I pescatori di trepang

Part 4

Chapter 43,640 wordsPublic domain

— O che si siano accorti che gl’inseguiamo?

— Preferirei che ci lasciassero ritornare alla spiaggia, ora che possediamo questa caldaia. Dell’altra possiamo far senza.

— Oh!... Oh!... esclamò Wan-Horn. A terra!

In aria si udiva uno strano ronzìo che s’avvicinava rapidamente. I quattro olandesi si lasciarono cadere a terra, quantunque Cornelio e Hans ignorassero il pericolo che li minacciava.

Poco dopo, a pochi passi da loro, udirono un leggiero colpo, come se un corpo duro avesse urtato contro il suolo, indi un nuovo ronzìo, ma che s’allontanava verso il punto dond’era partito.

— Era un _boomerang_, disse Wan-Stael. Quei bricconi si sono accorti che noi davamo a loro la caccia.

— È uno di quei bastoni leggermente ricurvi dei quali mi hai parlato? chiese Cornelio.

— Sì, e poteva rompere il capo a qualcuno di noi.

— Ma mi pare che fosse ritornato indietro dopo d’aver toccato il suolo.

— È ritornato nelle mani dell’uomo che lo ha lanciato.

— Quel bastone?

— Sì, Cornelio; i _boomerangs_, che sono semplici pezzi di legno lunghi dai sessanta ad ottanta centimetri, un po’ arrotondati ad una delle estremità, sono armi sorprendenti, ma che solamente gli australiani possono adoperare. Lanciati innanzi, sia contro un capo di selvaggina, od un uomo, od un uccello, invece di perdere la forza come avverrebbe per qualunque altro pezzo di legno, la riacquistano e ritornano nelle mani del cacciatore dopo d’aver descritto una parabola molto accentuata. Dipende ciò dal colpo che imprime l’australiano o dalla loro forma speciale? Ancora lo si ignora; guardati però da quegli strani proiettili, perchè possono fracassarti un braccio o romperti il capo.

— Che sia lontano il selvaggio che lo ha lanciato?

— Forse a cinquanta od a sessanta passi. Scorgi nulla tu?....

— L’oscurità è così fitta, che non permette di discernere un uomo a quindici passi di distanza.

— Battiamo in ritirata, capitano, consigliò Wan-Horn. Se si accorgono che siamo solamente in quattro, ci daranno addosso e non abbiamo tempo da perdere, poichè fra mezz’ora comincierà ad albeggiare.

— Ma la caldaia?

— La porteremo noi due. I vostri nipoti che sono valenti tiratori, s’incaricheranno di tener lontani i selvaggi.

— Hai ragione, vecchio mio. Se l’alba ci sorprende lontani dal campo, quei furfanti ci piomberanno alle spalle e saremo costretti ad abbandonare la caldaia. Hans, Cornelio, vi affidiamo la nostra difesa.

— Il primo che si avvicina troppo è uomo morto, disse Cornelio. Le mie palle vanno diritte a loro destinazione.

— Spicciati, zio, disse Hans. Mi pare di scorgere delle forme nere agitarsi laggiù.

— Partiamo, Wan-Horn.

Atterrarono la caldaia che pesava una quarantina di chilogrammi e si misero in marcia, allungando il passo, mentre i due giovanotti, armati i loro fucili, pure indietreggiando, sorvegliavano le mosse degli antropofaghi, i quali si avanzavano strisciando per offrire meno bersaglio alle palle.

Ormai non vi era più dubbio. Accortisi di essere inseguiti si erano arrestati, ed ora si preparavano ad assalire, ma con estrema prudenza, non sapendo contro quali forze avevano a lottare. Di quando in quando qualche _boomerang_ ronzava in aria, ritornando poi nelle mani di colui che lo aveva lanciato, ma l’oscurità proteggeva i quattro olandesi, i quali affrettavano la ritirata per non venire scoperti.

