I tre moschettieri, vol. I

Part 14

Chapter 143,807 wordsPublic domain

— Uno nella strada Vaugirard, l'altro nella strada dell'Arpa.

— Voi entravate con lei?

— Mai, mio signore, io l'aspettava alla porta.

— E di qual pretesto usava per poter entrar sola?

— Ella non aveva bisogno di addurmi dei pretesti, ella mi diceva di aspettarla, ed io l'aspettava.

— Voi siete un marito molto compiacente, mio caro signor Bonacieux, disse il ministro.

— Egli mi ha chiamato, suo caro signore, disse fra se stesso il merciaio; peste! gli affari vanno bene!

— Riconoscereste voi queste porte?

— Sì.

— Nè sapete i numeri?

— Sì.

— Quali sono?

— Il numero 25 della strada Vaugirard, e il n. 75 della strada Arpa.

— Sta bene, disse il ministro.

A queste parole prese un campanello d'argento, lo suonò e l'ufficiale entrò

— Andate, gli disse sottovoce, andate a cercarmi Rochefort, e che egli venga sull'istante introdotto.

— Il conte è di là, disse l'ufficiale, e chiede istantemente di parlare con Vostra Eccellenza.

— Vostra Eccellenza! mormorò Bonacieux risovvenendosi che questo era il titolo che d'ordinario si dava al ministro; Vostra Eccellenza!

— Allora che venga, che venga! disse prestamente Richelieu.

L'ufficiale sì slanciò fuori dell'appartamento con quella rapidità che d'ordinario impiegavano tutti i servitori del ministro nell'obbedire ai suoi ordini.

— Ah! Vostra Eccellenza! continuava a mormorare Bonacieux, spalancando due occhi stravolti, e rimproverandosi di non averci pensato prima.

Cinque minuti dopo la scomparizione dell'ufficiale, si aprì la porta, ed entrò un nuovo personaggio.

— È lui! gridò Bonacieux

— Chi lui? domandò il ministro.

— Quegli che mi ha rapito mia moglie.

Il ministro suonò una seconda volta. L'ufficiale ricomparve.

— Riconducete quest'uomo nelle mani delle sue due guardie, e che egli aspetti che lo richiami davanti a me.

— No, Eccellenza, no, non è lui! gridò Bonacieux; no io mi sono sbagliato, è un altro che non gli rassomigliava niente affatto; questo signore è un galantuomo.

— Conducete via questo imbecille, disse il ministro.

L'ufficiale prese Bonacieux sotto il braccio; e lo ricondusse nell'anticamera, ove egli ritrovò le sue due guardie.

Il nuovo personaggio che era stato introdotto, seguì con occhi impazienti Bonacieux, fino a tanto che fu sortito, e quando la porta si richiuse dietro a lui:

— Essi si sono veduti, diss'egli avvicinandosi vivamente al ministro.

— Chi? domandò Sua Eccellenza.

— Ella ed egli.

— La regina e il duca! gridò Richelieu.

— Sì.

— E dove?

— Al Louvre.

— Ne siete voi sicuro?

— Perfettamente sicuro.

— Chi ve lo ha detto?

— La signora di Lannoy, che è tutta dedicata a Vostra Eccellenza, come voi ben sapete.

— E perchè non lo ha detto più presto?

— Sia combinazione, sia diffidenza, la regina ha fatto dormire la signora de Surgis nella sua camera, e l'ha tenuta presso di se tutta la giornata.

— Sta bene, noi siamo stati battuti. Cerchiamo di prendere la rivincita.

— Io vi aiuterò con tutta l'anima, Eccellenza, siate tranquillo.

— E come è andata la faccenda?

— A mezzanotte e mezzo, la regina era con le sue damigelle.

— Dove?

— Nella sua camera da dormire.

— Bene.

— Allorquando sono venuti a portarle un fazzoletto per parte della guarda-robiera.

— E dopo?

— La regina ha subito manifestato una grande emozione, e ad onta del rosso di cui aveva tutto il viso coperto, ella impallidì.

— E dopo, dopo?

— In questo mentre la regina si è alzata, e con voce alterata ha detto: «mie signore, aspettatemi qui dieci minuti, che quindi sarò di ritorno»; ed ella ha aperto la porta della sua alcova ed è sortita.

— Ed in che modo la signora de Lannoy non è venuta nell'istesso istante a prevenirvi?

— Non vi era ancora niente di positivo; d'altronde la regina aveva detto: «mie signore, aspettatemi» ed ella non ha osato disobbedire alla regina.

