artagnan; che cosa temete voi dunque?

— Tutto, rispose Athos.

D'Artagnan esaminò il viso dei suoi compagni che, come quello di Athos, portavano la impronta di una profonda inquietudine, e fu continuata la strada al passo forzato dei loro cavalli, senza aggiungere una sola parola.

La sera del 25, mentre entravano in Arras, d'Artagnan appena aveva messo piede a terra davanti all'albergo dell'Orso d'oro per bere un bicchiere di vino, un cavaliere uscì dal cortile della porta, ove aveva cambiato il cavallo, partendo al gran galoppo e con un cavallo fresco alla volta di Parigi. Al momento in cui passava dalla gran porta nella strada, il vento aprì alquanto il mantello in cui era avviluppato, quantunque fosse il mese di agosto, e alzò la falda del suo cappello, che il viaggiatore ricalcò prestamente sulla sua fronte.

D'Artagnan che aveva lo sguardo fisso su quest'uomo, divenne pallidissimo e lasciò cadere il suo bicchiere.

— Che avete, signore? disse Planchet. Oh! signori, accorrete; il mio padrone si sente male.

I tre amici accorsero e ritrovarono d'Artagnan che invece di sentirsi male, correva al suo cavallo. Essi lo fermarono sulla soglia della porta.

— Ebbene! dove diavolo vai tu dunque così? gli gridò Athos.

— È lui! gridò d'Artagnan pallido per la collera e col sudore alla fronte, lasciatemi, che io lo raggiunga.

— Ma chi? gli domandò Athos.

— Lui! quell'uomo!

— Qual uomo?

— Quell'uomo maledetto, il mio cattivo genio, che ho sempre veduto quando sono stato minacciato da qualche disgrazia, colui che accompagnava l'orribile donna quando la incontrai per la prima volta, colui che cercava quando provocai l'amico Athos, colui che ho veduto la mattina stessa del giorno in cui la sig. Bonacieux fu rapita, l'uomo di Méung infine; io l'ho veduto, è lui! l'ho riconosciuto quando il vento ha mezzo aperto il suo mantello.

— Diavolo? disse Athos pensieroso.

— In sella! signori, in sella perseguitiamolo, e lo raggiungeremo.

— Mio caro, disse Aramis, pensate che egli va alla parte opposta a quella ove andiamo noi, che egli ha un cavallo fresco e che i nostri sono stanchi, che per conseguenza noi faremo crepare i nostri, senza neppure aver la fortunata combinazione di raggiungerlo.

— Eh! signore gridò uno stalliere correndo dietro lo sconosciuto, eh, signore, eh!

— Amico mio, disse d'Artagnan, una mezza doppia per quel pezzo di foglio.

— In fede mia, signore, con tutto il piacere; eccolo.

Lo stalliere, contento della buona giornata che aveva fatta, rientrò nel cortile dell'albergo.

D'Artagnan spiegò il foglio.