I suicidi di Parigi

Chapter 4

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La natura sembrava non occuparsi che di queste due felici creature. Se il sole sorgeva splendido di dietro le isole Orknei; se le alte cime dei Gramplans, il Ben Mac Dhui, il Cairngorn, il Brocriach... scintillavano sotto il riverbero del sole che fondeva lentamente gli strati di ghiaccio; se gli uccelli gorgheggiavano dei loro piccoli affari di famiglia; se il fiore apriva il suo calice per aspirare la brezza e la luce; se gli alberi ondulavano soavemente sotto i fuochi del sole al tramonto; se i paesaggi del Ben Lewis, del Ben Lomond, del Ben Nevis, del Cruachan si sviluppavano rapidi, profondi, incantevoli, viventi, armoniosi di tinte e di forma... ratto, Sergio e Regina s'invitavano scambiavolmente a quelle feste della natura.

--Gli è per te--diceva Sergio--che quel sole s'imporpora di tanta orgia di luce; l'è te che quel piccolo fiore curioso vuole spiare al passaggio; gli è di te che quegli augelli ciarlieri chiacchierano per dirsi: Vedi mo! che begli occhi! Tu non n'ài di così splendidi, mia vezzosa cardellina! Che bei capelli neri! Nasconditi, su, mastro corvo! Che testa viva ed allerta! Tu sei ben contadina, al paragone, signorina rondinella.

E tutto celebrava così il zonzare dei due mortali che traversavano una contrada poco bazzicata dalla turba, onde trovarsi, soli, intieri in faccia a Dio ed alla natura, con tutta l'opulenza infinita del loro amore.

--In fede mia--diceva Sergio--se io potessi tirar dal mio cuore altra rima che: t'amo! scriverei dei versi.

--Tira pure, tira, e scrivine ancora su codesta rima--rispondeva Regina.--Io ti darò la replica.

--Con la stessa parola?

--Imparate dunque, signor mio, che io rispetto la prosodia--rimbeccava Regina, baciandolo.

Di montagna in montagna, di villaggio in villaggio, di clan in clan, essi consumarono così due mesi di voluttà. Le ore snocciolavano come perle d'ambra d'un monile nelle mani di una cortigiana greca.

Essi non sfioravano il mondo che delle punte delle ali.

La vita materiale, a dir vero, non era delle più confortevoli. In fra le montagne di Argyle, di Ross, d'Inverness, di Stillig--dove essi s'inerpicavano a piedi, le braccia allacciate, gli occhi negli occhi più sovente che nel cielo--il pranzo, a quell'epoca, lasciava molto a desiderare, ed il giaciglio ancora di più. Ma quando eglino non avevano che un cattivo _oat-cake_--focaccia d'avena--o un _milk-porridge_--zuppa di latte--Regina l'accostava alle sue labbra, poi lo porgeva a Sergio, e diceva:

--Gusta un po' di questo camangiare!

E quando la sera non trovavano talvolta, in luogo di letto, che una manata di _varech_ o un lembo di vecchio _plaid_ striato, Sergio tendeva il suo braccio e diceva a Regina:

--Poggia il tuo capo su questo origliere!

Quanto lontana era Parigi! Come la vita era di rose!

Se un bel garzoncello dagli occhi attoniti vedevali passare, Sergio gettava a Regina uno sguardo ardente, smagliato di un sorriso significativo. E Regina arrossiva. Se una povera vecchia, dai capelli rossi, ben segaligna, ben disseccata, fermavasi e tendeva loro la mano in silenzio, Regina tuffava la sua mano nelle tasche di Sergio e dava alla meschina una moneta di sei _pence_, dicendole:

--Dalla parte di questo signore, la mamma!

