Part 4
Riattizzava ad ogni istante il fuoco, il solo riparo che poteva difenderlo contro una aggressione, ben poco potendo contare sull'efficacia della scure; aguzzava gli sguardi fissandoli ora verso la piantagione di bambù ed ora verso i grandi alberi e tendeva gli orecchi con profonda attenzione.
Vegliava da due ore, quando udì, a non molta distanza, un grido rauco che rassomigliava ad un miagolìo ma infinitamente più potente di quello che emettono i gatti.
Il marinaio s'alzò di scatto gettando all'intorno uno sguardo inquieto. Quella nota gutturale, breve, l'aveva udita ancora: era il grido della tigre.
— Mille terremoti!... — esclamò, impallidendo. — Ecco un vicino molto pericoloso, che starebbe bene a casa di messer Belzebù!... Se si avvicina, non so se la nostra scure ed i nostri coltelli potrebbero impedirgli di divorarci!... Avessimo almeno delle lancie!... To'!... E perchè no? La cosa mi sembra possibile! —
I suoi sguardi erano caduti sulla legna raccolta che doveva alimentare il fuoco, in mezzo alla quale aveva scorto due giovani bambù lunghi due o tre metri, canne leggiere bensì, ma d'una resistenza a tutta prova e che gl'indiani ed i giavanesi adoperano per fabbricare le aste delle loro picche.
— Ecco quanto mi occorre per avere una buona arma superiore alla scure, — disse.
Afferrò una di quelle canne, la spogliò delle foglie, estrasse da una tasca una funicella ed in pochi istanti legò solidamente il suo coltello all'estremità di quell'asta.
Aveva appena terminato, quando vide uscire da una folta macchia un'ombra, la quale s'avanzava verso il fuoco con grande lentezza, mostrando due occhi che avevano dei bagliori verdastri. S'alzava, si abbassava fino a toccare col ventre la terra, poi s'arrestava come se fosse indecisa o fiutasse l'aria, poi si stirava come un gatto e agitava la sua lunga e sottile coda.
Pareva però che non avesse molta fretta ad avvicinarsi al campo, tenuta forse in rispetto dal fuoco, il quale proiettava sulle piante vicine dei riflessi sanguigni.
— Una tigre od un grosso gatto selvatico? — si chiese il marinaio, le cui inquietudini aumentavano. — Diavolo! La cosa diventa seria e mi pare che valga la pena di tirare le gambe ai compagni. —
Scivolò rapidamente sotto la tenda e scosse vigorosamente Albani ed il mozzo, dicendo:
— Presto, uscite!... Un grave pericolo ci minaccia.
— Chi?... Cosa succede? — chiese l'ex-uomo di mare, stropicciandosi vigorosamente gli occhi.
— Credo che si tratti d'una tigre, signore.
— D'una tigre?... Usciamo! —
Quando si trovarono all'aperto, videro l'animale tranquillamente accovacciato a trenta passi dal fuoco.
Non era più possibile ingannarsi, trovandosi in piena luce: era una vera tigre; ma di razza malese, più tozza, più bassa di zampe e meno elegante di quelle reali del Bengala.
Quelle dell'Arcipelago della Sonda hanno il pelo più lungo e più spesso, le basette meno sviluppate, i ciuffi di pelo del ventre e delle coscie sono invece meno abbondanti.
Sono feroci al pari delle altre, ma fanno più paura, poichè hanno uno sguardo così falso, così minaccioso che fa male a vederlo, e ordinariamente tengono la lingua penzolante e la coda bassa.
La fiera, nello scorgere quei due uomini e quel ragazzo, aveva alzata la testa emettendo un sordo brontolio che nulla di buono pronosticava, ma non si era alzata. Solamente la sua coda, che spazzava il terreno con moti convulsi, tradiva od una certa inquietudine od un imminente scoppio di collera.
— È un vicino pericoloso, — disse il signor Albani, il quale però non sembrava molto spaventato.
— San Gennaro ci protegga, — mormorò il mozzo, battendo i denti.
— Cosa dobbiamo fare? — chiese il marinaio, che era diventato assai pallido.
— Restiamo tranquilli, — rispose il veneziano. — Non oserà avvicinarsi al fuoco.
— Non ci assalirà?...
— Non lo credo, ma non muovetevi, perchè questi animali sono coraggiosi e se credono di essere minacciati, non esitano a scagliarsi.
