Part 14
D'Artagnan raccontò allora ad Athos quanto era accaduto in chiesa fra Porthos e la procuratrice, e come il loro camerata era in quell'ora giù sulla via per essere probabilmente equipaggiato.
— In quanto a me, a tutto questo racconto, sono ben tranquillo, non saranno già le donne che faranno le spese del mio equipaggio.
— Eppure, bello, gentile, gran signore come voi siete, mio caro Athos, non vi sarebbero nè principesse, nè regine al sicuro dei vostri dardi amorosi.
In questo momento, Planchet presentò modestamente la testa fra la porta socchiusa, e annunciò al suo padrone che i cavalli erano abbasso.
— Quali cavalli? domandò Athos.
— Due cavalli che il sig. de Tréville mi presta per la passeggiata, e coi quali voglio andare a fare un giro a S. Germano.
— E che cosa andate a fare a S. Germano? domandò Athos.
Allora d'Artagnan gli raccontò l'incontro che aveva fatto in chiesa, e in che modo aveva ritrovato quella donna che, col signore dal mantello nero e dalla cicatrice sulla tempia, era la eterna sua preoccupazione.
— Vale a dire che voi siete innamorato di quella, come lo eravate della signora Bonacieux, disse Athos alzando sdegnosamente le spalle, come se avesse avuto pietà dell'umana debolezza.
— Io! niente affatto, gridò d'Artagnan. Io sono soltanto curioso di rischiarare il mistero al quale ella si attacca: non so il perchè, ma mi figuro che questa donna, per quanto sconosciuta mi sia, e per quanto io sia sconosciuto a lei, ha avuto un'azione sulla mia vita.
— Di fatto, voi avete ragione, disse Athos, io sono del vostro parere, ma non conosco una donna che valga la pena di essere cercata quando si è perduta. La signora Bonacieux è perduta, tanto peggio per lei, che ella si ritrovi.
— No, Athos, v'ingannate, disse d'Artagnan; io amo la mia povera Costanza sempre più che mai, e se sapessi il luogo ov'ella è, fosse ancora in capo al mondo, partirei per prenderla dalle mani dei suoi nemici; ma io l'ignoro, tutte le mie ricerche sono state inutili. Che volete! bisogna bene distrarsi.
— Distraetevi presso milady, mio caro d'Artagnan; io ve lo auguro di tutto cuore, se ciò può divertirvi.
— Ascoltate Athos, disse d'Artagnan, invece di restar chiuso qui come se foste agli arresti, montate a cavallo e venite meco a passeggiare a S. Germano.
— Mio caro, disse Athos, io monto i mei cavalli quando ne ho, altrimenti, vado a piedi.
— Ebbene io, disse d'Artagnan sorridendo della misantropia di Athos, che in un altro l'avrebbe certamente ferito; io sono meno orgoglioso di voi, io monto quello che trovo; così a rivederci, mio caro Athos.
— A rivederci, disse il moschettiere facendo segno a Grimaud di stappare la bottiglia che avea portata.
D'Artagnan e Planchet si misero in sella, e presero la strada di S. Germano.
Lungo tutta la strada ritornò allo spirito del giovane tutto quanto gli aveva detto Athos. Quantunque d'Artagnan non fosse di un carattere molto sentimentale, la bella merciaia aveva fatta una reale impressione sul suo cuore: com'egli lo diceva, era pronto di andare in capo al mondo per cercarla. Ma il mondo ha molti capi, benchè si dica che è rotondo, per cui non sapeva da qual parte voltare.
Frattanto, egli era smanioso di sapere chi fosse milady. Milady aveva parlato all'uomo dal mantello nero, dunque ella lo conosceva. Ora, nello spirito di d'Artagnan, era certamente l'uomo dal mantello nero che aveva rapita la Signora Bonacieux una seconda volta, come l'aveva già rapita una prima. D'Artagnan non mentiva che per metà, e ciò è ben mentir poco, quando diceva, che mettendosi alla ricerca di milady egli si metteva nello stesso tempo alla ricerca di Costanza.
Pensando in tal modo, e dando di tratto in tratto dei tocchi collo sprone al suo cavallo, d'Artagnan aveva fatta la strada, ed era giunto a S. Germano. Egli era passato davanti al padiglione in cui dieci anni dopo doveva nascere Luigi XIV, e traversava una strada molto deserta, guardando a diritta e a sinistra per vedere se ritrovava qualche traccia della sua bella Inglese, allorchè al pian terreno di una bella casa che, secondo l'uso del tempo, non aveva alcuna finestra sulla strada, vide comparire una figura di sua conoscenza. Questa figura passeggiava sopra una specie di terrazzo guernito di fiori. Planchet la riconobbe pel primo.