Le sere in cui esse non trovavano albergo, domandavano ospitalità in qualche _cottage_ di montanaro o in qualche _House_ di landlord, e riuniti intorno alla tavola a _the_ di fronte ad una bella fiamma di sterpi resinosi, Regina provocava la conversazione sugli usi e costumi della contrada, dimandava storie ed aneddoti, per arricchire l'_album_ e la galleria del suo romanziere.

Sovente e' scalavano i dirupi a picco sul mare--_falaises_--per ammaliarsi, per contemplare le onde fosforescenti dell'Oceano che attaccava la spiaggia ai loro piedi, ed il cielo profondo scintillante di stelle azzurrognole. E Sergio esclamava:

--Gli astri di lassù non valgono questi!

E baciava gli occhi di Regina.

Poi esaltato da quello spettacolo e' le raccontava ora le lotte della sua infanzia e le follie dell'adolescenza, ora le gioie della sua vita giovanile e virile contro l'odio, l'indifferenza, la gelosia, gli ostacoli che aveva avuto a sormontare per praticarsi una via, tra ciò che puossi addimandare le _savane_ delle lettere, e le steppe della politica. Egli apriva tutto intero il suo cuore: rimuginavano fino i più segreti ripostigli; prodigava checchè si aveva di passione e di sensibilità. E' non celava nulla, non sparmiava nulla. Sciupava senza riserbo, nè misura, sopratutto senza il tedio del dimani--quel tedio pensieroso che è lo scoglio a cui frangesi l'amor ingenuo ed ardente, il quale dà tutto in una volta sola, schiaccia e soffoca l'oggetto preso nei suoi artigli divini.

Cosa strana! quell'uomo che sapeva con tant'arte e talento distribuire le scene di un dramma, e condurre gli effetti di un romanzo, preparando le passioni, versandole gocciola a gocciola, con progressione ed opportunità, quell'uomo lasciavasi andare, nella vita reale, con una imprevidenza da adolescente.

Regina, lei, ritenevasi meglio, e vi guardava più al sottile. Ella smaniava di voglia per raccontare le scene bizzarre di sua fanciullezza--la vita da zingari, di cui essi vivevano adesso, richiamandone il sovvenire. Ella avrebbe raccontato quelle scene con le delizie egoiste di colui che, dall'alto dei veroni del suo castello, mira i cavalloni dell'Oceano correr l'un sull'altro a mo' di montagna. Ma Regina si raffrenò. Ella non discorse che della sua pensione, e della sua vita vaneggiatrice di giovinetta. Ella prodigò meno ancora l'amor suo--il suo cuore essendo del resto rimasto straniero alla sua scappatuccia.

Ella erasi entusiasmata, inebbriata del poeta, e lo aveva amato del cervello, infra la lettura di due odi e due romanzi.

Regina non lesinò dunque un briciolo di questa specie d'amore prismatico--cui si potrebbe addimandar pure fantasia. Ma quanto a quello del suo cuore, la gl'impose silenzio.

--Vedremo poi--dicevasi ella.--Ogni cosa a tempo suo. Ciò che dò oggi basta pel momento.

La donna à sempre, in fondo, un pensiero d'avvenire. In ogni cosa, ella sfiora il presente e passa senza fermarvisi. Il presente è un gradino di quella scala di Giacobbe cui ella vede perennemente rizzarsi dinanzi ai suoi occhi, avendo a cima quell'angelo ideale verso il quale ella aspira sempre, e cui non stringe giammai. L'è l'essenza della sua natura di edera--natura incompleta che mai non si basta.

Questa epopea di amore durò due mesi. Ma alla perfine l'ora della realtà scoccò.

Sergio, vero galeotto del pensiero, aveva contratto impegni per procurarsi quattrini. Lo si chiamava a Parigi per tenerli.

