I primi due secoli della storia di Firenze, v. 1

Part 8

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Da tutto questo documento si vede non solo che i nobili pisani erano già organizzati; ma che avevano dentro la Città una importanza non mai avuta a Firenze.[102] Ancora non troviamo i Consoli, e se ci fossero stati, il documento li avrebbe certo nominati. Vi sono però tutti gli elementi che costituiranno quel Comune assai piú aristocratico del fiorentino.[103] Si vede in fatti già un _commune Consilium_ di _Sapientes_ o _Boni homines_, che è una specie di Senato, ed il _commune Colloquium_ di tutti i cittadini, che sarà poi il Parlamento o Arrengo. Cinque _Sapientes_, di cui si danno i nomi, si trovano accanto al Vescovo.[104] Essi sono gl'immediati precursori, i _Vorbilder_, (come dice giustamente il Pawinski) dei Consoli, che poco dopo, nel 1094, troviamo finalmente nominati in un'altra Concordia dello stesso Daiberto. Alla loro autorità (_huius civitatis Consulibus_) egli esplicitamente se ne appella, ordinando che fossero lasciati in pace i fabbri, i quali attendevano ai lavori che eran tenuti fare al Duomo.[105] Il Comune pisano adunque è preceduto da una lotta di nobili armati ed ordinati intorno alle loro torri, ed i suoi Consoli sono nominati la prima volta a difesa dei fabbri.

L'esistenza delle Arti fin dal secolo IX in Venezia viene accertata dalla cronaca Altinate, la quale ci prova che sin d'allora esistevano alcune maggiori industrie, esercitate da determinate famiglie, ed i mestieri propriamente detti o _ministeria_, assai piú umili, costituiti già come consorzî di persone, che esercitavano l'arte loro, con regole tradizionali, definite. Questi mestieri o _ministeria_ indicavano una condizione non perfettamente libera, giacché coloro che vi appartenevano erano tenuti a prestare allo Stato alcuni servizî gratuiti. Le industrie maggiori, invece, come quelle del mosaico, dell'architettura e simili, che richiedevano piú coltura ed ingegno, esercitate dalle principali famiglie, erano conciliabili con gli ufficî politici dello Stato.[106] Un documento del secolo XI ci dimostra che allora l'Arte dei fabbri era costituita con a capo un Gastaldo, contro il quale uno dei membri ricorse al Doge, per aver giustizia, secondo le consuetudini non ancora scritte.[107] Tutto ciò costringe a credere che l'esistenza delle Arti e delle associazioni in genere, nelle quali la cittadinanza dei Comuni si trova piú tardi divisa, era antichissima, e che a Firenze come altrove erano costituite già prima che il Comune avesse proclamato la sua indipendenza. Altrimenti sarebbe impossibile spiegarsi l'esistenza d'una città che, senza quasi avere un governo visibile, già prosperava nel commercio, e faceva guerre per proprio conto. Tutti i fatti che seguono e dei quali non si può dubitare, resterebbero inesplicabili.

V

Noi abbiamo dunque sin da' tempi di Matilde, una cittadinanza divisa e costituita in gruppi. Da una parte sono le antiche _Scholae_, trasformate in associazioni d'arti e mestieri, il germe delle future Arti maggiori e minori; da un'altra le parentele, le consorterie dei Grandi, il germe delle future Società delle Torri. Tutte queste associazioni formavano già il governo effettivo della Città, nella quale i Grandi avevano i principali ufficî, affidati ad essi da Matilde. È assai probabile che quello di Preside, secondo l'usanza del Medio Evo, rimanesse in una medesima famiglia o consorteria, forse quella degli Uberti, i quali, come vedremo, già erano tra i piú potenti, e vantavano un'origine germanica. Però Grandi e popolo non erano allora nemici e divisi, ma uniti da vincoli e da interessi comuni. Infatti, come dicemmo, ben presto i documenti ci mostreranno che alcuni dei Grandi pigliano parte al commercio, si trovano alla testa delle Arti, e già ora combattono, uniti al popolo, contro i nobili del contado. Essi erano, è vero, i possessori della terra e degli armenti, ma tutto ciò formava allora la sorgente principale dell'industria e del commercio fiorentino, a difesa del quale furon intraprese le prime guerre. I castelli che circondavano la Città, chiudevano le vie del commercio; da essi usciva di continuo gente armata, che assaliva, batteva coloro che dalla Città portavano i prodotti del suolo o dell'industria nei vicini paesi. La contessa Matilde, occupata nelle sue continue guerre, di rado poteva dare aiuto, e quindi i Fiorentini, che combattevano in nome di lei, dovevano di fatto difendersi colle proprie armi. Questa unione di tutta la cittadinanza, stretta dai medesimi interessi, in un solo pensiero, contro un comune nemico, fu ciò che costituí allora la forza del popolo di Firenze, del quale Dante ed i cronisti esaltarono con tanto calore la lealtà, la purità dei costumi ed il valore. È il momento in cui si pongono, con la virtú, le basi della futura indipendenza e prosperità del Comune.