— E quanto tempo la regina è rimasta fuori della sua camera?

— Tre quarti d'ora.

— Nessuna delle sue cameriere l'accompagnava?

— Donna Stefania soltanto.

— Ed in seguito è ella ritornata?

— Sì, ma per prendere un piccolo bauletto di legno rosa colla sua cifra, ed è subito partita.

— E quando ella è rientrata più tardi ha riportato il bauletto?

— No.

— La sig. de Lannoy sa ella che cosa conteneva questo bauletto?

— Sì: i puntali in diamanti che Sua Maestà regalò alla regina.

— L'opinione della sig. Lannoy è che ella li abbia regalati a Buckingham?

— Ella ne è sicura

— In che modo?

— Durante tutta la giornata, la sig. de Lannoy, nella sua qualità di dama che tiene in custodia le gioie, ha cercato questo bauletto, ha finto di essere inquieta per non poterlo ritrovare, e ha finito per domandarne contezza alla regina.

— E la regina allora...?

— La regina è divenuta molto rossa, ed ha risposto che, essendosele rotto il giorno innanzi uno di questi puntali, lo aveva mandato ad accomodare dal suo gioielliere.

— Bisogna passarvi per assicurarsi se la cosa è vera o no.

— Vi sono già passato.

— Ebbene! il gioielliere...?

— Il gioielliere non ne ha neppure inteso parlare.

— Bene! bene! Rochefort, tutto non è ancor perduto, e forse... forse, tutto è per lo meglio!

— Il fatto è che io non dubito punto che il genio di Vostra Eccellenza:..

— Non ripari alle bestialità del mio agente, non è vero?

— È giusto ciò che io diceva, se Vostra Eccellenza mi lasciava terminare la frase.

— Ora sapete ove si nascondeva la duchessa de Chevreuse e il duca de Buckingham?

— No, Eccellenza; i miei agenti non hanno potuto dirmi niente di positivo su questo argomento.

— Lo so io.

— Voi? Eccellenza?

— Sì, o almeno ne dubito. Essi si nascondevano, l'uno nella strada Vaugirard n. 25, e l'altro nella strada dell'Arpa n. 75.

— Vostra Eccellenza vuol ella che io li faccia arrestare tutti e due?

— Sarà troppo tardi, essi saranno partiti.

— Non importa ce ne possiamo assicurare.

— Prendete dieci uomini della mia guardia, e perquisite le due case.

— Vado, Eccellenza.

E Rochefort si slanciò fuori dell'appartamento.

Il ministro, rimasto solo, riflettè un istante, e suonò per la terza volta il campanello.

Ricomparve lo stesso ufficiale.

— Fate entrare il prigioniere, disse il ministro.

Mastro Bonacieux fu di nuovo introdotto, e dietro un segno del ministro l'ufficiale si ritirò.

— Voi mi avete ingannato, disse severamente il ministro.

— Io! gridò Bonacieux, io ingannare Vostra Eccellenza?

— Vostra moglie andando nella strada Vaugirard e nella strada dell'Arpa non andava da dei mercanti di tele.

— E dove andava ella, giusto Dio?

— Ella andava dalla duchessa de Chevreuse, e dal duca de Buckingham.

— Sì, disse Bonacieux richiamando tutte le sue rimembranze, sì, è così, Vostra Eccellenza ha ragione. Io più di una volta ho detto a mia moglie, che era sorprendente, che dei mercanti di tela abitassero in simili abitazioni e in case che non avevano insegne. Ah! Eccellenza, continuò Bonacieux gettandosi ai piedi del ministro, ah! voi realmente siete il ministro, il gran ministro, l'uomo di genio che tutto il mondo riconosce.

Il ministro, per quanto fosse mediocre il trionfo che riportava sopra un essere così volgare, quanto lo era Bonacieux, non ne godè però meno un istante; quindi, quasi subito, come se gli si fosse presentato un nuovo pensiero allo spirito, un sorriso increspò il suo labbro, e stendendo la mano al merciaio:

— Rialzatevi, amico mio, gli disse, voi siete un bravo uomo.

— Il ministro mi ha toccata la mano! io ho toccata la mano del grand'uomo! gridò Bonacieux: il grande uomo mi ha chiamato suo amico.

