I primi due secoli della storia di Firenze, v. 1
Part 14
Questo Primo Popolo o Popolo Vecchio, come lo chiamarono, perché era infatti il popolo la prima volta politicamente e militarmente costituito, fece subito sentir la propria forza. Per dare alle crescenti mercatanzie fiorentine libero accesso al mare, senza ancora combattere Pisa, concluse il 30 d'aprile 1251 un trattato coi conti Aldobrandeschi, possenti signori della Maremma, mediante il quale la Repubblica ebbe facoltà di passare liberamente per le loro terre, e cosí arrivare a Porto Talamone ed a Port'Ercole, facendone libero uso pel suo commercio.[252] Tutto ciò non poteva certo piacere ai Pisani, che subito strinsero alleanza con Siena, cui aderí anche Pistoia. Cosí le tre città ghibelline si unirono a danno della guelfa Firenze. Ma non bastava. Il 24 luglio 1251 i Ghibellini della Città, mediante un segreto accordo con Siena, aderirono alla lega, con promessa vicendevole d'aiutarsi al conseguimento del fine comune, al trionfo cioè della parte in tutta Toscana. A questo accordo, come era naturale, parteciparono poi i Ghibellini delle vicine terre, che si trovarono cosí tutti collegati a danno di Firenze.
I Fiorentini allora, trovandosi circondati da tanti nemici, cominciarono a difendersi coll'assalir subito Pistoia; ma i Ghibellini della Città ricusarono di pigliar parte ad una guerra, manifestamente diretta a loro danno. E però, quando l'esercito tornò vittorioso dalla scorreria fatta, molti dei piú autorevoli di essi, fra cui gli Uberti ed i Lamberti, furono cacciati in esilio. La cosa dovette avere un'importanza maggiore assai che non pare, perché gli esuli innalzarono la bandiera della Repubblica, la quale s'indusse a mutare la propria, ed invece del giglio bianco in campo rosso, ebbe d'allora in poi il giglio rosso in campo bianco. La bandiera del popolo rimase sempre la stessa, cioè, dimezzata, bianca e rossa. Nella state di quel medesimo anno si sollevarono in Mugello gli Ubaldini, rinforzati dagli esuli, ma furono sconfitti. I Fiorentini s'avvidero adesso che dovevano seriamente pensare ai proprî casi. E però, mediante i Lucchesi già loro amici, strinsero alleanza (agosto 1251) con S. Miniato al Tedesco, dove non era in quel momento vicario imperiale; rinnovarono (settembre) quella che già avevano con Orvieto, e un'altra ne strinsero con Genova (novembre), sempre nemica di Pisa.
Cosí tutta Toscana si trovò divisa in guelfa e ghibellina. Gli esuli, insieme con alcuni soldati tedeschi delle bande di Federico II, si chiusero nel castello di Montaia, nel Val d'Arno di sopra, che era del conte Guido Novello. I Fiorentini corsero ad assalirlo verso la fine dell'anno, ma ne furono con vergogna respinti. Tornati a casa, sonarono la campana, raccolsero un grosso esercito, ed uscirono di nuovo, armati a Popolo ed a Comune, proseguendo nel gennaio con ardore la guerra, non ostante il freddo e la neve. Le condizioni generali delle cose in Toscana allargarono le proporzioni di questa guerra, da un lato essendosi all'esercito fiorentino uniti i soldati lucchesi, e dall'altro movendosi i Pisani ed i Senesi in aiuto degli esuli. Il Primo Popolo si mostrò ora degno di se stesso. I nemici furono respinti, il Castello di Montaia fu preso e demolito, i difensori vennero menati prigionieri a Firenze (gennaio 1252).[253]
Andarono poi i Fiorentini a dare il guasto nel Pistoiese, e si fermarono nel ritorno ad assediare il Castello di Tizzano. Ma saputo colà, che i Pisani, dopo aver disfatto i Lucchesi, se ne tornavano a casa con i prigionieri e la preda, lasciarono l'assedio, per correre loro incontro. Li raggiunsero, infatti, e dettero loro una totale sconfitta a Pontedera, il dí 1 luglio 1852. Fu preso prigioniero lo stesso podestà di Pisa, e si vide anche un altro fatto assai singolare. I prigionieri lucchesi, che erano stati legati e venivano trascinati a Pisa, non solo furono liberati, ma poterono, coll'aiuto dei Fiorentini, menare a Lucca que' medesimi Pisani, dai quali erano stati presi e legati.