— Eh! signore, diss'egli indirizzandosi a d'Artagnan, non rammentate voi più quel viso che abbaia alle cornacchie?
— No, disse d'Artagnan, eppure son certo che non è la prima volta che lo vedo.
— Lo credo, per bacco! disse Planchet: è quel povero Lubin, il lacchè del conte de Wardes, quello che avete così bene accomodato un mese fa, a Calais, sulla strada che conduce alla campagna del governatore.
— Ah! si, disse d'Artagnan, ora lo riconosco. Credi tu che egli riconosca te pure?
— In fede mia, signore, egli era talmente malmenato, che dubito che abbia conservata alcuna idea molto chiara di me.
— Ebbene! va dunque a discorrere con quel servo, disse d'Artagnan, e nella conversazione informati se il suo padrone è morto.
Planchet discese da cavallo, camminò diritto diritto a Lubin, che, infatti, non lo riconobbe, e i due lacchè si misero a discorrere nella maggiore intelligenza del mondo, nel mentre che d'Artagnan spingeva i due cavalli in un viottolo, e facendo il giro dietro una casa, se ne ritornava ad assistere alla conferenza nascosto da una siepe.
In capo ad un istante di osservazione dietro la siepe, intese il rumore di una carrozza, e vide la carrozza di milady fermarsi d'avanti a lui. Non vi era ad ingannarsi, milady vi era dentro. D'Artagnan si nascose dietro il collo del suo cavallo, affine di poter veder tutto senza esser veduto.
Milady cavò la sua graziosa testa bionda dalla portiera, e dette degli ordini alla sua cameriera.
Quest'ultima, bella giovinetta di ventidue anni, svelta e vivace, vera cameriera di confidenza di una gran signora, saltò abbasso dal montatoio sul quale stava seduta, secondo l'uso del tempo, e si diresse verso il terrazzo su cui d'Artagnan aveva scoperto Lubin.
D'Artagnan segui la confidente con gli occhi e la vide incamminarsi al terrazzo. Ma per caso, un ordine dall'interno aveva chiamato Lubin, di modo che Planchet era rimasto solo guardando da tutte le parti per qual via era scomparso d'Artagnan.
La cameriera si avvicinò a Planchet, ch'ella prese per Lubin, e stendendogli un piccolo biglietto:
— Per il vostro padrone, diss'ella.
— Per il mio padrone? riprese Planchet meravigliato.
— Sì, e di molta premura. Prendete, fate presto.
Dopo di che se ne fuggì verso la carrozza di già rivoltata dalla parte donde era venuta, si slanciò sul montatoio, e la carrozza ripartì. Planchet girò e rigirò il biglietto, quindi avvezzo all'obbedienza passiva, saltò in basso dal terrazzo, infilò dalla parte del viottolo, e incontrò dopo venti passi d'Artagnan che, avendo veduto tutto, gli veniva incontro.
— Per voi, signore, gli disse Planchet presentandogli il biglietto.
— Per me? disse d'Artagnan, sei tu ben sicuro?
— Perdinci! se ne son sicuro: la cameriera ha detto: «per il vostro padrone» io non ho altro padrone che voi, così...
D'Artagnan aprì la lettera, e lesse queste parole:
«Una persona che s'interessa per voi più di quello che ella può dire vorrebbe sapere in qual giorno sarete in istato di passeggiare nella foresta: domani al palazzo del campo del Drappo d'Oro un lacchè nero e rosso aspetterà la vostra risposta».
— Oh! oh! disse a se stesso d'Artagnan, ecco un'avventura un poco viva. Sembra che milady ed io siamo in pena sulla vita della stessa persona. Ebbene! Planchet, come sta questo buon signore de Wardes? egli dunque non è morto?
— No, signore, sta tanto bene quanto si può stare con quattro colpi di spada nel corpo, poichè voi, senza farvene un rimprovero, avete allungato quattro colpi a questo caro gentiluomo; egli è ancora molto debole, avendo perduto quasi tutto il suo sangue. Come vi aveva detto, signore, Lubin non mi ha riconosciuto, e mi ha raccontato dal principio alla fine la nostra avventura.