— Sì, amico mio, sì, disse il ministro con quel tuono paterno, che qualche volta sapeva assumere, ma che non ingannava altri che le persone che non lo conoscevano; e siccome noi abbiamo sospettato su voi ingiustamente, ebbene! noi vi dobbiamo una indennizzazione. Prendete questo sacchetto di cento doppie, e perdonatemi.

— Che io vi perdoni, Eccellenza! disse Bonacieux, esitando a prendere il sacchetto, temendo senza dubbio che questo preteso regalo non fosse che uno scherzo. Ma voi siete padrone di farmi arrestare, di farmi torturare, di farmi impiccare. Voi siete il padrone di tutti, ed io non avrei avuto neppur una parola da opporre. Io perdonare, Eccellenza? su via, voi non ci pensavate nemmeno!

— Ah mio caro sig. Bonacieux, voi vi ponete della generosità; io lo vedo, ed io ve ne ringrazio. Così dunque prendete questo sacchetto, e voi ve ne andate senza esser troppo malcontento?

— Io me ne vado incantato, Eccellenza.

— Addio adunque, o piuttosto a rivederci, poichè spero che noi ci rivedremo.

— Quando vorrà Vostra Eccellenza, poichè io sono agli ordini di Vostra Eccellenza.

— Ciò sarà spesso, siate tranquillo, poichè io ho ritrovato un piacere estremo nella vostra conversazione.

— Oh! Eccellenza!

— A rivederci, signor Bonacieux, a rivederci.

Ed il ministro gli fece un segno con la mano, al quale Bonacieux rispose inchinandosi fino a terra, quindi sortì andando all'indietro, e quando fu nella anticamera, il ministro lo intese che, nel suo entusiasmo, gridava a tutta testa; «Viva Sua Eccellenza! viva il mio padrone! viva il gran ministro!»

Il ministro ascoltò sorridendo questa rumorosa manifestazione dei sentimenti entusiastici di Mastro Bonacieux; quindi, quando le grida di Bonacieux si furono perdute nella lontananza:

— Bene, diss'egli, ecco d'ora in avanti un uomo che si farà uccidere per me.

E il ministro si mise ad esaminare colla più grande attenzione la carta della Rochelle, che, come abbiamo detto, era stesa sul suo tavolino, segnando con la matita la linea per dove doveva passare la diga che, diciotto mesi dopo, chiudeva il porto della città assediata.

Allorquando egli era nel più profondo delle sue meditazioni le più strategiche, si riaprì la porta, e Rochefort rientrò.

— Ebbene? disse prestamente il ministro alzandosi con una sveltezza che provava il grado d'importanza che egli attaccava alla commissione di cui aveva incaricato il conte.

— Ebbene? disse questi, una donna di ventisei anni circa ed un uomo dai trentacinque ai quaranta hanno effettivamente alloggiato nelle due case indicate dall'Eccellenza Vostra; ma la donna è partita questa notte e l'uomo è partito questa mattina.

— Erano essi! gridò il duca, che guardava al pendolo; ed ora, continuò egli, è troppo tardi per far loro correr dietro; la duchessa è a Tours, e il duca a Boulogne. Bisogna dunque raggiungerlo a Londra.

— Eccellenza, quali sono i vostri ordini?

— Non si dica una parola sul passato, che la regina resti nella più perfetta sicurezza; che ella ignori che noi sappiamo il suo segreto; che ella creda che noi siamo in traccia di una cospirazione qualunque. Inviatemi il mio guarda-sigilli Seguier.

— E di quest'uomo, che cosa ne fa l'Eccellenza Vostra?

— Di qual uomo? domandò il ministro.

— Di Bonacieux.

— Io ne ho fatto tutto quello che se ne poteva fare, vale a dire una spia di sua moglie.

Il conte de Rochefort s'inchinò come uomo che riconosce la grande superiorità del padrone, e si ritirò.

Rimasto solo, il ministro si assise di nuovo, scrisse una lettera che egli chiuse con un sigillo particolare; quindi suonò. Il solito ufficiale ricomparve per la quarta volta.

— Fatemi venire Vitray, diss'egli, e ditegli di prepararsi per un viaggio.

Un istante dopo, l'uomo che aveva fatto chiamare era in piede davanti a lui, portando già gli speroni e gli stivali alla cavaliera.

— Vitray, gli disse, voi dovete partire di tutta corsa per Londra. Voi non dovete fermarvi un istante sulla strada; rimetterete questa lettera a Milady. Eccovi un buono di duegento doppie; passate dal mio tesoriere e fatevelo pagare. Ve ne saranno altrettante che vi saranno sborsate se voi sarete di ritorno qui fra sei giorni, e se voi avete seguita bene la commissione.

