I primi due secoli della storia di Firenze, v. 1

Part 16

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Firenze adesso sembrava non aver piú l'antica fiducia nelle proprie forze, tanto che in mezzo alle gravi complicazioni della politica italiana, anche i Guelfi sentivano il bisogno d'avere un protettore straniero. Era un uso funesto, introdotto la prima volta dai Ghibellini, che, per ossequio all'Impero, avevano chiesto un vicario imperiale in Città, ed ora che il popolo aveva vinto, perché nel regno di Napoli, agli Svevi erano successi gli Angioini, parve quasi inevitabile ricorrere allo stesso pericoloso procedimento. Il Papa, facendola da Imperatore, aveva nominato Carlo d'Angiò, prima Paciaro, poi addirittura vicario imperiale per dieci anni in Toscana. E i Fiorentini, credettero di dovere accettare questo nuovo stato di cose, anzi fare ad esso buon viso, e quindi offrirono addirittura a Carlo la signoria della loro Città per sei anni, che furon poi dieci. Ma sia che a ciò ponessero condizioni le quali al Re angioino piacevano poco, sia che egli volesse farsi pregare, certo è che parve dapprima esitar molto. Poco dopo mandò Filippo di Monforte, il quale con 800 cavalieri entrò in Firenze, il giorno di Pasqua del 1267, anniversario, come fu allora notato, della morte del Buondelmonti. Piú tardi vi mandò qual suo vicario Guido di Monforte;[288] poi venne anch'esso a condurre in persona la guerra contro i Ghibellini in Toscana.

Ed ora, cacciati i Ghibellini, accettata la supremazia di Carlo come inevitabile, era pur necessario dare a Firenze un assetto definitivo, studiandosi, in mezzo a condizioni cosí nuove, cosí difficili, di garantirne la libertà, e si venne a quella che fu la quarta costituzione della Repubblica. Le condizioni della società fiorentina erano assai mutate, e con esse doveva mutare anche il carattere della nuova costituzione. Il partito ghibellino o aristocratico s'era ristretto in un piccolo numero di Grandi, che esercitavano l'arte della guerra e volevano spadroneggiare. Coi nobili che, mutando nome e abbandonando i titoli, s'univano ai popolani, e con coloro che, pei rapidi guadagni della mercatura, entravano in una nuova condizione di viver civile, s'era formata, come abbiam visto, quasi una nuova aristocrazia, un popolo grasso divenuto padrone della Città.[289] E v'era poi anche questo di notabile, che andavano, tanto il popolo grasso, quanto il minuto, perdendo ogni giorno piú l'antica educazione militare, non solamente perché ora nelle guerre prevalevano gli uomini d'arme, e cominciavano a valer poco gli eserciti popolari, ma anche perché il commercio aveva preso tali proporzioni, che non potevano i mercanti, sempre affaccendati a bottega, o in giro pel mondo, passare ogni anno, come pel passato, due o tre mesi al campo. Il commercio era divenuto la principalissima occupazione, quasi la vita stessa del popolo fiorentino, che ora poteva dirsi davvero un popolo di banchieri e di mercanti. Ed a tutto questo s'aggiungeva, che in Firenze v'era adesso un'autorità straniera con soldati stranieri. Carlo d'Angiò direttamente, o per mezzo di suoi vicari, o di persone in altro modo da lui nominate, teneva l'ufficio del Podestà, e spesso sceglieva anche il Capitano. I Fiorentini perciò, sempre accortissimi, ristabilirono i Dodici Anziani, due per Sesto, col nome Dodici Buoni Uomini, coi quali il Podestà doveva consigliarsi. E con essi ancora, invece di 36, un Consiglio di 100 Buoni Uomini di popolo, «senza la diliberazione dei quali nessuna grande cosa, né spesa si poteva fare». Con questo Consiglio, unito al Parlamento, che, di diritto almeno, a Firenze non mancò mai, noi abbiamo la ricostituzione di un governo centrale e popolare, che toglieva importanza al Podestà angioino. Può quasi dirsi un ritorno all'antica costituzione consolare, da cui erano già usciti il Podestà ed il Capitano, che si cercava ora sottomettere ad essa. Ma ciò non era tutto. Furono ripristinati i due Consigli, speciale e generale, del Podestà e del Capitano. Se non che, il Capitano del popolo che, nella costituzione del 1250, teneva il secondo posto, e sotto il dominio ghibellino sembrava quasi scomparso, adesso non solo ricomparisce, ma si cerca dargli prevalenza sul Podestà.

