Chapter 20
--Appunto! Noi abbiamo avuto questo affare col Turco l'està passata. Ne annaspiamo uno con la Russia in questo momento, ed ecco perchè io sono qui con un invito pel vostro duca, il quale è Sultano in quei paraggi. Ma quanto tempo mi bisognerà desso, senza parlare del sacrifizio dalla mia considerazione, per mettere insieme la somma che costituisce la mia rendita? Ebbene, io posso guadagnar codesto in un anno.
--Voi dite, _père_ Pradau!
--Conoscete voi quel bell'edifizio circondato da colonne nella strada Vivienne?
--Voi intendete parlare della Borsa, mi immagino?
--Sissignore, M. Claret. Orbene, la mia rendita e la vostra sono in quel palazzo dei miracoli.
--Hum! _père_ Pradau, io ò udito delle storie su quel luogo lì...
--Bazzecole! Tutto dipende dal colore delle mani che vi si portano. Ma infine, ecco il mio affare. Io lascio in deposito al mio agente di cambio un capitale di...--mettiamo 100. Egli mi lascia fare delle operazioni, tutto al più per 150 o 200. Perchè? Perchè io lo conosco, e perchè egli sa non esser io che un piccolo funzionario in casa di una dama la quale à un _bazar_ dove à luogo qualcosa che si chiama: una _sauterie_, un pranzo in piccolo comitato, un _raout_, un ballo, infine, per i grandi colpi, come nell'occasione attuale. Benissimo. Mettete ora che, invece di essermi un così piccolo sere, io mi appartenga alla diplomazia. L'orizzonte si allarga di cinquecento leghe. Io giuoco ciò che voglio. Non mi si dimanderà neppure la _copertura_. Debbo io confessarlo? Si crederà che io giuochi per conto del padrone. Ciò si è visto. Ad ogni modo, si crederà che io metta a partito i secreti del padrone. Infatti, ci vuol proprio del genio, eh! per dire, senza posarvi su, annodando la cravatta od ungendo di pomata il ciuffo del signor duca: To'! la Borsa à bassato ieri; essa basserà ancora oggi, scommetto!--Tu credi, imbecille?--risponde il duca.--L'è fatta. Giuoco al rialzo.
--L'è curioso davvero ciò che voi dite mo', zio Pradau! Io non ci aveva giammai pensato.
--Credete voi, M. Claret, che gli uomini di genio s'incontrino così per le vie come i poliziotti, eh? Ebbene, quando io ò estorto una parola, quando io ò annasato un tantino nei dispacci, e colto una frase alle porte, io vi dico: M. Claret, oggi vi sarà rialzo. Io rischio cinquantamila franchi; volete rischiarne dieci, voi--voi che siete padre di famiglia? Noi giuochiamo, e la pecunia viene.
--O se ne va.
--Qualche volta. Ma noi paghiamo. Ciò allecca il mio amico agente di cambio. Io piagnucolo presso il duca, a proposito della perdita che ò subita. Egli s'intenerisce, mi regala del triplo imbecille, e si lascia sfuggire un motto che sembra senza conseguenza. Io l'acciuffo a volo. Giuoco questa volta cento mila franchi, voi trenta mila. La messa è finita. Viva il duca!
--Babbo Pradau, voi avete la mia stima!
--Voglio il posto, M. Claret, la vostra confidenza e la vostra amicizia: ecco tutto. Mi avete voi capito? Io non ò secreti per voi. Voi avete delle ragazze a maritare o a mettere al Conservatorio, e dei biricchini a ficcar nel collegio. Noi siamo cristiani al postutto, che diavolo! Ebbene, si va più spiccio della sorte che con i rosicchi sui conti e gli sconti dei fornitori. E rileviamo, per l'intelligenza, la dignità del _lacchè_, come dicono i gonzi. Sappiatelo, M. Claret, io medito di scrivere un libro, nel mio castello del Berri, _Sui doveri dei padroni ed i diritti dei servitori_--nel quale io proverò: che noi siamo dei funzionari pubblici, e che abbiamo diritto ad una pensione di ritiro--a pigliare da una tassa speciale pei domestici, pagata dai padroni--ciò che costituirà un fondo a parte al Gran Libro, destinato alle pensioni. Vedrete, vedrete, M. Claret. Ma per condurre a termine tutto codesto, è mestieri che lo pigli il mio rango nella diplomazia.
