I primi due secoli della storia di Firenze, v. 1

Part 27

Chapter 273,501 wordsPublic domain

_Tomba italica a pozzo del centro di Firenze_ nelle _Notizie degli scavi_ (dicembre 1892); _Reliquie di Firenze antica_ nel vol. VI dei _Monumenti antichi_, pubblicati dall'Accademia dei Lincei, 1895.

In una sua lunga lettera a me diretta lo stesso prof. Milani narrava come nei lavori fatti pel fognone in Borgo dei Greci, l'anno 1886, fu in sua presenza, sotto il pavimento dell'Anfiteatro, trovato un mezzo asse onciale, in tal posizione, dentro lo smalto, che esso lo ritenne «coevo alla costruzione dell'Anfiteatro». Il corso di tali assi tagliati collo scalpello, egli prosegue, non può essere anteriore all'89 a. C., né posteriore al secondo triumvirato (43 a. C.). «Parrebbe dunque stringente la conclusione che l'Anfiteatro sillano sia dei tempi sillani». E se Dione ci dice che il primo Anfiteatro di pietra fu costruito a Roma solo 30 a. C., bisogna pure ricordarsi che Cicerone accusò Silla «di profondere tesori in fastose costruzioni, nel tempo appunto in cui si trovava sotto Fiesole». E però egli crede di poter «sostenere a buon diritto la data sillana per la costruzione nell'Anfiteatro fiorentino». Aggiunge poi, concludendo, che le basi di alcune colonne, da lui dette _tuscaniche_, e rinvenute presso l'Anfiteatro, come alcuni avanzi di architettura, trovati nel 1887 presso S. Maria del Fiore, «confermano l'opinione che alcune delle principali costruzioni edilizie di Firenze, fossero in relazione coi tempi sillani e cogli ultimi tempi della Repubblica». Tutto questo è però un problema la cui soluzione spetta solo agli archeologi.

[66] MILANI, _Scavi di Mercato Vecchio_, nelle _Notizie_ ecc., 1887.

[67] VILLANI, II, 1 e 2, e la _Chronica de Origine Civitatis_.

[68] VILLANI, III, 1, 2, 3.

[69] Vedi HODGKIN, _Italy and her invaders_, vol. IV, pag. 446 e segg.

[70] Il LAMI, _Lezioni_, parte I, pag. 292, fa questa affermazione, appoggiandola sopra un documento di donazione fatta da Carlo Magno alla Badia di Nonantola, _circiter annum 774_, nel quale si parla delle chiese Fiorentine di S. Michele e di S. Miniato tra le torri, come esistenti _in comitatu fossolano, in civitate fossolana_. Il documento fu pubblicato la prima volta dal Muratori (Antiq. V. 647), che lo dice tratto _ex reliquiis tabularii monasterii nonantulani_, e dopo avere esposti molti dubbi sull'autenticità di esso, finisce col credere che la carta sia sincera, ritenendola però una scrittura privata di Carlo Magno, non un diploma. Non gli par possibile che un falsificatore volesse immaginare luoghi e paesi, dei quali appena si ha notizia, ed in molti dei quali il Monastero non aveva diritti, né poteva sperare di acquistarne con quella carta. Il Tiraboschi ripubblicò il doc. nella sua _Storia della Badia di Nonantola_ (II, 27 e segg. Num. XII), dicendolo _apographum XII, nel XIII saec_. Egli crede invece che il doc. sia apocrifo ma compilato da qualche monaco dell'undecimo o duodecimo secolo, sopra _non pochi antichi strumenti ora smarriti_ (vol. I cap. XI, pag. 365). Sebbene apocrifo, esso però conterrebbe, secondo lui, la nota vera dei possedimenti che il monastero aveva in Toscana. E ciò dice, dopo aver prima esaminato e ponderato le osservazioni del Muratori. Quanto poi alle chiese fiorentine in _civitate fossolana_; il Tiraboschi (pag. 366-7) se ne rimette a quanto ne dice il Lami da noi citato.

