I primi due secoli della storia di Firenze, v. 1
Part 6
Comunque sia di ciò, la Firenze colonia romana aveva la forma dell'antico _castrum_, un quadrato, traversato da due grandi strade perfettamente orientate, le quali s'incrociavano ad angolo retto nel centro di essa, e la dividevano in quartieri. Il Campidoglio era nel mezzo, là dove piú tardi fu la chiesa di S. Maria in Campidoglio; ivi era anche il Foro, nel luogo stesso dove fu poi il Mercato Vecchio ora demolito. V'erano inoltre nella Città un anfiteatro, che nel Medio Evo fu chiamato il Parlascio, del quale si vedono ancora le tracce presso il Borgo dei Greci; un teatro in via dei Grondi; un tempio d'Iside, dove ora è S. Firenze; le Terme nella strada che ora ne porta il nome.[66] Non è quindi da maravigliarsi se questa città, che del resto era allora assai piccola, e tutta al di qua d'Arno, pretendesse chiamarsi piccola Roma, e cercasse le proprie origini nella tradizione romana. Tutto infatti ne' suoi monumenti parlava di Roma, e ciò trovava naturalmente eco nelle menti e nella fantasia fiorentina donde scaturí poi la leggenda. Anche oggi noi troviamo sempre nuovi avanzi di monumenti romani, esempi di architettura bizantina, nulla di veramente gotico o longobardo, appena qualche traccia di etrusco.
Come è naturale la Città s'andò col tempo allargando, e si formarono dei borghi fuori della mura, il piú grosso dei quali, al di là del fiume, congiunto ad essa per mezzo del Ponte Vecchio. Nella seconda metà del secolo XI, e propriamente nel 1078, se è esatta l'affermazione del Villani (IV, 8), alle palizzate che circondavano questi borghi furono sostituite le nuove mura. Si può credere che di ciò egli avesse notizia sicura, giacché, come sappiamo, sorvegliò alla costruzione del terzo ed ultimo cerchio delle mura incominciate nel 1299 (VIII, 2 e 31), e distrutte in gran parte ai nostri giorni, non restandone ora che alcuni brani.
A cominciare dalle invasioni barbariche una profonda oscurità circonda per lungo tempo la storia di Firenze, e le poche notizie che ne abbiamo, o sono di nuovo leggendarie affatto, o dalla leggenda alterate. Nel 405 Radagasio con un'orda di Goti, cui s'erano uniti altri barbari, si fermò in Toscana, ed assediò Firenze, le cui mura poterono resistere fino all'arrivo di Stilicone generale romano, il quale disfece quelle orde, ponendo a morte il loro capo. La resistenza fatta allora venne assai magnificata, e la vittoria di Stilicone fu attribuita a miracolo. La tradizione aggiunse, che il fatto seguí il di 8 ottobre, giorno di S. Reparata, e che perciò i Fiorentini iniziarono in esso le corse del pallio, e fondarono la chiesa di S. Reparata, cose tutte che sono invece di tempi posteriori. Questa leggenda perciò vale solo a provare, come durasse lungamente in Firenze la memoria dello scampato pericolo.
Segue un secolo d'assoluto silenzio, e poi la _Chronica de Origine Civitatis_, ci dà la notizia ripetuta qui anche dal Villani, che Totila, _flagellum Dei_, distrusse Firenze e fece riedificare Fiesole.[67] Al che il cronista aggiunge l'altra leggenda, secondo la quale, dopo essere restata la Città cosí guasta e disfatta per 350 anni, Carlo Magno, imperatore, invitò i Romani a volerla insieme con lui riedificare, a similitudine di Roma, e cosí essa sorse con le chiese di S. Pietro, S. Lorenzo, S. Maria Maggiore ecc. come sono a Roma, e le fu dato anche un territorio di tre miglia intorno alle mura.[68] Si vede qui che la ricostruzione di Firenze fatta, secondo il _De Origine_, subito dopo la pretesa distruzione operata da Totila, e da lui già ricordata piú sopra, gli sembra prematura, perché Firenze restò lungo tempo ancora in grandissimo abbandono; e quindi, senza troppo confondersi, registra anche la leggenda posteriore, che la fa costruire invece da Carlo Magno, il restauratore dell'Impero.