--Oh! io comprendo perfettamente ciò.
--Bisogna moralizzare i padroni, mio caro, se vogliamo costituire la nostra indipendenza. Essi ci danno del _tu_, per l'epa del diavolo! Ci chiamano col nostro nome di battesimo, e qualche volta _animale_! Essi dimenticano perfino talvolta di dire: se vi piace! Oh! eh! I nostri padri àn dunque presa la Bastiglia per nulla? E la livrea, ah! Noi siamo in un carnevale perpetuo, noi altri, noi siamo degli arlecchini all'anno.
--Come a dire?
--La nostra livrea è la nostra gogna. E la parrucca, poi? E con questo, una parrucca di stoppa, bianca della farina che il vento ci caccia negli occhi e ci accieca, e nel naso e ci fa starnutire dodici ore al giorno! Mi pare che basti che ci accimorrino con li scarpini, le calze di seta e le brache corte. Essi non ànno nemmeno pietà se un famigliare à le gambe arcate, con quei mezzicalzoni di peluscio rosso o giallo canario! Se fossero almeno colori seri! Vi si azzima in pappagallo! Basti così, cospettaccio! D'oggi innanzi, noi esigiamo degli uniformi di lanciere. Eh! che ne dite, M. Claret, di lanciere o di ussaro?
--Io inchino forte alla veste da camera. Essa è più comoda. Io ò saggiato l'uniforme alla guardia nazionale--e non mi sorride una maledetta. Ma, infine, vada pure per il lanciere. Io amo la Polonia... a digiuno.
--Allora, caro M. Claret, l'è un affare inteso. Ma, del resto, dopo dimani sera io verrò a pigliarvi con la vostra signora e le signorine, ed andremo alla _Porte Saint-Martin_. Avrò un palco. E chiacchiereremo di nuovo. Ve lo ripeto: lascio il salario per le spese di _toilette_ delle vostre piccole, e v'invito a partecipare alle mie operazioni, quando vorrete e nelle proporzioni che vi piacerà.
--Sì, sì, _père_ Pradau, io ò afferrato tutte le vostre combinazioni e le trovo ammirabili. Ma lasciatemi preparare un pretesto che mi giustifichi agli occhi del duca, se mando via Roberto e vi sostituisco a lui.
--Ciò è giusto. Ciò è, anzi, convenevole. Bisogna rispettarci, se vogliamo farci rispettare dai padroni. Anche io non voglio perdere la commissione che mi riviene sul collocamento che madama Augusta medita probabilmente.
--Ma cosa l'è insomma codesta agenzia, zio Pradau?
--Ma! avete voi udito a parlar mai dell'agenzia di M. Foy?
--Oh! sì: ò letto ciò spessissimo negli annunzi dei giornali¹.
¹ Agenzia di matrimoni.
--Ebbene l'è la casa Foy, il matrimonio in meno--alla chiesa e al Municipio. Ecco tutto. Noi diamo una festa, secondo l'importanza della cosa. Tutto ciò che vi è di ricco e di nobile viene ad approvvigionarsi da noi. Noi prendiamo iscrizione delle damigelle che vogliono o principiare o divenir assennate; ne scrutiniamo bene la morale; esaminiamo le loro bellezze, la loro istruzione, la loro educazione. Perocchè noi non presentiamo in mercato che fior di roba, con garentia e stampo di fabbrica.
--Ma, l'è da fior di galantuomini, codesto!