E' doveva somministrare un romanzo, in sei volumi, ad un giornale--romanzo di cui non aveva dato che il titolo: _I Sesti Piani di Parigi_. Del resto, non aveva abbozzato nè manco un'idea. Partendo, erasi proposto di meditare il suo soggetto viaggiando. Ed infatti, aveva di tempo in tempo fantasticato un tantino sul tema. Ma, avendo cominciato dal _rêver_ dei _sesti piani_, era poi poco a poco disceso al _primo_, dove erasi visto con Regina, in uno splendido appartamento, circondato di lusso, di fiori, di felicità.

Sergio parlò dunque di ritorno--tanto più che il clima di Scozia cominciava a divenir rigido pel loro vagabondare.

Partirono quindi in sulla fine di settembre.

Sergio di Linsac aveva pregato il suo amico Marco di Beauvois di trovargli un alloggio e di farlo mobigliare alla larga, riserbandosi di ornarlo affatto secondo il gusto di sua moglie, al loro ritorno. Egli aveva ceduto il suo appartamentino da scapolo a Marco. Questi gli aveva procacciato un piccolo _chalet_, tra due giardini, nella via di Boulogne--dimora appartata, tranquilla, civettuola.

Regina trovolla stupenda e l'addobbò a magìa.

Lisa li serviva.

Qualche giorno dopo il loro arrivo a Parigi, Regina scrisse al dottore di Nubo una lettera meno burliera della prima. Alla quale il dottore non rispose. Alla vigilia del giorno prefisso per legittimare il matrimonio secondo le leggi francesi, Regina si recò dal suo ex-zio e gli portò una lettera di suo marito. Il dottore ricevè la sua ex-nipote gelidamente, non le diresse un motto di rimprovero, non fece alcuna allusione al passato. Gettò l'epistola di Sergio sul tavolo senza aprirla, e non andò nè al municipio, nè alla chiesa.

Regina cominciava a sentire una specie di freddo al cuore. Ella principiava a trovarsi sola e si atterriva di quell'isolamento.

Imperciocchè, checchè se ne dica, il marito non è mica tutto per una donna!

Per trovarsi a completo, la donna à mestieri sentirsi dietro una famiglia del passato--i parenti--ed innanzi una famiglia dell'avvenire--i figliuoli. Codesti sono le sue guardie del corpo. Un marito, anche imbecille, è poi sempre, più o meno, un padrone.

A quella specie di solitudine, cui le creava l'assenza dei legami del sangue, arrogevasi la libertà intera ed illimitata cui Sergio le lasciava, e la vita che costui era forzato condurre per compiere i suoi lavori.

Un uomo di lettere--poche eccezioni salve--è il peggiore dei mariti, per una donna che aspettasi a trovare in lui il pontefice massimo della bellezza di lei ed il primo gentiluomo di sua camera--un essere previggente, in una parola, dalle piccole moine, espansivo, delicato, innamorato.

Un uomo di lettere serio, non si mischia troppo al mondo, che per eccezione. Di consueto, egli vive fuor del mondo, di una vita fittizia, in mezzo ad esseri ch'egli evoca dal suo cervello. I giorni dell'uomo del pensiero scorrono in mezzo al cozzo delle idee che s'incrociano nel suo spirito; assiepato di sistemi, di dottrine, di collezioni, di teorie, di libri; in presenza di allievi o di nemici, di credenti o di denigratori; assorto, distratto, sgarbato, stanco, strano, perduto fra gli uomini reali. Però, quando à la sorte di sapersi lasciar dietro, nel suo gabinetto, tutta questa plebe di larve, il letterato o lo scienziato, è un trionfo di grazia--Egli indora e rallegra la vita di coloro che lo attorniano e l'avvicinano.

