I rossi e i neri, vol. 2

Chapter 8

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--Colla tua!--proseguì il Lorenzini, tra le risa dell'assemblea; e frattanto si trasse nel tondo un'altra dozzina di gusci pieni.

Tra Templarii la celia era permessa, anco se andasse un poco fuori di riga. Il Giuliani aveva messo fuori questa legge, che dopo le undici di sera non fosse più lecito aversela a male per cosa alcuna che altri dicesse. Però il Savioli si lasciò dare tranquillamente dell'asino, e tirò innanzi.

--Colla mia, o colla tua; fatto sta che ti piacciono maledettamente, le ostriche, e le mandi giù senza misericordia.... per noi....

--L'ostrica,--sentenziò il Lorenzini, in quella che ne alzava una all'altezza delle labbra,--è la regina dei molluschi, ed io, quantunque acefala, non dubito di proclamarla superiore all'uomo.

--E alla donna per conseguenza;--notò l'avvocato Emanuel.

--Oh, questo poi, no!

--Sentiamo quest'altra!--disse capitan Dodero.--Il Lorenzini ha ancora più paradossi in corpo, che ostriche.

--La donna,--proseguì il Lorenzini, col suo piglio cattedratico,--è una cosa....

--Una cosa!--sclamò, interrompendolo, in atto di maraviglia, il Savioli.

--Una cosa, sicuro, una cosa che non patisce confronti, nemmeno col sole e coll'altre stelle, perchè essa è la cosa più divina dell'universo. E te lo provo, come due e due fanno otto.

--«__Io ti dimostrerò con belle prove__»--canticchiò Marcello Contini, dall'altro capo della tavola,--«__Che la terra si bagna allor che piove__.»

--Chètati, Orfeo!--gridò il Lorenzini.--Io dico e sostengo, anche se m'aveste a pigliare per un poeta, che la donna è cosa tutta divina, o poco meno. Ne ho veduta una, quest'oggi, in via Luccoli, per la quale darei, Dio mi perdoni, tutte le ostriche che sono ancora nel piatto.

--Bello sforzo!--esclamò il Giuliani.--Ce n'hai lasciate sette.

--Anzi, mi piglio anche queste, e proseguo. Credete alla Sacra Scrittura?

--Siamo gente battezzata!--rispose per tutti il gran maestro Dodero.

--Orbene, narra la Sacra Scrittura che Iddio in principio creò il cielo e la terra....

--__Avocat, passez le déluge!__

--Non posso, Giuliani; non posso uscire dalla Genesi.

--Tanto meglio, poichè, in tal caso, avrete posto mente che Iddio creò la terra, ogni specie d'animali, e l'uomo medesimo, colla grossa materia, contentandosi, per quest'ultimo, di soffiargli addosso.

--Sta bene; e che cos'è la donna, se non carne della sua carne?

--Adagio Biagio! L'ha detto Adamo, e per dire una corbelleria di quella fatta, poteva fare a meno di svegliarsi. Osso delle sue ossa, meno male, ed anche per una centesima parte.

--Tu stesso lo ammetti;--disse di rimando il Savioli;--la donna è fatta d'una costa dell'uomo.

--Bravissimo, d'una costa. Tu ti danni colle tue ragioni; ti aguzzi il palo sulle ginocchia. Notate bene, o signori; è fatta di una costa, carne od osso che sia, cioè a dire materia già ridotta e trasformata dalla volontà del Creatore. Sappiamo dunque che ella non viene direttamente dalla mota, come l'uomo, suo indegno vicino. Ora, poi, come potrebbe una costa pigliar statura e forma di donna, senza l'aiuto di un nuovo elemento?

--E l'aria?--dimandò il Savioli.

--Ah, tu credi,--proseguì il Lorenzini,--che sia stata gonfiata d'aria, come le bottiglie, o come i palloncini?

--E perchè no?

--Infatti,--disse il Contini, tornando a cantare.

La donna è mobile Qual piuma al vento...

--Sta zitto.... Piave! e poni mente anche tu alle mie parole. La donna non ci ha di umano altro che la quantità di una costa, cioè a dire venti o venticinque grammi; il resto, cinquanta o sessanta chilogrammi, è tutto soffio di Dio. Io lo vedo, il Creatore,--proseguì con ardita ipotipòsi il Lorenzini,--soffiare sopra una mota di fango per far l'uomo, ma soffiar dentro a una costa per foggiarne la donna; l'unica cosa creata che contenga, checchè ne dicano i chimici, maggior parte di Dio.--

La chiusa del Lorenzini fu accolta dalla brigata con una salva di applausi.

