Part 7
Entrambi discesero nella camera ove era il ferito. Questi vedendo entrare i due nobili signori che venivano a fargli visita, tentò di sollevarsi sul suo letto, ma egli era troppo debole e spossato dallo sforzo che aveva fatto, ricadde quasi senza conoscenza.
Il signor della Trémouille si avvicinò a lui, e gli fece aspirare dei sali che lo richiamarono alla vita. Allora il signor de Tréville, non volendo che si potesse accusare di avere influito sul malato, invitò il signor della Trémouille a interrogarlo egli stesso.
Ciò che aveva preveduto il de Tréville, accadde. Posto fra la vita e la morte, come lo era Bernajoux, non ebbe neppure l'idea di tacere un momento la verità, e raccontò ai due signori esattamente le cose tali quali erano accadute.
Era tutto ciò che voleva il sig. de Tréville; egli augurò a Bernajoux una pronta convalescenza: prese congedo dal signore della Trémouille, rientrò al suo palazzo; e fece tosto avvertire i quattro amici ch'egli gli aspettava a pranzo.
Il signor de Tréville riceveva sempre una buonissima compagnia, s'intende tutta anti-ministeriale. Si capirà dunque che la conversazione si aggirò tutta, durante il pranzo, sulle due sconfitte che avevano provate le guardie del ministro. Ora, siccome d'Artagnan era stato l'eroe di queste due giornate, fu sopra di lui che caddero tutte le congratulazioni, che Athos, Porthos e Aramis gli abbandonarono, non solo da buoni camerati, ma da uomini che avevano avuto abbastanza elogi alla loro volta per lasciargli libera la sua.
Verso le sei ore, il signor de Tréville annunciò che egli era obbligato di andare al Louvre; ma siccome l'ora dell'udienza accordata da Sua Maestà era passata, in luogo di reclamare l'entrata dalla piccola scala, egli si pose coi quattro giovani nell'anticamera. Il re non era ancora ritornato dalla caccia. I nostri giovani aspettavano da una mezz'ora appena, immischiati alla folla dei cortigiani, allorchè tutte le porte si aprirono, e fu annunziato il re.
A questo annunzio d'Artagnan si sentì fremere fino alla midolla delle ossa. L'istante che doveva seguire, secondo tutte le probabilità, doveva decidere del resto della sua vita. Così i suoi occhi si fissarono con angoscia sulla porta per la quale doveva entrare Sua Maestà.
Luigi XIII comparve, camminando pel primo; era in abito da caccia ancora tutto polveroso, portava due grandi stivali, ed aveva il frustino in mano. Al primo colpo d'occhio d'Artagnan giudicò che lo spirito del re era in tempesta.
Per quanto fosse visibile questa disposizione in cui trovavasi Sua Maestà, essa però non impedì ai cortigiani di porsi in linea sul suo passaggio, nelle anticamere reali. Meglio vale ancora essere veduto con occhio sdegnato di quello che non essere veduto dei tutto. I tre moschettieri non esitarono dunque un momento, e fecero un passo in avanti, nel mentre che d'Artagnan al contrario restò nascosto dietro di loro; ma quantunque il re conoscesse personalmente Athos, Porthos, e Aramis, egli passò davanti a loro senza parlargli, e come se non gli avesse mai veduti. In quanto al sig. de Tréville, allorchè gli occhi del re si fermarono un istante su di lui, egli sostenne questo sguardo con tanta fermezza, che fu il re che dovè pel primo divergere la vista; dopo ciò, Sua Maestà, brontolando, rientrò nel suo appartamento.
— Gli affari vanno male, disse Athos sorridendo, e noi questa volta non saremo fatti cavalieri.
— Aspettate dieci minuti, disse il signor de Tréville, e se in capo a dieci minuti voi non mi vedrete sortire, ritornate al mio palazzo, perchè sarà inutile che voi aspettiate più lungamente.
I quattro giovani attesero dieci minuti, un quarto d'ora, venti minuti, e vedendo che il signor de Tréville non ricompariva, essi sortirono molto inquieti per quello che poteva accadere.
Il signor de Tréville entrato coraggiosamente nel gabinetto del re aveva ritrovato Sua Maestà di cattivissimo umore, seduto sopra un sofà, battendosi gli stivali col manico del frustino, cosa che non gli aveva impedito di domandargli con tutta la più gran flemma del mondo le notizie della sua salute.