Gli esuli intanto, profittando della lontananza dell'esercito fiorentino, s'erano col conte Guido Novello chiusi in Figline, di dove facevano scorrerie continue. E quindi fu necessario affrettarsi ad assalirli. La terra s'arrese, a condizione però che i forestieri, i quali l'avevano difesa, venissero lasciati liberi, e gli esuli riammessi, il che fu fatto; ma essa fu poi, contro i patti, corsa ed arsa (agosto 1252).[254] Ed intanto i Senesi, profittando della occasione, avevano assediato Montalcino, forte castello ai confini dei Fiorentini, i quali perciò corsero subito a liberarlo. Respinti i Senesi, fornito il castello d'ogni cosa necessaria alla difesa, se ne tornarono a casa.
Questi fortunati eventi non furono senza le loro conseguenze. Infatti, essendo nel 1253 i Fiorentini andati di nuovo contro Pistoia, questa, senza molta resistenza, s'arrese, obbligandosi (1 febbraio 1254) ad uscire dalla Lega ghibellina, a rimettere nella città i Guelfi, ad essere in tutto a disposizione di Firenze.[255] La quale andò subito a difendere Montalcino, di nuovo assalito dai Senesi, e cosí la guerra contro di essi, cominciata alla fine del 1253, fu ripresa vigorosamente nel 1254, e finita con la sottomissione di Siena, che perdette un gran numero di castelli (giugno 1254), venuti in mano dei Fiorentini, che altri ancora ne presero colla forza o ne ebbero per danaro dai conti Guidi. Tornando poi a casa, sottomisero la grossa terra di Poggibonsi, assai importante, che aderiva ai Ghibellini ed a Siena. Portarono il guasto a Volterra, la quale per la fortezza del luogo pareva addirittura inespugnabile; ma i Volterrani, preso animo, uscirono arditamente a battaglia, e furono vinti ed inseguiti con tanto impeto, che i Fiorentini si trovarono dentro la città prima ancora che avessero pensato di poterla conquistare. Lo spavento fu cosí generale, che vecchi, donne, bimbi, una moltitudine grandissima, con alla testa il vescovo, si presentarono supplichevoli, per arrendersi ai Fiorentini, i quali si dimostrarono assai generosi, proibendo il saccheggio, contentandosi di riformare il governo della città, che ridussero a parte guelfa. E Pisa, trovandosi isolata, fini coll'arrendersi anch'essa a patti, che vennero sottoscritti il 4 di agosto 1254. In conseguenza di essi i Fiorentini poterono entrare ed uscire di Pisa, insieme con le loro mercatanzie, liberi per terra e per mare, da ogni tassa, dazio o gabella. Dovettero inoltre i Pisani, nel contrattar con loro, adoperare il peso, la misura, ed in parte anche la moneta fiorentina. Cedettero varie terre e castella, fra cui Ripafratta. Per sicurtà di questi patti e dell'amicizia che avevano giurata, furono costretti a dare 150 ostaggi. E dopo di ciò si sottomise (25 agosto) anche Arezzo, che accettò un podestà dai Fiorentini.[256]
Questi furono chiamati gli anni delle vittorie del Primo Popolo, di cui i cronisti tanto esaltano il valore e la bontà. Il Villani, copiato al solito dal Malespini, ci dice che esso fu «molto superbo d'alte e grandi imprese», e i suoi rettori «furono molto leali e diritti a Comune».[257] E poco dopo aggiunge: «I cittadini di Firenze viveano sobrî e di grosse vivande, e con piccole spese, e di molti (buoni?) costumi e leggiadrie, grossi e ruddi, e di grossi drappi vestiano loro e le loro donne. E molti portavano le pelli scoperte senza panno, e colle berrette in capo, tutti con gli usatti in piede, e le donne fiorentine co' calzari senza ornamenti, e passavansi le maggiori d'una gonnella assai stretta di grosso scarlatto d'Ipro o di Camo, cinta ivi su d'uno scaggiale[258] all'antica, e uno mantello foderato di vaio, col tassello[259] di sopra, e portavanlo in capo; e le comuni donne vestite d'uno grosso verde di Cambragio per lo simile modo. E lire cento era comune dota di moglie, e lire dugento o trecento era a quegli tempi tenuta isfolgorata; e le piú belle pulcelle avevano venti o piú anni, anzi ch'andassono a marito».[260] Anche la _Divina Commedia_, come è noto, dà ampia conferma a questi giudizi sul buono e leale popolo vecchio di Firenze, giudizio di cui i fatti rendono testimonianza continua.