--Le persone s'incontrano, si parlano, si esaminano; si consulta la scritta del prezzo nell'_album_ sulla tavola, per ordine alfabetico e ritratto. Si vede la lista delle spese, poi... E poi si getta il moccichino. Una parola detta all'orecchio di madama Augusta basta. Nulla di più leale in commercio. Mercanzia per ogni gusto. Nulla al disotto di 36,000 franchi di onorario l'anno--oltre i regali che sono volontari, ed una somma per l'installamento primo. Non un motto che non sia decente. Alle Tuileries si è meno permalosi. E che eleganza! che tatto squisito! che spirito in ogni concetto, in ogni sguardo! che gusto! che di aristocrazia nelle maniere! Oh! se gli ambasciatori e le duchesse potessero venire ad istruirsi da noi! Insomma, l'è la parrocchia dei baci--ma un vescovo crederebbe trovarsi nel pensionato delle suore di Picpus!
--In fede mia! codesto è proprio superbo.
--Lo credo bene. E perciò ci si scrive dalle cinque parti del mondo per essere inscritta e presentata, e ci si manda il ritratto, guarentito rassomigliante per atto di notaro. Che collezione! Qualche volta noi facciamo delle anticipazioni, per dei soggetti il di cui successo è infallibile. Si può consultar _gratis_ i nostri registri ed il nostro album. Nulla di sospetto e di meschino. Il signore che non giustifichi di avere un titolo e di posseder per lo meno 150,000 franchi a ruminare in un anno, non è ammesso nelle nostre riunioni. L'età cui preferiamo per i candidati è al di là dei trent'anni. Chi ne à meno di venticinque è escluso dalla morale, non vi pare?
--Ma un'istituzione simile meriterebbe un incoraggiamento del governo, io vi dico.
--Pouah! questo governo taccagno! Ah! parlatemi dunque degli _altri_!¹
¹ Il conte di Chambord e gli antenati.
La conversazione fu interrotta precisamente da M. Robert, il quale portava la risposta del duca.
Altra derogazione agli occhi dello zio Tob, il quale non rifletteva che egli stesso aveva derogato peggio ancora.
--Allora è convenuto, M. Claret, non è vero?--disse Tob alzandosi.
--Che diamine! noi siamo degli uomini, zio Pradau.
--A dopo domani. Se non posso spicciarmi alle sette e mezzo, manderò il viglietto del palco nella giornata, ed andrò a porgere i miei ossequi alle signore nella serata.
--Saranno desse contente, perdinci!
--Me lo immagino. Frederik rappresenta _Don Cèsar de-Bazan_.
--Superbo!
--I miei complimenti alla famiglia, ed a rivederci.
--Mille grazie, ed a rivedervi, _père_ Pradau.
Come quella dimora aveva l'aspetto calmo! Come tutto vi sembrava regolare, in ordine, puro, felice! Come le passioni vi erano umane, i desiderii sereni, l'andamento normale, i sentimenti sociali!
M. Claret andava ad introdurvi l'ex capo degli zingari!
Il duca di Balbek aveva accettato, e fissato il ballo di Augusta al 29 novembre.
VIII.
Il ballo del 29 novembre e la prefazione.
La sera del 29 novembre giunse.
Alle nove della sera, un piccolo _coupé_ si fermò innanzi ad una porta nella via Blanche. Un signore ne scese, salì al terzo piano, suonò. Una ragazza aprì, ed annunziò:
--L'è il signore.
Sergio di Linsac--era desso--entrò, cappello in testa, dritto dritto nella camera da letto.
La cameriera, che gli aveva aperto, lo seguì, per continuare a prestare la sua assistenza alla padrona, la quale era in via di terminare la sua _toilette_.
Era di già pettinata, e Luisa le infilava le calze.
--Non ti aspettavo--disse Morella, la padrona della dimora. Vieni tu per qualcosa?