Ma che cosa possiamo noi trovare di vero in tutto ciò? Nel 542 Totila venne veramente in Toscana, e mandò parte de' suoi ad assediare Firenze. Giustino, che ivi comandava la guarnigione imperiale, chiese allora aiuto a Ravenna, ed all'avvicinarsi del soccorso verso la Città, Totila richiamò i suoi, ritirandosi nel Senese. Inseguito dagl'Imperiali, li disfece; ma non tornò poi contro Firenze, andando invece verso il mezzogiorno d'Italia. Tale almeno è il racconto di Procopio, seguito anche dai moderni.[69] I Goti tornarono, è vero, piú tardi, e furono senza difficoltà padroni della Toscana e di Firenze, dove commisero molte crudeltà; ma non la distrussero. Questi sono i fatti, tutto il resto è aggiunto della leggenda, la quale, col suo linguaggio fantastico, voleva dire, che seguí un lungo periodo di oscurità e di oppressione, da cui i Fiorentini cominciarono a sollevarsi alquanto solo a tempo dei Franchi.
I Longobardi infatti occuparono la Toscana verso il 570, ed abbiamo due secoli di tenebre fitte. Troviamo ricordato un _Dux civitatis Florentinorum, Gudibrandus_, che essi vi posero; ma altro non sappiamo. In mezzo a molte calamità d'invasioni di guerre, di dura oppressione, non solo quel commercio, che aveva dato origine a Firenze, fu interamente distrutto; ma molte famiglie, per maggior sicurezza, dal piano si rifugiarono ai monti, e non pochi cercarono perciò ricovero in Fiesole, alla quale, allora come sempre, tornarono a vantaggio i danni di Firenze. E si arrivò a tal punto, che nella seconda metà dell'ottavo secolo, i documenti parlano di Firenze come se fosse divenuta un borgo di Fiesole.[70] Ben presto però, sotto Carlo Magno, cominciarono tempi di maggiore ordine e tranquillità. Dai monti si discese allora di nuovo al piano; Firenze cominciò a prosperare a danno di Fiesole. E siccome i Franchi ai duchi longobardi sostituirono i conti, cosí anche Firenze ebbe un conte, la cui giudiciaria si estendeva per tutto il territorio della diocesi vescovile, che s'era formata sull'antica divisione romana. Questo era ciò che chiamavasi il contado fiorentino, il quale da un lato arrivava sino quasi a Prato, a un luogo detto i Confini, e di là verso il Poggio a Caiano si stendeva, girando dalla parte di Empoli, e confinando col Lucchese, col Volterrano, col contado fiesolano.[71] Carlo Magno si fermò a Firenze e vi celebrò il Natale del 786; esso difese anche i beni della chiesa fiorentina contro le aggressioni dei Longobardi. Tutto ciò dette origine alla leggenda della riedificazione della Città per opera sua. Il Villani, con manifesto anacronismo, non solo vi aggiunge la concessione di molti privilegi immaginarî, ma fa in questo momento nascere il Comune, che invece tardò parecchi secoli ancora. «Carlo», esso dice, «fece assai cavalieri e privilegiò la Città, facendo franco e libero il Comune e i cittadini, e tutto il contado co' suoi abitanti tre miglia intorno, e tutti quelli che si trovavano ad abitare, anche i forestieri. Per la qual cosa molti vi tornarono, ed ordinarono che la detta Città si governasse a modo di Roma, cioè per due Consoli e per lo Consiglio di Cento Senatori».[72] Ma questa non è che una giunta del cronista, piú arbitraria della leggenda stessa.
