Part 2
Con un'ultima bracciata passò dietro al mostro nel momento in cui questo stava per inabissarsi e raggiunse il marinaio, il quale non osava più muoversi pur tenendo in pugno l'arma.
— Non temete Enrico, — disse il signor Emilio, con voce tranquilla, — se lo squalo ci assale, avrà il suo conto.
— Che ci arrivi sotto? — chiese il marinaio, che riprendeva animo, sapendo d'avere un valoroso compagno.
— La luna illumina l'acqua e potremo vederlo: aspettate! — Si tuffò e gettò sotto i flutti un rapido sguardo, ma non vide nulla. Risalì a galla e tornò a guardare e scorse subito, a venti passi, un legger remolìo che indicava l'imminente comparsa d'un corpo gigantesco.
— L'abbiamo alle spalle, — disse. — Mettete il coltello fra i denti e affrettiamoci a battere in ritirata verso l'albero.
— Non verremo assaliti?
— Non lo credo; troverà dei numerosi cadaveri senza dare addosso ai vivi, — rispose il signor Emilio, con un sospiro.
— Ma credete che siano tutti morti gli altri?
— Lo credo: affrettiamoci. —
Si misero a nuotare rapidamente, volgendo di frequente il capo per vedere se il pesce-cane li seguiva, ma pareva che il mostro non pensasse più a loro. Appariva e scompariva emettendo dei rauchi sospiri, vibrava qualche colpo di coda sollevando delle vere ondate, ma si teneva lontano; senza dubbio aveva trovato ben altre prede senza correre alcun pericolo.
In pochi minuti i due nuotatori attraversarono la distanza che li separava dall'albero su cui si teneva il loro compagno, colui che abbiamo udito chiamare il Piccolo Tonno.
Quest'ultimo superstite, era il mozzo della _Liguria_. Era un ragazzetto di quindici o sedici anni, agile come una scimmia, bene sviluppato, con un viso intelligente e furbesco.
Aveva gli occhi grandi e neri, tagliati a mandorla, il profilo regolarissimo che rammentava quello delle razze greco-albanesi, una boccuccia da donna con due labbra vermiglie, le guancie, un po' abbronzate, pienotte ed i capelli neri.
Era stato imbarcato tre anni prima dal defunto capitano Falcone, il quale lo aveva raccolto morente di fame sulle spiagge d'Ischia. Non aveva conosciuto nè il padre, nè la madre, e solo ricordavasi di aver passata la sua gioventù in compagnia d'un vecchio pescatore, vivendo assieme fino al giorno in cui quel poveraccio era morto.
Rimasto solo, aveva errato a capriccio sulle sponde o nelle campagne delle isole, vivendo di granchi e di frutta che rubava alla notte, finchè sopraggiunto l'inverno, estenuato, ridotto a pelle ed ossa, era caduto morente sulla riva, dove era stato trovato dal capitano, che erasi colà recato per visitare una sua vecchia parente.
Ubaldo detto il Piccolo Tonno — tale era il suo nome, poichè mai ne aveva avuto un'altro, — aiutò i compagni a salire sul rottame, cercando contemporaneamente che l'albero non girasse su sè stesso.
— Auff!... — esclamò il marinaro, scuotendosi di dosso l'acqua che gli aveva inzuppato le vesti. — Ancora mezz'ora ed io correvo il pericolo d'andare a picco come una palla di cannone.
— E di venire tagliato in due da quel mangiatore d'uomini, è vero camerata, — disse il mozzo.
— Senza il signor Emilio, non so se a quest'ora avrei ancora attaccate le gambe. Grazie, signore; non dimenticherò mai....
[Illustrazione: .... aveva atterrato i due furfanti con un buon colpo di manovella sapientemente applicato.... (Pag. 11).]
— Lascia andare, Enrico, — disse Albani, interrompendolo. — Pensiamo invece a levarci d'impiccio da questa situazione che è poco allegra.
— Non domando di meglio.
— Hai udito nessun grido.
— Nessuno, signore. Io credo che i nostri disgraziati compagni siano tutti morti.
— Povero capitano e poveri marinai!... Maledizione sui traditori!
— Dio li punirà, signore. Anche avendo la scialuppa non andranno lontani, poichè non devono avere con loro che pochi viveri.
— Non vi era che una bottiglia vuota nell'imbarcazione, — disse il Piccolo Tonno, col suo accento strascicante dei meridionali. — Io lo so, avendo pulita la scialuppa ieri mattina.