--Lo credo bene. Vengo a passare in rivista l'esercito, ispezionare le armi ed aggiungervi questo cannone alla Paixant.
E, ciò dicendo, le presentava un ferretto di diamanti a foggia di stella.
--L'è proprio bello--sclamò Morella. E vado a collocarlo, all'istante, nel suo empireo.
--La tua fronte l'ecclissa, Morella--rispose Sergio, baciandola.
--Tanto meglio se l'è così. Ne saresti tu già ai concettini, con me?
--Come? tu dici ciò all'uomo che ti à presentato il tuo bastone di maresciallo?
--Di meglio: che mi à cacciato nella mischia per guadagnare la battaglia. Come trovi tu questa veste?
--Giammai demonio non prese meglio le penne di cherubino.
--Lasciami in pace con le tue inezie di demoni e di cherubini. Sono io bella?
--Ahimè!
--L'insieme è armonioso!
--Irresistibile.
--Se indicassi l'ombra appena di un neo, qui, in giù della guancia... per fare osservare come essa si arrotonda soavemente sulla mascella inferiore?
--Non aggiungere nulla di nulla. Vattene, Luisa. L'è finita. L'è perfetta. Dio sarebbe geloso, o innamorato, dell'opera sua--se fosse la sua!
--Insomma?--chiese Morella, quando la cameriera fu uscita.
--Morella, io non tenterò più di piegarti.
--E fai bene. Ti dicono, pertanto, uomo di spirito! Scrivi dei libri che pretendono rivelare il cuore umano! Esci dunque dall'assurdo. Io non ò che diciannove anni. Non ò, per conseguenza, che undici anni innanzi a me, per occuparmi di altro che di amore. Ritorna quando avrò trent'anni. Vedremo allora. Ma inocularmi adesso quella melanconia! grazie: la sbiada il colorito.
--Tu menti in questo momento. Io so, e ciò ti basti, che tu ami altrove.
--In ogni modo, ciò sarebbe per conto mio proprio. Ma non ritorniamo su queste tristezze. Puoi tu spendere dugento mila franchi l'anno per me? No. Vattene allora! Tutto è detto. Io ammagrisco al regime di 2000 franchi al mese. Tu mi ài fatto un ospizio, con codesto, e non un altare. Ora, la natura non mi à regalati questi occhi qui, questa bocca, questa testa, questo collo, questo seno, questa vita, tutto questo splendore, in una parola, per metterlo milensamente a codesta pietanza da invalido. Io non intendo che due cose: o degli stivaletti squarciati trascinati nel fango, o una costellazione. Gli stivaletti squarciati sono una sventura; un terzo piano nella strada Blanche è una dappocaggine. Parliamo dunque d'altro.
--Allora, l'è un addio per sempre?
--T'inganni, Sergio. Io non dimenticherò giammai che tu mi prendesti piccola contadina d'Arles, e che mi ài fatta ciò che sono. Io ti debbo tutto: gusto, parlantina, ambizione, istruzione, scienza della bellezza, aspirazione, poesia, conoscenza del mondo. Io era forse una perla; tu ne ài fatto un gioiello, un monile. Io resto tua amica, tua obbligata. Lasciami adesso collocare a modo mio il capitale che Dio mi à dato: la bellezza e l'amore! ed il capitale che tu vi ài aggiunto: l'arte! Io conosco il valore di ciò che posseggo, ora.
--Non far dell'usura, almeno.
--Tu dici codesto, tu? Come! Si danno 2000 franchi ogni sera alla Grisi, per una cabaletta, senza menar scalpori, e si trova enorme se io domando la metà di quel prezzo? Ma cosa è dunque un gorgheggio in paragone di un bacio di queste labbra, vedi! di queste labbra, il cui soffio è come la parola di Gesù a Lazzaro: vivi! In verità, gli uomini sono idioti!