E la prosperità cittadina cresceva non solo nella guerra, ma anche nella pace, fuori e dentro le mura. Alle molte opere di pubblico interesse già piú sopra accennate, e che furono ora compiute, altre non poche se ne aggiunsero, avendo gli Anziani a questo fine comperato terreni in piú parti della Città. Ed essi, insieme col Capitano del Popolo, Lambertino di Guido Lambertini, ordinarono (1252-3) che si ricopiasse e continuasse regolarmente il registro di tutti gl'instrumenti del Comune, acciò, dicevano, _iura et rationes Communis_ non restino ignoti né deperiscano, ma si possano in piú luoghi vedere. Questi sono i _Capitoli_ cosí bene conservati fino ad oggi, e tanto utili alla storia di Firenze.[261]
Ma ora lo stato delle cose doveva nuovamente mutare. Per la morte di Corrado, a Federico II succedeva nel Reame l'altro figlio, Manfredi, ardito, ambizioso, di molto ingegno, che s'adoperava a tutt'uomo, per sollevare la fortuna del partito ghibellino in Italia, ed i Fiorentini, sempre accortissimi, cominciarono subito a procedere piú cauti. Nel 1255 fecero alleanza coi Senesi, nell'anno seguente fecero lo stesso con Arezzo, disapprovando severamente il conte Guido Guerra, loro capitano, che aveva di là cacciati i Ghibellini, ed obbligandolo a rimetterli. Anche coi propri esuli si dimostrarono piú benigni assai e piú larghi, facendone via via rientrare alcuni. Ma erano, cosí da una parte, come dall'altra, lustre che non menavano a nulla. Ognuno temporeggiava, per vedere che piega pigliavano gli affari generali d'Italia.