Il messaggiere senza rispondere una sola parola, si inchinò, prese la lettera, il bono per dugento doppie, e sortì.

Ecco ciò che conteneva la lettera.

«Milady,

«Trovatevi al primo ballo in cui interverrà il duca di Buckingham. Egli porterà al suo saio dodici puntali di diamanti, avvicinatevi a lui e tagliatene due.

«Subito che questi puntali saranno nelle vostre mani, datemene avviso.»

CAPITOLO XV.

LA GENTE DI TOGA, E LA GENTE DI SPADA

L'indomani del giorno in cui erano accaduti questi avvenimenti, non essendo ricomparso Athos, d'Artagnan e Porthos avvisarono il signor de Tréville della di lui disparizione.

In quanto ad Aramis, egli aveva domandato un concedo di cinque giorni, egli era a Rouen, dicevasi per affari di famiglia.

Il signor de Tréville era il padre dei suoi soldati. Il più sconosciuto tra di loro, dal momento che portava l'uniforme della compagnia era certo del suo aiuto e del suo appoggio, quanto lo avrebbe potuto essere un suo fratello stesso.

Egli si rese adunque sull'istante presso il luogo-tenente criminale. Fu fatto venire l'ufficiale che comandava il posto della Croce-Rossa, e le successive informazioni fecero conoscere che Athos era momentaneamente alloggiato nel Forte il Vescovo.

Athos aveva subite tutte le prove che noi abbiamo veduto subire a Bonacieux.

Noi abbiamo assistito alla scena di confronto fra i due prigionieri. Athos, che non aveva detto niente fino allora, per timore che d'Artagnan, venendo anche egli molestato, non avesse avuto il tempo che gli abbisognava. Athos da quel momento dichiarò che egli si chiamava Athos e non d'Artagnan.

Aggiunse che non conosceva nè il signore nè la signora Bonacieux, che non aveva mai parlato nè all'uno nè all'altra; che era andato verso le dieci di sera per fare una visita al suo amico signor d'Artagnan, ma che sino a quell'ora egli era rimasto dal signor de Tréville con cui avea pranzato; venti testimoni, aggiunse egli, potevano attestare il fatto, e nominò molti gentiluomini distinti, e fra gli altri il duca della Trémouille.

Il secondo commissario rimase stordito non meno del primo per la dichiarazione semplice e asseverante di questo moschettiere sul quale si sarebbe presa volentieri la rivincita che le genti di toga amano tanto di prendersi sulle genti di spada; ma il nome del sig. de Tréville, e quello del signor duca della Trémouille meritavano qualche riflessione.

Athos fu parimente inviato al ministro, ma disgraziatamente il ministro era al Louvre presso il re.

Era precisamente il momento in cui il sig. de Tréville, sortendo dal luogo-tenente criminale e dal governatore del Forte il Vescovo, senza aver potuto trovare Athos, giunse da Sua Maestà.

Come capitano dei moschettieri, il sig. de Tréville aveva ingresso al re a tutte l'ore.

Si sa quali erano le prevenzioni del re contro la regina, prevenzioni giuocate abilmente dal ministro, che in fatto d'intrighi diffidavasi infinitamente più delle donne che degli uomini. Una delle grandi cause, soprattutto di prevenzioni, era l'amicizia della regina per la sig. de Chevreuse. Queste due donne lo tenevano inquieto assai più che le guerre con lo Spagnuolo, le dissenzioni con l'Inghilterra e gl'imbarazzi delle finanze. Ai suoi occhi e nella sua convinzione la signora de Chevreuse, non solo serviva la regina nei suoi intrighi politici, ma, ciò che lo tormentava anche molto di più, nei suoi intrighi amorosi.

Alla prima parola che disse il ministro, che la sig. de Chevreuse, esiliata a Tours e che si supponeva in quella città, era stata a Parigi e vi era rimasta per cinque giorni eludendo la polizia, il re era entrato in una collera furiosa. Capriccioso ed infedele, il re voleva esser chiamato _Luigi il Giusto_, e _Luigi il Casto_. La posterità comprenderà difficilmente questo carattere, che la storia non spiega che con i fatti e mai con i ragionamenti.