[71] Di ciò trattano a lungo il LAMI, il BORGHINI, l'HARTWIG.

[72] VILLANI, III, 3.

[73] VILLANI, IV, 1.

[74] LAMI, _Lezioni_, nella pref. a pag. CVI-VIII; HARTWIG I, 85-6.

[75] VILLANI, IV, 6.

[76] VILLANI, IV, 7.

[77] Cosí dice S. Pier Damiano nella lettera che piú basso citiamo.

[78] PETRI DAMIANI. _Epistolarum libri VIII_: Parisiis ex officina nivelliana, 1610, V. a pag. 727. La lettera (pag. 721 e seg.) è indirizzata: _Dilectis in Christo civibus florentinis, Petrus peccator, monachus, fraternae charitatis obsequium_.

[79] TOCCO. _L'Eresia nel Medio Evo._ Lib. I, cap. 3, pag. 207-228.

[80] PASSERINI. Nell'_Arch. Storico Italiano_, N. S. vol. III, pag. 43-4; PERRENS., I, 85 e seg.; HARTWIG, I, 89-9. CAPECELATRO. _Vita di S. Pier Damiano_, libro VII. Vol. due: Firenze, Barbèra, 1862.

[81] «Ad hec ille se inquit, neutrum iubere, neutrum velle, neutrum recipere. «Quin etiam edictum a Preside per legatos suos impetravit, ut quicumque laicorum, quicumque clericorum se ut episcopum non coleret suique imperio non obediret, ad Presidem victus non duceretur, sed traeretur: si quis autem bis minis territus, de Civitate fugeret, ad dominium Potestatis assumeretur quicquid possedisset». Cosí dice la lettera scritta _Millesimo LXVIII idus februari, la quale incomincia: Alexandro prime sedis reverentissimo, ac universali episcopo, clerus et populus Florentinus sincere devotionis obsequium_. Essa fu stampata piú volte, ma scorrettamente (V. BROCCHI, _Vite di Santi e Beati_, pag. 145. Firenze, 1742; _Acta Sanctorum_ III, luglio, pag. 359 e 379, nelle due vite di S. G. Gualberto); trovasi nel Cod. Laurenziano XX, 22, che è del sec. XI. La lettera, messa in fine del codice stesso, è scritta da mano diversa e alquanto posteriore; ma anche secondo il prof. Paoli, che a mia preghiera l'esaminò, la scrittura ha tutti i caratteri del sec. XI, «e può solo concedersi, che sia della prima metà anzi del primo quarto del sec. XII». Essa piú che una vera e propria lettera, sembra una narrazione in forma epistolare. Lo confermerebbe anche il titolo che ha nel Codice: _Incipit textus miraculi quod Dominus_, etc. Dovremo ritornare a parlarne.

È chiaro, in ogni modo, che il _Potestas_ qui sopra menzionato, non ha nulla che fare col Podestà dei tempi posteriori. Si tratta della podestà superiore, cioè del duca Goffredo. Il Preside poi deve essere, io credo, il rappresentante di Goffredo nella Città. Sono forme antiche e spesso retoriche, come quelle che si trovano piú tardi nel Sanzanome.

[82] La medesima lettera, dopo aver narrato che coloro i quali s'erano rifugiati in un oratorio, ed erano stati minacciati, se non si riconciliavano d'essere cacciati, «extra Civitatem pellerentur», aggiunge che essi non vollero obbedire. «Hincque factum est ut.... municipal. presid.... illos extra emunitatem oratorii.... eiceret». Le due parole abbreviate nel codice, furono stampate in molti modi diversi, mutando il verbo, alterando spesso tutta la frase, il che generò grande confusione. A me e ad altri colleghi che ho consultati, pare che debba intendersi: _municipale presidium_.

[83] _Nuova Antologia_ di Roma, 1 giugno 1890.

[84] Nel codice laurenziano già da noi ricordato.

[85] _Rhetor_ era allora sinonimo di _causidicus_.