Se la fortuna di Manfredi fosse risorta davvero, i Fiorentini dovevano aspettarsene gravi danni, e lo sapevan bene. Un primo segno, se ne vide infatti nel 1256, quando i Pisani, dimenticati tutti i patti e le promesse giurate, assalirono Ponte a Serchio, castello dei Lucchesi, amici de' Fiorentini, che perciò corsero subito a difenderli, e sconfissero i nemici, molti dei quali, fuggendo, affogarono in quel fiume. Dopo questa vittoria, i Fiorentini andarono sotto le mura di Pisa, a battere moneta, segno allora di grande umiliazione al nemico. I Pisani, inoltre, furono costretti (23 Settembre 1256) non solo a rinnovare la pace umiliante del 1254, ma a cedere molti castelli ai Fiorentini, qualcuno anche ai Lucchesi.[262] E fra i patti della pace v'era adesso aggiunto ancora, che il castello del Mutrone, importantissimo per la sua posizione cosí ai Lucchesi, come ai Fiorentini, fosse reso a questi con la facoltà di distruggerlo o conservarlo, secondo che i loro magistrati avessero deliberato. Fu quindi tenuto a Firenze un Consiglio d'Anziani, fra i quali Aldobrandino Ottobuoni, popolano e povero, ma pel suo amor patrio assai autorevole, sostenne che il castello dovesse distruggersi. E la sua proposta fu vinta, con la condizione però che dovesse essere sottomessa a giudizio del Parlamento. Ma in questo mezzo, i Pisani, ignari della presa deliberazione, e della opinione sostenuta dall'Ottobuoni, sapendo però quanto pericoloso quel castello poteva ad essi riuscire, una volta venuto in mano de' Lucchesi, mandarono ad offerirgli la somma, a que' tempi assai ingente, di 4,000 fiorini, perché sostenesse, fra gli Anziani, quella opinione appunto, che egli aveva già difesa e vinta. Ma questo giovò, invece, a fargli aprire gli occhi, e conoscere il suo errore. Tornato quindi fra gli Anziani, fece in contrario senso mutare la presa deliberazione. La buona fama delle virtú d'Aldobrandino ne crebbe perciò tanto che, dopo la sua morte, gli fu, a pubbliche spese, decretato un monumento in Duomo, che stesse in luogo piú alto di tutti gli altri.[263] Molti furono gli uomini celebrati per le loro virtú, al tempo del Primo Popolo; ma questo governo durò solo dieci anni, e noi siamo già vicini a nuove riforme, a nuove rivoluzioni, che ricominciano ben presto a travagliar la Repubblica.
VI
I semi di questi rivolgimenti erano nella costituzione stessa, come abbiamo già accennato, ed aspettavano solo un'occasione propizia a germogliare, la quale non tardò molto a venire di fuori. Il partito ghibellino, decaduto dopo la morte di Federico, risorgeva ora in Italia, per opera di Manfredi, che a tutt'uomo s'adoperava a ciò. I suoi messi arrivarono finalmente anche a Firenze nel 1258, e, come era naturale, si diressero a casa gli Uberti, che trovaron prontissimi a tentare la fortuna delle armi. Questi chiamarono subito i loro amici, e congiurarono di levare il governo di mano al popolo. Ma era ancora troppo presto, perché, come giustamente osservava il Machiavelli, allora «i Guelfi molto piú che i Ghibellini potevano, sí per esser questi odiati dal popolo pei loro superbi portamenti, quando al tempo di Federigo governarono; sí per esser la parte della Chiesa piú che quella dell'Imperatore amata, perché con l'aiuto della Chiesa speravano preservare la loro libertà, e sotto l'Imperatore temevano perderla».[264] La congiura infatti fu subito scoperta, e gli Anziani citarono gli Uberti, i quali, per consiglio di Farinata loro capo, invece di presentarsi, s'afforzarono nelle proprie case. Il popolo allora, assai sdegnato, si levò a tumulto, e le case degli Uberti vennero saccheggiate; alcuni dei loro amici furon presi, altri uccisi, e neppure a quelli che erano semplicemente sospetti si volle usare pietà. L'abate di Vallombrosa, dei Beccaria di Pavia, ebbe tagliato il capo, sebbene fosse, come fu poi da molti riconosciuto, innocente.[265] Tutta la famiglia Uberti e i principali seguaci dovettero, per questi fatti, salvarsi coll'esilio, andandosene a Siena, fautrice dichiarata di Manfredi, e quartier generale dei Ghibellini di Toscana. Gli esuli ivi radunati, si posero sotto il comando di Farinata, il piú ardito e autorevole fra di essi. I Fiorentini giustamente si lamentarono dei Senesi, che, accogliendo i profughi, violavano la pace del 1255; ma i Senesi, che da gran tempo erano in segreto accordo coi Ghibellini, non dierono retta.