Libero di queste preoccupazioni, quando trovasi in contatto con stranieri o nel mondo, l'uomo di lettere o di scienze, spoglia la persona sua vera e s'investe di una parte--cui egli rappresenta del resto con una abilità suprema. Ma, nel grembo della famiglia, in faccia della moglie--per la quale egli crea quella miriade di spettri, che debbe loro servire il pane quotidiano--ben pochi uomini di lettere o di scienze si smentiscono o si trasformano; ben pochi rinunciano al loro essere intimo e si addobbano di un carattere forzato, e fuori dell'elemento abituale in cui vivono; ben pochi insomma divengono commedianti al loro focolaio. L'uomo della sala da pranzo, l'uomo della camera da letto, resta spessissimo l'uomo del gabinetto dal lavoro. Ed e' racconta a sua moglie la vita del suo pensiero e le gesta dei suoi fantasmi.

Se questa moglie è una donna superiore, se ama suo marito, ella interessasi a questa creazione quotidiana; invita suo marito a presentargliela, l'incita a parlare--accelerando così la procreazione. Ella l'aiuta dei suoi consigli--spessissimo eccellenti--Gli comunica le sue impressioni e le sue idee, non raramente giuste.

Una donna leggiera, una donna egoista, che vive in sè e per altrui, annoiasi dei vaneggiamenti, dell'idealismo di suo marito--se tuttavolta non ne diviene gelosa e se n'offende. Ella trovasi negletta.--Ella vede delle rivali nelle visioni di lui.

L'uomo di lettere, inoltre, à spesso dei doveri sociali, cui non può fare partecipare a sua moglie. Egli bazzica talvolta una compagnia ove una madre di famiglia si troverebbe fuori posto.

Sergio, capitano nella stampa quotidiana, lasciava dunque Regina assai soventi soletta, per delle lunghe sere, dopo aver passato tutto un giorno nel suo studio.

Egli vedevala per un istante all'ora dell'asciolvere; poi rientrando, ad un'ora del mattino, e' sedeva alle sponde del letto di Regina e chiacchierava con lei fino alle tre.

Egli era obbligato a desinare in città parecchie volte nella settimana. Lo si sapeva uomo di spirito, ed i suoi protettori lo servivano come un _hors d'oeuvre_ ai loro commensali.

Quando era ben stanco, addormentavasi a fianco di sua moglie. Ma alle 8 del mattino, il galeotto ripigliava la sua catena--e via!

Regina aveva conosciuto Sergio nei libri scritti da lui, e nel mondo. Ella aveva per conseguenza conosciuto la maschera--direi meglio l'attore--Ed erasi invaghita di lui come un'educanda--avvegnachè la fosse di già bene sveglia e bene allerta. Ella aveva rinvenuto il medesimo essere durante i due mesi di peregrinazione passati insieme. Imperciocchè lì, Sergio erasi completamente obliato, aveva messo la sordina all'ebbolizioni del suo cervello; aveva rilegato ben lontano l'esigenze di Parigi, ed aveva vissuto del cuore. Adesso, egli aveva ripreso il suo giogo... E Regina nol riconosceva più.

--Me l'ànno cangiato--ella dicevasi--o egli m'à stranamente mistificata.

Ella pertanto non querelavasi. Però, un lievito di amarezza cominciava a germogliare nella sua anima. Non rimpiangeva nulla ancora, ma rifletteva.

A che rifletteva dessa?

L'ora giunse.

Le feste cominciarono.

Durante il suo soggiorno col dottore, Regina aveva frequentato i balli dei ministri, degli ambasciatori, del Faubourg Saint-Germain.

Il medico è un elemento neutro nella società. Egli è al suo posto dovunque, nel soffitto come alla Corte; egli à il suo libero parlare, il suo libero procedere; egli è re--egli ordina; egli è padre--e' consiglia. Nipote del dottore di Nubo, Regina andava ove il dottore voleva condurla; nipote del conte di Nubo--uno dei nomi più aristocratici in Italia--ella era al suo posto dovunque.

Non era la medesima cosa per la signora Sergio di Linsac--quantunque contessa.