— Benissimo, Planchet, tu sei il re dei lacchè; ora rimonta a cavallo, e raggiungiamo la carrozza.
Non vi volle molto; in cinque minuti si scoperse la carrozza fermata all'estremità della strada: un cavaliere riccamente vestito stava allo sportello.
La conversazione fra milady e il cavaliere era talmente animata, che d'Artagnan si fermò dall'altra parte della carrozza senza che nessuno, fuori della cameriera, s'accorgesse della sua presenza.
La conversazione si faceva in inglese, lingua che d'Artagnan non capiva; ma all'accento, il giovane credè indovinare che la bella Inglese era molto in collera; essa terminò con un gesto che non lasciò più alcun dubbio sulla natura di questa conversazione: fu un colpo di ventaglio applicato con tanta forza, che il piccolo arnese femminino andò in mille pezzi.
Il cavaliere scoppiò in una risata che parve esasperare milady.
D'Artagnan pensò che quello era il momento d'intervenire; si avvicinò all'altra portiera, e levandosi rispettosamente il cappello:
— Signora, diss'egli, mi permettete voi di offrirvi i miei servigi? mi sembra che questo cavaliere vi abbia fatto andare in collera! Dite una parola, signora, ed io m'incarico di punirlo della sua mancanza di cortesia.
Alle prime parole, milady si era voltata guardando il giovane con meraviglia; e quando ebbe finito:
— Signore, diss'ella in ottimo francese, sarebbe con grandissimo piacere che io mi metterei sotto la vostra protezione, se la persona che mi ha mosso questione non fosse mio fratello.
— Oh! scusatemi allora, disse d'Artagnan, voi capirete che io lo ignorava, signora.
— Di che cosa dunque si immischia questo stornello? gridò abbassandosi all'altezza della portiera, il cavaliere che milady aveva designato come suo parente, e perchè non continua egli la sua strada?
— Siete voi uno stornello, disse d'Artagnan, abbassandosi a sua volta sul collo del cavallo, e rispondendo dalla sua parte della portiera. Io non continuo la mia strada, perchè mi piace di fermarmi qui.
Il cavaliere indirizzò qualche parola in inglese a sua sorella.
— Io vi parlo francese, disse d'Artagnan, fatemi dunque il piacere, vi prego, di rispondermi nella stessa lingua. Voi siete il fratello della signora, sia, ma voi non siete mio fratello, fortunatamente.
Si sarebbe potuto credere che milady, timorosa come sono ordinariamente tutte le donne, si fosse interposta a questo principio di provocazione, affine d'impedire che la questione andasse più avanti; ma, tutto al contrario, ella si gettò in fondo alla carrozza, e gridò freddamente al cocchiere:
— Andate al palazzo.
La giovane cameriera gettò uno sguardo di inquietudine sopra d'Artagnan, la di cui buona fisonomia sembrava aver prodotto in essa il suo effetto.
La carrozza partì, e lasciò i due cavalieri in faccia l'uno dell'altro. Nessun ostacolo materiale li separava più.
Il cavaliere fece un movimento per seguire la carrozza; ma d'Artagnan, la di cui collera di già bollente si era ancora aumentata, riconoscendo in lui l'Inglese che in Amiens gli aveva vinto il suo cavallo, e poco non avea mancato vincesse ad Athos il suo diamante, gli saltò alla briglia, e lo fermò.
— Eh! signore, diss'egli, voi mi sembrate anche più stornello dì me, poichè mi fate l'effetto di dimenticare che si è intavolata fra noi una piccola questione.
— Ah! ah! disse l'Inglese, siete voi, mio padrone! con voi bisogna dunque sempre giuocare un giuoco o un altro?
— Sì, e ciò mi ricorda che ho da prendermi una rivincita. Noi vedremo, mio caro signore, se voi maneggiate tanto destramente la spada quanto il bussolo dei dadi.
— Vedete bene che io non ho spada, disse l'Inglese; volete voi fare il bravo contro un uomo disarmato.
— Spero bene che ne avrete una a casa vostra, disse d'Artagnan, in ogni caso, io ne ho due, e se voi volete, ve ne cederò una.
— È inutile, disse l'Inglese, io sono sufficientemente munito di questa sorta di utensili.
— Ebbene! mio degno gentiluomo, riprese d'Artagnan, scegliete la più lunga, e venite a mostrarmela questa sera.