Il conflitto era perciò inevitabile, ed i primi segni se ne videro subito nell'assalto dato da Firenze a parecchi castelli e terre nella Maremma senese.[266] Poi la Martinella fu attaccata all'arco di Mercato Nuovo, e sonò a distesa, per annunziare una guerra assai piú grossa. Da una parte e dall'altra cominciarono ad armarsi, chiamando a raccolta anche gli amici. I Fiorentini avevano inviato Brunetto Latini ambasciatore ad Alfonso di Castiglia, che aspirava alla corona imperiale, perché venisse in Italia contro di Manfredi. Ma già i Senesi, con assai maggiore speranza di buon successo, avevano, per mezzo degli esuli fiorentini, chiesto aiuto direttamente a Manfredi. Questi, trovandosi allora assai occupato nel Reame, mandò Giordano d'Anglona, conte di S. Severino, con circa cento cavalieri tedeschi, che arrivarono a Siena nel dicembre 1259, portando la bandiera del Re. I Fiorentini uscirono finalmente, nell'aprile del 1260, col carroccio, armati a Popolo ed a Comune, con alla testa il podestà Iacopino Rangoni, gli Anziani, i capi delle Compagnie, e vennero addirittura sotto le mura di Siena, presso la Porta Camollia. Il 17 maggio, nel luogo dove è il monastero di Santa Petronilla, vi fu battaglia. Si narra che Farinata degli Uberti, il quale, come capo degli esuli s'era molto adoperato a promuovere la guerra, vedendo il piccolo aiuto mandato da Manfredi con la propria insegna, dicesse: «Noi la conduceremo in luogo che ne sarà fatto tale strazio, che gli verrà voglia d'essere nemico de' Fiorentini, e (de' cavalieri) daranene piú che non vorremo noi».[267] E si aggiunge ancora, che ubriacarono i soldati tedeschi, perché combattessero con cieco furore.[268] Certo è che da Siena uscirono i cittadini armati sotto il comando del loro Podestà, e i Tedeschi con gli esuli, fra i quali primeggiava sempre Farinata, sotto il comando del conte Guido Novello. L'impeto del primo assalto fu da parte de' Tedeschi tale, che i Fiorentini, credendo d'avere addosso un formidabile esercito, si misero in rotta; ma avvistisi poi che il nemico era assai inferiore di forze, resistettero con valore, e dopo una mischia sanguinosa, lo respinsero e presero la bandiera di Manfredi, che trascinarono nel fango. La gioia in Firenze fu grandissima, sebbene la vittoria fosse costata cara, e si fosse anche visto che pochi cavalieri tedeschi, assai bene addestrati, avevano, per un momento almeno, potuto mettere in rotta un esercito numeroso d'artigiani e di contadini. Ciò dava invece animo ai Senesi, massimamente ora che il loro principale cittadino Provenzano Salvani, con altri ambasciatori, tornava da Manfredi, menando un grosso sussidio di 800 Tedeschi,[269] posti anch'essi sotto il comando del conte Giordano, il quale aveva ora anche l'ufficio di vicario di Manfredi in Toscana.
Era perciò inevitabile che la guerra continuasse, ed i Senesi già erano in campo per sottomettere Staggia e Poggibonsi, dare il guasto a Colle, Montalcino e Montepulciano, il che rendeva inevitabile che i Fiorentini pigliassero di nuovo le armi. Farinata degli Uberti e gli altri esuli gettavano di continuo olio sul fuoco, adoperando ogni sottile astuzia per provocarli, e per ordir tradimenti nella loro stessa Città. Furono infatti mandati due frati minori a dire, sotto apparenza di gran segreto, agli Anziani, che Siena era stanca dei Ghibellini e del predominio che in essa aveva Provenzano Salvani; sarebbe perciò stato facile fare aprire le porte all'esercito fiorentino, mediante 10,000 fiorini. Fu agevole ai frati, ingannati, come pare, essi stessi, ingannare gli altri. Venuti nella Città, cosí almeno narra il Villani, chiesero di trattare con due soli degli Anziani, sotto giuramento di strettissimo segreto. E furono a ciò deputati due, i quali, udite le proposte, e pensando che venivano