— E non possediamo nemmeno un fucile a pietra!... Nemmeno una pistolaccia qualunque!... Signor Albani, bisogna trovare il modo di fabbricarci delle armi innanzi a tutto o le tigri ci mangeranno.
— Dopo la capanna verranno le armi e vi prometto che saranno più formidabili dei fucili.
— Ma dove le troverete!...
— A suo tempo lo saprete e....
— Zitto signore, — disse il mozzo, interrompendolo.
Dalla parte della piantagione di bambù si erano udite le foglie ad agitarsi, come se un grosso animale cercasse di aprirsi il passo. La tigre aveva voltata la testa verso quelle canne giganti, poi si era alzata agitando rapidamente la coda.
— Che un'altra tigre si avvicini? — chiese il marinaio.
— O qualche preda? — disse il veneziano. — Sarebbe la ben venuta.
— Per la tigre?
— E anche per noi, poichè ci leverebbe d'attorno questo incomodo vicino. —
Le grandi canne continuavano intanto ad agitarsi e le foglie a sussurrare, e la tigre diventava più attenta.
Ad un tratto una grossa ombra comparve sull'orlo della piantagione e dopo una breve esitazione si diresse verso il fuoco, come se fosse attratta da una irresistibile curiosità.
L'oscurità era troppo profonda perchè si potesse ben distinguerla, ma le sue forme rassomigliavano a quelle d'un tapiro o di un babirussa, animali molto comuni nelle isole dell'Arcipelago Chino-Malese.
Quell'animale era già giunto a cento o centoventi passi, quando il marinaio disse: — Guardate la tigre! —
Il felino era strisciato rapidamente e senza far rumore, dietro ad una fila di cespugli e s'avanzava verso la preda, con passo silenzioso, schiacciandosi, per così dire, contro terra.
D'improvviso si arrestò, si raccolse su sè stesso, poi s'innalzò descrivendo una lunga parabola e piombò, con precisione matematica, sul dorso dell'animale.
S'udì un grugnito acuto seguito dal grido gutturale e stridente della belva, poi si videro i due avversarii dibattersi alcuni istanti, quindi cadere l'uno sull'altro.
— Morti entrambi? — chiesero il marinaio ed il mozzo, che avevano seguito con viva ansietà le fasi di quella lotta.
— No, — rispose Albani. — La tigre sta dissanguando la preda.
— Canaglia! — esclamò il marinaio. — Ah!... se avessi un fucile!...
— Eccola che si rialza, — disse il mozzo.
Infatti il formidabile felino, abbeveratosi col sangue caldo della vittima, erasi rialzato. Girò due o tre volte attorno alla preda, poi l'addentò per la nuca e malgrado fosse assai più grossa di lui, se la trascinò in mezzo alla piantagione per divorarsela con suo comodo.
— Buona digestione, — disse il mozzo.
— E domani avremo della carne fresca, — aggiunse Albani.
— Che ne lasci per noi?... — chiese il marinaio.
— Quando si sarà sfamata se ne andrà, senz'altro occuparsi degli avanzi. Sono certo di trovare domani, nella piantagione, buona parte di quel disgraziato animale. Andate a riposare ora, amici miei: comincio il mio quarto.
— Non tornerà la tigre?...
— Non lo credo, d'altronde in caso di pericolo vi chiamerò. —
I due marinai si ritirarono sotto la tenda ed il veneziano si sedette presso il fuoco, dopo d'aver gettato sui tizzoni dell'altra legna.
Il resto della notte passò senz'altri allarmi, però il signor Albani ed il mozzo udirono, in mezzo alle foreste, urla di tigri, grugniti e sibili i quali indicavano a sufficienza, come quell'isola fosse ricca di selvaggina d'ogni specie e anche di animali pericolosi.
Urgeva quindi fabbricarsi tosto una solida capanna, per non correre il pericolo di venire assaliti o di passare le notti in continui allarmi.
— Andiamo, amici, al lavoro — disse il veneziano, quando spuntò il sole. — Prima di sera bisogna avere un ricovero.
— Non dimentichiamo però la carne lasciata dalla tigre, signore — disse il marinaio. — Se continuiamo a mangiare frutta, fra due settimane non potremo più reggerci in piedi.
— Con un po' di pazienza ci procureremo tutto, Enrico. Pensa che siamo sprovvisti d'ogni cosa, che siamo i più miseri di tutti i Robinson e che dovremo cominciare dalle cose di prima necessità. Fra un mese spero di non udirti più a lamentare.