[86] Di tutto questo si occupò molto il FICKER nelle sue _Forschungen_, e dopo di lui il FITTING, _Die Anfänge der Rechtsschule zu Bologna_: Berlin und Leipzig, 1888.

[87] _Lege Digestorum libris inserta, considerata._ Cosí si legge in un placito del 1076 pronunziato dal messo di Beatrice in Marturi, presso Poggibonsi (_prope plebem Sancte Marie, territurio fiorentino_), dove si nota anche la presenza di Pepone, il precursore d'Irnerio. Un Fiorentino, che contendeva il possesso di alcune terre al monastero, adduceva la _temporis praescriptio_, e si fondava sul Digesto, che, secondo la procedura del tempo, portava nel tribunale. Vedi FITTING, op. cit. pag. 88; ZDEKAUER, _Sull'Origine del manoscritto pisano delle Pandette giustinianee_: Siena, Torrini, 1890. In un documento del 1061, in cui si tratta d'una lite fra due Chiese di Firenze (V. DELLA RENA e CAMICI Vol. II, 2, pag. 99) si legge: _Indices secundum romanae legis tenorem, utramque ceperunt inquirere partem_. Secondo il Ficker, i giudici qui sarebbero fiorentini: _und zwar scheinen das die gewöhnlichen städlischen Indices von Florenz zu sein_. Ficker, III, parag. 469 pag. 90. Il cronista Goro Dati, che morí ai primi del secolo XV, affermava nella sua cronica, che i notai fiorentini erano i piú reputati di tutti, sebbene i piú celebri dottori in legge fossero quelli di Bologna. Vedi Dati, _Storia di Firenze_, ediz. fiorentina del 1735, a pag. 133.

[88] Petrus Damiani. _De parentelae gradibus_, nelle Opere, Opusc. VIII, Cap. I e Cap. VII. Ivi combatte l'opinione espressa dai sapientes di Ravenna, contraria al diritto canonico, sui gradi di parentela che impediscono il matrimonio. Di colui che esso dice fiorentino, scrive: _promptulus, cerebrosus ac dicar, scilicet acer ingenio, mordax eloquio, vehemens argumento_.

[89] Il FICKER, parlando del sopra citato documento del 1061, dice: _Diese Romagnolen scheinen nun weiter kaum nur zufüllig zu Florenz gewesen zu sein_.

[90] Quanto all'azione sempre crescente del diritto romano in Toscana, notissimo è il passo negli Statuti di Pisa del 1161, nel quale si dice di questa città: _a multis retro temporibus, vivendo lege romana, retentis quibusdam de lege longobarda_. In un documento senese del 1176, pubblicato dal Ficker (Vol. IV, doc. 148), i Consoli dicono: _Item nos professi sumus lege romana cum tota Civitate vivere_. La mescolanza della legge romana con la longobarda o con altre, è in tutto il secolo XI, ed anche dopo, frequentissima. Spesso donne che professavano di vivere secondo la legge romana, dichiaravano nel medesimo tempo di essere sotto il mundio del figlio o di altri.

[91] LAMI, _Lezioni_, pref. pag. CXV e segg. Vedi anche i documenti pubblicati dal Fiorentini nelle _Memorie della gran contessa Matilde_ (Lucca, 1756), e da DELLA RENA e CAMICI, _Serie cronologico-diplomatica degli antichi duchi e marchesi di Toscana_, parte II. Da siffatti documenti chiaro apparisce come era formato il tribunale di Matilde.

[92] V. FIORENTINI, doc. a pag. 168; DELLA RENA e CAMICI, parte II, vol. II. doc. XV e XVI, a pag. 106 e 108; Vol. III, pag. 9; Vol. IV, doc. XIV, a pag. 61.

[93] _Unthätiger Vorsitzende_, dice il Ficker, che ha dato la chiara dimostrazione di questo fatto. Vol. III, parag. 573, pag. 294 e seg.

[94] A tale proposito il Ficker osserva: _Dass schön früher die Gerichtsbarkeit in der Stadt nicht durch die Feudalgewalt, sondern durch Bürger der Stadt als rechtskundige Königsboten geübt wurde_. Vol. III, par. 584, pag. 315-16.