— Scorgete dei rottami? — chiese il signor Emilio.
— Non vedo che una botte galleggiare laggiù, — disse il marinaio.
— Fosse almeno piena.
— Mi pare vuota, poichè è più di mezza sopra l'acqua.
— Pure, dei rottami ve ne devono essere. I pennoni e l'albero di trinchetto devono galleggiare e vorrei prima vederli.
— Cosa sperate, signore?
— Può esservi qualche naufrago da raccogliere.
— Non lo credo, — disse il marinaio, crollando il capo. — Avrebbe risposto alle mie ed alle vostre chiamate.
— I rottami possono essere lontani e.... ma, non vi pare che siamo già molto distanti dal luogo della catastrofe?
— Infatti, signore, mi sembra che noi ci allontaniamo.
— Forse qualche corrente ci trascina.
— Lo credo anch'io.
— Ciò è grave.
— Perchè?...
— Perchè ci allontana dai rottami, mentre avremmo forse potuto raccogliere del legname bastante per costruirsi una zattera e anche qualche cassa o qualche barile contenente dei viveri.
— Proviamo a chiamare, signore, — disse Ubaldo Piccolo Tonno. — Se qualche nostro compagno si è salvato, cercheremo di raggiungerlo o lui cercherà di raggiungere noi.
— Proviamo, — disse Albani.
Tre tuonanti chiamate echeggiarono:
— Ohe!... Ohe!... Ohe!... —
Tesero gli orecchi ed ascoltarono con viva attenzione, ma nessuna voce rispose.
Ripeterono le chiamate con maggior vigore, ma invano. Solamente i gorgoglii dell'acqua ed i soffi rauchi dello squalo, giunsero agli orecchi dei naufraghi.
— Sono tutti periti, — disse il marinaio. — Non siamo vivi che noi, ma perduti nell'immensità del mare e chissà a quale spaventevole sorte destinati.
— Non disperiamo, — disse il signor Albani. — Se Dio ci ha conservati in vita, non sarà certo per farci poi morire di fame e di sete o sotto i denti degli squali.
— Ma come siamo sfuggiti alla catastrofe?
— Perchè ci siamo gettati in mare prima che la nave scoppiasse.
— Voi, ma io no, signore, — disse Enrico. — Io stavo per varcare la murata di prua, quando mi sono sentito proiettare in aria in mezzo ad un nuvolone di fumo e poi piombare in mezzo alle onde, mentre intorno a me cadevano, sibilando, rottami d'ogni specie. Come sono tornato a galla ancora vivo? Io non lo so.
— È stato un miracolo che i rottami non ti abbiano ucciso.
— Lo credo, signore. Ed ora, cosa faremo? Riusciremo a salvarci o siamo serbati ad una lenta e straziante agonia? —
Il signor Albani non rispose: cogli sguardi fissi distrattamente sulla luna, che seguiva il suo corso in mezzo ad un cielo senza nubi, pareva che meditasse profondamente.
Pensava al modo d'uscire da quella situazione che d'ora in ora diventava più grave o alle ultime parole del marinaio?...
I suoi compagni, pure pensierosi, tristi, tenendosi strettamente a cavalcioni di quell'avanzo della _Liguria_, gettavano sguardi inquieti sulla sconfinata superficie del mare, forse colla speranza di veder apparire, sulla linea argentea dell'orizzonte, qualche macchia oscura o qualche punto luminoso che indicasse la presenza d'una nave salvatrice.
— Ascoltatemi, — disse ad un tratto l'ex-uomo di mare, scuotendosi. — Sapete dove precisamente trovavasi la _Liguria_ nel momento del disastro?... Tu, Enrico, eri di quarto, se non m'inganno.
— All'est delle isole Sulu, — rispose il marinaio.
— Sapresti dirmi la distanza?
— Lo ignoro, signore. Quando il capitano ha fatto il punto, non ero presente.
— E nemmeno io, — disse Piccolo Tonno.
— Forse siamo a due o trecento miglia da quell'Arcipelago, — disse il signor Albani, come parlando fra sè stesso.
— Lo credo, — rispose Enrico.
— Una distanza enorme da attraversare, per degli uomini che sono privi d'un canotto e senza un sorso d'acqua e dei biscotti.
— Senza poi contare che l'Arcipelago di Sulu è abitato dai più birbaccioni pirati della Malesia, — aggiunse il marinaio.
— Vediamo, — disse il signor Albani. — Dove ci porta questa corrente, che ci allontana dal luogo del disastro.