Infatti, quando una legge era stata dai Dodici proposta ai Cento ed approvata, passava ai due Consigli del Capitano, e prima a quello speciale e delle Capitudini, detto anche la Credenza, che rimaneva come in antico, composto di 80 membri. Approvata la legge in questa assemblea, veniva proposta al Consiglio generale, speciale e delle Capitudini, che era di 300. Le tre votazioni si facevano di regola in un giorno solo. Nel successivo la legge veniva portata dinanzi ai due Consigli del Podestà, e prima al Consiglio speciale di 90, poi al Consiglio generale di 300, ai quali spesso si univano quelli dello speciale, ed erano allora 390. Poco sappiamo del modo con cui s'eleggevano questi Consigli, che solevano durar sei mesi. Però, essendo molto numerosi, e trovandosi dall'altro lato assai ristretto il numero dei cittadini, noi riteniamo che tutti gli _abili a sedere_, o sia gli eleggibili, che erano appunto i veri e proprî cittadini, v'entrassero a turno. Ma qui è da notare che non sempre, né tutte le deliberazioni passavano per ognuno di questi varî Consigli. Le leggi e le consuetudini lasciavano non di rado ai magistrati la libertà di consultarne alcuni solamente, come lasciavano loro il diritto di radunar prima un piú ristretto Consiglio di Richiesti, invitandovi solo quegli ufficiali o cittadini, che potevano giovare colla loro esperienza a preparare le deliberazioni. Altre volte s'invitavano nei Consigli anche alcuni estranei. Cosí, per esempio, discutendosi le faccende della guerra, vi si trovano chiamati coloro che avevano l'incarico di provvedervi. Gli Statuti non erano né molto precisi, né molto rigorosi a questo proposito. E pareva che si studiassero singolarmente di frenare la libertà della discussione, forse per impedire che la moltitudine di tanti Consigli mandasse le cose troppo per le lunghe. La proposta d'un provvedimento qualunque, era sempre riservata ai soli magistrati, che la facevano sostenere dal notaio o da altri in loro nome. I Consiglieri, meno i casi di molta gravità, dicevano solo poche parole prima di votare. Il numero degli oppositori era sempre assai piccolo, e ciò anche perché quando una provvisione veniva portata ai Consigli, era stata già prima vagliata molte volte. Piú tardi, lasciando sempre liberissimo il votare contro le proposte dei magistrati, si giunse perfino a proibire il parlare altrimenti che in favore. Laonde con tanti Consigli non si vide nascere in Italia la vera eloquenza politica, della quale infatti la nostra letteratura è assai povera. E qui v'è ancora un'ultima considerazione. Il Consiglio dei 100 era tutto di popolani, e cosí quelli del Capitano; i Consigli del Podestà eran composti invece di popolani e di Grandi. Le Capitudini come abbiam visto, erano sempre presenti nei Consigli del Capitano, ed assai spesso anche in quelli del Podestà. Da tutto ciò risulta chiarissimo che il partito democratico e le Arti maggiori, le quali ne formavano il nucleo principale, avevano grandissima prevalenza.[290] Ed in questo modo re Carlo ottenne la signoria della Città, ma fu vincolato in modo che il potere effettivo rimase nelle mani del popolo, soprattutto del popolo grasso.