[95] _Consuetudines etiam perversas a tempore Bonifactii Marchionis duriter eisdem impositas, omnino interdicimus._ FICKER, Vol. I, parag. 136, a pagine 255-6, e il doc. stesso nel vol. IV, pag. 124-5; PAWINSKI, _Zur Entstehungsgeschichte des Consulats in den Comunen Nord und Mittel-Italiens_: Berlin, 1867, pag. 29.

[96] _Nec Marchionem aliquem in Tusciam mittemus sine laudatione hominum duodecim electorum in Colloquio facto sonantibus campaniis._ MURAT. _Antiq._ IV, 20. Vedi anche FICKER e GIESEBRECHT, piú sopra citati, e PAWINSKI, pag. 31. Si è dubitato che in questi diplomi (di cui non si ha l'originale, ma una copia antica), e piú specialmente nel secondo, possa esservi stata qualche interpolazione, cosa che il Ficker ed il Pawinski contrastano. In ogni modo la sostanza dei due documenti è ora ammessa dai piú autorevoli scrittori. V. Ficker, vol. III, pag. 408; Giesebrecht (4ª ediz.), vol. III, pag. 537-8.

[97] AMARI, _Storia dei Musulmani in Sicilia_, Vol. III, pag. 1 seg.

[98] Per maggiore chiarezza usiamo qui la parola Grandi, sebbene in questo senso preciso venisse in uso generale a Firenze solo piú tardi, specialmente ai tempi di Giano della Bella, nel 1293.

[99] PAWINSKI, pag. 31, nota 3.

[100] _Nec domum in predictis terminis relevari, neque ad triginta sex brachia interdici permittemus._ PAWINSKI, pag. 34.

[101] BONAINI, _Statuti inediti della città di Pisa_, I, pag. 16.

[102] Si parla assai spesso di conti e di vicecomiti, che in Firenze, finora almeno, non troviamo mai ricordati. Piú tardi ne vedremo entrare qualcuno per le ragioni che diremo.

[103] Il Pawinski, secondo me, ha torto, quando fermandosi su questo carattere del Comune pisano e di altri simili, trascurando l'elemento popolare, commerciale, che anche a Pisa, come altrove, aveva parte grandissima, vorrebbe far nascere il Comune italiano per opera dei soli nobili.

[104] _Nisi fortitan communi Consilio Civitatis, vel maioris partis Bonorum vel Sapientum... ad commune Colloquium Civitatis... supradictorum hominum consensu et omnibus Pisae habitantibus._ BONAINI, op. cit., Vol. I, 16.

[105] MURAT. _Antiq._ III, 1099. Una poesia attribuita a Guido da Pisa, narrando la guerra fatta nel 1087 dai Pisani, insieme con Genova, Amalfi, Roma, contro i Saraceni in Africa, dà i nomi di quattro Pisani,

_Vocat ad se Petrum et Sismundum_ _Principales Consules,_ _Lambertum et Glandulfum_ _Cives cari (clari?) nobiles._

Si tratta però d'una poesia, e per credere alla esistenza di questi Consoli nel 1087, bisognerebbe portare almeno a quell'anno la prima Concordia del vescovo Daiberto, il che non sarebbe impossibile, giacché egli fu vescovo dal 1085 al 92, quando venne nominato arcivescovo. V. PAWINSKI, pag. 31, nota 3. Leonardo Vernese nel suo _Carmen_, in cui parla della impresa delle Baleari, (1113-15) dice:

_Inde duo et denos de culmine nobilitatis_ _Constituere viros, quibus est permissa potestas_ _Consulis atque ducis._

Ma l'esistenza dei Consoli in questo tempo è già provata da altri documenti. V. PAWINSKI, pag. 38-9.