Regina trovavasi identificata alla condizione di suo marito. Il suo posto era disegnato conseguentemente in quel medio ove l'uomo di lettere può vivere--nella sua qualità di uomo; il suo posto era determinato dal partito politico cui egli apparteneva. Dappoichè--nella sua qualità di artista--sopra tutto quando il letterato è celibe, egli non trovasi intruso in alcun sito.

Regina, che piacevasi a disegnare, spendeva i suoi dì nel suo piccolo _atelier_, sovente in compagnia di amici di suo marito. Perocchè il marito di bella donna non manca mai di amici, più o meno intimi, teneri, divoti, pieni di attenzione--disinteressati sopra tutto! Questi amici accorciavano un poco le lunghe serate di Regina e le rallegravano. Ma ciò non bastava. Ciò non soffocava, principalmente, il rimpianto del paradiso da cui era esiliata adesso. Ella sospirava i balli diplomatici e ministeriali, ed in cima a tutto quelli del Faubourg.

Ella trovava milensamente ridicole le feste della Chaussée d'Antin, e quelle del mondo della finanza. Ella sbadigliava a morire allo spettacolo--ove Sergio la conduceva ogni qualvolta ella lo desiderava. Regina principiò a sentire una specie di nostalgia del mondo elegante ed aristocratico. Non pertanto, ella divertivasi moltissimo a quelle feste fantastiche che davano di tempo, in tempo gli artisti--ma desse erano rare, perchè troppo costose.

Regina non fiatò motto a Sergio della rivoluzione che si operava nel suo spirito. Nè Sergio la scoprì. Il dottore, lui, era perfettamente al corrente di ciò che avveniva della sua pupilla.--Perchè Lisa lo raccontava a Trust, e Trust lo ripeteva al padrone. Solamente egli diceva:

--Ah! signor Dio, _monsieur_, Lisa si annoia; Lisa vuole andare al ballo; Lisa è andata al teatro; Lisa à voglia di pizzi e di _cachemire_.

Egli confondeva le persone; identificava la _soubrette_ con la padrona.

Un mattino--il mattino del capodanno--il dottore colazionava, quando sentì due piccole mani poggiare sulle sue spalle, ed udì una voce insinuante che gli mormorava all'orecchio:

VIII.

Dove si vede... ciò che vedrete.

--Voi tenete dunque ancora il broncio, cattivo zio?--disse quella voce.

--Affatto--rispose costui tranquillamente. Io ti aspettava.

--Davvero?--gridò Regina, sfolgorante di gioia.

--Magari! Credi tu che io avrei vissuto sessant'anni per non imparar nulla? Ti aspettavo.

--Perchè allora non mi avete chiamata prima?

--Perchè io non aveva bisogno di te; e perchè io era sicuro che tu saresti venuta quando avresti avuto bisogno di me.

--Sempre lo stesso!--sclamò Regina, sospirando. Il vostro cuore non spiana dunque giammai le sue rughe?

Il dottore la fissò tra i due occhi e sorrise.

--Voi credete dunque che sono venuta perchè ò bisogno di voi?--chiese Regina.

--Non lo credo: ne sono certo--rispose il dottore. Ed ecco perchè soggiungo: sbrigati a dire che cosa ti occorre--perchè debbo uscire.

--Ma, non mi occorre proprio nulla. Voleva solamente...

--Grazie, e buon giorno. Prendi una tazza di thè?

--Venivo a far colazione con voi. Ma ora nol voglio più. Sareste capace di dire che non venivo se non per questo...

--E per altre cose.

--Ah! E quali dunque, se vi piace, signore?

--Mi riguarda ciò forse? Sarà di già bene abbastanza di udirlo. Non mi dò dunque la pena d'indovinarlo e di dirlo.

--A maraviglia. Voi divenite di una brutalità a far scoppiar d'invidia... un editore--direbbe mio marito.

--Gli è che gli editori ànno ragione quando ànno a fare con scribacchiucci del calibro di quello lì.