— Aspettate, signore, — disse il mozzo. — Ho una piccola bussola in tasca, regalatami dal capitano. —
Estrasse il prezioso oggetto, lo espose ai raggi della luna e guardò la lancetta.
— Andiamo verso l'est, — rispose poi.
— Verso l'Arcipelago? — chiese il marinaio.
— Sì, — confermò il signor Emilio.
— Quale velocità credete che abbia questa corrente?
— Forse un miglio e mezzo all'ora.
— Supponendo che l'Arcipelago fosse lontano trecento miglia, impiegheremmo?...
— Duecento ore, ossia otto giorni e otto ore.
— Ventre di pesce-cane!... — esclamò il marinaio. — Tanto da morire di fame con tutto comodo!...
— Se non di fame, per lo meno di sete, — disse il signor Emilio. — Col calore che regna su questo mare, non potremo resistere.
— E poi otto giorni senza chiudere occhio! — aggiunse Piccolo Tonno. — Temo di non dover più mai rivedere nè Ischia, nè Napoli.
— Nè io papà Merlotti, il taverniere di via Sottoripa, mio buon amico, — disse il marinaio. — Addio, Genova!...
— C'è tempo a morire, amici miei, — disse l'ex-uomo di mare. — È vero che questo mare è poco battuto dalle navi, ma possiamo venire raccolti da qualcuna, oppure venire spinti verso qualche isola dell'Arcipelago. Ve ne sono parecchie lontane dal gruppo principale e chissà che qualcuna non ci sia vicina.
— Per ora non ne vedo, signore.
— Navighiamo da mezz'ora, Enrico. Aspetta domani mattina o posdomani.
— Ma non abbiamo nulla da porre sotto i denti, signore.
— In due o tre giorni non si muore.
— Ma il sonno? Resisteremo noi?
— Vi sono delle funi appese all'albero ed anche dei pezzi di vela. Chi c'impedirà di fabbricare, alla meglio, un'amaca, di appenderla ai due pennoni o fra la crocetta e un'antenna?...
— È vero, — disse il mozzo.
— Zitto, — disse il marinaio.
— Cos'hai udito? — chiese Albani.
Un tonfo si udì dietro all'albero. I tre naufraghi si volsero di comune accordo e videro una massa nerastra emergere a pochi passi di distanza, fissando su di loro due occhi rotondi, colla pupilla azzurrognola e l'iride verde-oscuro.
Una bocca enorme, semi-circolare, s'aprì emettendo un rauco brontolìo, mostrando una corona di denti piatti, triangolari, frastagliati, che si muovevano come se già gustassero la preda agognata.
— Ancora quel dannato pesce-cane! — esclamò il marinaio, impallidendo. — Ma che non ci lasci proprio più?
— Attenti alle gambe, — disse Albani.
— Ed alla coda, — aggiunse il mozzo.
Lo squalo, che doveva aver seguito il rottame colla speranza d'impadronirsi, presto o tardi delle vittime, allungò il grosso capo appiattito verso l'albero, come se volesse conoscere più da vicino le prede e con un poderoso colpo di coda uscì più di mezzo dall'acqua.
I tre naufraghi, con un moto istintivo, pur tenendosi sempre a cavalcioni dell'albero, si erano gettati indietro, aggrappandosi ai cordami del pennone di gabbia, il quale mantenevasi ritto, mentre l'altra metà trovavasi sommersa.
— Su le gambe, — gridò Albani.
— Fulmini!...
— S. Gennaro mandi un accidente a quel mangiatore d'uomini!...
— Attenzione!... —
Lo squalo stava per ritentare l'assalto e certamente più impetuoso del primo, poichè quei mostri, sebbene pesino cinque ed anche seicento chilogrammi, sono dotati d'una agilità straordinaria. Con un colpo della loro possente coda riescono a slanciarsi fuori dall'acqua per parecchi metri, ed una volta ne fu veduto uno toccare perfino l'estremità del pennone di trinchetto d'una nave negriera, per impadronirsi d'un cadavere che era stato appositamente colà sospeso. Gli occhi del mangiatore d'uomini tradivano un'ardente bramosia e la sua bocca si era aperta smisuratamente, illuminandosi di quella luce vivida e sinistra che simili mostri proiettano durante la notte. S'immerse un istante come se volesse prendere maggiore slancio, poi si scagliò uscendo tutto intero dall'acqua, ma invece di colpire i naufraghi che si erano lasciati cadere precipitosamente, varcò l'albero e cadde dall'altra parte, imbrogliandosi fra i bracci del pennone, le sartie ed i paterazzi.