[106] Il cronista dà nome di _anteriores_ alle principali famiglie, forse perché vennero prima in Venezia; ce le rappresenta come un ceto che aveva supremazia e governava, e nel catalogo che ce ne dà, ricorda ancora i mestieri che esercitavano. — _Cerbani de Cerbia venerunt, anteriores fuerunt de omni artificio ingeniosi._ — _Signati_ (variante: _Cugnati_) _Tribuni Ianni appellati sunt, anteriores fuerunt, mirabilia artificia facere sciebant caliditate ingenii_ — _Aberorlini... anteriores fuerunt; non aliud operabantur nisi negocia, sed advari et increduli._ E cosí di altre famiglie, che tradizionalmente esercitavano l'industria, il commercio e le professioni liberali. Quanto ai _ministeria_, troviamo molte espressioni che accennano alla loro organizzazione embrionale. _Hetolus autem appellatus est, quia ipse erat princeps de his qui ministerii erant retinendis._ — Erano sellai, guardiani di animali, ecc. Molte altre di queste famiglie sono nominate nell'elenco dato dalla Cronica, e tutto ha l'apparenza di una continuazione di ciò che esisteva nel basso Impero.

[107] Il doc. è nella Vaticana (Urb. 440) e fu esaminato anche dal Gfrôrer. Il fabbro-ferraio Giovanni Sagomino, _insimul cum cunctis meis parentibus_, ricorre al Doge Pietro Barbolano (1026-31), e poi al Doge Domenico Flabiabico (1032-43) contro il Castaldo dell'Arte, il quale voleva costringerlo a lavorare il ferro per le carceri, nell'atrio del Palazzo, e Sagornino sosteneva d'aver diritto, secondo le consuetudini, di prestare questo gratuito servizio lavorando il ferro a casa sua. Un regolare processo fu fatto, il ricorrente ebbe ragione, e poté lavorare il ferro nella sua officina. Tutto questo prova l'esistenza di ben determinate consuetudini tradizionali prima degli statuti dell'Arte (sec. XIII), i quali, se fossero allora esistiti, sarebbero stati qui ricordati.

Il documento citato, una volta dice, il Castaldo del Doge, un'altra, il Castaldo dei fabbri, perché infatti esso dirigeva l'Arte ed era nominato dal Doge, come si vede chiaro nel secolo XIII da una promissione ducale di Iacopo Tiepolo (6 marzo 1229), e da un'altra di Marco Morosini (13 giugno 1249). Cosí da un lato apparisce quanto diverso da quello di Firenze fosse l'ordinamento delle Arti in Venezia, e da un altro lato possiamo osservare quanto antico e quanto persistente fosse nei Comuni italiani il carattere generale delle istituzioni loro in genere, e delle Arti in ispecie. Le notizie date in questa e nella nota precedente, le dobbiamo al prof. Monticolo, dottissimo nella storia veneta, su cui sta facendo studi importanti, i quali speriamo che presto vedranno la luce. Intanto ci è grato rendergli qui pubbliche grazie. — Aggiungiamo ora che il prof. Monticolo ha già cominciato le sopra indicate pubblicazioni tra _Le Fonti della Storia d'Italia_, stampate dall'Istituto Storico Italiano.

[108] REPETTI, art. _Gangalandi_ e _Monte Orlando_.

[109] _Dum in Dei nomine. Domina inclita Comitissa Matilda, Ducatrix, stante ea in obsedione Prati_, etc. _Anno_ 1107. V. FIORENTINI, op. cit., lib. II, pag. 299. VILLANI, IV, 25 e 26; HARTWIG, II, 45 e 47; REPETTI art. _Prato_; _Arch. Stor. It._ Storie V., vol. V., disp. I, pag. 108 e seg. La narrazione del Villani è però piena di notizie fantastiche su Prato. La distruzione di Monte Orlando non è menzionata negli _Annales I_, che incominciano solo coll'anno 1110; ma è ricordata nel Cod. nap. ed in Tolomeo da Lucca.