--Peccato non ci siano donne ad udirti!--esclamò il giornalista Giuliani.

--Non siamo Templarii per nulla!--notò il Savioli.--Le donne se ne stiano da banda. Dov'è la donna, non c'è più libertà di parola; sottentra la cerimonia, o la passione; quella mette il bavaglio alla verità, questa soffoca il raziocinio. Ho detto--proseguì con burlesca gravità l'oratore--e non patisco osservazioni, perchè questa è la mia opinione.

--Sia bene o male--entrò a dire Mauro Dodero--poichè non ci sono donne tra noi, farò una variante alla storia del Lorenzini.

--Ne muta il senso?--dimandò questi.

--Press'a poco.

--Mi riserbo la facoltà di combatterla.

--Anzitutto, sentiamola;--disse il Savioli.--Capitano, hai la parola.

--Grazie tante;--soggiunse capitan Dodero;--ecco la variante. Il Signore aveva tolta la costa all'uomo. Fin qui la è storia conosciuta....

--Sicuramente;--interruppe il Giuliani;--«__immisit ergo Dominus Deus soporem in Adam: cumque obdormisset, tulit unam de costis eius, et replevit carnem pro ea__.»

--Tutto benissimo, salvo l'ultima frase!--ripigliò a dire capitan Dodero.--Il Signore aveva tolta la costa di Adamo ed era lì per farle quell'uffizio che ci raccontò il Lorenzini, allorquando fu veduto dalla volpe, che passava a caso da quella parte dell'Eden. Voi sapete meglio di me che gli animali erano già creati, quel giorno, e ciascheduno secondo la specie sua.

--Verissimo!--tornò a dire il Giuliani, che era forte di Sacra Scrittura, come i suoi colleghi del __Cattolico__;--Ed eccovi il testo che lo dice: «__Et fecit Deus bestias terrae juxta species suas, et jumenta, et omne reptile terrae in genere suo. Et vidit Deus quod esset bonum.__»

--Vuoi finirla. Giuliani, col tuo latino?--gridò Marcello Contini.

--Non mio, ma di san Gerolamo; del resto, ho finito.

--Meno male; ora, continua tu, Dodero, che parli in genovese, come Iddio comanda.

--E come difatti parlavano Adamo ed Eva, poichè la genovese è la prima lingua del mondo;--disse gravemente Mauro Dodero, pettinandosi la barba colle dita, come era suo costume.--Ora torno al racconto. La volpe adocchiò la costoletta, e, spiccato un salto, vi pose il dente, come se fosse roba sua, e il Signore non l'avesse tolta all'uomo se non per farne un presente a lei. Fu per tal guisa, come vedete, la prima costoletta mangiata a questo mondo.

--E allora?--dimandò il Lorenzini.

--Allora avvenne che messer Domineddio, volendo riavere la costoletta, sporse la mano per afferrare la volpe; ma siccome la volpe fuggiva, egli non fece in tempo a pigliarla pel collo, e non agguantò altro di lei che la coda. E qui, tira lui per un verso, tira quella per l'altro, accadde che al Signore rimase la coda in mano, e la volpe sguizzò lontana da lui, portandosi la sua preda tra' denti.

--E allora? io torno a dimandartelo, e allora?

--Allora, messer Domineddio, rimasto con quel negozio in mano, sorrise, e poichè di riavere il fatto suo non c'era neanche a pensare, fece in tal guisa i suoi conti:--«Abbiamo già tolta all'uomo una costa, e a levargliene un'altra gli si potrebbe recar troppo danno. Ora, poichè non possiamo fare la donna ad immagine dell'uomo, facciamola ad immagine della volpe». Detto, fatto; il Signore accostò la coda della volpe alle labbra, soffiò, fece la donna....

--__Et vidit Deus quod esset bonum;__--soggiunse l'impenitente latinista Giuliani.

--Questo non so;--proseguì capitan Dodero,--la variante non lo dice. Questo so bene che essa ci chiarisce come e perchè la donna nascesse molto più astuta dell'uomo, e come il serpente trovasse il terreno già preparato, quando le entrò del negozio del pomo.

--È grossa, capitano, è grossa!--esclamò l'avvocato Emanuel.

--Che volete, amici? Non l'ho mica inventata io. Ve la racconteranno tutti i contadini di Quinto, dai quali l'ho raccolta, e che forse l'avranno avuta dal parroco.