— Ove, se vi piace?
— Dietro il Luxembourg; questo è un grazioso quartiere per le passeggiate del genere che vi propongo.
— Sta bene; io vi sarò.
— La vostra ora?
— Sei ore.
— A proposito, voi avete pure probabilmente uno o due amici?
— Io ne ho tre, che saranno molto onorati di giuocare la stessa partita che giuocherò io.
— Tre, a meraviglia! come si combina bene, disse d'Artagnan, è precisamente il mio conto.
— Ora chi siete voi? domandò l'Inglese.
— Io sono il signor d'Artagnan, gentiluomo guascone, servo nelle guardie e sono nella compagnia del sig. des Essarts. E voi?
— Io sono lord de Winter, barone de Scheffield.
— Ebbene! io sono vostro servitore, signor barone, disse d'Artagnan, quantunque abbiate dei nomi molto difficili a ricordarsi.
E pungendo il suo cavallo, si mise al galoppo, e riprese la strada di Parigi.
Come aveva l'abitudine di fare in simili occasioni, d'Artagnan discese direttamente alla casa di Athos.
Trovò Athos steso sopra un gran sofà, ove aspettava, come lo aveva detto, che il suo equipaggio fosse venuto a ritrovarlo.
Egli raccontò ad Athos quanto gli era accaduto, meno la lettera al signor de Wardes.
Athos fu consolato allorquando seppe che doveva battersi contro un Inglese. Noi abbiamo detto che questo era il suo trasporto.
Fu mandato a cercare sull'istante medesimo Porthos ed Aramis per mezzo dei lacchè, e furono messi al corrente della situazione.
Porthos cavò fuori la sua spada dal fodero; e si mise a squadronare il muro rinculando di tempo in tempo, e facendo delle pieghe come un ballerino. Aramis che lavorava sempre nel suo poema, si chiuse nel gabinetto di Athos, e pregò di non essere disturbato fino al momento di sguainare la spada.
Athos con un segno domandò a Grimaud un'altra bottiglia.
Fra se stesso d'Artagnan combinò un piccolo piano di cui vedremo in seguito l'esecuzione, e che gli prometteva una qualche graziosa avventura, come si poteva vedere dai sorrisi, che di tempo in tempo passavano sul suo viso, di cui rischiaravano il sogno.
CAPITOLO XXXI.
INGLESI E FRANCESI
Venuta l'ora, si portarono coi quattro lacchè dietro al Luxembourg, in un recinto abbandonato alle capre. Athos regalò una moneta al capraio perchè si allontanasse. I lacchè furono incaricati di fare la sentinella.
Ben presto una truppa silenziosa si avvicinò allo stesso recinto, vi penetrò e raggiunse i moschettieri; quindi, secondo gli usi d'oltremare, ebbero luogo le presentazioni.
Gl'Inglesi erano tutte persone della più alta società; i nomi bizzarri dei tre amici furono dunque per essi un soggetto, non solo di sorpresa, ma ancora d'inquietudine.
— Con tutto ciò, disse lord de Winter, quando i tre amici si furono nominati, noi non ci battiamo con tali nomi di pastori.
— Così, come voi lo supporrete bene, milord, questi sono nomi falsi, disse Athos.
— Cosa che non ci dà che un desiderio maggiore di conoscere i veri nomi, rispose l'Inglese.
— Voi però avete giuocato contro di noi senza conoscerli, disse Athos, a tal segno che ci avete vinti i nostri due cavalli.
— È vero; ma noi allora non arrischiavamo il nostro sangue. Si giuoca con tutti, non si combatte che coi suoi uguali.
— È giusto, disse Athos.
E prese in disparte quello dei quattro Inglesi col quale doveva battersi, e gli disse il suo nome a bassa voce; dal canto loro Porthos e Aramis fecero altrettanto
— Ciò vi basta, disse Athos al suo avversario, e mi ritrovate voi abbastanza nobile per farmi la grazia di incrociare la vostra spada meco?
— Sì, signore, disse l'Inglese inchinandosi.
— Ebbene, volete ora che io vi dica una cosa? riprese freddamente Athos.
— E quale? domandò l'Inglese.
— È che voi avreste fatto meglio a non esigere da me che mi facessi conoscere.
— Perchè?
— Perchè mi si crede morto, ed ho delle ragioni per desiderare che non si sappia che io sono vivo, e che quindi sarò obbligato di uccidervi perchè il mio segreto non si divulghi sul momento.