[110] Gli _Annales fiorentini II_, seguiti dal Villani, pongono semplicemente la distruzione del castello nel 1113, né dicono altro, perché la notizia che segue in essi è del 1135. Gli _Annales florentini I_ tacciono al 1113, e pongono al 1114 la _secunda et ultima destruccio murorum_. Nel 1119 ricordano altri due assalti dati al castello, _quem marchio Rempoctus defendebat_: col secondo di essi i Fiorentini _Monte Cascioli ignem_ (sic) _consumpserunt_. La successione di tre assalti a noi par chiara, e ogni altra disputa superflua.

[111] Gli _Annales I_ e _II_ tacciono del fatto. Il Cod. nap. lo pone, come il Villani, all'anno 1117, dicendo senz'altro che i Pisani partirono per le Baleari, e «li Fiorentini guardaron la città di Pisa». (In Hartwig, II, 272). Lo stesso dice Tolomeo da Lucca, che però pone il fatto nel 1118, come fa pure il pseudo Brunetto Latini, il quale accenna al dono delle due colonne di porfido, «per cagione che li Fiorentini guardarono la loro terra, quando erano ad hoste», né aggiunge altro. Quanto all'errore di data, vogliam solo notare che il Capmany, nelle sue _Memorias historicas sobra la marina.... de Barcelona_. Vol. I, pag. 10, dopo aver narrato la impresa del 1113-15, dice che Raimondo Berengario III venne nel 1118 a Pisa ed a Genova, per promuovere un'altra spedizione. La ricordanza di ciò poté forse contribuire all'errore di data, che, una volta commesso, venne poi ripetuto da molti.

[112] Il dott. Hartwig cita la notizia che ebbe dal dott. Wüstenfeld d'un diploma del 1114, da cui apparirebbe che anche i Fiorentini avessero preso parte alla spedizione, nel qual caso, egli osserva, le colonne sarebbero non un dono dei Pisani, ma parte della preda fatta in comune. Feci cercare il diploma nell'Archivio di Pisa, e lo ebbi dalla cortesia del prof. Lupi. Esso trovasi inserito in un altro, che ha la data: _VI idus Augusti 1233_, col quale il re Iacopo d'Aragona conferma ai Pisani i privilegi, che, col precedente diploma, _Berengarius Barchinione gloriosissimus Comes Pisanis fecit_. Questo piú antico diploma è riprodotto nel documento, ed ha la data: _M. C. quarto decimo... septimo idus septembris, indictione sexta_. Sebbene tra le parole _decimo_ e _septimo_ ve ne siano altre non poche, un tal modo di scrivere la data potrebbe aver dato un'altra occasione all'errore di quei cronisti che posero il fatto nel 1117.

Comunque sia però di queste ipotesi molto discutibili, è certo invece che i privilegi sono concessi _populo pisano_, e ne vengono investiti tre dei loro Consoli, che ricevono _vice aliorum Consulum tociusque pisani populi_, e questa concessione fu fatta, _coram marchionibus, comitibus, principibus romanis, lucensibus, florentinis, senensibus, volterranis, pistoriensibus, longobardis, sardis et corsis, aliisque innumerabilibus gentibus, que in predicto exercitu aderant_. Non fu dunque un'alleanza di città, ma fu il popolo pisano, cui si erano uniti molti nobili di altre parti d'Italia. Il cancelliere dei Consoli pisani redasse il diploma, presenti l'arcivescovo di Pisa, _qui Dompni apostolici in predicto exercitu vicem gerebat_, due vice-comiti e nove Consoli: di questi ultimi si dànno anche i nomi. Il diploma non fu mai pubblicato in Italia, e però l'Amari a cui ne mandai copia, e che molto se ne occupava pochi giorni prima di morire, voleva darlo alle stampe, sebbene avesse riscontrato che era stato pubblicato nella Spagna dal Moragues y Bover nelle note alla ediz. della _Historia de Mallorca_ di Don Vincente Mut, stampata in Palma, 1841. Pochi giorni dopo avermi data questa notizia, venutagli di Spagna, il senatore Amari moriva improvvisamente a Firenze (luglio 1889).