L’alba non doveva però essere lontana e se gli australiani riuscivano a scorgerli non avrebbero certo esitato ad assalirli. Quattro uomini, quantunque armati di fucili e ben decisi a difendersi, non era tal numero da spaventarli.

— Avanti, ripeteva Wan-Stael, che cercava di guadagnare via. Fra breve arriveremo al campo e ci porremo in salvo sulla _giunca_.

Quel grande e pesante bacino impediva però a loro di retrocedere con rapidità; inoltre il terreno, sparso di grossi massi e di cespugli, li costringeva a dei giri viziosi facendo perdere a loro un tempo preziosissimo.

Erano giunti ad un chilometro dalle roccie che nascondevano la baia, quando gli australiani, che fino allora li avevano seguiti sempre strisciando, balzarono in piedi. Si erano accorti dell’esiguo numero dei nemici e s’erano decisi ad assalirli?

— Hans!.. Cornelio!... esclamò Wan-Stael. State in guardia!...

Due colpi di fucile vi risposero; i due bravi giovinotti avevano cominciato il fuoco e le loro palle non dovevano esser andate perdute, poichè si udirono quasi subito urla feroci e urla di dolore.

— Fuggite!... gridò Wan-Stael.

— Non ancora, zio disse Cornelio. Tira in mezzo, Hans, e bada a non sprecare le palle.

— Non sono che a cento passi da noi e li vedo benissimo, Cornelio.

— Fuoco adunque!...

Altri due spari echeggiarono un momento dopo. Le urla degli australiani li avvertirono che anche quei colpi avevano fatto un vuoto fra i ranghi degli assalitori.

I due giovanotti retrocessero sollecitamente caricando le armi e raggiunsero il capitano e Wan-Horn, i quali non avevano abbandonata la caldaia.

— Siete feriti? chiese Wan-Stael.

— No, ringraziando Iddio, risposero.

— Tenetevi fuori di portata dai _boomerangs_ e dalle zagaglie. È lontana la baia?

— Non è che a seicento metri, ma l’alba comincia a spuntare. Vedo laggiù le stelle a impallidire rapidamente, disse Hans.

— Un ultimo sforzo, Wan-Horn.

— Tengo duro, capitano.

— Eccoli!... esclamò Cornelio. A me, Hans!...

Gli australiani infatti giungevano a rapidi passi, urlando, ed agitando minacciosamente le loro scuri di pietra verde, attaccate colla gomma _xantorrea_ che è più tenace del mastice, e le loro lancie colle punte di osso.

I primi albori permettevano di distinguerli senza fatica. Erano tre o quattro cento, di statura media, colle membra gracili, i ventri sporgenti, i lunghi e grossi capelli ondeggianti, i petti coperti di tatuaggi e adorni di collane di denti di animali selvaggi. Indosso non portavano che dei miseri mantelli di kanguro che coprivano a mala pena le loro spalle, ma tutti avevano la pittura di guerra che dava a loro un lugubre aspetto.

Alla loro testa marciavano i capi, riconoscibili per le penne di _kakatoe_ che portavano infisse nei capelli e per le code di cani selvaggi che portavano appese alla cintura. Non mancavano nemmeno i _malgara docks_ o _kerredais_, specie di stregoni che sono ad un tempo medici e celebratori di matrimonî.

Quell’orda feroce, affamata, si preparava ad assalire i quattro bianchi, coi cui corpi contava di regalarsi dei grossi arrosti, ma non osava però ancora precipitarsi innanzi all’impazzata.

Cornelio ed Hans, nascosti dietro un grosso macigno, avevano riaperto il fuoco, cercando di abbattere i capi e gli stregoni, mentre il loro zio ed il vecchio marinaio s’allontanavano correndo, per raggiungere le rocce che ormai erano a poche centinaia di passi. Se i due coraggiosi giovanotti riuscivano a ritardare l’assalto di pochi minuti, potevano trasportare la caldaia alla costa.