Il Villani certo esagera, ma dice pure una cosa che in fondo è vera, quando all'anno 1107 (IV, 25) afferma, che «la Città, essendo molto montata e cresciuta di popolo, di genti e di podere, ordinarono i Fiorentini di distendere il loro contado di fuori, e allargare la loro signoria, e qualunque castello non gli ubbidisse, di fargli guerra». In questo anno infatti essi cominciarono le loro guerre, assalendo il castello di Monte Orlando, presso la Lastra a Signa, che i cronisti chiamano anche da Gangalandi o Gualandi, e che dipendeva dai conti Cadolingi,[108] famiglia allora potentissima, ben presto nemica acerrima di Firenze. Nello stesso anno assalirono e distrussero il castello di Prato, che apparteneva ai conti Alberti, altri nemici potentissimi. Qui però troviamo presente in campo la Contessa, e cosí si spiega piú facilmente la vittoria.[109]

Nel 1110 abbiamo notizia di un'altra guerra. _Florentini iuxsta Pesa Comites vicerunt_, dicono gli _Annales I_, i quali incominciano appunto con questo avvenimento, che fanno seguire il 26 maggio. I _Comites_ qui non possono essere i conti Guidi, amici allora di Matilde e di Firenze, contro la quale combatterono assai piú tardi, quando vennero per antonomasia chiamati _i Conti_. In Val di Pesa furono nel 1110 combattuti e vinti i Cadolingi, chiamati anche _Cattani lombardi_, che possedevano da Pistoia, per la Val di Nievole, fin verso Lucca, e pel Val d'Arno inferiore, fin verso Firenze. Se questa poté dar loro una rotta, bisogna concluderne che già aveva acquistato una gran forza, quantunque si debba supporre che anche ora sia stata aiutata dalle genti di Matilde.

Nel 1113 seguono altre due imprese militari, che dettero luogo a dispute infinite fra gli eruditi, perché narrate in modo diversissimo dai cronisti. Abbiamo prima di tutto l'assalto e distruzione di Monte Cascioli, che alcuni pongono nel 1113, alcuni nel 1114, altri nel 1119, quando sarebbe stato difeso da un Tedesco, Rempoctus o Rabodo, vicario imperiale, che vi morí. Altri cronisti ripetono la distruzione del castello nei tre diversi anni, e finalmente il Villani mette il colmo alla confusione, riunendo in uno i vari assalti, ponendoli tutti nel 1113, e dicendo che il castello era stato ribellato da Roberto tedesco vicario dell'Imperio, il quale risedeva in S. Miniato al Tedesco (IV, 29). Ma nel 1113, prima cioè che morisse la Contessa, non v'era un vicario imperiale in Toscana, e però non poteva risiedere a S. Miniato, che ancora non aveva l'appellativo _al Tedesco_. La confusione però secondo noi cessa del tutto, i cronisti si pongono d'accordo, e le diverse narrazioni si spiegano facilmente, se si ritiene che nel 1113 vi fu solo un primo assalto a Monte Cascioli, che poté difendersi con vigore.[110] Non si riuscí allora che a distruggere una parte sola delle mura, e fu perciò necessario rinnovare l'assalto nel 1114, quando esse furono demolite. Piú tardi vennero ricostruite, e però nel 1119, quando Firenze già era indipendente, tornò ben due volte all'assalto, nel quale uccise il messo dell'Impero, che ne aiutava la difesa: il castello allora venne finalmente demolito e bruciato. Ma senza anticipare i fatti, possiamo qui concludere che, prima della morte di Matilde, i Fiorentini colle guerre di Monte Orlando, di Prato, di Val di Pesa, di Monte Cascioli, si erano aperte al commercio le vie di Signa, Prato e Val d'Elsa.