— È lungo un mese, signore. Sapete che comincio a soffrire per la mancanza del pane?...
— Fra poco il pane abbonderà.
— Lo dite sul serio?...
— Sì, ma prima dovremo costruire il forno e per ora preferisco avere una capanna.
— Diamine! Anche il forno! Avremo da lavorare molto, prima di possedere tuttociò che è necessario alla nostra esistenza.
— In marcia! —
Lasciarono la tenda, armati della lancia e della scure e si diressero verso la piantagione di bambù, la quale si estendeva per un lungo tratto, costeggiando una specie di pantano che conservava ancora delle traccie di umidità.
Quella piantagione era formata da parecchie varietà di bambù. V'erano i _tuldo_ che sono dei più grandi della specie, che in soli trenta giorni acquistano un'altezza da quindici a diciotto metri ed una grossezza di trenta centimetri; i _balcua_ chiamati dagl'indigeni _balcas-bans_, pure altissimi ma sottili; i _blume_ chiamati anche _hauer-tgiutgiuk_, armati di spine ricurve e coperti di foglie assai strette; i bambù selvaggi chiamati _teba-teba_, storti e pure spinosi, ed infine dei bambù giganti, i più alti e più grossi di tutti, poichè toccano sovente perfino trenta metri d'altezza con una circonferenza di un metro e mezzo a due, ma che sono però i meno solidi.
— Qui abbiamo quanto ci occorre — disse il veneziano. — Voi non vi potete immaginare quante cose utilissime si possono ricavare da queste piante.
— Da queste canne! — esclamò il marinaio, con tono incredulo. — Tutt'al più serviranno a fare delle case.
— T'inganni, Enrico; anzi ti dirò che ben poche piante sono preziose e più utili di queste.
— Sarei curioso di sapere a cosa ci potrebbero servire.
— Cominciamo dai germogli, se vuoi: ti piacciono gli asparagi?
— Gli asparagi!... Ma cosa c'entrano quei deliziosi....
— Ah!... ti piacciono assai!... — lo interruppe il signor Albani. — Allora ti dirò che le giovani gemme di queste canne, cucinate in acqua e condite, somigliano ai nostri asparagi.
[Illustrazione: Costruzione della capanna aerea. (Pag. 50).]
— Scherzate!...
— No, quando avremo una pentola e dell'olio, te li farò assaggiare.
— Dell'olio! — esclamarono il marinaio ed il mozzo stupiti. — Ma sperate di trovare degli olivi qui?...
— No, poichè qui non crescono, ma lo troverò anche senza quelle piante.
— Uomo miracoloso!... — esclamò Enrico.
— Da questi bambù, specialmente da quello comune, si può estrarre lo zucchero o meglio una materia zuccherina che gl'indiani chiamano _tabascir_.
— Terremoto di Genova!
— Zitto, marinaio. I semi del bambù comune vengono mangiati come riso da molte popolazioni dell'Indo-Cina.
— Anche il riso!...
— Non è tutto. Colle foglie e coi fusti schiacciati, poi stemperati in acqua e uniti con un poco di cotone si ottiene una buona carta molto usata dai Chinesi. Coi fusti poi, tagliati a metà, si fanno condotti d'acqua per l'irrigazione dei campi, oppure si adoperano come tegole, o si fanno capanne solide e leggere, o aste per le lance, o scale, o palizzate mentre quelli spinati servono per fare dei recinti così formidabili da arrestare qualsiasi assalto. Colle foglie poi si possono fabbricare dei panieri, delle stuoie, dei tralicci, ecc.
Volete infine dei recipienti?... Basta tagliare un bambù sopra e sotto i due nodi ed ecco un barilotto dove l'acqua si conserverà benissimo. Volete anche una barca?... Tagliate un bambù gigante, turate le due estremità, oppure serbate i due nodi a prua ed a poppa ed ecco un'ottima scialuppa. Cosa volete ottenere di più da una pianta?
— Ma queste canne sono meravigliose, signore!... — esclamò il marinaio. — Come è utile sapere tante cose!... Io non avrei ricavato nemmeno un bastone da queste canne, mentre invece sono così preziose!... Basterebbero questi bambù per procurarci ciò che ci necessita.