Gli australiani però, che temevano di perdere le loro prede, non s’arrestavano, malgrado gli spari continuati di Hans e di Cornelio.

S’avanzavano scagliando nembi di lancie, di scuri e di _boomerangs_, emettendo spaventevoli vociferazioni ogni volta che uno di loro, colpito da qualche palla, stramazzava a terra.

I due valorosi giovanotti resistevano però, per lasciar tempo al loro zio ed al marinaio di guadagnare via: combattevano come due veri soldati, anzi come due veterani, caricando e scaricando i loro fucili senza posa.

Quando i primi _boomerangs_ giunsero fino a loro, abbandonarono il posto e tenendosi al coperto di alcune macchie di mulghe, s’appostarono duecento metri più indietro.

— Mira giusto e picchia sodo, Hans, disse Cornelio. Lo zio e il vecchio Horn sono vicini alle rupi e se noi possiamo ritardare la marcia dei selvaggi di qualche minuto la caldaia è salva. Guardati dai bastoni volanti e dalle scuri.

— Non temere, Cornelio. Le mie palle non vanno perdute.

— Orsù, fuoco!...

Altri due selvaggi che urlavano più forte degli altri e che precedevano i compagni, caddero alla distanza di centocinquanta metri. La morte di quei due uomini, uno dei quali era uno stregone, parve che rendesse i selvaggi furibondi.

Abbandonando ogni precauzione si scagliarono innanzi come un torrente impetuoso, emettendo vociferazioni orribili, gettando lancie, _boomerangs_ e scuri.

Non era più possibile arrestarli; ci avrebbe voluto un cannone carico a mitraglia. Cornelio ed Hans scaricarono ancora una volta i loro fucili, poi fuggirono raccomandandosi alle gambe.

Ma già il capitano e Wan-Horn erano giunti presso le rupi e stavano arrampicandosi su per le rocce, spingendo innanzi la caldaia.

— Presto, ragazzi miei! gridò Wan-Stael, vedendo i nipoti inseguiti dall’orda intera.

— Non temere, zio, rispose Cornelio. Le gambe sono solide!...

Ed infatti i selvaggi, quantunque corressero disperatamente, pur continuando a scagliare le loro armi, non riuscivano a guadagnare un passo sui due giovanotti che pareva avessero le gambe di un cervo.

In pochi momenti questi raggiunsero le rupi e le scalarono senza arrestarsi.

Stavano già per volgersi per scaricare un’ultima volta le loro armi, quando videro il capitano abbandonare la caldaia.

— Sei ferito, zio? chiese Cornelio, slanciandosi verso di lui.

— No... odi?... ascolta anche tu, Wan-Horn!

Tutti tesero gli orecchi. Cosa strana! mentre verso la pianura echeggiavano le urla selvagge degli australiani, verso la baia s’udivano scrosci di risa, voci rauche che cantavano, grida d’uomini che parevano avvinazzati.

— Gran Dio! esclamò Wan-Horn. Cosa fanno i nostri chinesi?...

— Che siano impazziti per lo spavento? chiese Cornelio.

— O che si siano ubbriacati? disse il capitano, impallidendo. Vi erano cinque barili di _sciam-sciù_ nella mia cabina. Accorriamo, amici, presto o qui accadrà un massacro.

Abbandonarono la caldaia, che precipitò nella pianura rimbalzando di roccia in roccia, e col cuore stretto da un’angoscia inesprimibile, e la fronte bagnata d’un freddo sudore, superarono le ultime rocce scendendo verso la baia.

CAPO VII.

I mangiatori di carne umana

Il capitano, pur troppo, non s’era ingannato!... Qual disordine regnava nel campo, e quale scena offriva!...

L’equipaggio Chinese che li aveva vilmente abbandonati nel momento in cui loro stavano per lanciarsi dietro ai selvaggi per riacquistare le caldaie, non era più a bordo della _giunca_: era tutto a terra, disperso attorno ai depositi di _trepang_, alle tende ed ai fornelli, ma in quale stato si trovava!...