— Cattive, signore, cattive, rispose il re; io mi annoio.
Era infatti la peggiore malattia di Luigi XIII, e sovente prendeva uno dei suoi cortigiani, lo attirava ad una finestra, e gli diceva: il signor tale, annojamoci insieme.
— Come! Vostra Maestà si annoja! disse il signor de Tréville. Non si è preso oggi il divertimento della caccia?
— Bel divertimento, signore! tutto degenera, sull'anima mia, e io non so se sia il selvaggiume che non ha più aria, o i cani che non hanno più naso. Noi lanciammo un cervo di dieci anni, noi lo inseguimmo per sei ore, e quando fu vicino a tenere, quando San Simone metteva già il corno alla bocca per suonare la presa, crac! tutta la muta volta di banda, e si trasporta sopra un cerviatto di due anni. Voi vedrete che io sarò obbligato di renunciare alla caccia di corsa, come ho già renunciato alla caccia di volo. Ah! sono un re ben disgraziato, signor de Tréville: io non aveva più che un girifalco, ed è morto jeri l'altro.
— In fatti, sire, io comprendo la vostra disperazione, e la disgrazia è grande; ma mi sembra che vi resti ancora un buon numero di falconi, di sparvieri, e di moscardi.
— E non un uomo per istruirli; i falconieri se ne vanno, non vi son più che io che conosca l'arte della caccia. Dopo di me tutto sarà finito, e si anderà a caccia colle trappole, col vischio, coi lacci. Se io avessi ancora il tempo di fare degli allievi! ma sì, il ministro è là che non mi lascia un istante di riposo, che mi parla della Spagna, che mi parla della Germania, che mi parla dell'Inghilterra! ah! a proposito del ministro, signor de Tréville, io sono malcontento di voi.
Il signor de Tréville aspettava il re a questa caduta. Egli conosceva il re da lungo tempo: egli aveva compreso che tutti i suoi lamenti non erano che una prelazione, una specie di eccitazione per incoraggiare se stesso, e che egli era finalmente giunto al punto dove voleva arrivare.
— E in che sono io tanto disgraziato per dispiacere a Vostra Maestà? domandò il signor de Tréville fingendo la più alta meraviglia.
— È così che voi disimpegnate la vostra carica, signore? continuò il re senza rispondere direttamente alla domanda del signor de Tréville: è forse per questo che io vi ho nominato capitano dei miei moschettieri, perchè essi assassinassero un uomo, commovessero un quartiere, e volessero bruciar Parigi senza che voi me ne diceste una parola? ma del resto, continuò il re, senza dubbio mi affretto troppo ad accusarvi, senza dubbio, i perturbatori sono in prigione, e voi ora venite ad annunziarmi che è stata fatta giustizia.
— Sire, rispose tranquillamente il signor de Tréville, io vengo a domandarvela.
— E contro chi? gridò il re.
— Contro i calunniatori! disse il signor de Tréville.
— Ah! eccone una nuova, riprese il re. Mi direte voi ora che quei tre dannati di moschettieri, Athos, Porthos, Aramis, e il vostro cadetto di Bearn, non si sono gettati come tanti furiosi sul povero Bernajoux, e non l'hanno maltrattato in modo tale che a quest'ora è più che probabile che sia per rendere l'anima a Dio? mi direte voi ora ch'essi non hanno fatto l'assedio al palazzo del duca della Trémouille, e ch'essi non volevano bruciarlo? cosa che non sarebbe stata una gran disgrazia in tempo di guerra, atteso che quello è un nido di ugonotti, ma che in tempo di pace è un tristissimo esempio. Dite, vorrete voi negarmi tutto ciò?
— E chi ha fatto a Vostra Maestà un così bel racconto? domandò tranquillamente il signor de Tréville.
— Chi mi ha fatto un così bel racconto, signore e chi volete voi che sia, se non è quello che veglia quando io dormo, che lavora quando io mi diverto, che guida tutto al di dentro e al di fuori del regno, in Francia, come in Europa?
— Sua Maestà vorrà parlare di Dio, senza dubbio, disse il signor de Tréville, perchè io non conosco che Dio, che sia così possente al disopra di Vostra Maestà.
— No, signore, io voglio parlare del sostegno dello Stato, del mio servitore, del mio solo amico, del ministro.