--Fortuna per te, che non ci siano donne ad udirti!--gridò il Lorenzini, copiando a suo modo una frase del Giuliani.

--Che! in fondo in fondo, possiamo esser d'accordo, poichè tutt'e due ammettiamo il soffio di Dio. Quanto alle donne, esse potrebbero risponderci che tra una coda di volpe e una costa d'uomo non c'è poi quella gran differenza, da doversene dar briga.

--L'uomo è un brutto animale; non l'ho sempre detto io?--gridò il giornalista.

--Parla per te, Giuliani!--disse di rimando il Contini.

--Ah sì, scusate, dimenticavo.... l'Apollo del Belvedere,--prosegui il Giuliani ridendo.--Ma, in fede mia, non avete notato voi altri che nella specie umana occorre tutto il contrario delle bestie? Tra esse, nessuna eccettuata, il maschio è più bello della femmina; uccello, ha più varietà di colori nelle penne, ciuffo e coda più appariscenti; leone, ha più criniera; tigre, ha più chiazze sul mantello, e va dicendo. Solo nella nostra specie avviene che la femmina è più bella, più graziosa ne' suoi contorni, più bianca nella sua carnagione, più elegante nelle sue movenze, più gradevole insomma a vedersi....

--E a toccarsi;--aggiunse il Contini.

--Sicuro, a toccarsi; e qui, parlo proprio per me!--conchiuse il Giuliani, tra le risa dell'uditorio.

Il Contini si disponeva a rispondere; ma in quel mentre capitan Dodero, che era seduto in capo alla tavola, colla faccia rivolta all'entrata, alzò la mano, in atto di trinciare una benedizione.

--Ah, ecco un renitente!--gridò l'avvocato Emanuel, volgendo gli occhi all'uscio.

--Il figliuol prodigo!--soggiunse il Lorenzini.--Ammazziamo il vitello grasso.

--Sul tardi mordono i mùggini!--disse il Giuliani, ripetendo un noto proverbio genovese, tolto a prestanza dai pescatori.

--Vieni,--cantò Marcello Contini,

Vieni all'amplesso estremo D'un genitor cadente; Il giudice supremo Ti mandi....

--Uno stuzzicadente!--interruppe l'Assereto, che era egli appunto il nuovo venuto, accolto con tanta gazzarra, dai radunati.--Il verso cresce, ma tu cali di mezzo tono, e i conti si pareggiano.

--Hai detto la verità, Assereto!--disse il Savioli.--Per te non c'è più altro in tavola. Chi tardi arriva male alloggia.

--Non ho appetito, io! Sono venuto per salutarvi e ragionare di cose gravi.... se si può.--

IX.

Dove si chiarisce la bontà del metodo induttivo.

--Se si può!--ripetè capitan Dodero.--Si può sempre, purchè se n'abbia voglia.

--Anzitutto, bevi!--soggiunse il Contini, mescendogli nel suo bicchiere.

--Le tue bellezze; grazie!--rispose l'Assereto, accostando il bicchiere alle labbra.

--E raccontaci che cos'è avvenuto di te,--entrò a dire il Lorenzini,--che non t'abbiamo più visto da due giorni.

--Lo saprete insieme colle cose gravi per le quali sono venuto stanotte.

--Ah, gli è vero: parliamone dunque, e subito.

--__Paulo majora canamus!__--disse il Giuliani.--Eccoci ad ascoltarti.--

Ed egli, e gli altri tutti, si raccolsero nel più profondo silenzio per udire le cose gravi dell'amico Assereto. Questi non entrò subito in materia, e, fosse per meglio disporre gli animi a prestargli attenzione, o fosse per non dipartirsi da certe loro consuetudini di conversazione, si trattenne in quella vece a fare alcune dimande, in maniera d'esordio.

--Amici,--diss'egli gravemente,--siamo Templarii?

--Siamo!--risposero parecchi ad una voce.

--E da senno, s'intende, non già per modo di celia?

--Da senno.

--Deliberati,--proseguì l'Assereto,--ad operar di concerto, ogni qualvolta uno di noi abbia bisogno degli altri? Pronti a soccorrere i deboli contro i prepotenti, a sventare i maneggi degli imbroglioni, a romper le trame dei tristi, quando tornino a danno di noi, o degli amici nostri?

--Perdio! e lo dimandi?--gridò il Lorenzini.--Pronti deliberati, col senno e colla mano, in ogni caso, in ogni occorrenza.