— No, Enrico, non bastano, e nella foresta troveremo altre piante più preziose che ci procureranno quello che non possono darci queste. Basta: al lavoro, amici. —
CAPITOLO VIII
La capanna aerea
I tre uomini si misero al lavoro, abbattendo grande numero di bambù, specialmente dei più alti, ma molti anche di quelli spinosi, volendo il signor Albani costruire anche un recinto, per meglio difendersi dagli assalti delle tigri e che potesse anche servire per racchiudere gli animali che proponevasi di addomesticare.
Atterrate le canne, il marinaio ed il mozzo cominciarono a trasportarle alla spiaggia, di fronte alla piccola cala, avendo scelto quel luogo per erigere la capanna, mentre il signor Albani, armato della lancia, entrava nella piantagione per cercare gli avanzi della grossa preda uccisa dalla tigre.
Doveva avere però un altro scopo, perchè di tratto in tratto si arrestava, spostava i bambù ed esaminava il terreno con profonda attenzione, scavando qua e là delle buche, talvolta assai profonde. Pareva che volesse accertarsi della qualità della terra su cui crescevano quelle canne giganti.
Aveva già fatto numerosi buchi servendosi della lancia, quando si arrestò dinanzi a un piccolo bacino pieno d'acqua, che si celava nel più fitto della piantagione.
Esaminò il fondo, essendo l'acqua limpidissima e pochissimo alta, poi si risollevò, mormorando a più riprese:
— Credo d'aver trovate le mie pentole!... Se quest'acqua non è stata assorbita, è segno che sotto lo strato di terra vi è uno strato impenetrabile. — Si rimboccò le maniche, si denudò le braccia e le immerse, rimuovendo la terra del fondo. Scavò per parecchi minuti esaminando sempre il fango che levava, poi estrasse una materia grigiastra, lievemente grassa.
— Argilla, — disse, con una certa soddisfazione. — Non mi ero ingannato; ho trovato le mie pentole. —
Continuò a scavare ricavando dell'altra argilla, ne fece una grossa palla che avvolse nella propria giacca, poi continuò a inoltrarsi nella piantagione, seguendo una specie di sentiero cosparso di bambù spezzati o piegati, che doveva essere stato aperto dal felino. Dopo dieci minuti giungeva in una piccola radura in mezzo alla quale scorse, distesa a terra, una grossa carcassa semi-spolpata e sanguinante.
— Adagio, — mormorò, impugnando la lancia. — La tigre può trovarsi vicina. —
Fiutò più volte l'aria per sentire se c'era odore di selvatico, odore che tradisce la presenza di quei grossi e feroci felini, poi s'avanzò cautamente, guardando dinanzi, a destra ed a sinistra.
La preda abbattuta dalla tigre era un babirassa, animale grosso come un cervo, la cui carne è eccellente avendo il gusto di quella del cinghiale. Attorno alle ossa vi era ancora tanta polpa da nutrire dieci uomini affamati.
Tagliò un bel pezzo che pesava parecchi chilogrammi, poi abbandonò rapidamente quel luogo pericoloso, temendo di venire sorpreso dal felino, il quale forse sonnecchiava nei dintorni.
Quando uscì dalla piantagione, il marinaio ed il mozzo stavano trasportando gli ultimi bambù.
— Avete trovata la colazione, signore? — chiese Enrico.
— Sì, amico, e anche delle pentole.
— Delle pentole!... Eh! via, scherzate?
— Non dico di averle trovate già fatte e pronte per metterle sul fuoco, ma porto con me dell'argilla per fabbricarle.
— Ma voi siete la provvidenza in persona, signore! Mio Piccolo Tonno, ti farò assaggiare il _giupin_!... Terremoto di Genova! Ti leccherai le dita!...
— Ed i maccheroni, signor Emilio?... Ah!... Cosa darei per averne un piatto!... Altro che _giupin_!
— Ehi, furfante! Non disprezzare il _giupin_! — esclamò il marinaio.
— Non vale i maccheroni, — ribattè il mozzo. — Vorrei preparartene un piatto a mio modo e scommetterei che mangeresti anche il piatto, marinaio.
— Roba da napoletani!...
— Lave del Vesuvio! Disprezzare i maccheroni! Tu perdi la testa, marinaio!
— Il _giupin_, ti dico!...
— I maccheroni!...