--Voi siete ingiusto, dottore. Il signor Sergio di Linsac è un uomo compito, di grande ingegno, di gran cuore, che mi ama molto e mi rende felice.

--Peste! lo tradiresti di già, per consacrargli un simile elogio da epitaffio al Père Lachaise?

--Mi pento di esser venuta. Oh! sì: dovevo pur saperlo che gli uomini come voi non perdonano mai.

--E perchè no... quando sprezzano l'offesa?

--Io sovverrommi mai sempre di ciò che ero, e di ciò che avete fatto per me. La gitanella di Nicastro aveva la sua piccola volontà; ma ella aveva altresì del cuore.

--Per chi, dunque?

Regina guardò a sua volta fissamente il dottore e rispose:

--Per quelli che l'ànno amata.

--In questo caso, io conosco mica male di deseredati. Ma passiam oltre. Adesso la gitanella in questione si annoia.

--Un pochino.

--Ella trova il tempo lungo, l'esistenza vuota, le serate monotone e scure. Ella è sola nel mezzo della folla, vedova al focolaio domestico. Ella si trova fuori di classe, fuori dell'orbita sua naturale...

--Voi credete?

--La giovinetta cotanto festeggiata nel mondo, si tedia, giovane donna più che giammai. La giovinetta sì elegante, sì scintillante di gusto e di semplicità, si trova, giovane sposa senza diamanti, senza carrozza, senza una falange di lacchè... attrice riboccante di brio e di spirito, in tutta la potenza dei suoi mezzi, ma senza teatro, senza pubblico.

--Voi esagerate, dottore.

--La fanciulla aveva vaneggiato di un Dio che doveva trasfigurare la giovane sposa. Ella à visto quel Dio trasformarsi egli stesso in una creatura fastidiosa, silenziosa, distratta, che beve, mangia, dorme, e carezza sua moglie--quando la carezza--come l'ultimo dei facchini dell'Auvergne.

--Eh, Dio mio! l'è la storia di chicchessia--sclamò Regina sospirando--l'è la storia della donna e del matrimonio. Perchè me ne lagnerei, io?

--E chi dice che tu te ne lagni? Io constato la situazione del tuo spirito.

--Ebbene. Quando ciò fosse? Io avrei torto: ecco tutto.

--Ma, è fuori dubbio che tu ài torto. Il realizzamento di queste visioni non può esser permesso che alle donzelle dell'_Opera_... o alle mogli dei milionarii. La moglie di uno scrittore deve fare i conti con la sua cuoca--quando ne à una--andare al mercato, portare delle _toilettes_ modeste, e mettere da banda un po' di gruzzolo per i giorni di non lavoro, par i figliuoli--che capitano checchè si faccia per evitarli. Che sono, al postutto, tutte codeste follie della vita elegante? Tu le conosci pure. Tu le ài gustate, tu le ài divise con le duchesse e con le ambasciatrici. Quantunque un ex-zingara, tu devi esserne sazia, stufa. N'è vero, figliuola mia?

--Mica poi tanto!--sclamò Regina, sospirando.

--E tu ài torto. Tuo marito vive nobilmente della sua penna--lo riconosco, avvegnachè non l'ami. Ma il tempo della penna è passato. La Francia muore d'un ingorgamento di lettere. Mr. Guizot vi metterà ordine--e farà bene. Meno scienziati, e più sensali e agenti di cambio! Tu mi costavi dodici mila franchi l'anno. Adesso...

--Non ve ne costerò che sei mila...--susurrò Regina, carezzante.

--Mille grazie. Io mi riformo. Metto poste alla cassa di risparmio, per la vecchiaia--come le cuciniere. Chi sa che può avvenire? Prendi dunque il bruno del passato, e rassegnati.

--Io mi tedio a perirne.

--La gloria non ti basta, dunque, eh!

--La gloria è del sesso femminile, dottore. E poi, dessa è a mio marito.