Le nuove leggi da noi esaminate, parlano ora assai poco di Guelfi e di Ghibellini, assai piú di Grandi e di Popolani, perché la lotta dei partiti comincia a mettersi ne' suoi veri termini, e si vede chiaro che, in sostanza, trattasi di aristocrazia e democrazia. Ma ciò nondimeno, il partito ghibellino esisteva sempre, anzi era esso veramente il partito aristocratico. Il popolo ne voleva quindi la totale rovina, ed a ciò mirava un'altra parte della nuova costituzione. Si pose mano a fare un elenco di tutti coloro che dal 1260 al 1266 erano stati perseguitati dai Ghibellini, e dei beni loro confiscati. Si trovò che grandissimo era stato il numero dei condannati, e che i danni ascendevano alla somma allora assai ingente di lire 132,160.8.4.[291] Si cercò allora di fare lo stesso contro i Ghibellini, e negli anni 1268 e 69 vi furono tremila circa fra confinati e ribelli, con le rispettive confische, le quali continuarono poi lungamente.[292] Dei beni via via confiscati si cominciò, come dicevasi, a far Monte, cioè a raccoglierli insieme; poi vennero divisi in tre parti, una delle quali doveva andare al Comune; una ai Guelfi, per risarcirli dei danni sofferti; una finalmente alla Parte guelfa, per darle sempre maggior forza, a scapito dei Ghibellini. Coll'andare del tempo però, quasi tutti questi beni si concessero solo alla Parte, e ad amministrarli furono creati sei governatori, tre Grandi e tre popolani, chiamati prima Consoli dei cavalieri, poi Capitani della Parte guelfa, seguendosi in tutto ciò i funesti consigli di papa Clemente IV e di Carlo d'Angiò. E siccome allora ogni magistratura importante soleva essere circondata da due Consigli, cosí anche i Capitani di Parte ebbero un Consiglio segreto o speciale di 14 membri, ed uno generale di 60.[293] Duravano i Capitani due mesi in ufficio, e si radunavano nella chiesa di S. Maria sopra Porta. Piú tardi ebbero un proprio palazzo, e vennero loro concessi altri incarichi, come la cura delle pubbliche fabbriche, la direzione degli ufficiali di torre, e simili. Ma la loro principal cura fu sempre di proteggere la Parte, perseguitare i Ghibellini. E questo ufficio essi adempierono con tanto ardore, e tante furono le persecuzioni, che, coll'andar del tempo, si giunse a tale che chi era padrone dei Capitani di Parte, si poteva dire padrone di Firenze. Esclusione dai pubblici ufficî per mezzo delle ammonizioni, esilî, confische saranno le opere con cui fra qualche tempo li vedremo funestar la Repubblica, e rendersi sempre piú potenti.

Se ora gettiamo finalmente uno sguardo generale alla nuova costituzione, in mezzo alla intricata moltitudine de' suoi Consigli e de' suoi magistrati, essa ci parrà abbandonata al disordine ed all'arbitrio. Ma se guardiamo piú attentamente allo scopo cui essa era destinata, noi la vedremo singolarmente adatta a raggiungerlo. La guerra civile non è finita di certo, deve anzi ancora per lungo tempo continuare; la democrazia s'avanza, per giungere al suo pieno trionfo, e distruggere totalmente l'aristocrazia. Né si contenterà di toglierle il dominio della Repubblica, ma vorrà toglierle l'esistenza stessa, il che non potrà fare senza versar molto sangue, senza molte rivoluzioni. Nel nuovo ordinamento politico, il potere centrale, mutabile ben presto ogni due mesi, è sempre debolissimo di fronte alla grande importanza, alla durata ed alla forza che hanno assunta il Podestà ed il Capitano. Messi alla testa del Comune e del Popolo, circondati ognuno da due Consigli, essi restan sempre come capi di due repubbliche armate e nemiche. Ma in quella del Popolo, che finora era stata la piú debole, niuno dei nobili può entrare; in quella del Comune, invece, il popolo ha preso accanto ai nobili un posto assai importante, e nelle sue mani è perciò legalmente venuta la decisione principale di tutti gli affari, non ostante la supremazia che di fatto Carlo d'Angiò esercitava nei piú gravi momenti. Che odî nasceranno da un tale stato di cose è facile immaginarselo. Se poi osserviamo che, in siffatta repubblica, quasi preordinata alla guerra civile, v'era una magistratura importante, quale i Capitani di Parte, che sembrava creata solo a tener viva la discordia, come una macchina di guerra, che agitava continuamente queste forze incomposte, senza dar mai posa, come uno strumento di sanguinosi disordini e di distruzione, allora noi possiamo prevedere dove ci condurrà il seguito della narrazione. Dobbiamo aspettarci continue lotte, un mutare irrequieto di magistrati e di leggi, il non veder mai giungere a mezzo novembre quello che si fila d'ottobre. Ma tutto era anche singolarmente preordinato al fine costante cui la Repubblica, fin dalla sua prima origine, mirava.