Quei miserabili, anzichè vegliare sui depositi e prepararsi alla difesa nel caso d’un ritorno offensivo degli antropofaghi, avevano approfittato dell’assenza degli uomini bianchi per saccheggiare la dispensa della nave e la cabina del comandante.

Dimenticando la più elementare prudenza, erano tutti sbarcati senza più curarsi della _giunca_ che le onde potevano arenare sulla costa strappando le àncore, e si erano dati in preda all’orgia più sfrenata.

Dopo d’aver divorate le conserve alimentari le cui scatole si vedevano disperse dovunque, di aver dato fondo alle provviste di zucchero e di _thè_, di aver sfondati i barili di carne salata e di acciughe, avevano spillato i cinque barili di _sciam-sciù_, ubriacandosi sconciamente.

Alcuni, vinti dall’ebbrezza potente causata da quel forte liquore, russavano sdraiati gli uni sugli altri, in una confusione indescrivibile; altri stavano ingollando grandi tazze dinanzi a dei giganteschi _punch_ fiammeggianti, cantando rauchi ritornelli; altri ancora, in preda ad un vero delirio, si azzuffavano, strappandosi le code o tempestandosi reciprocamente di pugni che cadevano con un sordo rumore su quei crani pelati, o giocavano i loro ultimi _taels_[5] o _sapeke_[6] fra un urlìo incessante, mentre il capo dei pescatori, a braccetto del mastro d’equipaggio, danzava attorno ai barili, storpiando i versetti di Licu-jen, il poeta più popolare dell’impero Chinese, o di Kiai-giù-y.

Nessuno di quegli ubbriachi più pensava ai selvaggi e forse nemmeno al capitano ed ai suoi compagni, che forse credevano già morti e fors’anche messi ad arrostire su d’un braciere, infilzati in uno spiedo gigantesco.

Wan-Stael, pazzo di rabbia, si scagliò in mezzo a quella banda di ebbri, urlando:

— Miserabili! Cosa avete fatto?...

Il capo dei pescatori gli mosse incontro traballando sui suoi alti zoccoli dalla suola di feltro, dicendo con voce rauca:

— To’!... Vi credevo.... morto.... capitano....

— E vi siete ubbriacati, canaglie! urlò Wan-Stael, alzando su di lui il pugno.

— Eh!... Eh.... avevate.... del _sciam-sciù_.... eccellente.... ma non l’abbiam.... consumato.... tutto ve lo assicuro.

— Ma, sciagurato, non odi tu le urla dei selvaggi?

— I selvaggi!... Ah.... sì.... sì.... sì.... ebbene, vi è ancora del _sciam-sciù_.... berranno.

— Ti mangeranno, furfante.... A bordo!... a bordo, miserabili!...

Il Chinese crollò il capo e tornò a danzare attorno ai barili, riprendendo le sue canzoni. Wan-Horn con una potente pedata lo mandò a ruzzolare verso la spiaggia.

Intanto Hans e Cornelio si erano precipitati verso gli altri per costringerli a fuggire nelle scialuppe, ma quei disgraziati non intendevano più alcuna ragione, nè riuscivano a comprendere il tremendo pericolo che li minacciava. Uno solo, che era il meno ubbriaco, si era affrettato a raggiungere una delle scialuppe, ma gli altri continuavano a bere, a giocare, a picchiarsi o a dormire.

— Zio, disse Cornelio. Sono tutti ubbriachi fradici e non comprendono più nulla.

— Oh!... miserabili!... esclamò il capitano, che scuoteva rabbiosamente il mastro ed il capo dei pescatori, spingendoli verso le scialuppe. Anche questo disastro ci voleva! Presto, Wan-Horn, Hans, Cornelio, afferrate queste canaglie e portatele nelle imbarcazioni.

— Avremo il tempo necessario? Odo le urla degli australiani a breve distanza, disse il marinaio.