Quasi nel medesimo istante si udì Piccolo Tonno a urlare.
— Una scure!... Una scure!... —
CAPITOLO IV
Terra!... Terra!...
La paura aveva fatto impazzire il mozzo od i suoi occhi avevano proprio veduto un'arma?... Il marinaio ed il signor Albani, che erano risaliti prestamente sull'albero, cercarono il loro compagno e lo videro correre, mantenendosi ritto meglio d'un equilibrista giapponese, verso l'estremità del tronco, abbassarsi rapidamente e fare sforzi disperati come se volesse strappare un oggetto profondamente infisso nel legno.
— Ehi, Piccolo Tonno!... — gridò il marinaio. — Vuoi farti mangiare dal pesce-cane?...
— Una scure!... Una scure!... — ripeteva il mozzo, raddoppiando gli sforzi.
— Ma dov'è? — chiese il signor Albani.
— È qui, infissa nell'albero.
— Una scure lì?...
— Sì, signor Emilio.
— Spicciati, mio piccolo Tonno! — urlò il marinaio. — Il pesce-cane sta per ritornare! —
Il mozzo raccolse le proprie forze e con una strappata irresistibile staccò la scure. Si raddrizzò mandando un grido di trionfo e la porse al signor Emilio.
Lo squalo, sbarazzatosi dalle corde che lo avevano imprigionato sotto le pinne triangolari, ritornava verso l'albero per tentare un terzo e forse più pericoloso assalto. Nuotò fino a dieci passi dai naufraghi, s'inabissò un'ultima volta e rinnovando il colpo di coda balzò innanzi, ma andò a cadere proprio sopra all'albero il quale affondò sotto quell'enorme peso.
Il marinaio ed il mozzo caddero in acqua, ma l'ex-uomo di mare si tenne fermo stringendo le gambe con suprema energia, poi pronto come il lampo, alzò la scure e la lasciò cadere con forza disperata sullo squalo che gli passava dinanzi.
Risuonò un colpo sordo ed uno sprazzo di sangue schizzò in aria.
Il mostro agitò furiosamente la possente coda spezzando di colpo il pennone di pappafico che sporgeva dall'acqua e sparve, formando dietro di sè un risucchio spumeggiante.
— Ucciso? — gridarono il marinaio ed il mozzo, che erano tornati prontamente a galla.
— Non lo credo, ma suppongo che ne avrà abbastanza per ora e che non avrà più voglia di ritornare all'attacco, — rispose Albani.
— E la scure?... Perduta forse?...
— No, Enrico; è un'arma troppo preziosa per non conservarla.
— Ma come quell'arma si trovava infissa nell'albero?
— Credo che sia quella adoperata dal nostromo. Mi ricordo che quando l'albero cadde, si era allontanato precipitosamente per non farsi schiacciare dal pennone di gabbia.
— Ma che non sia morto lo squalo!
— Ti dico che non oserà tornare.
— Mi premeva che fosse stato ucciso. Almeno avremmo avuto della carne in abbondanza.
— Più coriacea d'un mulo vecchio.
— Ma in mancanza di meglio poteva servirci, signor Albani. Oh!...
— Cos'hai ancora?...
— S'alza la brezza.
— E soffia da ponente, — disse il mozzo.
— Buono! — esclamò Albani. — Ci spingerà più rapidamente verso l'Arcipelago delle Sulu.
— Un'idea, signore!
— Parla, Enrico.
— Ecco qui il pezzo del pennone di pappafico rotto dalla coda dello squalo.
— Ebbene, cosa vuoi concludere?...
— Che non ci mancano nè funi, nè vele. Possiamo approfittare di questa brezza.
— È vero: affrettiamoci, amici. —
Si misero tutti tre al lavoro senza perdere tempo, sapendo per esperienza che in quei climi caldi le brezze notturne cessano, ordinariamente, col levar del sole.
Ritirarono il pennone spezzato che era stato trattenuto da una fune e lo rizzarono cacciando una estremità fra le crocette le quali servivano, in certo modo, da morsa.
Assicuratolo con dei pezzi di paterazzi e di sartie, ritirarono dall'acqua la vela di gabbia e servendosi dell'alberetto come d'antenna, la spiegarono meglio che poterono, cercando di mantenere più larga che era possibile, l'estremità inferiore.