--Non vi siete voi dunque mica maritati col regime della comunità? Egli ti celebra pertanto, nei suoi romanzi.

--Ebbene, sì. Egli mi à ultimamente collocata in un soffitto. La sua Regina è bella... ma abita il sesto piano sul mezzanino. Io l'avrei preferita in un palazzo. Mi capite?

--Il sesto piano è l'olimpo dell'amor vero. Non l'abita chi vuole.

--Si ama benissimo anche al primo piano, m'immagino.

--Ami tu tuo marito?

--Che domanda! l'avrei sposato senza ciò?

--Un milione di gaudi, allora. Un tugurio... ed il suo cuore!...

--E poichè vi siete, soggiungete: e sessanta mila lire di rendita!

--Io conoscevo un certo Svedese che ne possedeva trecento mila.

--Codesto, è storia antica... passiamo.

--Ne conosco che ne ànno cinquecento mila.

--Codesto è un sospiro di vedova... passiamo ancora.

--Vi auguro il buon giorno, signora contessa Sergio di Linsac.

--Quando verrete voi a pranzo da me--a _pique-nique_, bene inteso!

--Non ne so nulla. Non ne ò il tempo. Gl'inviti mi soffocano.

--Mettetevi al regime omiopatico.

--Io sono allopatico, carina--e non appostato--quantunque ciò sia alla moda. A proposito, se incontrate per avventura la gitanella in questione, ditele, che vi è per lei da Delille una veste e certi pizzi. Che vada a reclamarli. Inoltre, ditele che io vado al ballo dell'ambasciata d'Austria il 10 corrente, e che quella sera lì, io resterò in casa fino alle 11 pomeridiane, aspettando una vettura che venga a prendermi.

--Voi volete dunque pervertirla?--sclamò Regina, baciando il dottore sulla fronte. Io non porto mica di tali messaggi. Addio. O' fame, e vado ad asciolvere in casa mia.

--A vostro comodo, signora Alberto Dehal... ah! scusa! signora contessa di Linsac.

Regina fece un segno di minaccia col suo dito, scintillando di un sorriso che illuminò la camera.

Il dottore la vide partire ed un ghigno spaventevole si stemperò sul suo sembiante. Poi prese un foglietto e scrisse:

«Trovata. Al ballo dell'ambasciata d'Austria.»

Piegò quindi la lettera e vi mise l'indirizzo: «Al signor principe di Lavandall. Rue d'Amsterdam, n. 97.»

Si vestì ed uscì.

IX.

Eva ritorna all'Eden.

--Vittoria su tutta la linea, mio caro!--gridò Regina, rientrando e saltando al collo di suo marito.

--Che dunque?--sclamò costui.

--Lo zio à piegato. L'ò portato via di assalto.

--Ed e' à lasciato fare?

--Non mica. À resistito, il vecchio ostinato, à risposto di becco ed unghia; ma infine...

--Egli à ceduto?

--Completamente. La pace è firmata. Egli è stato per fine gentile.

--Al postutto che cosa gli costa codesto.

--Codesto?... gli costerà almeno sei o otto mila franchi, per il momento.

--Vale a dire?

--Vale a dire, ch'egli mi à annunziato esservi per me da Delille una veste e dei pizzi. Ora, poichè vi sono, non vo' fare le cose a mezzo.

--Ed è lui che paga?

--Bene inteso.

--Senza condizioni?

--Una sola.

--Me lo immaginavo. Quale dunque?

--Che il 10 gennaio io vada a prenderlo in carrozza per condurlo al ballo dell'ambasciata d'Austria.

--Addobbata di quell'abito e di quei pizzi in discorso?

--Lo penso bene.

--Per farne mostra innanzi ad una turba di stranieri, e provar loro, che in fatto di gusto, la Parigina è la prima donna del mondo?

--Il dottore è naturalista: egli ama provare con i fatti.

--Ebbene, mia cara, ne sono incantato.