IX

Noi siamo però ancora assai lontani dall'aver dato un concetto adeguato e chiaro della Costituzione e della società fiorentina, nella seconda metà del secolo XIII. Ancora non abbiamo parlato abbastanza della parte piú importante delle nuove riforme, l'ordinamento cioè delle Arti. Le proposte che a tal fine i Trentasei, radunati nella Corte di Calimala, avevano fatte sin dal principio, quelle contro cui i Grandi piú s'eran sollevati, furono subito accettate dal popolo, e divennero d'ora in poi la base principale degli Statuti fiorentini. Le associazioni d'arti e mestieri erano antichissime in tutta Italia, ed a Firenze avevano ben presto fatto maggiore progresso che negli altri Comuni. In esse s'era, come vedemmo, concentrata tutta la vita del popolo, quando la tirannia dei Ghibellini, protetti da Manfredi, lo aveva escluso da ogni partecipazione al governo. Ed ora non si fece altro, che dar forma piú ordinata e legale a ciò che naturalmente era sorto e progredito. Le Arti maggiori, le sole che furono nel '60 sollevate a vera e grande importanza politica, eran sette; le altre solamente piú tardi poterono, al pari delle prime, ricostituirsi. Che cosa dunque divennero adesso le sette Arti maggiori? Pigliamone ad esaminare minutamente una sola, quella che prima e piú di tutte divenne importante; essa ci servirà di guida e modello a comprendere le altre.

Nel tempo di cui noi ragioniamo, insieme con le industrie, fiorivano in Italia le arti belle, e questo non solo giovava alla cultura nazionale, ma cominciava già a portare alle nostre manifatture il vantaggio di dar la legge del gusto in Europa. La moda partiva allora da Firenze, da Milano[294] e Venezia, come oggi viene da Parigi. Ed al buon gusto italiano l'arte di _Calimala_[295] dovette in parte la sua origine ed il suo rapido incremento. Essa consisteva nel raffinare e tingere, con colori di cui i Fiorentini soli possedevano il segreto, panni forestieri, che venivano di Fiandra, di Francia o d'Inghilterra, per poi, cosí perfezionati, tornare in tutti i mercati d'Europa, col bollo dell'Arte. E questo bollo aveva una riputazione grandissima, giacché assicurava della buona qualità, e che nessuna contraffazione vi era, che la misura delle pezze era scrupolosamente esatta e verificata in Firenze. Egli è facile comprendere come i mercanti di Calimala si trovassero in molteplici relazioni con tutta l'Europa, e come i loro interessi s'estendessero ovunque era qualche progresso di civiltà e di agiato vivere. Nacque quindi, sin da antico, il bisogno di scegliere capi dell'Arte, fare Statuti, avere Consoli non solo in Città, ma anche fuori, per tutelare questi interessi. Ma ora, per le nuove riforme, essa, al pari d'ogni altra delle Arti maggiori, fu costituita addirittura come una piccola repubblica.[296]