La brezza che soffiava regolarmente ed abbastanza fresca, non tardò a gonfiarla e l'albero cominciò a filare verso l'est, lasciandosi dietro una leggiera scia gorgogliante.
Non manteneva una linea dritta, come ben si può immaginare e derivava di frequente per mancanza d'un timone o almeno d'un remo, ma pure guadagnava sempre e aiutava efficacemente l'azione della corrente.
I tre naufraghi, che tenevano le scotte allargate, già si rallegravano di quella corsa, quando videro riapparire improvvisamente lo squalo.
— Ancora lui! — esclamò il marinaio, tendendo le pugna. — Ma che non voglia più lasciarci, quel dannato mangiatore d'uomini?... Bisognerà sfondargli il cranio per fargli rinunciare questa caccia accanita?
— Ha fame, — disse Albani, — e quando questi mostri hanno appetito, seguono le prede con una costanza incredibile.
— Eppure gli avete accarezzato rudemente il corpo.
— Bah! Posseggono una vitalità straordinaria e se non si toccano al cuore o al cervello, non muoiono. Aggiungi poi, che noi siamo naufraghi e quando quei mostri feroci scorgono un rottame od una zattera non la lasciano più, certi di avere, presto o tardi, delle prede.
— Spera adunque che una tempesta scagli le sue onde contro di noi e ci strappi da quest'albero.
— Senza dubbio, Enrico.
— Fortunatamente il tempo non accenna a cambiare, almeno per ora.
— E se cambierà ci troveremo allora tanto vicini alle Sulu, da non temerlo altro.
— Ah!... Se quel pesce-cane mostrasse ancora la sua testa presso l'albero!...
— Lascia che nuoti a suo comodo, Enrico. Ti assicuro che non c'inquieterà! Occupiamoci invece della nostra vela e procuriamo di tenerla ben tesa. —
La brezza notturna si manteneva costante, anzi accennava ad aumentare, quantunque ormai mancassero poche ore allo spuntare dell'alba.
Il rottame, che manteneva la sua stabilità in causa della botte e del pezzo del castello che servivano come di bilanciere, continuava ad avanzare con una velocità di due o tre nodi, guadagnando via verso levante.
La corrente da canto suo lo aiutava, facilitando la corsa.
Già altre due ore erano passate, quando il Piccolo Tonno, che si levava di frequente in piedi per abbracciare maggior orizzonte, sperando sempre di scorgere qualche punto luminoso, che indicasse la presenza di una nave, segnalò alcuni volatili che filavano verso l'est.
— Che siano uccelli costieri? — chiese Enrico, con una certa emozione.
— Fa ancora troppo oscuro per poterli distinguere, — rispose Albani, che li osservava con grande attenzione. — Dal loro volo pesante non mi sembrano nè procellarie, nè fregate.
— Si tengono sempre lontani dalle coste, questi volatili?
— Ordinariamente sì, perchè s'incontrano perfino a cinque o seicento miglia dalle isole e dai continenti.
— Allora quelli uccelli che fuggono verso levante saranno dell'Arcipelago.
— Possono anche essere emigranti, amico mio, e diretti chi sa mai dove.
— Signore!... — esclamò in quell'istante il mozzo, con voce rotta.
— Cos'hai? — chiese Albani.
— Là!... là!... Guardate!...
— Dove?...
— Dinanzi a noi!... Alzatevi in piedi!... —
Albani ed il marinaio s'affrettarono a obbedirlo e scorsero, ad una grande distanza, emergere dall'orizzonte una massa oscura la quale spiccava nettamente sulle acque illuminate dalla luna.
— Un'isola!... — esclamò il marinaio, con voce soffocata.
L'ex-uomo di mare non rispose. Colla fronte aggrottata, gli sguardi fissi fissi, guardava con profonda attenzione quella massa nerastra che somigliava vagamente alla cima d'una montagna.
— Un'isola?... — ripetè il marinaio, con crescente ansietà.
— Sì, — rispose finalmente il veneziano. — No.... non possiamo ingannarci.... la terra è là! —
Due grida di gioia irruppero dal petto dei due marinai:
— Evviva!... Evviva!... Grazie a Dio, noi siamo salvi!...
— Sì! — ripetè Albani, che continuava a guardare. — Terra!... Terra laggiù!...
— Lasciate che vi abbracci, signor Albani!... — gridò il marinaio, che pareva impazzisse per la gioia.
— Fa' pure ma bada di non cadere, — disse il veneziano, ridendo. — Il pesce-cane ci segue sempre.