— Avete finito? — chiese il signor Emilio, che rideva, vedendoli arrabbiarsi pei loro piatti favoriti. — Litigate pei maccheroni e per la zuppa alla marinara, mentre non possiamo avere nè l'uno nè l'altra, anzi non abbiamo nemmeno i recipienti dove cucinarle. Calmatevi, ragazzi miei, e pensiamo invece a fabbricarci il ricovero, innanzi a tutto.
— Credo che abbiate ragione, signor Albani, — disse il marinaio. — Parliamo di cose che sono ancora molto lontane o che forse non potremo mai avere.
— Col tempo, chissà!...
— Sperate di farmi mangiare la zuppa?...
— Ed anche i maccheroni, forse.
— Ah! signore! — esclamò il mozzo, cogli sguardi ardenti.
— Basta, andiamo alla spiaggia.. —
Il marinaio ed il mozzo si caricarono degli ultimi bambù e si diressero verso la costa, mentre il signor Albani si dirigeva verso un folto macchione dai cui alberi pendevano delle numerose corde vegetali, che pareva avessero delle lunghezze straordinarie.
— Ecco le funi per i nostri bambù, — mormorò. — Abbiamo tutto sottomano. —
Quelle specie di liane erano _rotang_ (calamus), fibre assai resistenti, che appartengono alla famiglia delle palme, assai comuni in tutto l'Arcipelago Indo-Malese. Sono arrampicanti grossi pochi centimetri, ma sono i più lunghi di tutti, poichè raggiungono perfino i trecento metri.
Resistono lungamente anche in acqua ed i Malesi, i Burghisi ed anche i Giavanesi, se ne servono per formare l'attrezzatura dei loro piccoli velieri.
Ne tagliò parecchi, poi raggiunse i compagni per cominciare subito la costruzione, volendo prima di sera mettersi al coperto contro un ritorno offensivo della tigre o di altre sue compagne.
Avendo a sua disposizione dei bambù assai lunghi e resistenti, il veneziano decise di abbandonare la solita forma delle capanne per costruirne invece una aerea, adottando il sistema dei Dayachi, veri maestri in tali costruzioni, arditissime sì, ma ben più sicure delle altre, contro gli attacchi di qualunque avversario.
Per poter lavorare più rapidamente e con maggior comodo, costruì dapprima una lunga scala giovandosi di quattro bambù lunghissimi e di altri più brevi e più sottili pei piuoli, poi tracciò sul terreno un rettangolo perfetto che doveva servire di base all'intera capanna.
— A noi due, Enrico, — disse poscia. — E tu, Piccolo Tonno, va' a raccogliere intanto i _rotang_ che ho tagliati. —
Scelse trenta bambù della specie gigante, li fece tagliare onde avessero tutti l'eguale lunghezza, quindi li dispose lungo le linee del rettangolo, mentre il marinaio, sull'alto della scala l'incrociava a metà, legandoli solidamente coi _rotang_ recati dal mozzo.
A operazione finita, tutti quei bambù rassomigliavano a tanti X, le cui basi erano state infisse nel suolo, mentre le punte estreme dovevano servire a ricevere le traverse di sostegno destinate al piano della capanna. Si rifocillarono con un pezzo di babirassa arrostito dal mozzo, poi si rimisero al lavoro con febbrile attività, sulla cima dei bambù.
Alle quattro tutte le punte erano già riunite fra di loro con numerose traverse. Allora cominciarono a riempire i vuoti adoperando i bambù più grossi, formando il pavimento della capanna aerea che rinforzavano con continue legature.
La notte li sorprese, mentre stavano collocando a posto gli ultimi bambù.
— Basta, — disse il signor Albani, che era madido di sudore. — In questa prima giornata abbiamo fatto fin troppo e non bisogna stremare le nostre forze. Per questa notte ci accontenteremo di dormire a cielo scoperto.
— È una costruzione ammirabile, signore, — disse il marinaio che era orgoglioso del lavoro fatto.
— Solida, leggiera e sicura.
— Non saliranno le tigri?
— Siamo a dodici metri dal suolo e non credo che con un salto possano giungere fino a noi.
— Ma.... ed il camino? Non s'incendierà la nostra capanna, cucinando quassù?
— Possiamo costruirlo con dei sassi, ma preferisco fabbricarlo nel recinto, Enrico.
— Ah!... Inalzeremo anche una cinta?
— Sì, per i nostri animali.
— Per quali animali? — chiese il marinaio, stupito.
— Per quelli che prenderemo, e costruiremo anche una uccelliera.