--Morella--osservò Sergio, dopo un momento di riflessivo silenzio--io sono felice della scelta che ò fatto e dell'ispirazione che ò avuta. Tu mi farai onore; ed io non dubito del successo. Terrai il tuo posto con bravura. Io ti rimpiangerò sempre, ma meno se sei fortunata.
--Parliamo d'affari allora, e formola le istruzioni che vieni a darmi. Tu ài detto che io entrava nella carriera della diplomazia?
--Vi sei di già.
--Che io era al servizio di un'Altezza, da cui il sotto ambasciadore di Russia teneva il suo mandato?
--Te lo confermo.
--Che io doveva ammaliare un bel giovane?
--Egli è anzi troppo bello--ed io ò paura che tu ne diventi amorosa e che ci tradisca.
--Decisamente, tu ài una cattiva opinione di me. Rassicurati, allora: io amo di già. Non se ne amano due alla volta.
--Tu l'ami dunque davvero?
--Al punto, che io non mi lamenterei degli stivaletti rotti per andarlo a vedere.
--Lo compiango: tu ne farai un idiota.
--Ciò mi riguarda. Io pretendo farne un angelo del paradiso. Ma dimmi il nome della vittima che gittate nei miei artigli.
--È il duca di Balbek.
--Lo conosco... e l'odio.
--Come ciò?
--Un quindici giorni fa, io era sola--sola in un palco agl'_Italiani_. Quasi rimpetto a me, quel duca aveva passato la sera con una giovane e bella fanciulla--che debbe essere probabilmente sua moglie. Egli mi aveva sbirciato tutto quel tempo, quantunque io torcessi sempre il capo con dispetto. Scendendo la scala, per azzardo, mi trovai innanzi a loro. La giovane mise il piede sulla mia veste. Io mi volsi. Ella mi disse graziosamente: Mille scuse, signora! Allora quel facchino di duca le mormorò all'orecchio--ma non sì basso che io non l'udissi: Non tanta cortesia con quelle creature! La giovane indietreggiò, quasi si avesse toccato un colubro. Io li squadrai entrambi con insolenza, e dimandai al vicino: Chi conosce qui questo pezzo di tanghero?
--Zitto! fe' qualcuno: gli è il duca di Balbek, ambasciadore di un re non so dove! Essi erano passati; ma avevano dovuto udire il mio motto.
--Questo precedente è spiacevole.
--Dite, propizio. Allora?
--Ebbene, figlietta mia, vendicati in questo caso. Te lo abbandoniamo, corpo ed anima. Impadronisciti di lui, fatti amare, e... divoralo!
--Egli sarà dunque al ballo?
--Si dà il ballo per farvi incontrare. Il principe di Lavandall ti farà la corte per isvegliare l'emulazione di quello sciocco. Tu farai trionfare il duca sul principe.
--Ed in seguito?
--In seguito, tu sarai riserbata, ma non respingerai le proposizioni.
--Le farà desso codeste proposizioni?
--Il tuo specchio non ti dice dunque ch'ei non sarà mica il solo a fartene? Però, egli deve essere l'eletto--vedessi tu ai tuoi piedi il duca di Orléans od il barone di Rothschild.
--Sta bene. Quale è poi la mia missione?
--Amor mio, tu sei un graffio che noi gettiamo su quell'uomo. Noi non abbiamo che uno scopo: ridurlo alla miseria. I mezzi ti riguardano. Dugento mila franchi di premio per te, se riesci. Noi ti lanciamo su di lui come Dio sguinzagliò Satana sopra Giobbe.
--E poi?
--Poi... io non ne so mica più di te.
--Che fortuna può egli avere?
--Oh! e' non è ricco. Se tu gli estrarrai cinquecento mila franchi in oro dal cuore, e' sarà lì per depositare le armi.
--Non tregua?
--Neppur di un secondo. Tu sei una macchina che lo à preso nel suo addentellato, e da cui Dio stesso non lo potria più distrigare. Pompa, pompa, pompa sempre.