Ogni sei mesi, adunque, in giugno cioè e dicembre, si radunavano i capi di fondachi o botteghe, e questa Unione dell'Arte, che, in qualche modo, potrebbe paragonarsi a ciò che nella Repubblica era il Parlamento, sceglieva gli elettori, cui era commesso di nominare i magistrati. Primi erano i 4 Consoli, che rendevano giustizia secondo gli Statuti; rappresentavano l'Arte, e la governavano con l'aiuto di due Consigli, uno speciale, non minore di 12 membri, e l'altro generale, che andò spesso variando di numero, e si restrinse anche fino a 18. Con l'approvazione di questi Consigli, potevano i Consoli anche riformare gli Statuti. Essi portavano la bandiera dell'Arte, e sotto i loro ordini si radunavano, all'occorrenza, gli artigiani armati. V'era poi il Camarlingo che durava in officio un anno, ed amministrava le uscite e le entrate dell'associazione. E come la Repubblica aveva un magistrato forestiero nel Podestà, cosí l'ebbe anche l'Arte nel suo Notaio, il quale durava anch'esso in ufficio un anno; era eletto dal Consiglio generale, e doveva arringare nei Consigli, a nome dei Consoli; spesso andava nelle ambascerie per l'Arte, e soprattutto vegliava continuamente alla scrupolosa osservanza degli Statuti, con la facoltà di punir severamente chiunque li violasse, non esclusi i Consoli stessi. Tutti questi magistrati dovevano essere fedeli a Parte guelfa. Il salario del Notaio era fissato d'anno in anno. I Consoli, che non potevano ricusare l'ufficio, ed avevano poi per un anno divieto d'essere rieletti, ricevevano un salario che fu prima di 10 lire, e qualche multa a loro favore riscossa; ma si ridusse piú tardi ad alcune libbre di pepe e zafferano, ad alcune paniere e scodelle di legno. Non molto diversamente, ed anche meno, era pagato il Camarlingo o Camerario. Ogni anno venivano eletti tre ragionieri, per sindacare l'operato dei Consoli, del Camerario e degli altri magistrati usciti d'ufficio. E cosí pure s'eleggevano dodici mercanti statutarî, con arbitrio di correggere e migliorar lo Statuto; ma le loro riforme dovevano essere approvate prima dai due Consigli, poi dal Capitano del Popolo. I Consoli che, col nome di Capitudini, pigliavan parte ai Consigli del Capitano e del Podestà, dovevano in essi curare gl'interessi dell'Arte, e promuovere leggi in suo favore.