— Cerchiamo di salvarne più che possiamo. Presto, amici, non perdiamo i minuti che sono preziosi.

Si gettarono tutti e quattro in mezzo a quell’orda di ubbriachi, che non voleva intendere ragione, ed a pugni ed a calci, a spinte, malgrado cercassero di ribellarsi, ne trassero dieci o dodici verso la spiaggia, gettandoli l’un su l’altro nella prima scialuppa. Alcuni però, testardi come tutti gli ubbriachi, ridiscendevano tosto, cercando di raggiungere i barili per bere un ultimo sorso.

I quattro olandesi stavano per spingerne degli altri, quando i selvaggi, che erano già giunti alle due gole, irruppero nel campo con impeto irresistibile.

— Fuggite! urlarono Wan-Stael, Wan-Horn e i due giovanotti, afferrando le armi.

I chinesi, udendo i clamori dei cannibali e vedendosi piombare addosso un turbine di lancie, di scuri, di _boomerangs_ compresero finalmente il pericolo che li minacciava, ed i fumi dell’ebbrezza in gran parte svanirono. Disgraziatamente era ormai troppo tardi per raggiungere le scialuppe, malfermi in gamba com’erano.

In meno che lo si dica, le orde degli antropofaghi li circondarono, ma il capitano ed i suoi compagni avevano avuto il tempo di fuggire verso la spiaggia ed avevano cominciato un fuoco violento, sparando specialmente sui capi e sugli stregoni.

Vani sforzi!... I selvaggi ormai non lasciavano più le loro prede, quantunque le palle facessero strage fra le loro file. Rovesciate le tende, si erano gettati sui depositi di _trepang_ per evitare i cocci delle bottiglie ed avevano cominciato il massacro.

I chinesi però, quantunque ancora mezzi ebbri, non cadevano senza difesa. Addossati gli uni agli altri, si difendevano disperatamente colle schiumarole, cogli arpioni, coi coltelli, coi tizzoni accesi raccolti nei fornelli, coi sassi, coi pugni e persino coi calci, cercando di ributtare gli assalitori e di raggiungere il capitano ed i suoi compagni.

Parecchi antropofaghi erano caduti e si dibattevano fra le strette dell’agonia, ed altri, gravemente feriti dagli arpioni o coi volti abbruciati dai tizzoni, si trascinavano sulla sabbia emettendo lugubri urla, ma i chinesi cadevano a tre a quattro alla volta.

Due volte Wan-Horn aveva scaricate le spingarde delle scialuppe col pericolo di uccidere contemporaneamente nemici e marinai, e due altre volte Wan-Stael aveva tentato di aprirsi il passo fra le orde per portare un soccorso al disgraziato equipaggio, ma senza felice esito.

Anzi, un centinaio di quei bruti, volendo finirla anche coi bianchi ed esterminare i chinesi caricati nella scialuppa, che assistevano alla pugna senza osare di muoversi, si scagliarono verso la spiaggia.

Non vi era un istante da perdere. Ormai l’equipaggio che si trovava a terra era perduto senza speranza di salvarlo, tanto più che era già stato quasi tutto distrutto.

Se i selvaggi riuscivano ad impadronirsi anche delle scialuppe, nessuno avrebbe più potuto raggiungere la _giunca_.

— A me, Horn!.... gridò il capitano. A me, Hans, Cornelio!... Cerchiamo di salvare gli uomini della scialuppa!...

Si gettarono furiosamente addosso ai selvaggi, servendosi dei fucili come di mazze, fracassando le lancie ed i _boomerangs_. Per alcuni istanti riuscirono a respingerli, ma quei mangiatori di carne umana tornavano alla carica incoraggiandosi con urla feroci.

— Fuggite! gridò il capitano ai chinesi della scialuppa, che parevano istupiditi.

Poi balzò nell’altra imbarcazione, seguìto da Horn, da Hans, da Cornelio e da un giovane pescatore che era riuscito ad aprirsi il passo attraverso le orde degli assalitori, a colpi d’arpione.