--E quando sarà tapino come un tapino irlandese?
--Ti comunicherò gli ordini che mi si impartiranno. Ricordati solo, che tu non sei mica una volontà, ma una fatalità.
--Che parte debbo io assumere?
--Osserva le manie dell'uomo, e decidi. Ma non mi sembra avere colui dei gusti che olezzino l'ideale. Tu sarai baccante. E ciò lo trasporterà.
--Riserbo ciò per colpo di grazia, quando vedrò il sangue schiumar sulle sue labbra. Andiam per gradi. L'è detto. Ecco tutto. Le undici e mezzo. Me ne vado.
--Non importa! io ò dei rimorsi. Io so che in queste trame sataniche i pesci cani si aprono sempre una via e che l'è sempre la povera mosca--la donna! che soccombe. Dio ti sia in aiuto, Morella. Io ti amo.
--Va a metter ciò in versi: l'è grazioso. Ma non esser inquieto per me, no: io sono di acciaio--mi si può torcere, ma non spezzare.
--Io mi sovvengo di un'altra vittima. Addio.
Il ballo di madama Thibault si componeva di due categorie di persone: gli attori e gli spettatori.
Gli attori erano una ventina di giovani dei due sessi, cui alcuno non conosceva ed alcuno non curava conoscere--i ballerini. Le damigelle erano state scelte di una bruttezza sufficiente per non far macchia e servire di rilievo alle vere bellezze.
Questo coro della festa era vestito di bianco, senza gioielli, con qualche fiore nei capelli, ed ecco tutto.
Non vi era da sbagliarci sul suo ufficio.
La categoria degli spettatori era altra cosa. Lo zio Pradau li aveva dipinti con esattezza.
Madama Thibault abitava adesso un padiglione in fondo ad una corte, nel Faubourg St. Honorè. Al padiglione si annetteva un piccolo giardino. E tutto ciò era ricco e civettuolo.
I saloni, o piuttosto la Borsa, eran già stivati di gente, quando Morella arrivò.
La stessa parola spruzzò, nel medesimo tempo, da tutte le labbra: Ecco la regina!
Infatti, Morella era alta abbastanza per spiegare l'eleganza squisita della sua taglia, ma non troppo per imporre, come una Semiramide di Opéra. Il suo colorito aveva quella pallidezza bianca ed abbagliante, piena di salute, che indica l'armonia delle funzioni della vita, la perfezione degli organi. Una pelle vellutata e fina, simigliante all'alito di una bambina che dorme. Il suo lungo sguardo nero era impregnato di languore, ma si animava per raggi, e dava delle scosse come una macchina elettrica. Nulla poteva eguagliare la freschezza, la grazia, la soavità della sua bocca, ove la voluttà sorgeva come Venere dalla schiuma del mare. La sua fronte, alta, levigata, bianca come l'Olimpo di Omero, sarebbe stata davvero il trono di un'anima--se Morella ne avesse avuta una. Il suo sorriso un po' lento penetrava come l'odore della magnolia. Il suo collo, il suo petto, le sue braccia nude allumavano gli sguardi e scoloravano i sembianti. Satana vi scoppiettava con la sua muta furibonda di desiderii.
Morella era una provocazione. Ove ella poggiava lo sguardo, feriva; ove ella fermava la sua volontà, prostrava.
Come contrasto a quella provocazione--che sembrava emanar da lei involontariamente--le sue maniere erano dolci, molli, gravi: la cimbalina di Dio si rivelava in sibarita!
La sua voce era armoniosa, ma si lasciava dietro le vibrazioni che seguono una corda che si spezza.
In una parola, Morella sarebbesi detta una cattiva azione della provvidenza. Era un calappio, come la _datura strammonio_--il di lui fiore incanta lo sguardo ed uccide.
Si danzava già in un salone.
In un gabinetto, taluni, fra cui il dottore di Nubo, giocavano al _baccarat_ a tutto vapore.