Ma, allorchè il ministro aggiunse che, non solamente la sig. de Chevreuse era venuta a Parigi, ma ancora, che la regina aveva riannodato con lei per mezzo di quelle corrispondenze misteriose, che in quell'epoca si chiamavano cabale, allorchè egli affermò che lui, il ministro, stava per sciogliere le fila oscure di questo intrigo, quando al momento di arrestare sul fatto, in flagrante delitto, corredato di tutte le pruove l'emissaria della regina presso l'esiliata, un moschettiere aveva osato interrompere violentemente il corso della giustizia, piombando con la spada alla mano sulle oneste persone di legge, incaricate di esaminare con imparzialità tutto l'affare per metterlo sotto gli occhi del re: Luigi XIII non seppe più contenersi; fece due passi verso l'appartamento della regina, con quella pallida e muta indignazione che, quando scoppiava, conduceva questo principe fino alla più fredda crudeltà.

E ciò non ostante, in tutto questo, il ministro non aveva detto ancora una parola del duca di Buckingham.

Fu allora che il sig. de Tréville entrò freddo, gentile, e in una tenuta irreprensibile.

Avvertito di ciò che accadeva dalla presenza del ministro e dalla alterazione della fisonomia del re, il sig. de Tréville si sentì forte come Sansone davanti ai Filistei.

Luigi XIII metteva già la mano sulla maniglia della porta. Al rumore che fece il signor de Tréville entrando, il re si voltò.

— Voi giungete a proposito, signore, disse il re, che, allorquando le passioni erano giunte ad un certo punto, non sapeva più dissimulare, ed io ne sento delle belle sul conto dei vostri moschettieri.

— Ed io, disse freddamente il sig. de Tréville, io ne ho delle belle da far sentire a Vostra Maestà sul conto delle sue genti di toga.

— Come sarebbe a dire? disse il re con alterezza.

— Io ho l'onore di far sapere a Vostra Maestà, continuò de Tréville sul medesimo tuono, che un partito di procuratori, di commessarii e di agenti di polizia, gente molto stimabile, ma molto accanita, a quanto sembra contro l'uniforme, si è permesso di arrestare in una casa, di trascinare in piena strada, e di gettare nel Forte il Vescovo, e tutto ciò dietro un ordine che si è ricusato di farmi vedere, uno dei miei moschettieri o piuttosto dei vostri, di una condotta irreprovevole, di una riputazione quasi illustre, che Vostra Maestà conosce favorevolmente, il sig. Athos.

— Athos, disse il re macchinalmente; sì, di fatti, io conosco questo nome.

— Che Vostra Maestà se lo ricordi, disse il sig. de Tréville; il sig. Athos è quel moschettiere che, nel dispiacente duello che voi sapete, ha avuto la disgrazia di ferire gravemente il sig. de Cahussac. A proposito, Eccellenza, continuò de Tréville indirizzandosi al ministro, il sig. de Cahussac è ristabilito del tutto, non è vero?

— Grazie! disse il ministro mordendosi le labbra per collera.

— Il signor Athos era adunque andato a fare una visita a uno dei suoi amici in allora assente, continuò il sig. de Tréville, ad un giovane bearnese, cadetto nelle guardie di Vostra Maestà, compagnia des Essarts; ma appena egli fu entrato, e prendeva un libro per aspettare il suo amico; una nube di sbirri e di soldati mischiati assieme venne a fare l'assedio della casa, sfondò diverse porte.

Il ministro fece al re un segno, che voleva dire:

— È per l'affare di cui vi ho parlato.

— Noi sappiamo; tutto, replicò il re, perchè tutto questo fu fatto per il nostro servizio.

— Allora, disse da Tréville, fu pure pel servizio di Vostra Maestà che si afferrò uno dei miei moschettieri innocente, che si pose questo fra due guardie come un malfattore, e che si condusse in mezzo ad un popolaccio insolente questo galantuomo, che ha sparso dieci volte il sangue per servizio di Vostra Maestà e che è pronto a spargerlo di nuovo.

— Bah! disse il re corrucciato, le cose dunque sono avvenute così?

— Il sig. de Tréville non dice, riprese il ministro con flemma, che questo moschettiere innocente, che questo galantuomo, era venuto un'ora avanti a percuotere a colpi di spada quattro commessarii istruttori, delegati da me per istituire un processo della più alta importanza.

— Io sfido Vostra Eccellenza a provarlo, gridò il sig. de Tréville colla sua freddezza tutta guascona e colla sua rozzezza militare; poichè, un'ora prima il sig. Athos, che io lo confiderò a Vostra Maestà, è un uomo delle più alte qualità, mi faceva l'onore, dopo aver pranzato meco, di parlare nel salotto del mio palazzo col sig. duca della Trémouille e col sig. conte de Chalus che vi si trovavano.