Un altro avvenimento, seguito pure negli anni 1113-15, e ricordato invece dai cronisti nel 1117, l'impresa cioè dei Pisani alle Baleari, dette anch'esso origine ad una disputa abbastanza intricata. Come già dicemmo, i Pisani guerreggiavano i Musulmani fin dalla metà del decimo secolo, e la guerra infierí piú che mai nella seconda metà dell'undecimo. Nel 1087, uniti ai Genovesi, essi schierarono una flottiglia di quaranta navi dinanzi a Mehdia; nel 1113 partirono per la piú grossa impresa delle Baleari. Con essi andarono molti conti e marchesi lombardi e dell'Italia centrale, fra cui anche alcuni del contado fiorentino. Unitisi poi ai conti di Barcellona, di Montpellier, al visconte di Narbona e ad altri, assalirono le Baleari, e, dopo ostinatissima difesa, presero il castello di Maiorca, menando secoloro un giovane Burabe, ultimo rampollo della dinastia che ivi governava. Il Villani accennando a questa guerra (1113-15), la fa seguire, al pari di altri cronisti, nel 1117, ed aggiunge che i Pisani, temendo, nel partire, che i Lucchesi, come già altra volta avevano fatto, assalissero la loro città, ne affidarono la guardia ai Fiorentini. Questi s'accamparono subito a due miglia dalle mura, e severamente ordinarono che nessuno del campo osasse entrare in Pisa, pena la vita, perché non volevano che, trovandosi essa quasi vuota di uomini, venisse fatta qualche ingiuria all'onore delle donne, con grave discredito della lealtà fiorentina. E l'ordine dato fu mantenuto. Un solo che osò violare le leggi della disciplina venne condannato a morte, né a salvarlo valsero punto le preghiere dei Pisani, i quali, non potendo altro, protestarono di non volere che sul loro territorio si eseguisse dai Fiorentini una sentenza capitale. E questi, per dimostrarsi anche in ciò scrupolosi degli altrui diritti, avrebbero, secondo il cronista, comperato un pezzo di terra, sul quale misero a morte il colpevole.

Tornati intanto dalle Baleari i Pisani carichi di preda, offrirono, in segno di loro riconoscenza agli amici fedeli, o due porte di metallo o due colonne di porfido, a libera scelta. I Fiorentini preferirono le colonne, che furon consegnate, come cosa preziosa, ricoperte di drappo scarlatto, e son quelle che si trovano ora sulla porta principale di S. Giovanni. Quando però le ebbero scoperte, s'avvidero che, per invidia, erano state sciupate col fuoco. È chiaro che in tutto ciò la leggenda ha avuto la sua parte, e vi si scorge almeno una giunta posteriore, fatta quando tra Pisa e Firenze nacque un lungo ed inestinguibile odio.[111] Ma l'errore di data che troviamo ripetuto nel Villani ed in altri non pochi cronisti, a proposito d'una guerra durata piú anni, e che nel 1117 pareva dovesse solo ricominciare, non può essere una ragione per negare quello che da tanti è costantemente affermato.[112] L'impresa delle Baleari è certa, come è certo che fu condotta dai Pisani, con l'aiuto di parecchi amici ed alleati. Il timore che la Città potesse essere, nella loro assenza, aggredita dai Lucchesi, era giustificato, essendosi il fatto già in altri tempi avverato. I Pisani erano ora nemici dei Lucchesi ed amici dei Fiorentini, la cui lealtà, in quei primi tempi, veniva assai generalmente riconosciuta. Perché non si deve credere, che ad essi gli amici pisani affidassero, in sul partire, la guardia della propria città, e che essi rispondessero degnamente alla fiducia in loro riposta? Paolino Pieri non solo ripete il fatto narrato da tutti gli altri cronisti, ma aggiunge, che la terra su cui venne eseguita la condanna del soldato violatore della disciplina, fu comprata per mezzo di Bello sindaco, e che egli la vide ai giorni suoi tenuta sempre senza lavorarla, in memoria del fatto: «ciò fu a di quattro di luglio, anni trecento due piú di mille, allora ch'io la viddi soda». Il che dimostra almeno come la tradizione del fatto continuasse nel secolo XIV, e come tutti vi prestassero piena fede.