— Non vi è che un solo uomo infallibile, a quanto c'impone di credere la nostra fede, su questa terra, e la sua infallibilità non si può estendere a nessun altro.
— Dunque voi volete dire ch'egli m'inganna? volete voi dire ch'egli mi tradisce? allora voi lo accusate. Vediamo, dite confessatelo francamente, voi lo accusate?
— No, sire, ma io dico che egli inganna se stesso; io dico che è male informato, io dico che egli ha troppa fretta nell'accusare i moschettieri di Vostra Maestà, pei quali egli è ingiusto, e che non è stato ad attignere le sue informazioni da buone sorgenti.
— L'accusa viene dal duca della Trémouille, dal duca stesso: che risponderete voi a questo?
— Io potrei rispondere, sire, ch'egli è troppo interessato nella questione per potere essere un testimone imparziale; ma lungi di là, sire, io conosco il duca per un leale gentiluomo, io me ne riporterò a lui, ma a una sola condizione, sire.
— Quale?
— Che vostra Maestà lo faccia venire qui, lo interroghi, ma ella stessa a quattr'occhi, senza testimoni, e che io riveda Vostra Maestà subito che avrà veduto il duca.
— Sì! fece il re, e voi vi riportate a ciò che dirà il signore della Trémouille?
— Sì, sire.
— Voi accetterete il suo giudizio?
— Senza dubbio.
— E voi vi sottometterete alle riparazioni che egli esigerà?
— Interamente.
— La Chesnaye! fece il re, la Chesnaye!
Il cameriere di confidenza di Luigi XIII che stava sempre alla sua porta, entrò.
— La Chesnaye, disse il re, che si mandi sul momento stesso a cercare il signore della Trémouille; io voglio parlargli questa sera.
— Vostra Maestà mi dà la sua parola ch'ella non vedrà alcuno oltre il signore della Trémouille e me?
— Non vedrò alcuno, fede da gentiluomo.
— A dimani, sire, adunque.
— A dimani, signore.
— A qual ora, se piace a Vostra Maestà?
— All'ora che voi vorrete.
— Ma venendo troppo presto io temo di svegliare Vostra Maestà.
— Di svegliarmi! forse che dormo io? io non dormo più, signore; qualche volta sogno, ecco tutto. Venite dunque di buon mattino quando volete, a sette ore; ma guai a voi, se i vostri moschettieri sono colpevoli?
— Se i miei moschettieri sono colpevoli saranno rimessi nelle mani di Vostra Maestà che ordinerà di loro, secondo che più le aggrada. Vostra Maestà esige ella qualche altra cosa di più? comandi, io sono pronto ad obbedire.
— No, signore, no: non è senza una ragione che mi chiamano Luigi il Giusto. A dimani dunque, signore, a dimani.
— Che Dio guardi Vostra Maestà!
Per poco che dormisse il re, il signor de Tréville dormì ancor meno; egli aveva fatto prevenire fin dalla stessa sera i suoi tre moschettieri ed il loro compagno, di ritrovarsi da lui a sei ore e mezzo del mattino. Egli li condusse con sè senza affermar loro niente, senza prometter niente, e non nascondendo che il loro favore, ed anche il suo dipendeva da un colpo di dadi.
Giunto ai piedi della scala, egli li fece aspettare. Se il re era sempre irritato contro di loro, essi si allontanerebbero, senza essere veduti; se il re acconsentiva a riceverli, non vi avrebbe voluto che farli chiamare.
Giungendo nell'anticamera particolare del re, il signor de Tréville trovò la Chesnaye, che gli disse che la sera non avevano ritrovato il duca della Trémouille nel suo palazzo, ch'egli era rientrato troppo tardi per potersi presentare al Louvre, ch'egli era giunto da pochi momenti e che allora parlava col re.
Questa circostanza piacque moltissimo al sig. de Tréville, che in questo modo fu fatto certo che un'intervenzione straniera non si sarebbe intromessa fra la deposizione del duca della Trémouille e lui.
Infatti dieci minuti erano appena scorsi, che si aprì la porta del gabinetto del re, e che il sig. de Tréville ne vide sortire il duca della Trémouille, il quale venendo direttamente a lui gli disse:
— Signor de Tréville, Sua Maestà mi ha mandato a chiamare per sapere come sono accadute le cose di ieri mattina, al mio palazzo. Io gli ho detto la verità, cioè che la colpa è stata delle mie genti, e che era pronto a farvene le mie scuse. Poichè vi trovo, accettatele, e vogliate tenermi sempre per uno dei vostri amici.