— Che possiamo prendere degli animali, sia pure, ma degli uccelli!... Volete fabbricare anche delle reti?...
— Delle reti no, ma ottenere del vischio sì. Ho scorto un albero che ce lo darà.
— Lampi di Giove!... Io comincio a credere che su quest'isola deserta ingrasserò!... Quanti Robinson c'invidierebbero! E dire che noi siamo sbarcati con una semplice scure e con due coltelli!... Signor Albani, se voi realizzerete tutte le vostre promesse, io non lascierò più quest'isola, nemmeno se venissero dieci navi a levarmi.
— Fra un mese, spero che non ci mancherà nulla. —
La cena fu magra quella sera, non avendo avuto tempo per procurarsi nemmeno delle frutta, ma s'accontentarono egualmente. Dopo quattro chiacchiere rizzarono la tenda in cima al pavimento della capanna e s'addormentarono profondamente.
Il loro sonno non fu interrotto da alcun avvenimento. Forse la tigre era ritornata, ma non osò assalire quell'abitazione che doveva avere, almeno di notte, un aspetto formidabile.
All'indomani, appena sorto il sole, si rimettevano al lavoro con nuova lena. Non essendo però il mozzo necessario, avendo ormai issati sulla piattaforma tutti i bambù occorrenti, lo mandarono sulla spiaggia a far raccolta di ostriche e di granchi e possibilmente di uova d'uccelli, avendo scorto numerosi nidi di volatili scoglieri.
Durante il mattino, Albani ed il marinaio rizzarono i sostegni delle pareti e le traverse del tetto, il quale doveva essere a due pioventi, e prepararono anche un certo numero di tegole, spaccando a metà dei bambù di media grossezza.
Il mozzo intanto non aveva perduto tempo ed aveva fatta un'ampia provvista di crostacei, di ostriche e anche di uova di uccelli marini trovate fra le rupi della costa. Aveva però portato anche varie specie di aranci chiamati dai malesi _giàruk_ ed alcuni di quelli, grossi come la testa di un ragazzino, prodotti dal _citrus docunanus_ e che in quelle regioni sono conosciuti sotto il nome di _buâ kadarigsa_.
Il lavoro proseguì con alacrità anche nel pomeriggio. Il veneziano ed il marinaio coprirono il tetto colle tegole di bambù, sovrapponendovi delle larghe e lunghe foglie di banani, recate dal Piccolo Tonno, quindi alzarono le pareti intrecciando giovani canne e foglie, ma che si riservavano più tardi di rinforzare con bambù più resistenti per potere, nel caso, far fronte anche ad un attacco violento, sia da parte degli animali come degli uomini.
Rimaneva da costruire la cinta, ma non essendo pel momento necessaria, decisero di innalzarla in tempi migliori e d'occuparsi pel momento delle armi, poichè avevano notato delle tracce numerose di grossi animali nei dintorni della capanna. Essendo però troppo stanchi per intraprendere una marcia nell'interno dell'isola, avendo il signor Albani dichiarato che per avere delle armi potenti gli occorreva innanzi a tutto trovare un albero, ma che non aveva ancora scorto nei dintorni, il terzo giorno lo impiegarono nel fabbricare delle stoviglie. L'argilla non era stata dimenticata. Il previdente veneziano l'aveva tenuta all'ombra di alcuni cespugli, in un luogo umido.
Andò a prendere la grossa palla, la bagnò per bene e si mise a fabbricare dapprima una specie di pentola, un po' informe è vero ma sufficiente pei loro bisogni, poi due pentolini e finalmente tre tondi.
Espose quei suoi capilavori al sole onde si seccassero a perfezione, per non correre il pericolo di vederli scoppiare esponendoli subito al fuoco, poi la mattina del quinto giorno li pose a cucinare a lenta fiamma.
Tre ore dopo i naufraghi della _Liguria_ possedevano la loro pentola, i loro tegami, i loro piatti e perfino delle forchette e dei cucchiai di legno, fabbricati dal marinaio col legno duro d'un _nipa_, una specie di palma che cresceva presso la costa.
Quel giorno assaggiarono il primo brodo, avendo avuto le fortuna di uccidere, con una sassata fortunata, una cacatua nera che si era impigliata in mezzo ad un folto cespuglio spinoso.
I Robinson cominciavano già ad essere contenti.
CAPITOLO IX
Gli alberi del veleno