Diedero mani ai remi e s’allontanarono rapidamente, difesi dai due giovanotti che avevano riaperto il fuoco. I chinesi della seconda scialuppa tentarono di seguirli, ma i selvaggi riuscirono ad afferrarla per la sponda prima che si allontanasse, ed a rovesciarla con tutti i disgraziati che conteneva.

— Alla spingarda, Horn! gridò il capitano con accento disperato. Spazza la spiaggia!...

Il vecchio marinaio, abbandonato il remo, in un baleno caricò il grosso fucile e scagliò sulla spiaggia un nembo di mitraglia. Sette od otto antropofaghi caddero, ma gli altri si gettarono in acqua, afferrarono i chinesi per le code e per i piedi e li trascinarono a terra.

Per alcuni istanti si udirono le urla strazianti dei prigionieri, poi furono soffocate fra i clamori spaventevoli dei vincitori.

Wan-Stael, pazzo di dolore e d’ira, voleva ritornare a terra per impegnare una lotta suprema o farsi uccidere, ma Wan-Horn, Hans e Cornelio spinsero invece la scialuppa verso la _giunca_.

Ormai tutto era perduto e l’equipaggio era già stato massacrato. Ritentare una pugna contro quelle orde cento volte più numerose, sarebbe stata una pazzia, un sacrificio inutile.

— Lasciatemi andare a terra! esclamava il povero capitano, strappandosi i capelli. Lasciate che vada a vendicare il mio equipaggio!...

— Per farvi uccidere, signore? rispondeva il vecchio marinaio. No, noi abbiamo fatto abbastanza per tentare di salvarli, e non dovete esporre la vostra vita e questi valorosi nipoti.

La scialuppa, attraversata la baia, giunse sotto la _giunca_, la quale era stata abbandonata dall’intero equipaggio. Salirono sul ponte, poi s’affrettarono ad issare coi paranchi l’imbarcazione, onde impedire ai selvaggi d’impadronirsene, e piazzarono la spingarda sul cassero, caricandola a mitraglia.

— Signore, disse Wan-Horn, avvicinandosi al capitano, che gettava sguardi feroci sulle orde dei selvaggi affollate sulla spiaggia. Credo che ormai più nulla ci trattenga in questa baia.

— Cosa vuoi dire, Horn?

— Che la miglior cosa sarebbe di sciogliere le vele ed andarcene prima che i selvaggi trovino il mezzo di giungere fin qui e tentare l’abbordaggio della _giunca_.

— E tu vuoi ch’io abbandoni i chinesi?

— Non ne avranno risparmiato uno, signore. Guardate: si accendono dei grandi fuochi sulla spiaggia.

— Ma noi non li lasceremo divorare tranquillamente quei disgraziati, mio vecchio Horn. Abbiamo ancora una spingarda e i nostri fucili.

— Ed i selvaggi si ritireranno dietro le rupi e banchetteranno al riparo delle nostre palle.

— Ma credi tu che i chinesi sieno tutti stati uccisi?... Se ve ne fosse qualcuno vivo?...

— Lo si udrebbe a gridare o lo si vedrebbe. Gli antropofaghi sono tutti sulla spiaggia ed in mezzo a loro non vedo che dei morti.

— È vero, mormorò Wan-Stael con cupo dolore. Me li hanno tutti uccisi e mi hanno preso tutto il _trepang_. Quale perdita. Wan-Horn!

— Non siamo stati noi ad ubbriacare i nostri marinai, signore. Se non avessero approfittato della nostra assenza per abbandonarsi ai loro istinti rapaci e turbolenti, sarebbero tutti vivi ed a bordo di questa nave.

— È vero; noi tutto abbiamo tentato per salvarli. Ma cosa dirà il nostro armatore quando ci vedrà ritornare senza una _olutaria_ e senza equipaggio?