— Signor duca, disse de Tréville, io era così pieno di confidenza sulla vostra lealtà, che non ho voluto presso Sua Maestà altro difensore che voi stesso. Io non mi sono ingannato, e vi ringrazio di avermi provato che esiste ancora un uomo di cui possa dire senza sbagliarmi ciò che ho detto di voi.
— Sta bene, sta bene! disse il re che aveva ascoltato tutti questi complimenti stando fra le due porte; soltanto ditegli, de Tréville, poichè pretende di essere uno dei vostri amici, che io pure vorrei essere fra i suoi, ma che egli mi trascura, e che sono oramai tre anni che non l'ho veduto, e che non lo vedo che quando lo mando a chiamare. Ditegli ciò per parte mia, poichè queste sono cose che un re non può dire da se stesso.
— Grazie, sire, grazie, disse il duca, ma che Vostra Maestà creda bene che non sono quelli, io non dico ciò per il sig. de Tréville, che non sono quelli che ella vede a tutte le ore del giorno, quelli che le sono i più affezionati.
— Ah! voi avete inteso ciò che ho detto, tanto meglio, duca, meglio! disse il re avanzandosi sulla porta. Ah! siete voi, de Tréville, dove sono i vostri moschettieri? io vi ho detto ieri l'altro di condurmeli, perchè non lo avete fatto?
— Essi sono da basso, sire, e col vostro permesso la Chesnaye anderà a dir loro di salire.
— Sì, sì, ch'essi vengano subito; sono in breve le otto, ed io a nove ore aspetto una visita. Andate, signor duca, e ricordatevi sopra tutto di ritornare. Entrate de Tréville.
Il duca salutò, e sortì. Al momento in cui apriva la porta i tre moschettieri e d'Artagnan condotti da la Chesnaye, comparvero sull'alto della scala.
— Venite, miei bravi, disse il re, venite; io ho da sgridarvi.
I moschettieri si avanzarono inchinandosi, d'Artagnan gli seguiva.
— Come diavolo! continuò il re, voi quattro in due giorni avete messo fuori di combattimento sette guardie del ministro! questo è troppo, signori, questo è troppo. Con questi conti, il ministro sarà obbligato di rinnovare la sua compagnia in tre settimane, ed io sarò costretto di fare applicare gli editti in tutto il loro rigore. Uno per accidente, pazienza; ma sette in due giorni, io lo ripeto è troppo, grandemente troppo.
— Perciò, sire, vostra Maestà vede ch'essi vengono, pentiti e contriti per fare le loro scuse.
— Benchè pentiti e contriti, hum! fece il re, io non mi fido delle loro facce ipocrite, vi è particolarmente laggiù una figura da Guascone... venite qui, signore.
D'Artagnan che comprese essere il complimento indirizzato a lui, si avvicinò prendendo l'aspetto il più disperato.
— Ebbene, che dite voi dunque che questi è un giovane? un ragazzo, signor de Tréville, un vero ragazzo. Ed è stato lui che ha dato un così rozzo colpo di spada a Jussac?
— E gli altri due colpi di spada a Bernajoux.
— Davvero?
— Senza contare, disse Athos, che se non mi avesse liberato dalle mani di Cabusac, io certamente non avrei l'onore di fare in questo momento le mie umilissime riverenze a Vostra Maestà.
— Ma questo Bearnese è dunque un vero demonio, _ventegris_! sig. de Tréville, come avrebbe detto mio padre. In questo mestiere si devono per forza consumare molti sai, e per forza spezzare molte spade. Ora i Guasconi sono sempre poveri, non è vero?
— Sire, io debbo dire che non sono ancora state ritrovate delle miniere d'oro nelle loro montagne, quantunque il Signore dovrebbe far questo miracolo in ricompensa del modo con cui hanno sostenuto le pretese del re vostro padre.
— Che è quanto dire che sono stati i Guasconi che hanno fatto re me pure, non è vero de Tréville, perchè io sono figlio di mio padre. Ebbene alla buon'ora, io non dico di no. La Chesnaye andate a vedere se, frugando in tutte le mie saccocce, voi trovate quaranta doppie, e se le trovate portatemele. E ora vediamo, giovane, una mano sulla coscienza e raccontatemi lo accaduto.