E non basta. Come Carlo Magno, cosí Ottone I, il restauratore dell'Impero in Germania, doveva essere fautore di Firenze, «perché», prosegue il cronista, «essa era stata sempre de' Romani e fedele all'Imperio».[73] In Firenze l'Imperatore s'era fermato l'anno 955, nell'andare a Roma per la coronazione, cosí continua il cronista, facendo anche da lui concedere alla Città un contado di sei miglia, doppio cioè, ma non meno immaginario di quello che le aveva fatto concedere da Carlo Magno. Ottone, sempre secondo il Villani, mise pace in Italia, abbatté i tiranni, e molti de' suoi baroni rimasero in Lombardia ed in Toscana, tra i quali ricorda i conti Guidi e gli Uberti. Né riflette che alcune di queste famiglie toscane avevano un'origine piú antica assai, e che anche al suo tempo i nobili principali del contado avevano nome di Cattani lombardi, in memoria della loro origine longobarda. E dimentica di nuovo che Firenze non era allora una città libera, cui l'Imperatore potesse concedere un territorio, il quale, come vedemmo, faceva già parte della sua giudiciaria, e non poteva, verso Fiesole almeno, estendersi a sei miglia.[74]
Un altro racconto favoloso è quello, narrato pure dal Villani, della distruzione di Fiesole nel 1010. Il giorno della festa di S. Romolo, i Fiorentini, deliberati a vendicarsi, sarebbero, colle armi celate sotto le vesti, entrati all'improvviso nella città rivale, dove, cavatele fuori a un tratto, e chiamati i compagni nascosti in agguato, avrebbero corso le vie, facendo man bassa su tutto, distruggendo le case, gli edifizî, eccetto il vescovado, la cattedrale, alcune altre chiese e la rocca, che non s'arrese. Fu dopo ciò promessa salva la vita a tutti coloro che volessero venire ad abitare in Firenze, di che molti profittarono. Cosí di due popoli se ne fece uno, e si riunirono anche le loro bandiere. Quella dei Fiorentini era rossa col giglio bianco, quella de' Fiesolani era bianca con una mezza luna celeste, e con esse si formò la bandiera rossa e bianca del Comune.[75]
Questa unione di due popoli in uno fu, secondo il Villani, la causa principale delle continue guerre civili, da cui Firenze fu tanto travagliata, al che s'aggiunse anche l'essere la Città stata costruita «sotto la signoria e influenza della pianeta di Marte, che sempre conforta a guerra e divisioni». E di nuovo, quasi dimenticando d'averlo già detto ai tempi di Carlo Magno, con poco minore anacronismo, ripete che i Fiorentini allora «feciono leggi e statuti comuni, vivendo ad una signoria di due Consoli, e col Consiglio del Senato, ciò era di cento uomini, i migliori della Città, com'era l'usanza data da' Romani ai Fiorentini».[76] È chiaro che egli non conosce le origini del Comune, è convinto solamente che venivano da Roma, e però di tanto in tanto le ricorda, là dove gli torna piú opportuno o gli pare meno improbabile che cominciassero. Di dove poi cavasse questa guerra e distruzione di Fiesole nel 1010, sapendo pure che il fatto era avvenuto invece nel 1125, come egli stesso racconta a suo luogo, non è facile dirlo. Il piú probabile è che, avendo nella leggenda trovato la guerra e distruzione di Fiesole _piú di 500 anni_ dopo la distruzione di Firenze, per opera di Totila, il quale venne _500 anni_ dopo la fondazione della Città, il cronista ripeté due volte il fatto della distruzione, cioè nel 1010 e nel 1125, soddisfacendo cosí prima alla leggenda, che, in un modo del resto assai vago, lo aveva rimandato indietro, e poi alla storia, che ai suoi tempi era assai nota. Quanto poi alle ragioni della guerra civile, cercate nella forzata unione di due popoli avversi, si può osservare che per molto c'entrava davvero la diversità del sangue germanico dei nobili dal sangue latino del popolo, cosa che il cronista forse sentiva e non capiva.