L'Inglese guardò Athos credendo che scherzasse, ma Athos non scherzava affatto.
— Signori, disse Athos indirizzandosi ai suoi compagni e ai suoi avversarii, siamo noi all'ordine?
— Sì, risposero tutti ad una voce Inglesi e Francesi.
— Allora, in guardia! disse Athos.
E tosto otto spade brillarono ai raggi del sol cadente, e il combattimento cominciò con un accanimento ben naturale a persone due volte nemiche.
Athos difendeva con tanta calma e metodo, come se fosse stato in una sala di scherma.
Porthos, corretto senza dubbio dalla sua troppo grande confidenza per opera della avventura di Chantilly, giuocava un giuoco pieno di destrezza e prudenza.
Aramis, che aveva il terzo canto del suo poema da terminare, si sbrigava come un uomo che abbia molta fretta.
Athos pel primo uccise il suo avversario. Non gli aveva portato che un colpo, ma come lo aveva prevenuto, questo colpo era stato mortale, la spada gli traversò il cuore.
Porthos, pel secondo, stese il suo sull'erba; gli aveva traversata la coscia. Allora, siccome l'Inglese gli aveva resa la spada, Porthos lo prese fra le sue braccia, e lo portò nella sua carrozza.
Aramis spinse il suo avversario così vigorosamente, che dopo averlo fatto rompere soltanto una cinquantina di passi, finì col metterlo fuori di combattimento.
In quanto a d'Artagnan, egli aveva fatto semplicemente e puramente un giuoco difensivo, quindi, quando vide il suo avversario bene stanco, gli dette una vigorosa fianconata, e gli fece balzare la spada dalle mani. Il barone vedendosi disarmato fece due o tre passi addietro, ma in questo movimento il suo piede scivolò, e cadde rovescione.
D'Artagnan fu sopra di lui e puntandogli la spada alla gola:
— Io potrei uccidervi, signore, diss'egli all'Inglese, e voi siete realmente nelle mie mani: ma io vi regalo la vita per amore di vostra sorella.
D'Artagnan era al colmo della sua gioia; aveva realizzato il piano stabilito in antecedenza; ed il cui pensiero aveva fatto apparire sul suo viso quei sorrisi di cui abbiamo tenuto parola.
L'Inglese, incantato di avere a che fare con un gentiluomo tanto facile a ricomporsi, strinse d'Artagnan fra le sue braccia, fece mille carezze ai tre moschettieri, e siccome l'avversario di Porthos era già stato messo in carrozza, e l'avversario di Aramis se l'era data a gambe, non si pensò più che al morto.
Siccome Porthos e Aramis si accinsero a spogliarlo, nella speranza che la sua ferita non fosse mortale, sfuggì dal cinto una grossa borsa. D'Artagnan la raccolse e la stese a lord Winter.
— E che diavolo volete voi ch'io mi faccia di questa? disse l'Inglese.
— La restituirete alla sua famiglia, disse d'Artagnan.
— La sua famiglia si cura ben poco di questa miseria! essa eredita quindici mila luigi di rendita. Ritenete questa borsa pei vostri lacchè.
In questo mentre Athos si era avvicinato a d'Artagnan.
— Sì, diss'egli, diamo questa borsa, non ai nostri lacchè, mai ai lacchè inglesi.
— Così, dicendo, Athos prese la borsa e la gettò nelle mani del cocchiere.
— Per voi e pei vostri compagni, gridò egli.
Questa grandezza di modi, in un uomo interamente sprovvisto, colpì lo stesso Porthos, e questa generosità francese, ripetuta poscia da Winter, fece ovunque grande incontro, eccetto che nei signori Grimaud, Planchet, Mousqueton e Bazin.
— Ed ora, mio giovane amico, poichè mi permetterete, lo spero, di chiamarvi così, disse lord Winter; fino da questa sera se volete, vi presenterò a mia sorella milady Clarick, poichè voglio ch'essa pure vi accetti nella sua buona grazia, e siccome ella non è del tutto mal veduta in corte, così, un giorno, una sua parola potrà non esservi inutile.
D'Artagnan arrossì dal piacere, e chinò la testa in segno di assentimento.