--Orbene, qui abbiamo un caso, per l'appunto: il caso di una fanciulla che è sparita da casa sua, non si sa come, ma certo per opera di furfanti matricolati, e assai potenti per giunta, poichè i signori di palazzo Ducale non vogliono darsene briga, certo per tema di scottarsi le dita.

--Questo è pan pe' tuoi denti!--disse capitan Dodero, volgendosi al Giuliani.--Due paroline sul giornale, e poi si provino a star quatti!...

--No!--rispose il giornalista.--L'accusa sul giornale ha da lasciarsi pei casi disperati. Vediamo in cambio se non si potesse far meglio.--

Il consiglio del Giuliani dovette parer buono, perchè i colleghi di lui si fecero a chiedere all'Assereto che volesse raccontar loro per filo e per segno ogni cosa, e stettero ad udirlo con molta attenzione.

L'ottimo Assereto parlò forse mezz'ora, senza essere interrotto, narrando partitamente e minutamente tutto quel che sapeva; come il suo e loro amico Salvani avesse avuto mano nei rimescolamenti politici de' giorni innanzi; come avesse in casa sua una sorella adottiva; come fosse stato custodito fino a quel tempo in una cassettina d'ebano il segreto dei natali di lei; come un'apocrifa perquisizione rapisse la cassettina appunto in quell'ora che il Salvani metteva a repentaglio la vita e la libertà; come egli, fallito il colpo, si mettesse in salvo, e come la fanciulla, in quella notte medesima, abbandonasse la casa, tratta fuori da una dama sconosciuta che era andata a cercarla, in compagnia d'un vecchio, congiunto, amico, o servitore che fosse.

Queste cose i nostri lettori le sanno, e non occorre ripeterle, seguendo il filo del racconto di Giorgio Assereto ai Templari. Egli narrò inoltre del servo Michele; e questo, che i lettori ignorano tuttavia, faremo di spiegar loro in brevi parole.

Il povero servitore, sapendo anch'egli della congiura e della parte che ci aveva il padrone, ma non volendo far contro a' suoi comandi con lasciar sola in casa la giovinetta, segnatamente dopo quel guaio della perquisizione, per un po' aveva roso il freno, misurando un centinaio di volte, con passo irrequieto, lo spazio che correva dalla cucina all'anticamera, e borbottando tra' denti qualche verso delle sue canzoni spagnuole. In tal guisa passarono due ore, che gli parvero due secoli; finalmente, non udendo mai nulla, nè una schioppettata, nè un grido, commosso dalla ansietà della padroncina, ed aggiungendovi la sua, che non era poca nè lieve, pensò di andar fuori a pigliar lingua egli stesso, e uscire una volta da tanta inquietudine. E così fece, consentendolo la signorina Maria, dopo aver pregato una vicina che volesse andare a farle compagnia, per quella mezz'ora ch'egli sarebbe rimasto fuori.

Da casa alla piazza Carlo Felice non erano stati che due salti. Ma giunto in capo al vicolo della Casana, Michele aveva veduto una compagnia di soldati; e rifatta la sua strada, era andato per le scorciatoie fino alla Nunziata, Anche laggiù, soldati, carabinieri e sergenti di polizia; di popolo, niente. Michele ebbe insomma a confermarsi sempre più nella sua prima opinione, che il colpo fosse andato fallito. Ma Lorenzo, dov'era? Il nostro veterano volle averne l'intero; perciò mosse alla volta della Darsena. Ma non era anche giunto nei pressi di Santa Sabina, che s'imbattè in un popolano suo conoscente, appunto di quelli che dovevano menar le mani da quelle parti là, il quale gli diede in poche parole ragguaglio d'ogni cosa; tutto andato a monte; essi fuggiti in tempo e sparpagliatisi per la città; il loro comandante uscito prima di loro per andare al quartier generale; altro più non sapere di lui.

--Per Sant'Antonio!--esclamò Michele, che giurava volentieri nel nome di quel santo, dopo il combattimento che ne portava il nome laggiù in America;--il padrone è in salvo.--

E fattosi alquanto più tranquillo, se ne tornava a casa, pigliando la strada più larga. Passò senza intoppo per via Nuovissima, e giunto al quadrivio di San Francesco, stette perplesso un istante, se dovesse proseguire per via Nuova, o discendere dalle Vigne. Quest'ultimo consiglio la vinse; ma quel momento d'incertezza gli era tornato a danno, perchè due sergenti di polizia, sbucati di là presso, si fecero a domandargli con mal garbo dove andasse a quell'ora.

--Non lo so;--rispose asciutto Michele, a cui la vista di que' due figuri aveva rimescolato nelle vene il suo sangue repubblicano.

--Non lo sapete? Venite con noi!--

Sulle prime, Michele aveva pensato a resistere; anzi, un moto delle braccia che poteva rassomigliare assai bene ad un pugno, aveva cominciato a far testimonianza del suo proposito. Ma in quel mezzo aveva scorto due carabinieri, i quali salivano l'erta, rasentando il palazzo Brignole, e, posto il caso si fosse liberato dai due sergenti, gli avrebbero impedito ogni scampo. Però, trattenendo il pugno a mezza rada, s'era contentato a protestare contro i modi delle guardie, e aveva finito col dire: orbene, poichè vi piace tanto la mia compagnia, vengo con voi.

Ed ecco per che modo il nostro Michele, in vece di andare a casa, era andato a Sant'Andrea, del quale non era punto divoto.

La mattina seguente, il prigioniero era stato interrogato dal giudice. Avendo imparato a sue spese, nella notte, a tener la lingua a segno, rispose modestamente esser egli Michele Garaventa, servitore del signor Salvani, che se ne andava tranquillamente a casa, dopo averne bevuto un bicchiere, non intendendo nulla di tutto quel subbuglio di __uomini d'arme__.

Il nome del Salvani non parve facesse alcuna impressione sul giudice. Le autorità di palazzo Ducale, colte alla sprovveduta in quei giorni, con tanta roba sulle braccia, molta se ne lasciavano cadere a terra, senza pensare neanco a raccattarla. D'altra parte il nome del Salvani, conosciuto per quel che valeva al comando militare, ma salvato dal più grave pericolo mercè l'amichevole sollecitudine del capitano Nelli di Rovereto, non era ancora, quella mattina, sulla lista del potere civile, e non poteva, per conseguenza, esser noto al potere giudiziario, il quale non aveva tra mani più di una trentina di popolani, arrestati la più parte a caso, e tutti intesi a dichiarare che non sapevano nulla.

Tornando a Michele, egli non era uomo da destar sospetto nell'anima timorata del giudice istruttore, il quale s'impuntò solamente, e più per consuetudine d'ufficio che non per altra ragione, a chiedergli il perchè avesse risposto «non lo so» alla domanda delle guardie.

--Mi hanno colto all'impensata;--rispose Michele senza turbarsi;--avevo anche un po' bevuto, come ho già detto a Vostra Eccellenza.... Ella sa bene.... il vino impedisce lo __sviluppo delle sillabe__.... E poi,--proseguì egli, vedendo le labbra del giudice incresparsi, per trattenere il sorriso,--lo sapeva io, dove andassi? Non potevo mica sapere che mi avrebbero portato in catorbia!--

Qui il magistrato aveva riso a dirittura, e, la sera di quel giorno medesimo, il nostro Michele era posto in libertà. Corso a casa, aveva trovato faccia di legno, come il Montalto, il Pietrasanta e l'Assereto; però, dopo essere stato un pezzo a grattarsi la pera, aveva deliberato di andare da quest'ultimo, per chiedergli se sapesse nulla de' suoi amati padroni.

L'Assereto gli aveva narrato a sua volta tutto quel che sapeva di casa Salvani. Non gli era molto, per verità. Ma la sparizione della fanciulla, tanto più notevole in quanto che pareva essere spontanea, messa a riscontro colla perquisizione, chiarita apocrifa, nella camera del signor Lorenzo, fece gridar Michele e strapparsi i capegli come un dannato.

--Sì certo!--andava egli borbottando negli intermezzi delle sue furie.--Erano venuti soltanto per la cassettina d'ebano, quei carabinieri di nuovo conio. Ah maledetta lingua!...--

E alle ripetute domande dell'Assereto che instava presso di lui per avere la spiegazione di quelle parole, il povero servitore aveva risposto un nome, quello del Bello, che era stato il suo Pilade, e poteva dirsi con più ragione il suo Giuda. Ma non sarebbe andato impunito, o non avrebbe avuto il tempo d'impiccarsi da sè, come l'apostolo del fico; perchè egli, Michele, com'era vero Iddio, l'aveva a freddare colle sue mani.

L'Assereto, che aveva durato molta fatica a cavargli i suoi sospetti di bocca, così furente com'era, ne durò un'altra grandissima a chetarlo. Finalmente (così narrava agli amici) gli aveva ingiunto, per l'amore dei suoi padroni, di non muoversi di casa, fino al suo ritorno, aspettando che egli avesse trovato il modo di porsi sulle tracce della signorina Maria. Questo era l'essenziale; quanto alla vendetta, sarebbe venuta poi; che intanto la era, giusta il proverbio de' Côrsi, una vivanda da mangiarsi fredda.

Il racconto dell'Assereto fu ascoltato dagli amici Templarii con una attenzione che mai la maggiore. E invero, quel tenebroso sviluppo di casi, quella filatessa di malanni che s'era andata svolgendo così assiduamente nel breve giro di pochi mesi, e seguendo la legge del __motus in fine velocior__ su quella giovine coppia fraterna, appariva tale da far pensare non poco, e da far credere che una possanza occulta avesse vigilato l'intrigo, condotto lo svolgimento del dramma.

Chi volle andare al fondo di quella evidente macchinazione fu il giornalista Giuliani, avvezzo per lunga e non lieta consuetudine del suo ufficio, a scrutare i cuori e le reni, per ogni atto degli uomini a metter sempre il naso nelle quinte, sul teatro della vita. Se Adamo fosse stato giornalista, scommettiamo che non avrebbe mangiato così alla leggiera il pomo della scienza, vogliam dire senza levargli la buccia, e senza investigarne la polpa, giù giù, fino alle cellette del torsolo. Epperò il Giuliani, mentre gli amici rimanevano come trasognati, fu sollecito a cogliere il primo appiglio, per tentare il suo lavoro a ritroso.

--Il Bello, hai detto? Chi è costui? Sarebbe per avventura un certo Garasso?

--Sì, il servitore del Salvani me lo ha indicato anche con questo nome. Lo conosci tu?

--Lo conosco. Molta gente conosco io, e di __diversa mena__, come ha scritto Dante, pigliando il vocabolo da noi Genovesi. Amici,--proseguì il Giuliani, voltandosi con piglio solenne ai Templarii,--qui certamente occorre di far qualche cosa; l'Assereto non ci avrà, spero, raccontata la sua storia per nulla.

--Sicuro; ma che fare?--dissero gli altri.

--Non lo so ancora, ma fare bisogna. Andiamo innanzi; troveremo, strada facendo. Conoscete il metodo induttivo?

--Filosofia!--esclamò il Lorenzini.

--Sia pure; l'ha trovato la filosofia, ma è buono dappertutto, come il prezzemolo. Chi lo ha tolto dal limbo, dove lo avevano cacciato i dogmatici, non fu propriamente un filosofo, sibbene un gran pittore, il quale s'intendeva di moltissime cose, Leonardo da Vinci. Un altro, astronomo e filosofo, Galileo, gli diede forma scientifica; un altro ancora, che fu un po' di tutto, anche un tristo, Bacone da Verulamio, ne foggiò una fiaccola, e la portò a rischiarare tutte le ottenebrate sorgenti dello scibile; noi, Templarii, secondo il nostro bisogno, facciamone un'arma di combattimento.

--Parli come il Boccadoro; vediamo il tuo metodo alla prova.

--Eccolo. Mettiamo le fondamenta. Perchè questa guerra al Salvani? Che nemici ha egli, giovine, modesto, quasi oscuro, come è? Lo sai tu, Assereto?

--Credo non ne abbia alcuno, salvo il Collini, che lo tirò dapprima in quel suo garbuglio che sapete, e poi, quando egli se ne cavò valorosamente colle sue mani, gliene volle un mal di morte.

--Il Collini! Non mi basta;--sentenziò il Giuliani.--Costui è un ambizioso; ma non è, non può essere altri che uno stromento in mano di più ragguardevoli bricconi.

--D'altri non so, e non credo;--proseguì l'Assereto.--Il mio amico Lorenzo se ne è vissuto sempre ne' suoi panni, lontano da ogni briga....

--No, no, il Salvani non c'entra, o c'entra soltanto di sbieco. Qui bisogna tener d'occhio il segreto domestico, la nascita della sua sorella adottiva. Non vedete come tutto è riuscito ad un fine? La perquisizione architettata da questo ignoto avversario, non mira ad altro che ad agguantare la cassettina d'ebano. Dopo la perquisizione, viene il tiro alla ragazza. A proposito, come nasce ella?

--Il segreto era appunto nella cassettina, e Lorenzo ne aveva accennato nella sua lettera al marchese di Montalto.

--Perchè al marchese di Montalto?