Ma che cosa volevano, nell'interesse proprio dell'Arte, questi Statuti alla cui osservanza tanti magistrati vegliavano? Essi stabilivano tutte le regole e i modi con cui l'Arte doveva essere esercitata. Le contraffazioni o la cattiva qualità della mercanzia erano severissimamente punite. Una macchia, uno strappo non rivelato sulla scritta che ogni pezza doveva portare, venivano del pari puniti. Piú di tutto poi si era severissimi sulla esattezza della misura. Gli ufficiali dell'Arte spesso andavano ad esaminare le pezze, ed ogni due mesi riscontravano, in ogni bottega, le canne e passetti con cui si misurava, e ne dovevano tener modelli esposti al pubblico, in alcuni punti della Città. Né ciò era tutto. I Consoli mandavano in ogni fondaco a visitare se i libri e le scritture dei mercanti erano in regola, e punivano coloro che deviavano dalle norme stabilite. Componevano fra i mercanti dell'Arte loro, o fra di essi e quelli di un'altra, tutte le liti che nascevano per ragione dell'Arte stessa, ed era severamente punito chi, in queste liti commerciali, avesse voluto ricorrere ai tribunali ordinarî. Ma in qual modo si rendevano efficaci le condanne dei Consoli? Quasi tutte le pene erano in danaro, e chi non le pagava, dopo essere stato piú volte ammonito e piú gravemente tassato, era, se non si sottoponeva alla condanna, escluso dall'Arte, il che voleva dir la rovina totale del suo commercio. Non solamente la sua mercanzia non aveva piú il bollo, e quindi perdeva la guarentigia dell'Arte; ma egli perdeva ancora molti altri grandissimi vantaggi, e finiva col non potere piú esercitar la sua industria in Firenze, spesso anche neppure fuori. Infatti, i Consoli eletti in Firenze vegliavano, come vedemmo, sull'interesse dell'Arte anche fuori della Repubblica, eleggendo a ciò Consoli in diverse parti d'Italia e d'Europa, i quali crebbero di numero a misura che il commercio si estese. Due specialmente di maggiore importanza, ne eleggevano in Francia. E tutti questi s'occupavano perfino degli alberghi destinati ad accogliere i mercatanti dell'Arte. Quando poi, secondo l'uso di quei tempi, uno Stato concedeva rappresaglie su i beni di essi, dovevano i Consoli aiutarli e difenderli. Cosí, in qualunque modo e dovunque un mercante veniva ingiuriato o danneggiato, trovava subito valida protezione. L'Arte era gelosa custode di tutti gl'interessi de' suoi membri, ed a difenderli in paese straniero, e far rendere giustizia contro le ingiurie o i danni ricevuti, mandava spesso suoi ambasciatori ai rispettivi governi.[297] Questo era un aiuto incalcolabile, quando gli stranieri non avevano alcuna efficace protezione per diritto internazionale, e continue erano le rappresaglie. Ad un mercante conveniva perciò sottomettersi a qualunque pena, piuttosto che essere cancellato dall'Arte; né vi era bisogno d'altra minaccia per costringerlo a rispettare gli Statuti. E come veniva governata l'arte di Calimala, cosí erano anche le altre sei. I loro Consoli riuniti formavano le Capitudini, le quali ebbero piú tardi alla loro testa un Proconsolo, che fu un magistrato tenuto in grandissimo onore.

Se ora mettiamo da un lato gl'immensi vantaggi industriali e commerciali, che nel secolo XIII doveva portare alla Repubblica un tale ordinamento delle Arti, e le esaminiamo solo dal lato politico, vedremo vantaggi non punto minori. Tutti questi mercanti, che costituivano la grandissima maggioranza dei cittadini fiorentini, si trovavano continuamente ad amministrare grandi interessi, a giudicar liti commerciali, a discutere leggi e Statuti; avevano relazioni in tutte le parti del mondo conosciuto, e vi andavano in ambascerie, per difendere i comuni interessi. Si vede una continua, febbrile partecipazione di tutti alla vita politica, giacché ognuna di queste Arti era una istituzione autonoma, che si reggeva da sé, con magistrati, leggi, Statuti e Consigli suoi proprî, ed ognuna di esse diveniva un centro di vita intellettuale, politica, industriale. Cosí le forze del popolo fiorentino, liberamente circolando, si moltiplicavano con raddoppiato vigore, e tutte le facoltà dello spirito umano, tutta l'energia morale e politica di cui l'uomo è capace, sorsero d'un tratto in Firenze, ad una prodigiosa altezza. Bastava quasi mettere alla ventura la mano fra quei mercanti, e il primo che si toccava, riusciva capace di governare la Repubblica; gli si poteva affidare la piú gelosa missione diplomatica, ché egli avrebbe saputo cavarsene con onore, farsi ricevere con decoro da papi, re o imperatori, senza lasciarsi aggirare, senza mancare neppure alle forme convenzionali delle Corti. La sottigliezza dell'ingegno dei Fiorentini poté cosí acquistare quella grande reputazione, che li rese celebri in tutta Europa, ed in mezzo a quella straordinaria attività industriale e politica si andarono formando anche l'arte, la letteratura italiana, e la piccola repubblica di mercanti divenne ben presto come un punto di luce che illuminava il mondo.