Lord Winter, nel lasciare d'Artagnan, gli dette l'indirizzo di sua sorella; essa abitava nella piazza Reale, che allora era il quartiere di moda, al n. 6. D'altronde egli si esibiva di andarlo a prendere per, presentarlo. D Artagnan gli dette appuntamento per le otto in casa di Athos.
Questa presentazione in casa di milady occupava molto là testa del nostro Guascone. Si ricordava in quale strana maniera questa donna era stata mischiata fino allora nel suo destino. Secondo la sua convinzione, essa doveva essere una creatura del ministro, e ciò non ostante si sentiva invincibilmente trascinato verso di lei da uno di quei sentimenti dì cui nessuno può rendersi ragione. Il suo solo timore era quello che milady non riconoscesse in lui l'uomo di Méung e di Douvres. Allora ella saprebbe ch'egli era fra gli amici del sig. de Tréville, e che per conseguenza apparteneva in corpo ed anima al re, cosa che allora gli farebbe perdere una parte dei suoi vantaggi, poichè conosciuto da milady come egli la conosceva, ella giuocherebbe con lui a giuoco uguale. In quanto a questo principio di intrigo fra lei ed il conte de Wardes, il nostro presuntuoso non se ne occupava che mediocremente, quantunque il marchese fosse giovane, bello, ricco, e molto avanti nei favori del ministro. Non è per niente che si ha venti anni, e soprattutto che si è nati a Tarbes.
D'Artagnan cominciò dall'andare in casa sua a fare una sfolgorante toaletta; quindi ritornò da Athos, e secondo la sua abitudine, gli raccontò tutto. Athos ascoltò i suoi progetti, quindi scosse la testa, e gli raccomandò la prudenza, con una specie d'amarezza.
— Come mai! voi avete perduta or ora una donna che dicevate buona, graziosa, perfetta, ed eccovi già a correre dietro un'altra?
D'Artagnan senti la verità di queste parole.
— Io amo la signora Bonacieux col cuore, nel mentre che amo milady colla testa; e facendomi condurre da lei, io cerco di rischiararmi sulla parte ch'ella rappresenta alla corte. — La parte che rappresenta, perdinci! non è difficile a indovinarsi, dopo tutto quello che avete detto. Ella è un qualche emissario del ministro, una donna che vi tenderà un laccio ove voi lascerete bonariamente la vostra testa.
— Diavolo! mio caro Athos, voi vedete le cose molto nere a quanto sembra.
— Caro mio, io diffido delle donne; che volete? io sono pagato per questo, e particolarmente delle donne bionde. Milady è bionda; non me lo avete detto?
— Ella ha i capelli del più bel biondo che si possa vedere.
— Ah! mio povero d'Artagnan! fece Athos.
— Ascoltate: io voglio illuminarmi, quindi come saprò ciò che desidero, mi allontanerò.
— Illuminatevi! disse flemmaticamente Athos.
Lord Winter giunse all'ora indicata, ma Athos, avvisato in tempo, passò nell'altra camera.
Trovò dunque solo d'Artagnan, e siccome erano vicino le otto, condusse subito via il giovane.
Milady de Winter ricevette graziosamente d'Artagnan. Il suo palazzo era di una sontuosità rimarchevole, e quantunque la maggior parte degli Inglesi, scacciati dalla guerra, lasciassero la Francia o fossero sul punto di lasciarla, milady aveva fatto di recente nuove spese nei suoi appartamenti, cosa che provava che la misura generale che allontanava gli Inglesi non la risguardava.
— Voi vedete, disse lord de Winter presentando d'Artagnan a sua sorella, un giovane gentiluomo che ha tenuto la mia vita fra le sue mani, e che non ha voluto usare dei suoi vantaggi, quantunque noi fossimo doppiamente nemici, poichè sono io che l'ho insultato, ed io son Inglese. Ricevetelo dunque, signora, se avete qualche amicizia per me.
Milady aggrottò leggermente le sopracciglia; una nube appena visibile passò sulla sua fronte, e apparve sulle sue labbra un sorriso talmente strano, che il giovane, che aveva seguito ogni di lei moto, ne provò come un fremito.
Il fratello non vide niente, si era voltato per giuocare colla scimmia prediletta di milady, che lo aveva tirato pel suo vestito.
— Siate il ben venuto, signore, disse milady con una voce, la cui singolare dolcezza faceva contrasto coi segni di cattivo umore che aveva rimarcati d'Artagnan, poichè oggi avete acquistati dei diritti eterni alla mia riconoscenza.