— Tanti altri pescatori di _trepang_ non sono più ritornati, signor Wan-Stael, voi lo sapete, ed hanno perduto le navi e la vita.

— È vero, Wan-Horn.

— Partiamo, signore. Non siamo che cinque e gli antropofaghi sono almeno quattrocento; se riescono ad abbordarci, per noi è finita.

— Si salpino le àncore e si spieghino le vele, Wan-Horn. Non voglio che i miei nipoti cadano nelle mani di quei ributtanti selvaggi.

— Signor Hans, signor Cornelio, e tu, Lu-Hang, disse il marinaio, rivolgendosi verso i due giovanotti ed al giovine pescatore, all’argano!...

— Salpiamo l’àncora di poppa, disse il capitano. Il vento soffia dell’est e metteremo la prua verso l’uscita della baia.

Wan-Horn salì sul cassero per esaminare prima la posizione dell’àncora, ma ad un tratto fu veduto impallidire e fare un gesto di furore.

— Capitano! esclamò con voce rauca.

— Cosa succede? chiese Wan-Stael.

— La catena è spezzata e l’àncora perduta.

— Spezzata?.... È impossibile!..... Era solida e grossa assai.

— E quella di prua è scomparsa! gridò Cornelio, ch’era salito sul castello.

Wan-Stael si slanciò verso la prua e vide infatti che anche la catena della seconda àncora era stata spezzata. Non ne rimaneva che un pezzo, il quale pendeva fuori dalla cubia di babordo, per una lunghezza di mezzo metro. L’ultimo anello era stato tagliato, a quanto pareva, a colpi di scure.

Wan-Stael s’avvicinò al giovine pescatore chinese e scuotendolo ruvidamente, gli chiese a denti stretti:

— Canaglie, cosa avete fatto durante la nostra assenza? Non vi bastava saccheggiare la dispensa dei viveri e la mia cabina, volevate anche mandare in rovina la nave?...

— No, signore, rispose il Chinese. Nessuno di noi ha tagliato le catene, lo giuro su Buddha e su Confucio.

— Sei ben certo, Lu-Hang?

— Sì, capitano. Io mi trovava sul ponte quando i miei compatriotti ebbero la malaugurata idea di ubbriacarsi col vostro _sciam-sciù_ e non vidi alcuno a spezzare le catene.

— Ma chi vuoi che sia stato adunque?

— Io non lo so, signore.

Ad un tratto il capitano si battè la fronte emettendo un grido.

— Wan-Horn! esclamò.

— Signore!...

— Dov’è il selvaggio che abbiam fatto prigioniero?

— Deve essere ancora nella cala.

— Andiamo a vedere.

Scesero nella camera di prua e passarono nella stiva, ma il selvaggio non v’era più. In sua vece si vedevano dei pezzi di fune sfilacciati e che pareva fossero stati rosi da dei solidi denti.

— Ora comprendo! esclamò Wan-Stael. Il furfante, approfittando dell’orgia dei chinesi, ha tagliato le funi coi suoi denti ed ha spezzato le catene a colpi di scure, sperando di far naufragare la _giunca_ sulle scogliere della baia.

— Ma perchè la nostra nave è immobile, mentre non è più trattenuta dalle catene? Il riflusso dovrebbe trasportarla fuori della baia.

— Mi fai paura, Wan-Horn, colle tue parole.

— Mi comprendete?...

— Sì, noi siamo arenati.

— Ho questo timore, capitano.

— Saliamo, Wan-Horn.

Lasciarono la stiva e risalirono in coperta, curvandosi sulla murata di babordo. Solo allora si accorsero che la nave era leggermente sbandata e che la sua carena s’appoggiava, a tribordo, su di un banco di sabbia coperto da un solo metro d’acqua.

— Siamo proprio arenati, disse il capitano tergendosi il freddo sudore che bagnavagli la fronte. Scende la marea?

— Sì, capitano.

— Sono?

— Le undici.