Il re guardò il ministro.

— Fu fatto un processo verbale, disse il ministro rispondendo ad alta voce alla muta interrogazione di Sua Maestà, e le genti maltrattate hanno redatto il seguente, che io ho l'onore di presentare a Vostra Maestà!

— Un processo verbale delle persone di toga, rispose fieramente de Tréville, val forse la parola d'onore di un uomo di spada?

— Andiamo, andiamo; de Tréville, tacete, disse il re.

— Se Sua Eccellenza ha qualche sospetto contro uno dei miei moschettieri, disse de Tréville, la giustizia del ministro è abbastanza conosciuta perchè abbia io stesso a domandare un processo.

— Nella casa in cui fu fatta questa discesa della giustizia, continuò il ministro impassibile, alloggia, io credo, un Bearnese amico del moschettiere.

— Vostra Eccellenza vuol parlare del sig. d'Artagnan.

— Io voglio parlare di un giovane che voi proteggete, sig. de Tréville.

— Sì, Eccellenza, è lo stesso.

— Non sospettate voi che questo giovane abbia dato dei cattivi consigli?...

— Al sig. Athos, a un uomo che ha il doppio della sua età? interruppe il sig. de Tréville; no, Eccellenza. D'altronde il sig. d'Artagnan ha passato la sera in casa mia.

— E che! disse il ministro, hanno dunque tutti passata la sera in casa vostra?

— Sua Eccellenza dubiterebbe forse della mia parola, disse de Tréville, col rossore della collera salito alla fronte.

— No, e Dio me ne guardi, disse il ministro; ma soltanto a che ora era egli da voi?

— Oh! questo poi posso dirlo scientemente all'Eccellenza Vostra, perchè quando entrò io osservai l'orologio a pendolo che segnava nove ore e mezza, quantunque io credessi che fosse più tardi.

— E a che ora è egli sortito dal vostro palazzo?

— A dieci ore e mezza, un'ora giusta dopo l'avvenimento.

— Ma finalmente, riprese il ministro che non sospettava un'istante sulla lealtà di de Tréville, e che sentiva la vittoria sfuggirgli di mano; ma finalmente, Athos fu preso in questa casa della strada Fossoyeurs.

— È egli forse proibito ad un amico di visitare un amico, ad un moschettiere della mia compagnia di fraternizzare con una guardia della compagnia del sig. des Essarts.

— Sì, quando la casa ove egli fraternizza con questo amico è sospetta.

— E perchè questa casa è sospetta, de Tréville, disse il re, non lo sapete voi forse?

— Infatti, sire, io lo ignorava. In ogni caso, ella può essere sospetta dappertutto, ma nego che possa essere sospetta la parte che abita il sig. d'Artagnan, perchè io posso affermarvi, o sire, che se io presto fede a quanto egli ha detto, non esiste un più affezionato servitore di Vostra Maestà, un ammiratore più profondo del sig. ministro.

— Non è quel d'Artagnan che un giorno ha finito Jussac in quel disgraziato incontro che ebbe luogo vicino al convento dei Carmelitani Scalzi? domandò il re, guardando il ministro che arrossiva di dispetto.

— E il giorno dopo ferì Bernajoux. Sì sire, sì, è precisamente quello, e Vostra Maestà ha buona memoria.

— Andiamo, che cosa risolviamo noi? disse il re.

— Ciò spetta a Vostra Maestà più che a me, disse il ministro. Io affermo la reità.

— Ed io la nego, disse de Tréville. Ma Vostra Maestà ha dei giudici, e questi giudici decideranno.

— Va bene così disse il re, rimandiamo la causa davanti ai giudici, il giudicare è il loro ufficio, ed essi giudicheranno.

— Solamente, riprese de Tréville, è una cosa ben trista che, in questi disgraziati tempi in cui siamo, la vita più pura, la virtù più incontrastabile non esima un uomo dalla infamia e dalla persecuzione. In tal modo l'armata non sarà contenta, io posso risponderne, di essere in balìa dei trattamenti rigorosi a proposito di affari di polizia.

La parola era imprudente, ma de Tréville, l'aveva lanciata con conoscenza di causa. Egli voleva una esplosione, perchè in questo caso la mina fa fuoco ed il fuoco rischiara.