Sotto il pretesto del caldo e della folla, una mezza dozzina di odalische--le men belle, tariffate al di sopra dei 60,000 franchi l'anno--si erano ritirate in un altro salone che dava sul giardino. Una dozzina di uomini--i quali avevano quasi tutti passato il capo fatale dei quarant'anni--folleggiavano intorno a quelle bellezze--alle quali madama Thibault li aveva presentati.
Il duca di Balbek trascinava uno sguardo noncurante su quello splendido mazzetto, meditando un attacco sopra una magnifica Polacca, la quale, a sua volta, lo avviluppava del suo sorriso. Il principe di Lavandall stuzzicava i lunghi ricci neri di una giovine _miss_ irlandese, che aveva l'aria innocente di Eva nel paradiso.
In quel momento si udì nei due saloni una specie di brulichìo? paragonabile a quello della brezza nelle foglie della foresta.
Tutti gli sguardi si volsero verso la porta.
Era Morella che entrava, e madama Thibault che si precipitava al suo incontro.
L'effetto, l'ò detto, fu completo.
Il primo che sollecitò a dimandare di essere presentato, fu il principe di Lavandall. Il duca di Balbek, che l'aveva riconosciuta, e si rammentava la scena agl'_Italiani_, arrossì.
Morella fece vista di non scorgerlo.
--Ahimè! madamigella--le susurrò il principe--ora che vi vedo, rimpiango di non essere la fortunata vittima che i vostri sguardi debbono immolare.
--Che ciò non vi arresti, mio principe--disse Morella ridendo; io sono di forza da farne due delle vittime.
--Non si potrebbe trovare un modo di transazione, madamigella?
--Oh! no, caro principe. Non v'è che i piccoli bancarottieri che transigano. Io, io fo saltar la banca, netto, o pago a cassa aperta.
La padrona della casa presentò il duca di Balbek.
--Madamigella--disse costui--v'ànno salutato, entrando, del nome di regina. Permettete ad uno dei vostri umili sudditi di mettere ai vostri piedi la sua sincera divozione.
--Vedi mo'! e' sembra che il signor duca abbia un dizionario secondo le latitudini parigine: la _creatura_ dei _Bouffes_ è _regina qui_! Cosa sarei nel mio palazzetto, signor duca?
--Permettetemi che vada a dirvelo, ed a farvi le mie scuse.
--E perchè no qui? Il signor di Lavandall è buon giudice.
--Io sono troppo vecchio, madamigella, per entrare in questa mischia. Non si corre più quando si à la podagra. Siete voi fortunato, signor duca!
--Adagio, signore, adagio, non cercate svignarvela. Io sono pigra, io: amo la podagra.
E dicendo ciò, Morella salutò leggiermente il duca di Balbek--il quale restò pietrificato--e condusse il principe nel giardino. Ma cinque minuti dopo, rientrarono, e M. di Lavandall le presentò il conte di Kormoff suo amico.
Morella si assise sur un canapè, con il conte, vicin vicino al duca di Balbek, cui volse il dorso.
--Parola d'onore, madamigella--disse il conte rispondendo ad una dimanda della giovane donna--il freddo di Siberia è un pregiudizio europeo. In ogni caso, io m'impegno a percorrerla, senza pelliccia, in _toilette_ da ballo, in pien gennaio, se voi siete a fianco a me.
--E si dice che i Cosacchi sono dei barbari! ma essi fan quasi quasi dei madrigali. Gli è vero che il signor conte non è ambasciatore di un re, per avere il diritto di essere insolente--soggiunse Morella a voce alta.
Il signor di Balbek si contorceva e taceva.
Morella riprese il braccio del principe di Lavandall, per fare un giro nella sala di danza.
Il duca si alzò anch'egli e la seguì lentamente, di lontano.
L'ambasciatore di Spagna, che si trovava a fianco a lui con la Polacca, gli disse sorridendo: