I Robinson italiani

Part 7

Chapter 73,670 wordsPublic domain

Il 18 settembre, cioè venticinque giorni dopo il loro approdo su quell'isola, i naufraghi si mettevano in marcia per fare una esplorazione del loro dominio, se non totale, almeno parziale.

Non conoscendo ancora l'estensione di quella terra, avevano deciso di guadagnare la vetta dell'alta montagna, certi di poter di là abbracciare tutte le coste e di formarsi un'idea più o meno esatta della possessione.

Si erano provveduti di una trentina di chilogrammi di pane rinchiusi in solidi sacchi di tela, accuratamente cuciti essendosi già procurati gli aghi desiderati colle spine di alcuni grossi pesci, delle armi con frecce avvelenate e senza veleno per abbattere se non della grossa selvaggina almeno degli uccelli, di alcuni litri di _tuwak_, forte ed eccellente liquore ricavato dal succo fermentato dell'_arenga saccharifera_, di sale ed anche di carne avendo torto il collo ai loro più grossi uccelli.

Le due scimmie li seguivano portando nei loro sacchi la pentola, alcuni tondi, le forchette, e lo Sciancatello, già robusto, portava la tenda e una parte di pane.

Le due scimmie dapprima si erano mostrate ricalcitranti a portare la loro parte di bagaglio, ma l'_orang-outan_, che si era armato d'un randello, le aveva ben presto domate e marciavano sotto la sua sorveglianza, pronto a battere sulle loro spalle un pezzo musicale da far strappare urla di dolore.

Il mondo alato si risvegliava sotto la brusca invasione della luce. In mezzo alle foglie degli alberi e dei cespugli ingemmati dalla rugiada notturna, svolazzavano a gruppi i più belli uccelli, le cui penne variopinte, a riflessi d'oro e d'argento o di rame, scintillavano vagamente sotto i primi sprazzi luminosi dell'astro diurno, sorgente sull'orizzonte.

I graziosi _epimachus_ arruffavano le loro penne vellutate e brillanti, come se fossero cosparse di pagliuzze d'oro, e le loro lunghe code sottili; i bellissimi _chimachus_, volatili grossi come un piccione, col corpo anteriore nerissimo con striature d'oro e il posteriore candido, e la coda formata di barbe lunghissime ed arricciate, si spennacchiavano reciprocamente coi loro becchi sottilissimi ma assai lunghi; i _charmasyna_, specie di pappagalli, colle piume rosse e gialle a striature nere, cominciavano i loro cicalecci scordati ed importuni, mentre le splendide _parozie dorate_, scintillanti di mille colori, immobili sulle più alte cime degli alberi, si ubbriacavano di sole, lasciando ondeggiare graziosamente le cinque barbe piantate sulle loro teste e terminanti in una specie di fiocco, ai soffi della brezza marina.

Miriadi d'insetti svolazzavano poi in tutte le direzioni: farfalle sfolgoranti, di dimensioni straordinarie, s'incrociavano sopra i fiori o attorno ai vasi vegetali dei _calamus_ rimasti ancora aperti; farfalline rosse, gialle, azzurre ed anche battaglioni di lucertoline volanti, chiamate dai Malesi _draco_, bizzarri animaletti lunghi venti centimetri, colla coda compressa, colle zampine unite da una membrana che serve come di ali e che permette a loro di spiccare delle volate di venti e perfino di trenta metri.

I naufraghi, oltrepassata la piantagione di bambù che si estendeva su un lungo tratto di costa, s'internarono sotto i boschi, piegando un po' verso levante, sembrando a loro che da quel lato la montagna fosse meno aspra e anche meno boscosa.

Si videro però ben presto costretti a rallentare la marcia, poichè quella parte della grande boscaglia era assai fitta e impediva di procedere direttamente.

Migliaia e migliaia d'alberi intrecciavano i loro rami frondosi o le loro foglie piumate, impedendo ai raggi del sole di penetrare fino a terra. La ricchissima e svariata flora malese, aveva là tutti i suoi campioni.

Si vedevano bellissimi alberi della canfora, coi tronchi così grossi che cinque uomini non sarebbero riusciti ad abbracciarli, e che esalavano un acuto profumo; degli splendidi _sunda-matune_ o alberi tristi, così chiamati perchè i fiori di tali alberi, che esalano un profumo squisito, non si aprono che di notte; dei pergolati di pepe, piante sarmentose che si avviticchiano attorno agli alberi, che hanno le foglie somiglianti a quelle dei nostri fagiuoli e i cui granelli aromatici disposti a grappolini dapprima verdi, poi rossi e quindi bruni quando sono giunti a perfetta maturanza; grandi _upas_, chiamati anche _bohon-upas_, snelli, alti oltre trenta metri e coperti di larghe foglie che formavano dei superbi ombrelli; noci moscate, piante somiglianti ai nostri allori, alte dai sei ai sette metri, già cariche di noci mature che esalavano acuti profumi; garofani coi rami già irti di quei mazzolini aromatici che vengono poi posti in commercio, quando sono ben seccati, col nome di chiodi di garofano; quindi, confusamente mescolati, stretti e avviluppati da lunghissimi _rotang_ che formavano delle vere reti, si vedevano a centinaia alberi che producono il belzoino, ragia odorifera che scola incidendo il tronco di quella specie di abeti; alberi della cannella, alberi cotoniferi che producono una specie di bambagia serica, tecche colossali dal legno incorruttibile; alberi del ferro coi cui rami si fanno delle mazze pesantissime che non si possono scheggiare tanto sono resistenti le fibre di quel legno, ed una infinità d'alberi gommiferi preziosissimi.

Non mancavano però gli alberi da frutta. Di tratto in tratto, in mezzo a quel caos di vegetali, i naufraghi scoprivano dei mangostani carichi di quelle frutta deliziose che dànno una polpa bianca, delicata, divisa in chicchi e che messa in bocca si fonde come un gelato; o dei manghi chiamati dai Malesi _buâ-mamplan_ ma di qualità inferiore, essendo per lo più impregnati d'un forte odore di resina; o dei _pombo_, grossissimi e succolenti aranci, o dei _nefelium_ che producono delle frutta racchiudenti una polpa bianca, semi-trasparente, succosa, dolce ma un po' acidula.

I naufraghi non si lasciavano sfuggire quelle occasioni per fare ampia raccolta delle frutta migliori. Di ciò s'incaricava lo Sciancatello il quale si prestava colla miglior grazia del mondo, inerpicandosi sulle cime più alte delle piante per cogliere le più grosse e le più mature.

Verso le dieci del mattino, dopo d'aver percorso almeno sei chilometri, distanza ragguardevole se si pensa ai lunghi giri che erano costretti a fare per trovare dei passaggi ed ai numerosi ostacoli, si trovarono dinanzi ad una foresta di alberi forniti di foglie gigantesche, d'aspetto maestoso. Nello scorgerli, il signor Albani non potè frenare un grido di contentezza.

— Una foresta di banani! — esclamò. — Ci regaleremo una scorpacciata di frutta deliziose, amici miei, e che potranno variare la nostra provvista di pane.

— I banani? — chiese il marinaio.

— Sì, Enrico.

— Io non li ho mangiati che come frutta.

— Ed io ti dico che possono anche surrogare il pane e che servono a fare dei piatti squisiti. Quando sono maturi, cioè quando l'amido è completamente scomparso tramutandosi in materia zuccherina, non servono che come frutta, ma quando le buccie sono ancora verdi, messi ad arrostire sotto la cenere, possono surrogare il pane essendo ricchi di fecola.

Allora le frutta si possono anche tagliarle, seccarle al sole e conservarle per molto tempo.

Se poi sono più giovani, si possono mangiarle in salsa, oppure quando sono vicine alla maturità, si possono fare delle fritture squisite. Andiamo a fare raccolta, amici. —

Quel bosco era meraviglioso, essendo formato da migliaia di piante. Fra i vegetali erbacei, nessuno rivaleggia coi banani per ricchezza di foglie e per maestà.

Queste piante, nei climi caldi acquistano proporzioni gigantesche, e non di rado le foglie raggiungono un'altezza di quattro o cinque metri ed una larghezza di uno e anche più.

Molte di quelle piante già reggevano a stento dei grappoli enormi, carichi di frutta allungate, un po' curve, racchiudenti una polpa tenera e profumata. Ve n'erano di varie specie, ma il signor Albani diede il sacco a quelle chiamate _pisang-mas_, che dànno frutta più piccole, d'un bel colore giallo d'oro e che sono le migliori.

Accesero il fuoco all'ombra d'una pianta che aveva delle foglie mostruose e fecero una appetitosa colazione con banani maturi o con banani verdi cucinati sotto la cenere. Le scimmie e Sciancatello non furono dimenticati e fecero una vera scorpacciata di quelle frutta.

Mancava l'acqua, quantunque quel terreno fosse umidiccio, ma il signor Albani non tardò a scoprire, sul margine della foresta poco prima attraversata, dei _nepentes_.

Queste piante sono le più bizzarre che immaginare si possa. Appartengono alla specie degli arrampicanti e le loro foglie sono arrotondate in forma di vasi, forniti d'una specie di coperchio che si abbassa alla notte e si alza di giorno.

Durante la notte le piante assorbono l'umidità del suolo e la raccolgono in quei vasi, i quali ne contengono di frequente perfino mezzo litro. Non è però un'acqua limpida e fresca come generalmente si crede, servendo quei recipienti di tomba a numerosissimi insetti, ma basta per dissetare, essendo del resto buonissima.

Dopo un riposo di qualche ora, il drappelle si rimetteva in marcia salendo i primi contrafforti della montagna, ma attraverso a foreste sempre fitte e assai intricate.

Avevano già percorso un chilometro, quando lo Sciancatello si arrestò bruscamente, emettendo dei sordi brontolii e dando segni d'una certa agitazione.

— Ehi, Sciancatello, cosa succede? — chiese il marinaio. — Hai sentito qualche tigre? —

Il _mias_ pareva che ascoltasse con profonda attenzione, come se cercasse di raccogliere qualche rumore non ben distinto. Guardava le cime degli alberi, poi osservava i cespugli ed il suo volto manifestava ora stizza ed ora contentezza.

— Che sia impazzito? — chiese Piccolo Tonno.

— O che abbia una colica? — chiese invece il marinaio. — Ha divorato troppi banani di certo.

— No, — disse Albani. — Ha sentito qualche cosa.

— Ma io non vedo nulla, nè odo nulla.

— Pretenderesti di aver l'udito acuto come quel figlio dei boschi, Enrico? —

Ad un tratto l'_orang_ dilatò fino agli orecchi la sua immensa bocca e gli uscì uno scoppio di risa fragoroso.

— Ehi, Sciancatello! — gridò il marinaio. — Che i banani t'abbiano fatto l'effetto d'una solenne bevuta? Se ti sei ubbriacato, ti faremo una doccia, figliuol mio. —

L'_orang_ non l'ascoltava più. Con un gesto imperioso aveva fatto cenno alle due scimmie di seguirlo e si era diretto verso un albero altissimo, coperto d'un fogliame folto assai e si era messo ad osservarlo continuando a manifestare la sua gioia con scoppi di risa.

— Che lassù ci siano delle frutta ricercate dalle scimmie? — chiese il marinaio.

— Io non vedo che foglie, — rispose il mozzo. — Ma.... non udite questo ronzìo?...

— Sì, — disse il veneziano. — Oh!... Ora comprendo!... Non vedete lassù quel nuvolo d'insetti?...

— Sì, sì! — confermarono i due marinai.

— Sono api selvatiche ed il nostro _orang_ si prepara a saccheggiare l'alveare per mangiarsi il miele.

— Il goloso! — esclamò il marinaio. — Ma non gli permetterò di mangiarselo tutto. Diavolo!... Voglio fare delle ciambelle io!...

— Zitto, — disse il veneziano.

— Cosa avete udito?

— Un grugnito.

— Dove?...

— Lassù, fra le foglie.

— Che lo Sciancatello trovi un competitore?

— Lo credo, Enrico, poichè mi pare quelle api siano molto spaventate.

— Forse un altro _mias_?...

— Non lo so.

— Brutto incontro, signor Albani.

— Abbiamo le freccie mortali.

— Sciancatello sale, — disse il mozzo. —

Infatti l'_orang_, dopo una breve esitazione, aveva cominciata l'ascensione, ma procedeva con una certa diffidenza e portava con sè il randello.

Di tratto in tratto si arrestava per ascoltare, alzava il viso come se cercasse di discernere qualche animale che pareva si nascondesse fra il fogliame, poi scuoteva la testa e riprendeva l'ascensione.

Giunto ai primi rami si rizzò, abbracciò il tronco dell'albero e radunando le sue forze si mise a scrollarlo con furore, emettendo dei sordi abbaiamenti ma che sembravano colpi di tosse: era il suo modo per manifestare la sua collera.

In alto si udirono dei grugniti, poi si vide una massa nera scendere lungo il tronco.

— Una bestia! — urlò il mozzo.

Lo Sciancatello, vedendosi a tiro quell'animale, gli appioppò una legnata così tremenda, da strappargli un vero urlo, poi con un calcio cercò di precipitarlo giù, ma l'altro, che stringeva forte il tronco, teneva duro.

Lo si vide però poco dopo lasciarsi scivolare luogo l'albero con grande rapidità, quindi piombare a terra in causa d'un'ultima e più furiosa scossa dell'_orang_.

CAPITOLO XIV

Miele e patate dolci

Quell'animale che voleva defraudare lo Sciancatello del miele, era grosso quanto un cane di Terrannova, ma più basso di zampe, col muso un po' appuntito ed il pelame nero e lucidissimo.

Rassomigliava in tutto agli orsi neri, ma era però più allungato e sembrava anche molto più agile.

Appena trovatosi a terra, non cercò di far fronte agli uomini, ma di darsela a gambe nel bosco; il signor Albani però che sapeva con che specie d'animale aveva da fare, con quattro colpi di randello lo fece cadere al suolo, poi levatasi rapidamente una fune, gliela legò al collo, dicendo:

— Adagio, mio caro; abbiamo un recinto nella nostra capanna e vi starai benone. —

In quell'istante si udì l'_orang_ scrollare ancora furiosamente l'albero ed emettere grida di rabbia, poi un colpo sordo che pareva una tremenda bastonata.

Un altro animale, simile al primo, scendeva precipitosamente lungo l'albero e venne a cadere quasi ai piedi del marinaio. Questi credette bene d'imitare il veneziano; con due colpi di randello stordì il disturbatore delle api, quindi lo legò solidamente, aiutato dal mozzo.

— Bravi, amici, — disse Albani. — Un maschio ed una femmina!... Faremo razza e fra pochi mesi avremo anche noi della carne eccellente.

— Ma ci direte che bestie sono, signore, — disse il marinaio.

— Sono orsi.

— Terremoto! Orsi! — esclamò il marinaio, balzando indietro.

— Hai paura?

— Se sono orsi, ho motivo di spaventarmi.

— Sono inoffensivi, Enrico. Quelli del Borneo e di tutte le isole Malesi, non sono feroci come gli altri. Come vedi, sono più piccoli di tutte le altre specie e quantunque abbiano denti e artigli, non se ne servono quasi mai e sfuggono l'uomo. Questa doppia cattura ci sarà di molto vantaggio, poichè alleveremo degli orsacchiotti che ci procureranno, di tratto in tratto, degli arrosti succolenti.

— Ed il miele? — chiese il mozzo. — Quel briccone di Sciancatello ce lo divorerà tutto.

— Ah!... furfante! — urlò il marinaio. — Mangia le mie ciambelle. Ehi, Sciancatello!... Scendi o ti romperò il mio randello sul groppone, brutto ingordo! —

L'_orang_ pareva fosse diventato sordo. Lo si udiva a rompere i rami e scuotere le foglie, mentre le api fuggivano a sciami, ronzando. Il ghiottone stava senza dubbio saccheggiando l'alveare.

Il marinaio, furioso, temendo di non poter assaggiare il miele, nè di fare le sue ciambelle, cercava di scuotere l'albero per costringere l'_orang_ a scendere, ma invano.

Il veneziano ed il mozzo invece ridevano a crepapelle.

— Basta, goloso! — continuava a urlare il marinaio. — Scendi o ti mando a raggiungere tua madre con una freccia che ti farà crepare. Scendi, ladrone ingordo! —

Il _mias_ continuava a rimanere sordo a quella tempesta d'invettive e di minaccie ed il marinaio s'arrabbiava maggiormente, credendolo occupato a rimpinzarsi di miele.

— Addio, ciambelle, — diceva il mozzo, sempre ridendo. — Questa volta è lo Sciancatello che si mangia il dolce.

— Terremoto di Genova! — tuonò il marinaio. — Gli darò tale lezione da fargli vomitare tutto il miele!... Gli fracasserò le ossa!...

— Eccolo che scende, — disse Albani. — Pare che abbia terminato la colazione. —

Infatti lo Sciancatello scendeva attraverso i rami e le foglie, ma senza fretta. Pareva che fosse imbarazzato a portare qualche cosa, perchè con una mano sosteneva un voluminoso pacco.

— Cosa rimorchia quel gaglioffo? — chiese il marinaio.

— Ci porterà la cera colla quale faremo delle buone candele, — disse il Piccolo Tonno.

— Gliela farò mangiare dietro al miele!... Non m'importa un fico della cera!... Scendi, canaglia, che t'accarezzerò le spalle!... —

Lo Sciancatello scendeva, ma sempre con gran precauzione e tenendo stretto il pacco.

— Il furbo! — esclamò il mozzo. — E poi dicono che le scimmie sono meno intelligenti degli uomini!...

— Perchè? — chiese Enrico.

— Non vedi che ha messo i favi dell'alveare nella tenda che portava a bandoliera?...

— Ehi!... To'!... Una goccia!... Fulmini!... È miele! —

Il marinaio, che stava sotto l'albero, aveva ricevuto una grossa goccia sul viso e si era accorto che era miele. La sua fronte si rasserenò.

— Che lo Sciancatello sia più onesto di quello che credevo? — mormorò.

Il _mias_, uscito dai rami, si lasciò scivolare lungo il tronco come un vero ginnasta e giunto a terra aprì la tenda che trasudava miele da tutte le parti.

Era piena di favi, ma non già spremuti del succo delizioso, bensì ancora pieni. Il marinaio fece quattro salti attorno all'albero, poi aprì le braccia e si strinse al petto il peloso scimmione, esclamando:

— Dammi un abbraccio, figliuol mio!... Tu sei il più onesto di tutte le scimmie e di tutti gli _orang-outan_ della terra! —

Lo Sciancatello si meritava quell'elogio, poichè invece di aver saccheggiato l'alveare per proprio conto, portava i favi intatti ai suoi padroni.

Il marinaio non perdette tempo. Si rimboccò le maniche, si fece dare la pentola e si mise a spremere la cera, facendo uscire larghi goccioloni di miele profumato.

S'accorse ben presto che quel recipiente non bastava a contenere tutto il succo, ma il signor Albani s'affrettò a trovare altri recipienti formando dei coni impenetrabili colle larghe foglie d'un arecche.

Quando l'operazione fu terminata, calcolarono la loro provvista a dodici chilogrammi, detraendo qualche chilogrammo regalato all'onesto Sciancatello ed alle due scimmie.

— Quante ciambelle! — esclamò il marinaio. — Capperi!.. Ne mangeremo a sazietà.

— Ma non hai pensato ad una cosa, Enrico, — disse Albani. — Come faremo ad attraversare i boschi con questi recipienti?... La montagna è ancora alta, amico mio.

— Fulmini!... Ma io non lascierò qui il mio miele, signore. Gli orsi o le scimmie me lo mangerebbero.

— Lo credo, e poi non possiamo condurre con noi gli orsi.

— Lasciatemi qui e salite voi la montagna.

— Non avrai paura delle tigri?

— Ho la cerbottana e le freccie sono avvelenate.

— Ti lascieremo anche lo Sciancatello; è un buon compagno che sa maneggiare solidamente il suo randello.

— Quando sarete di ritorno?...

— Temo che saremo costretti ad accamparci sulla cima della montagna. Domani all'alba faremo ritorno.

— Sarete capaci di trovarmi?... Potete smarrirvi in questi boschi.

— Conosco il mezzo per dirigermi. Addio, Enrico.

— Buon viaggio, signore. Vi preparerò delle ciambelle intanto e sentirete come saranno deliziose!... Me ne intendo, io! —

Si salutarono un'ultima volta ed il veneziano ed il mozzo si rimisero in cammino lasciando al marinaio anche le due scimmie poichè, non essendovi più il randello dell'_orang_, potevano approfittare per fuggire.

Il signor Albani, pur camminando rapidamente, aveva la precauzione di fare, di quando in quando, delle incisioni sui tronchi degli alberi, ma sempre su quelli che si trovavano alla sua destra. In tal modo non correva più il pericolo di non ritrovare, nel ritorno, la via percorsa.

Il terreno cominciava a salire, ma era sempre coperto da folti cespugli, da grandi macchie d'alberi che avevano delle foglie smisurate e interrotto di tratto in tratto da enormi massi di natura vulcanica e da fenditure profonde che dovevano servire di letto ai torrenti, durante la stagione piovosa.

Su quei pendii abbondavano le piante gommifere, per lo più _isonandra gutta_ i cui tronchi, incisi, danno una materia attaccaticcia simile al caucciù.

Il signor Albani però, che guardava attentamente tutti i vegetali, scoprì alcuni alberi molto preziosi per loro, poichè potevano surrogare il pane fatto col midollo delle _arenghe saccharifere_.

Erano dei _buâ kaluwi_, così chiamati dai Malesi, ma che i botanici conoscono col nome di _artocarpus incisa_, alberi che producono delle frutta grosse, prive di semi, contenenti una polpa giallastra che ha il sapore di certe specie di zucche.

Più sopra ne scoprì altre appartenenti alla stessa specie, ma assai più produttive. Erano i _buâ naglesa_ o _artocarpus integrifolia_ meglio conosciuti col nome di alberi del pane, piante grandissime che producono le frutta più grosse di tutti i vegetali, rotonde, coperte di scaglie puntive e così pesanti, che due uomini non sempre riescono a portare un solo frutto.

— Se ne piomba una sul cranio, lo schiaccia come una nocciuola, — disse il mozzo. — Non ho mai vedute frutte così grosse, signor Emilio.

— Ci faranno sudare a portarle alla capanna, Piccolo Tonno, — rispose il veneziano.

— Contate di venire a raccoglierle?

— Certo.

— Sono adunque eccellenti?

— Hanno il sapore dei fondi del carciofo e quella polpa, cucinata sui carboni, può supplire il pane.

— Ma non si conserverà.

— I polinesiani la conservano, pigiandola entro buche scavate nel terreno, ma prende un sapore acidulo non però sgradevole a chi riesce ad abituarsi.

— Ma ci vorrebbero dei facchini, per portare fino alla spiaggia tutte quelle frutta.

— Se non avremo dei facchini, avremo degli animali ed un carretto, spero.

— Un carretto?...

— E perchè no?...

— Ma chi lo tirerà?... Le scimmie forse?...

— Chi?... Ho notato parecchie orme di babirussa e se riesco a prenderne due, vedrai che ti farò andare in carro, mio Piccolo Tonno.

— Ma voi volete procurarci mille comodi, signore.

— È la mia idea. Orsù, continuiamo la marcia o giungeremo tardi sulla vetta. La montagna è ancora alta assai. —

Ripresero l'ascensione attraverso a quelle selve che diventavano sempre più difficili e più intricate, recidendo gli smisurati _rotangs_ che formavano talvolta delle reti impenetrabili e fugando grandi bande di volatili e specialmente di _podargus_, bruttissimi falchi colla testa grossa, il becco corto e largo come una bocca, la testa coperta di pochi ciuffi di peli e le penne del corpo bigie a screziature nere.

Anche qualche aquila audace, uccellacci grossi come tacchini, armate di robusti artigli, colle larghe ali nere ed il dorso rossastro variegato di nero, volava via emettendo acute grida.

A mezza costa s'imbatterono in numerosi drappelli di scimmie, occupati a saccheggiare gli alberi fruttiferi. Ve n'erano di varie specie, ma erano talmente selvatiche, che fuggivano rapidamente appena scorgevano i due naufraghi, celandosi nei più fitti nascondigli della foresta.

Si scorgevano bande di _ducs_, scimmie colla coda lunga, la faccia piatta, i piedi neri e le orecchie invece color carne viva; delle _lawados_ dalla faccia priva di pelo, color rosso fino a metà, colla testa coperta da una specie di parrucca fatta di peli grigiastri e molto folti; delle scimmie dal naso lungo e grosso e parecchie altre che il veneziano non poteva ben distinguere perchè fuggivano troppo rapidamente.

Alle quattro, mentre stavano per riposarsi all'ombra d'un arecche, il signor Albani additò al compagno una pianta poco alta, munita di larghe foglie d'un bel verde, dicendo con voce allegra:

— Ecco una scoperta preziosa. Finalmente avremo una piantagione!...

— È una pianta di tabacco, forse? — chiese il mozzo. — Quale fortuna per Enrico, che non sogna che pipe e sigari!...

— Non è tabacco, ma qualche cosa di meglio: scava! —

Piccolo Tonno estrasse il coltello e si mise a scavare la terra attorno alla pianta, con infinite precauzioni. Poco dopo metteva allo scoperto un tubero assai grosso, pesante un buon chilogrammo e che rassomigliava ad un pomo di terra.

— Cos'è questo? — chiese egli, sorpreso.

— Un _ubis_, — rispose Albani.

— Non vi comprendo.

— Una patata dolce.

— Lave del Vesuvio!... Una patata!...

— E delle migliori, ragazzo mio.