Certo è che, dai Franchi in poi, Firenze continuò sempre a prosperare, sebbene assai lentamente. Il suo territorio, è vero, fu, come scrive il Villani, tutto incastellato da baroni feudali di origine germanica, ad essa avversi, molti de' quali trovavano sicuro ricovero anche in Fiesole, di dove cercarono danneggiarla. Ma, ciò non ostante, il vantaggio d'una posizione geografica sulla via di Roma, assai favorevole al commercio, si faceva sempre piú sentire. Sin dall'825 l'imperatore Lotario, nelle sue _Costitutiones olonenses_, la destinava, con altre sette città italiane, ad essere sede d'una scuola pubblica, il che già ne dimostrava l'importanza. Oltre di ciò, gl'Imperatori tedeschi vi si fermavano quasi sempre, ogni volta che andavano a coronarsi in Roma. Piú spesso e piú lungamente vi si fermavano i Papi, quando, il che succedeva di frequente, i tumulti popolari li cacciavano da Roma. Vittore II morí a Firenze nel 1057, dopo avervi due anni prima tenuto un Concilio; nel 1058 vi morí Stefano IX; tre anni dopo Niccolò II e i cardinali vi restarono sino alla elezione di Alessandro II. Piena di tradizioni e di monumenti romani, in continue relazioni con la Città eterna, essa ne sentí fin dai primi tempi l'influenza, manifestando quel carattere religioso e guelfo, che apparisce sempre piú chiaro in tutta quanta la sua storia. Molte sono le chiese che dentro o vicino alla Città sorsero in sul finir del secolo X. La costruzione poi di un edifizio come quello di S. Miniato al Monte, in su i primi del secolo XI, massime se si aggiungono le chiese che sorsero poco prima o poco dopo, è prova manifesta di cominciata prosperità e di zelo religioso. Ed in vero Firenze divenne allora uno dei centri piú importanti di quel movimento della riforma dei chiostri, che, incominciato da Cluny, si diffuse poi largamente nel mondo. S. Giovanni Gualberto di famiglia fiorentina, morto nel 1073, fu l'iniziatore della riforma benedettina, che prese il nome da Vallombrosa, dove egli fondò un eremo assai celebrato, sottoponendo alla stessa regola altri non pochi conventi vicini a Firenze.
Questo zelo religioso e monastico si accese ben presto cosí vivamente nella Città, che l'accusa di simonia lanciata contro il suo vescovo Pietro da Pavia, sollevò tutto il popolo. I monaci affermavano che esso aveva avuto il suo alto ufficio per favore dell'Imperatore, del duca Goffredo e di sua moglie Beatrice, favore che sarebbe stato ottenuto pagando grossa somma di danaro. La moltitudine seguiva i monaci, e la contesa durò cinque anni (1063-68), non senza spargimento di sangue, tanto s'erano infiammate le passioni. Il vescovo adirato da queste accuse, imbaldanzito dalla protezione che aveva dal Duca, fece, armata mano, assalire i monaci nel convento di S. Salvi, presso Firenze. S. Giovanni Gualberto, il promotore primo dell'agitazione, n'era per sua fortuna partito; ma i sacri altari vennero manomessi, e parecchi dei monaci ivi presenti furono feriti. Tutto ciò doveva naturalmente portare esca al fuoco, e S. Giovanni Gualberto, che già predicando nelle vie della Città, aveva infiammato gli animi, ruppe adesso ogni freno, ed arrivò sino a dire che i preti consacrati dal vescovo simoniaco non erano veri preti. L'esaltamento giunse a tale, che si afferma (cosa certo singolare, ma pur credibile in tempi di viva fede religiosa), che circa mille persone preferirono morire senza i sacramenti, piuttosto che riceverli da preti ordinati dal vescovo simoniaco.[77] Invano papa Alessandro II cercò calmare gli animi; invano mandò a tal fine il pio, dotto ed eloquente S. Pier Damiano. Questi venne o portar parole di pace, che poi ripeté nelle sue lettere indirizzate: _Dilectis in Christo civibus florentinis_. Biasimava la simonia, ma biasimava anche il prestar troppo facile orecchio alle accuse. — Mandassero, egli diceva, piuttosto i loro rappresentanti al sinodo in Roma, il quale avrebbe autorevolmente deciso la lite; intanto usassero calma, non si abbandonassero alla riprovevole e cieca illusione, che aveva fatto morir tante persone senza i sacramenti, con grave danno delle loro anime. Guai a coloro che vogliono essere piú giusti dei giusti, piú sapienti dei sapienti. Essi finiscono, per troppo zelo, con l'unirsi ai nemici della Chiesa. Gracchiando come rane (_velut ranae in paludibus_) confondono ogni cosa, e possono paragonarsi davvero alle locuste che desolarono l'Egitto, perché portano uguale devastazione nella Chiesa.[78]