D'Artagnan raccontò l'avventura del giorno innanzi con tutti i suoi particolari; in che modo non avendo potuto dormire per la gioia che avrebbe provato nel vedere Sua Maestà, egli era arrivato presso i suoi amici tre ore prima dell'udienza; in che modo essi erano andati assieme al giuoco della palla, e come nel timore che aveva manifestato di ricevere una palla sul viso, egli era stato messo in ridicolo da Bernajoux, il quale per poco non aveva pagato colla perdita della vita le sue villanie, e che il sig. della Trémouille non aveva alcuna colpa per la sortita che fu fatta dal suo palazzo.
— È così mormorò il re; è precisamente così che mi è stata raccontata la faccenda dallo stesso duca. Povero ministro! sette uomini in due giorni e dei più cari; ma basta così, signori; voi vi siete presa la vostra rivincita della strada Ferou, ed anche al di là; voi dovete esser soddisfatti.
— Se Vostra Maestà lo è, disse de Tréville, noi lo siamo.
— Sì io lo sono, aggiunse il re, prendendo un pugno d'oro dalla mano di Chesnaye e mettendolo in quella di d'Artagnan; eccovi diss'egli, una pruova della mia soddisfazione.
A quell'epoca le idee d'orgoglio che sono in uso ai nostri giorni, non erano ancora alla moda. Un gentiluomo riceveva del denaro dalla mano del re, e non ne rimaneva menomamente umiliato. D'Artagnan adunque si mise le quaranta doppie in saccoccia senza fare alcuna osservazione, ed anzi ringraziò grandemente Sua Maestà.
— Basta! disse il re guardando l'orologio a pendolo basta! perchè sono le otto e mezza, ritiratevi; io ve l'ho già detto, aspetto qualcuno a nove ore. Grazie del vostro attaccamento, signori. Io posso contarvi non è vero?
— Oh! sire, gridarono ad una sola voce i quattro compagni, noi ci faremo tagliare a pezzi per Vostra Maestà.
— Bene, bene; ma restate intieri, ciò val meglio, e così mi potrete essere più utili. De Tréville aggiunse il re a mezza voce nel mentre che gli altri si ritiravano, siccome voi non avete posti vacanti nei vostri moschettieri, e che d'altronde per entrare in questo corpo noi abbiamo deciso che sia necessario un noviziato, situate questo giovane nella compagnia delle guardie del sig. des Essarts, vostro cognato. Ah per bacco de Tréville, io mi rallegro delle boccacce che farà il ministro, egli sarà furioso, ma per me è lo stesso; io faccio uso dei miei diritti.
E il re salutò con la mano de Tréville che sortì, e andò a raggiungere i suoi moschettieri, che stavano dividendosi con d'Artagnan le sue quaranta doppie.
E il ministro, come lo aveva detto Sua Maestà, fu effettivamente furioso che per otto giorni non intervenne al giuoco, cosa che non impediva al re di fargli la più buona cera del mondo e di chiedergli con la voce la più accarezzante tutte le volte che lo incontrava:
— Ebbene sig. ministro come va quel povero Bernajoux, e quel povero Jussac, che sono delle vostre guardie?
CAPITOLO VII.
L'INTERNO DEI MOSCHETTIERI
Allorquando d'Artagnan fu fuori del Louvre e che consultò i suoi amici sull'uso che dovea fare della sua parte delle quaranta doppie, Athos gli consigliò di ordinare un buon pranzo alla Pigna, Porthos di prendere un lacchè, e Aramis di farsi un'amica conveniente.