VI

L'anno 1115 morí la contessa Matilde, e ne seguí un pericolo di tanto disordine, che incominciò addirittura un'èra novella per tutta l'Italia centrale, e specialmente per Firenze. La Contessa, come è noto, aveva lasciato in testamento alla Chiesa i suoi beni; ma una tale donazione poteva avere effetto solamente pei beni allodiali, perché i feudali tornavano di diritto all'Impero. Distinguere con precisione gli uni dagli altri, non era sempre facile, spesso non era possibile: quindi una serie interminabile di liti. E queste venivano sempre piú complicate per l'ambizione del Papa e dell'Imperatore, ognuno dei quali pretendeva avere diritto a tutto, l'uno perché erede universale di Matilde, l'altro perché autorità suprema del Margraviato. Si aggiungeva poi, come vedemmo, che molti si ritenevano ingiustamente spogliati dei loro beni, dati invece a chi non vi aveva diritto alcuno. E ne seguí quindi una vera crisi politico-sociale, che portò il disordine al colmo. L'imperatore Arrigo IV mandò allora in Toscana un suo rappresentante, col titolo di _Marchio, Iudex, Praeses_, ad assumerne in suo nome il governo. Legalmente nessuno poteva certo contestargli questo diritto; ma l'opposizione del Papa; l'attitudine delle città, che ormai si ritenevano indipendenti; il disordine universale mandarono in fascio il Margraviato. I rappresentanti dell'Impero non poterono perciò far altro che mettersi alla testa della nobiltà feudale del contado, e raccoglierla intorno a loro, per formare un partito germanico avverso alle città. Nei documenti del tempo, i membri di questo partito sono di continuo chiamati addirittura _Teutonici_.[113]

Firenze, circondata dai nobili incastellati nel suo territorio, non aveva adesso che due partiti dinanzi a sé. O cedere a coloro che, stati sempre suoi mortali nemici, erano insuperbiti del favore che dava loro Arrigo, o, per combatterli a viso aperto, dichiararsi nemica anche dell'Impero, il che, nello stato presente delle cose, equivaleva ad una dichiarazione d'indipendenza. E fu quello che fece. Ormai aveva acquistato coscienza delle proprie forze, ed in sostanza poi non aveva altro scampo che nelle armi. Il fatto avvenne in modo semplicissimo, quasi senza parere. Quegli stessi Grandi, che avevano amministrato la giustizia, guidato il popolo, comandato il presidio in nome di Matilde, ora, che ella piú non non c'era, né altri ne aveva preso il posto, continuarono a governare in nome del popolo, che nelle occasioni piú solenni consultarono. Cosí essi divennero i Consoli del Comune, che si può dir nato, senza che alcuno se ne avvedesse. Ed è perciò che i cronisti non ne parlano, che i documenti ne tacciono del pari, e che sembra quindi oscurissimo e complicato un fatto chiarissimo e per sé stesso evidente. A forza di volere scoprire avvenimenti ignoti, e documenti smarriti, che non sono mai esistiti, si rese difficilissima la soluzione d'un problema assai facile, e si perderono di vista perfino i particolari piú evidenti e noti, che meglio valevano a spiegarlo.