[113] Nei _Documenti che illustrano la memoria di una monaca del secolo XIII_ (_Arch. stor. it._ Serie III, vol. 23), che sono dei primissimi del secolo XIII, e contengono deposizioni di testimoni, i quali alludono quasi sempre a fatti del secolo XII, si parla continuamente del monastero di Rosane e di chi _defendit ipsum monasterium a Teutonicis_ (V. pag. 206, 391-2, ed altrove).

[114] Gli _Annales I_ parlano di due incendi (1115 e 1117), che arsero tutta la terra; il Cod. nap. parla solo del secondo. Thomas Tuscus, che scriveva circa il 1279, in Firenze, parla d'ambedue gl'incendi ne' suoi _Gesta Imperatorum et Pontificum_, attribuendo a ciò la distruzione di molte croniche, che supponeva dovessero essere esistite, e che probabilmente non esistettero mai. Il Villani lo seguí in questa ipotesi, non sapendosi neppur egli persuadere, che il Comune non avesse storici piú antichi.

[115] _Petrus f. Mingardole_, il quale, _ad defendendum se de crucifixo_, passò illeso attraverso il fuoco. Alcuni storici, non volendo credere alla esistenza allora dell'eresia in Firenze, hanno disputato sulle parole _de crucifixo_, proponendo che si leggesse invece: _cum crucifixo_, o _de crimine infixo_. Ma il fac-simile del codice, pubblicato dal prof. Paoli, non lascia dubbio.

[116] Infatti Simone della Tosa, posteriore al Villani, che forse copia in questo luogo, parlando del secondo incendio, nel 1117, aggiunge che vi fu allora in Firenze «la resia de' Paterini». Papa Innocenzo III (1198-1216), discorrendo degli eretici scriveva: _impii Manichaei, qui se Catharos vel Patarenos appellant_ (Ep. lib. X, ep. 54, ed. Migne, vol. II, pag. 1147). E negli _Annales Camaldulenses_ (III, App. pag. 396) si trova un giudicato di Sutri, 1141, nel quale si legge: _Igitur universi qui vulgo Paterenses vocantur, eo quia, sub iugo peccati, retinebant omnia que de predicta ecclesia sancte Fortunate accipiebant_. È chiaro dunque che qui si dava nome di Paterini (che pur furono seguaci d'una setta speciale e ben distinta dalle altre) anche a coloro che occupavano i beni della Chiesa, o in qualche modo la combattevano. HARTWIG, II, p. 17 e 21.

[117] Vedi la Cronica, _ad annum_. Come abbiamo già detto, tutto quello che si riferisce a questi tempi, trovasi solo nel codice gaddiano, che fu scoperto pochi anni sono nella Laurenziana. La parte che comincia dal 1181, trovasi anche nell'autografo, da piú tempo conosciuto; ma questo è assai difficile a leggersi, e però anch'esso fu poco studiato.

[118] «Advegna Dio che Ghibellini fussero pubblicati Paterini». Cosí dice il pseudo Brunetto Latini all'anno 1215.

[119] Il Codice degli _Annales I_, dice: _Rempoctus_, non _Remperoctus_, come fu da altri stampato.

[120] FICKER, II, pag. 223-4, par. 310; MURAT., _Antiq_. III, 1125.

[121] MURAT., _Antiq_. I, 315.

[122] Gli _Annales I_ dicono: _deo auctore, Florentini Monte Cascioli igne consumpserunt_. Il codice veramente par che dica: _de auctore_, il che non avrebbe senso. Il Lami propose che si leggesse: _de auctoritate_, che neppure avrebbe senso. L'interpretazione da noi adottata, fu data dal prof. Paoli, e ci pare assai preferibile. I Fiorentini, combattendo contro l'Impero e parteggiando per la Chiesa, si credevano protetti da Dio, di cui dichiaravano nemici i propri avversari, ai quali perciò davano nome di eretici e Paterini.

[123] «Teneanla certi gentiluomini Cattani, stati della città di Fiesole, e dentro vi si riducevano masnadieri e sbanditi e mala gente, che alcuna volta faceano danno alle strade e al contado di Firenze». (IV, 32).