Il pranzo fu eseguito lo stesso giorno, e il lacchè era stato fornito da Porthos. Era uno di Piccardia che il glorioso moschettiere aveva accaparrato il giorno stesso nel mentre che sul ponte della Tournelle faceva dei cerchi sputando nell'acqua. Porthos aveva preteso che questa occupazione era la pruova di una organizzazione riflessiva e contemplativa, e lo aveva condotto senz'altra raccomandazione. L'imponente aspetto di questo gentiluomo, per conto del quale egli si credeva impegnato, aveva sedotto Planchet, che tale era il nome del giovane di Piccardia, e fu in sua casa una leggera contesa quando vide che il posto era già preso da un altro confratello chiamato Mousqueton, e allorchè Porthos gli significò il suo stato di famiglia, quantunque grande, non gli permetteva di tenere due domestici, e che gli abbisognava di entrare al servizio di d'Artagnan. Però allorchè assistè al pranzo dato dal suo padrone, e che quando pagava lo vide cavare un pugno d'oro di saccoccia credè assicurata la sua fortuna, e ringraziò il cielo di esser caduto nelle mani di un simil Creso, egli perseverò in questa opinione fin dopo il festino, cogli avanzi del quale egli riparò a molte e lunghe astinenze. Ma le chimere di Planchet svanirono nella sera facendo il letto al suo padrone. Il letto era solo nell'appartamento, che si componeva di un'anticamera e di una camera da dormire. Planchet dormì nell'anticamera sopra una coperta tolta dal letto di d'Artagnan, e di cui d'Artagnan fece senza per l'avvenire.
Athos dal canto suo aveva un cameriere che era stato allevato al suo servizio in un modo tutto particolare, e che si chiamava Grimaud. Egli era molto silenzioso questo degno signore. Ben inteso, noi parliamo di Athos.
Da cinque o sei anni che egli viveva nella più profonda intimità con i suoi compagni, Porthos e Aramis, questi si ricordavano di averlo veduto sorridere spesso, ma giammai lo avevano inteso ridere. Le sue parole erano corte ed espressive, dicendo sempre ciò che voleva dire e niente più; nessuna galanteria, nessun ricamo arabesco. La sua conversazione era un fatto senza alcun episodio. Quantunque Athos avesse appena trent'anni e avesse una gran bellezza di corpo e di spirito, nessuno sapeva se avesse un'amica. Giammai egli parlava di donne. Soltanto non impediva che se ne parlasse avanti a lui, quantunque fosse facile il vedere che questo genere di conversazione, al quale egli non prendeva parte che per dire parole amare e osservazioni misantropiche molto disaggradevoli. La sua riserva, la sua selvatichezza, il suo mutismo ne formavano quasi un vecchio: egli dunque aveva abituato Grimaud, per non derogare alle sue abitudini, ad obbedirlo sopra un semplice gesto, o sopra un semplice muover di labbra. Non gli parlava che nelle circostanze le più interessanti: qualche volta Grimaud, che temeva il suo padrone come il fuoco, nel mentre che mostrava un grande attaccamento alla sua persona ed una gran venerazione al suo genio, credeva di aver capito perfettamente ciò che egli desiderava, si slanciava per eseguire gli ordini ricevuti e faceva precisamente il contrario. Allora Athos si stringeva nelle spalle, e senza andare in collera bastonava Grimaud. In quei giorni parlava alcun poco.
Porthos, come si è potuto vedere, aveva un carattere tutto opposto a quello di Athos: non solo egli parlava molto, ma ad alta voce; poco gl'importava del resto: bisognava rendergli questa giustizia, che fosse o no ascoltato, egli parlava per il piacere di parlare, e per il piacere di sentirsi; parlava sopra tutte le materie eccetto che di scienze, protestando su questo argomento il suo odio inveterato che portava fin dall'infanzia agli scienziati. Egli aveva minore aria di gran signore di Athos, e il sentimento della sua inferiorità su questo soggetto lo aveva, nel principio della loro amicizia, reso spesse volte ingiusto contro questo gentiluomo, che allora si era sforzato di superare col lusso del suo abbigliamento. Ma con la sua semplice casacca da moschettiere, e nient'altro che pel modo col quale portava la testa in addietro ed il piede in avanti, Athos prendeva nel medesimo istante il posto che gli era dovuto e relegava il fastoso Porthos nel secondo rango. Porthos se ne consolava riempiendo l'anticamera del sig. de Tréville e i corpi di guardia del Louvre col rumore delle sue buone fortune, fortune di cui Athos non parlava mai, e nel momento, dopo esser passato dalla nobiltà di toga alla nobiltà di spada, dalla cittadina alla baronesca, non si trattava niente meno per Porthos, che di una principessa straniera che gli voleva un bene enorme.
Un antico proverbio dice: «tale è il padrone tale è il servitore». Passiamo adunque dal cameriere d'Athos al cameriere di Porthos, da Grimaud a Mousqueton.