Non bisogna però credere che tutto ciò avvenisse addirittura senza alcuna scossa, perché un mutamento assai notevole vi fu. Il governo, è vero, rimaneva quasi lo stesso; ma se ne cambiava la base, giacché veniva assunto, non piú in nome di Matilde, ma del popolo. E neppure questa sarebbe stata gran cosa, perché già da un pezzo la Città era, non legalmente, ma di fatto, padrona di sé, ed il popolo sentiva e faceva sentire la sua propria personalità. Ma le conseguenze sociali e politiche non furono poche né piccole. Come era naturale, sotto Matilde, coloro che governavano venivano scelti da lei, e per quanto nei tribunali e negli uffici le persone di tanto in tanto mutassero, si restringevano però sempre in un piccolissimo numero di famiglie, a capo delle quali, come già dicemmo, assai probabilmente si trovavano gli Uberti e i loro consorti. Ora, invece, che l'elezione doveva esser fatta dal popolo, essa cadeva di necessità sopra un numero piú largo, sebbene pur sempre limitato, di famiglie. Si mutava quindi piú spesso, e si andava a turno dall'una all'altra. Questo era l'uso che già prevaleva negli altri Comuni, ed anche a Firenze nelle associazioni del popolo e dei Grandi. Dovette quindi inevitabilmente prevalere adesso nella formazione del nuovo governo.

E neppure è credibile che coloro i quali avevano in passato primeggiato, cedessero senza alcuna resistenza, non tentassero di mantenere il loro posto col favore dell'Impero e dei _Teutonici_, né che coloro cui spettava adesso avere nel governo una parte maggiore di prima, non cercassero a loro volta di farsi forti del favor popolare, sostenuto dai piú vitali interessi della Città. Un conflitto fra queste famiglie di Grandi apparisce inevitabile, e dovette esservi in Firenze, come v'era stato in Pisa al tempo di Daiberto, come vi fu in quasi tutti i Comuni italiani. I cronisti in verità non ci parlano qui di un tumulto propriamente detto; ma quello che dicono basta certo a dimostrarne l'esistenza. Il Villani (V, 30), gli _Annales_, altri non pochi ci dicono che nel 1115 seguí in Firenze un incendio, il quale si ripeté nel 1117, e cosí «ciò che non arse al primo fuoco, arse al secondo». Questa rovina di tutta la Città è certo un'esagerazione, ma l'incendio è universalmente affermato.[114] E noi sappiamo che allora, quando non v'era la polvere da sparo, il fuoco e gl'incendî erano l'arme piú efficace nei tumulti popolari. Lo stesso Villani aggiunge, che «tra i cittadini si combatteva... armata mano, in piú parti di Firenze». È vero che, secondo lui, si combatté _per la fede_, essendosi nella Città diffuse l'eresia, la lussuria, la sètta degli Epicurei, e però Iddio la puniva con la pestilenza e con la guerra civile. Ma, sebbene d'una eresia largamente diffusa allora in Firenze non troviamo traccia sicura negli storici, è pur certo che sin dal 1068 noi abbiamo visto i primi albori della libertà fiorentina, mescolati, confusi con un moto religioso, ed è certo ancora che gli _Annales I_, all'anno 1120, registrano il fatto d'un Petrus Mingardole sottoposto per eresia alla prova del fuoco,[115] ed aggiungono che dal 1138 al 1173 la Città incorse, per ben tre volte, nell'interdetto, cose tutte che sono prova d'una continua agitazione religiosa. Oltre di che Firenze, e sopra tutto il popolo, si mantenne sempre fedele al partito della Chiesa, che gli Uberti ed i loro amici, parteggiando invece per l'Impero, dovevano avversare, e quindi facilmente incorrere allora nella taccia d'eretici. Anche a tempo del Villani si dava il nome generico di Paterini a tutti gli eretici non solo, ma anche ai Ghibellini.[116] Oltre di ciò, avendo egli posto le origini di Firenze, prima ai tempi di Carlo Magno, poi subito dopo la immaginaria distruzione di Fiesole nel 1010, è naturale che non volesse vederle una terza volta ora che il Comune nasceva davvero, e quindi cercasse di esagerare il carattere religioso, che era assai secondario in quel movimento, e non ne vedesse il politico, che era certo principalissimo.