Questo moto somiglia assai a quello promosso quasi nello stesso tempo in Milano dai Patarini contro la simonia dell'arcivescovo. Anche qui, come a Firenze, S. Pier Damiano fece la parte di paciere, ed anche qui molti preferirono morire senza sacramenti, piuttosto che riceverli da preti simoniaci.[79] Se però le due insurrezioni si rassomigliarono, il resultato finale fu diverso, per le diverse condizioni delle due città, e per l'attitudine assai diversa che di fronte ad esse prese la Corte di Roma. Ma comunque sia di ciò, le esortazioni di S. Pier Damiano non valsero a nulla in Firenze. I monaci vallombrosani mandarono a Roma i loro rappresentanti solo per dichiarare dinanzi al Concilio allora radunato, che essi erano pronti a risolvere la questione, ricorrendo al giudizio di Dio. La loro proposta non fu accolta né dal Papa, né dal Concilio; anzi essi ne furono severamente biasimati, sebbene l'arcidiacono Ildebrando, che si trovava presente, e che già era salito a grande autorità nella Chiesa, cercasse difenderli, come avevano difeso la Pataria a Milano. Il Concilio impose loro di ritirarsi nei proprî conventi, e restare tranquilli, senza piú osar di agitare gli animi già troppo esaltati. S. Giovanni Gualberto voleva ora obbedire, ma era tardi; esso non poteva piú fermare la tempesta che aveva sollevata. Il popolo, saputo ciò che i monaci avevano proposto in Roma, chiedeva in ogni modo l'esperimento del fuoco. Il campione, a questo fine eletto, già pronto ed impaziente di presentarsi alla prova, era un tal frate Pietro, vallombrosano, conosciuto poi col nome di Pietro Igneo, stato, secondo alcuni scrittori, guardiano di vacche e giumenti nel monastero, sebbene altri lo dicano della nobile famiglia dei conti Aldobrandeschi di Sovana. Guglielmo dei conti di Borgonuovo, soprannominato il Bulgaro, offrí ai monaci il campo franco, presso la Badia di S. Salvatore a Settimo, di suo patronato, a cinque miglia da Firenze.[80] Il vescovo però non solo respinse sdegnosamente la sfida, ma ottenne un ordine, che chiunque, laico o secolare, non avesse riconosciuto la sua autorità, sarebbe stato legato, e _non condotto, ma trascinato_ dinanzi al _Preside_ della città.[81] I beni poi di coloro che si fossero per paura dati alla fuga, sarebbero stati confiscati dalla _Potestà_, cioè a dire dal duca Goffredo che favoriva il vescovo. Alcuni ecclesiastici ribelli, che s'erano rifugiati in un oratorio, ne furono intanto colla forza cacciati.[82] E tutto questo, come è naturale, non fece che accendere sempre piú gli animi. Pietro Igneo si dichiarò pronto a passare anche solo attraverso il fuoco. Il 13 febbraio 1068, una folla enorme di uomini, donne, fra cui alcune incinte, vecchi e bambini, s'avviarono, cantando salmi e preghiere, alla Badia di Settimo. Ivi tra due cataste di legna (cosí almeno racconta chi dice d'essere stato testimone oculare), quando già le fiamme salivano in alto, il frate passò miracolosamente illeso. L'entusiasmo fu allora indescrivibile, le grida di gioia arrivavano al cielo, e vi mancò poco che Pietro Igneo, il quale dalle fiamme era stato rispettato, non rimanesse schiacciato dalla moltitudine, che s'affollava intorno a lui per baciarne le vestimenta. Fra molte difficoltà, a forza di mani e di braccia, poterono salvarlo alcuni ecclesiastici. La notizia corse come fulmine a Roma, e poi ogni cosa fu minutamente descritta al Papa, che dinanzi al miracolo dové arrendersi. Il vescovo di Firenze si ritirò in un convento; Pietro Igneo venne nominato cardinale, vescovo d'Albano, e fu dopo morte adorato come santo.
Questo ci ricorda l'altro esperimento del fuoco, die doveva farsi a Firenze nel 1498, e che invece provocò il martirio del Savonarola, poco prima della caduta della Repubblica, la quale cosí sarebbe stata, nel nascere e nel morire, preceduta da due simili fatti. Per quanto la narrazione di tutto ciò possa essere stata esagerata dalla passione e dalla superstizione, per quanto i nomi di _Preside_ e di _Podestà_, che troviamo nell'antica narrazione, indichino solo, in termini generali, chi comandava, noi siamo adesso entrati in una società nuova. Troviamo un Duca di Toscana, un Preside armato, che sembra rappresentarlo in Città, e quello che è piú, un popolo che, sebbene apparisca solo come una moltitudine fanatizzata, pure comincia a sentir finalmente la propria personalità, combatte il Vescovo, resiste al Duca ed al Papa, finisce coll'ottener quello che vuole. Indirizzandosi al Papa, assume il nome di _populus florentinus_, e ad esso si rivolge S. Pier Damiano, con le parole _cives florentini_. Non sono, è vero, altro che forme imitate dall'antico; ma hanno, come vedremo, la loro importanza.