dagli esuli, figli anch'essi della stessa Repubblica, non rammentando quanto potenti erano stati sempre fra loro gli odî di parte, prestarono fede ai fallaci messaggi. Sebbene tutto fosse proceduto con gran mistero, pure a decidere la guerra, era sempre necessario consultare i cittadini. Si tenne perciò un Consiglio numeroso di nobili e di popolo, nel quale gli Anziani, sotto varî pretesti, piú o meno plausibili, sostennero l'utilità e la necessità di ricominciare subito la guerra contro i Senesi. Vi fu nondimeno grandissimo dissenso. E quantunque le leggi fiorentine mettessero mille freni alla discussione, massime quando si trattava di combattere una proposta dei magistrati,[270] pure la deliberazione era di tanta gravità, che piú d'uno si provò a combatterla, sostenendo che il far la guerra adesso, quando si sapeva che Siena non aveva mezzo di mantenere a lungo i Tedeschi, era impresa stoltissima. I nobili specialmente si dimostravano contrarî, perché essi avevano riconosciuto la superiorità della cavalleria tedesca, e non credevano possibile adesso, che ne era venuto un assai maggior numero, tenerle fronte con un esercito d'artigiani e di mercanti poco pratici nell'arte della guerra, la quale aveva già cominciato a far tali progressi, che le battaglie non si vincevano piú col solo valor personale. Ma l'opposizione dei nobili rendeva invece piú caldi i popolani, i quali gridarono che bisognava armarsi e partire senza indugio. Tegghiaio Aldobrandi degli Adimari era stato dei primi a dichiararsi contrario, proponendo che s'aspettasse. Ma a lui lo Spedito, che era, secondo il Villani, uno dei due Anziani a parte del segreto, rispose con ingiuriose parole, concludendo, che se aveva paura, si cercasse le brache. Al che messer Tegghiaio di rimando esclamò, che allo Spedito non sarebbe bastato l'animo di seguirlo a gran distanza nella guerra. E dopo queste irate parole, sorse Cece Gherardini, il quale, senza alcuna reticenza, cominciò anch'esso a parlar forte contro la guerra proposta dagli Anziani. Questi allora, in nome della legge, gl'imposero silenzio, minacciando la pena di 100 lire, voluta dagli Statuti contro chi parlasse senza permesso dei magistrati; ma egli rispose, che voleva pagare e parlare. Portarono allora la pena a 200, poi a 300 lire, e finalmente dovettero, per farlo tacere, imporgli silenzio sotto minaccia del capo.[271] Cosí fu infine deliberata la guerra, la quale, del resto, anche senza questi segreti maneggi, narrati ed esagerati dai cronisti, sarebbe stata inevitabile, tanto s'erano omai accesi gli animi.
L'esercito dei Fiorentini si trovava (1260) sotto gli ordini del medesimo Podestà, che lo aveva comandato nel passato maggio. Ma ora essi avevano aiuti dai Guelfi di tutta Toscana, di Perugia, Orvieto, Bologna ed altre molte città, in modo che si dice ponessero insieme 30,000 fanti e 3,000 cavalli. Messo in moto, nel mese d'agosto, un cosí gran numero di gente, col carroccio, con tutti i capi, con le molte salmerie, entrarono nel territorio senese, e fecero sosta il 2 settembre, alla Pieve Asciata. Le pratiche fatte dagli esuli avevano avuto un doppio resultato. Da un lato cioè avevano nei Fiorentini infuso la vana speranza, che Siena potesse aversi senza sangue, solo con danaro e con la mostra di grandi forze. Da un altro s'erano nell'esercito stesso stretti veramente segreti accordi di tradimento coi nemici. Si cominciò quindi col mandare baldanzosamente ad intimare la resa. Ma gli ambasciatori, entrati in Siena, trovarono tutto il popolo animato dal furore della guerra e della vendetta. Accolti solennemente dai Ventiquattro, che erano alla testa del governo, questi, udite le domande, dissero: _Che sarebbe loro risposto in campo, a viva voce_. Non restava quindi che apparecchiarsi senz'altro alla decisiva giornata.