In ogni modo siccome par certo che gli Uberti cercarono l'appoggio dell'Impero, cosí ne segue che dovettero di necessità dimostrarsi ora nemici della Chiesa. Il chiamarli eretici o paterini non avrebbe perciò, specialmente nella bocca del Villani, sempre guelfo dichiarato, nulla d'insolito. Che, al tempo di Matilde, gli Uberti fossero già potenti, apparisce chiaro dai molti documenti che li ricordano. Che avessero avuto allora parte principalissima nel governo, ed il tumulto fosse perciò diretto principalmente contro di loro, trova conferma esplicita nelle parole di un cronista finora poco studiato, in gran parte anzi ignoto, il quale, per avere attinto anche a fonti diverse da quelle del Villani, getta qualche volta nuova luce sugli avvenimenti. Il pseudo Brunetto Latini, infatti, all'anno 1115, narra, al pari degli altri cronisti, il primo incendio, che dice cominciato da Santi Apostoli, e propagatosi fino al vescovado, «ardendo la maggior parte della Cittade, onde molta gente mori di fuogo». Di eresia non parla, ma, quello che è piú, venendo al secondo incendio, seguito nel 1177, aggiunge: «In questo anno s'apprese il fuogo in Firenze, appresso agli Uberti, che _reggievano_ la Cittade, e quasi tutta l'arse, che poco ne campò, e molta gente fu morta per fuoco e per ferro».[117] Qui dunque noi abbiamo chiaramente un vero e proprio tumulto, quasi una rivoluzione col ferro e col fuoco, diretta contro gli Uberti, che _reggevano_ la Città.

E del resto c'è poi da maravigliarsi di quest'odio contro gli Uberti, di questa guerra civile cui essi dettero occasione? La tradizione, noi lo sappiamo, li diceva venuti di Germania cogli Ottoni; ed abbiam visto che anche la leggenda del _Libro Fiesolano_, respingendo questa origine, li faceva nondimeno discendere dal «sangue nobilissimo di Catilina», il nemico di Firenze. E secondo la storia, non sono essi gli antenati di quei medesimi Uberti, che piú tardi, nel 1117, troviamo primi ad assalire il governo dei Consoli, incominciando quelle guerre civili che per sí lunghi anni lacerarono poi la Città? Non sono essi gli antenati di quello Schiatta Uberti, che nel 1215, insieme con altri, pugnalava il Buondelmonti sul Ponte Vecchio, ai piedi della statua di Marte? Non sono gli antenati del gran Farinata, che diè in Montaperti la rotta ai Guelfi, e si trovò nell'assemblea di Empoli, là dove cosí fieri propositi si meditarono contro Firenze, eterno nido di Guelfi; quel Farinata che Dante pone nella bolgia infernale degli eretici?[118]

VII

Ma chi vinse intanto nella lotta seguita dopo la morte di Matilde? I fatti lo provano abbastanza chiaramente. Nell'anno 1119 i Fiorentini uscirono a dar quell'ultimo assalto al castello di Monte Cascioli, cui abbiamo sopra accennato. Ed è in questo momento che incontriamo davvero il già menzionato _Rempoctus_[119] o Rabodo, che il Villani (IV, 29) con altri cronisti, fa apparire nel 1113, chiamandolo Roberto tedesco, vicario imperiale, e facendolo quell'anno morire in guerra, a difesa del castello. Noi abbiam detto che allora non potevano esserci vicarî imperiali in Toscana, dove furono mandati dopo la morte di Matilde. Infatti i documenti solo adesso cominciano a parlarne, trovandosi l'11 settembre 1116, per la prima volta, ricordato _Rabodo ex largitione Imperatoris Marchio Tusciae_;[120] e nel 1119, Rabodo Dei gratia si quid est,[121] la stessa formola di cui si serviva Matilde ne' suoi diplomi. Nel 1120 esso scomparisce dalla scena, ed in sua vece troviamo il margravio Corrado. Possiamo dunque ritenere, che Rabodo veramente morí alla difesa di Monte Cascioli, nel 1119, per opera dei Fiorentini, i quali allora finalmente riuscirono a demolire del tutto e bruciare il castello.[122] E cosí la prima loro impresa, dopo la morte di Matilde, fu la distruzione d'un castello dei Cadolingi, con la disfatta e l'uccisione del primo vicario imperiale, mandato allora in Toscana. Ce n'è piú che d'avanzo, per sapere quale fu l'attitudine che essi presero di fronte all'Impero ed ai Teutonici.