CAPITOLO II
LE ORIGINI DEL COMUNE DI FIRENZE
I[83]
I Longobardi, divenuti padroni di quasi tutta l'Italia, che oppressero duramente e lungamente, posero, come è noto, un duca in ciascuna delle città principali che occuparono. Roma restò libera da essi, perché v'era il Papa; Ravenna, perché ben presto vi fu l'Esarca, e quasi tutte le città poste sulla riva del mare furono preservate del pari, perché i Longobardi non erano navigatori, e avevano bisogno di chi facesse per loro il commercio marittimo. Questa è anzi la ragione per la quale le repubbliche come Venezia, Amalfi, Pisa, Napoli, Gaeta, sorsero prima delle altre. I duchi ebbero molta autorità e indipendenza; alcuni dei Ducati, massime ai confini, divennero cosí grossi, che somigliarono a piccoli regni, come furono quelli del Friuli, di Spoleto, di Benevento. Tutto questo contribuí non poco alla decomposizione del regno, ed alla caduta del dominio dei Longobardi, i quali non seppero mai all'ardire ed alla forza unire alcuna grande qualità politica.
Venuti i Franchi, posero invece dei duchi, i conti, i quali ebbero però minore importanza e piú piccolo territorio. Carlo Magno, uomo di grande ingegno politico, non voleva nel suo impero mantenere signori, che, per la voglia di rendersi indipendenti, ne potessero mettere a pericolo l'esistenza. Ma ai confini era pur necessario avere piú forte difesa; vi costituí quindi le Marche, che somigliarono ai piú grossi Ducati longobardi, e venero affidate a margravî o marchesi (_Mark-grafen_, conti di confine, marchesi o margravî). Cosí si formò anche il Marchesato di Toscana, la cui sede principale fu in Lucca, città che fin dal tempo dei Longobardi aveva, con un proprio duca, avuto non poca importanza, mentre che, come già ricordammo, Firenze era allora caduta in tanta oscurità da essere, nei documenti del tempo, ricordata come se fosse un borgo di Fiesole. Questi margravî divennero quasi da per tutto potentissimi, ed aspirarono a sempre maggiore grandezza. Da essi sorsero infatti uomini come Berengario, Arduino, che mirarono a costruire un regno d'Italia, s'opposero vigorosamente all'Impero, cui recarono spesso gravissimi danni, e mossero guerre sanguinose.
Non v'è quindi da maravigliarsi se la politica degl'Imperatori tedeschi fu piú tardi costantemente diretta ad indebolire in Italia i margravi ed i conti maggiori, dando esenzioni e benefizî ai vescovi, ai minori feudatarî, dichiarando ereditarî i benefizî concessi a questi ultimi, per renderli indipendenti dai maggiori e piú pericolosi. Ne crebbe quindi, specialmente in Lombardia, la loro importanza e cosí pure l'autorità politica dei vescovi, che divennero anch'essi veri e proprî conti. Ma in Toscana le cose andarono diversamente. Sia che la minor forza ed espansione, che ivi ebbe il feudalismo, lo rendesse meno temibile all'Impero; sia che, per la maggiore lontananza, riuscisse meno agevole governare il paese; sia pel bisogno d'avere nel centro d'Italia uno Stato forte, che facesse argine alla potenza crescente dei Papi; sia che questi ne favorissero la formazione, vedendovi un argine contro l'Impero; sia, come è probabile, per tutte queste ragioni insieme riunite, certo è che i duchi o marchesi di Toscana (giacché portavano l'uno o l'altro titolo) crebbero di forza e di potenza, e piú tardi divennero anch'essi minacciosi all'Impero. Ma ne rimase, al paragone della Lombardia, assai abbassata la potenza dei vescovi e dei conti, sotto il peso crescente dei margravî, che s'andavano d'ogni parte allargando, e sembravano qualche volta veri sovrani dell'Italia centrale. Per le stesse ragioni ne fu ritardato anche il sorgere delle città, massime di Firenze.