— Non lo temo più. —
Il marinaio gli gettò le braccia al collo, poi volgendosi verso il mozzo:
— Un abbraccio anche a te, mio Piccolo Tonno! — disse.
— Bada!... Mi fai abbandonare la scotta.
— La riprenderemo poi. —
E l'espansivo marinaio strinse al petto anche il mozzo.
Il rottame continuava a filare in direzione dell'isola, spingendolo il vento precisamente da quella parte.
Il picco pareva che di momento in momento s'alzasse sull'orizzonte. Quale terra sorgeva laggiù?... Era un'isola appartenente all'Arcipelago di Sulu e abitata, oppure una di quelle scogliere deserte che sono così numerose in quel mare?... Pel momento ai naufraghi poco importava il saperlo; a loro bastava di poter toccare quella terra per riposarsi e per dissetarsi, essendo certi di trovare un po' d'acqua o per lo meno delle frutta.
Albani, tenendosi ritto presso il pennone di pappafico, guardava con crescente attenzione il picco che spiccava sempre più nettamente sull'orizzonte, il quale ormai cominciava a rischiararsi, approssimandosi l'alba. Pareva che cercasse d'indovinare a quale terra apparteneva.
— Vedete nulla, signore? — chiese il marinaio, che non poteva rimanere zitto.
— Nulla, — rispose il veneziano.
— Nemmeno un punto luminoso?
— No.
— Sembra vasta quell'isola?
— Non mi pare.
— Che sia deserta?
— Te lo dirò quando saremo sbarcati.
— Io la preferirei disabitata, signore, — disse il mozzo.
— Briccone! E come faresti a procurarti dei viveri se non possediamo un fucile?
— Abbiamo una scure e due coltelli.
— Che Robinson miserabili!... Crosuè aveva almeno delle armi da fuoco e la dispensa della nave.
— Ne faremo a meno.
— Vorrei vederti alla prova.
— Scorgo le sponde dell'isola, — disse in quell'istante Enrico.
Il signor Emilio ed il mozzo, aiutandosi l'un l'altro per mantenersi in equilibrio, s'alzarono in piedi.
L'isola non distava che cinque o sei miglia ed ora la si scorgeva perfettamente.
Pareva che non dovesse essere vasta, poichè la sua fronte non si estendeva per parecchie miglia verso l'est e verso l'ovest ed il suo monte s'alzava per tre o quattrocento metri, formando, presso le vetta, due punte dentellate a mo' di sega.
Dinanzi alle spiagge si vedevano emergere delle masse oscure, probabilmente delle scogliere corallifere e attorno ad esse si vedeva l'acqua spumeggiare per un vasto tratto.
— La risacca sarà violenta laggiù — disse il marinaio, — ma noi approderemo egualmente. Piccolo Tonno, lascia andare la scotta: cammineremo di più. —
La brezza che era aumentata invece di diminuire, urtava la vela con una certa violenza, imprimendo al rottame delle brusche scosse. La tranquilla superficie del mare cominciava a rompersi e delle larghe ondate si formavano, correndo da ponente a levante.
Alle 4 del mattino, quando le prime luci dell'alba cominciavano a far impallidire gli astri, i naufraghi giungevano dinanzi alle prime scogliere dell'isola.
La risacca si faceva sentire violentemente. Le ondate e le contro-ondate si urtavano con grande furia, rompendosi e accavallandosi con lunghi muggiti e coprendosi di spuma.
Il rottame, scosso da tutte le parti, trabalzava disordinatamente minacciando di rovesciare in acqua i naufraghi. Già il pennone e la vela erano caduti in causa di quelle spinte disordinate.
Ad un tratto toccò: si era arenato su d'un basso fondo.
— In acqua!... — gridò il signor Emilio.
Il marinaio mise il coltello nella cintola e abbandonò l'albero. Aspettò che l'onda, spinta dalla risacca, passasse e si slanciò verso la spiaggia arrestandosi dinanzi ad una specie di caverna entro la quale le acque si precipitavano con lunghi muggiti.
I suoi compagni l'avevano seguito correndo.
CAPITOLO V
I mostri dell'Oceano
Quella parte dell'isola, a prima vista, non presentava passaggi per salire la costa, la quale era alta assai e scendeva quasi a picco. Pel momento l'unico rifugio era quella caverna, la quale doveva essere stata scavata dall'impeto continuo delle ondate.
Nè a destra nè a sinistra, scorgevasi alcun tratto di terra tanto larga da permettere ai naufraghi di sedersi e tanto meno di sdraiarsi.