I nuovi tartufi

Chapter 3

Chapter 33,892 wordsPublic domain

Vidi nel mezzo un cranio a cui dalla parte della nuca pendevano capelli bianchi a modo di semi di vecce; e cotesto cranio era duro, levigato, lustro come palla di avorio, e come avorio antico pendente in giallo, qua più chiaro, là più cupo. Quasi per dare una solenne mentita al sistema del Gall, si alzava protuberantissimo al punto in cui questi pone le idee religiose; quinci la cassa ossuta precipitavasi giù dirottamente, e come se la natura non potesse trattenere lo slancio preso, seguiva a sporgere fuori con la fronte e col naso; giunta al cuspide estremo, quasi presa da voglia opposta si ritirava indietro nelle labbra e nel mento.--Vi ricordate in grazia avere veduto a Roma nel palazzo Barberini la statua dello egiziano Osiride con la testa di sparviere? Fate conto che somigliasse a costui: davvero pareva un immane avvoltoio monaco che mudasse le penne. Cotesta faccia presentava un miscuglio strano di uccelli e di quadrupedi da preda. Rughe infinite, e nodi, e porri increspavano, bernoccolavano la pelle di quella che io pure vorrei e non mi attento di chiamare faccia; ogni atto umano doveva smarrirsi in mezzo a cotesto prodigioso laberinto. Come Platone racconta che fra le rughe del volto della sua Archeanassa vedeva annidarsi gli Amori, in quei solchi avresti potuto immaginare meglio appiattate le frodi intente a grassare qualche pensiero di umanità che inerme e solo si fosse avventurato a percorrere la via maestra o i viottoli di cotesta faccia paurosa. Dai cigli incavernati dardeggiava sguardi uguali alla lingua dell'aspide, e il riso ti pungeva come la lancetta del cerusico. Mi vinse la paura: il ribrezzo cominciò a salirmi di vertebra in vertebra lungo la spina dorsale fino al cervello; domandai non chi, ma che cosa costui fosse, e n'ebbi in risposta essere il presidente del _filantropico_ istituto. Fidando poco nei miei nervi che sentivo torcermi, o tirarmi con acuto dolore, stavo per allontanarmi, quando egli alzò la mano e fece atto di favellare. Mi parve ch'ei m'inchiodasse, appunto come leggendo Hoffmann, o Lewis, o Maturino, volli talora gittare via il libro, e non potei, tenuto schiavo dalla potenza di coteste infernali immaginazioni. Angioli del paradiso, egli sta per parlare! Quale sarà il suono di cotesta voce! Che cosa mai parlerà! Che cosa? Il panegirico di Teuta?--e m'ingannai:--nota più dolce non fu mai sospirata dai flauti come gli uscì la voce dalle labbra bianche;--blanda si diffuse all'intorno uguale al susurro che gemono le acque marine nei plenilunii sereni intorno agli scogli,--melodiosa al pari del mormorio delle giovanette frondi tenere e verdi nate pur ora al fiato di primavera.

«Signori,--cominciò egli--da me per certo voi non aspettate fiorito nè eloquente discorso: mancami all'uopo esercizio di buoni studi e conoscenza dell'arte difficile della parola; e dove l'uno e l'altra fossero in me, come pur troppo non sono, l'animo allo improvviso commosso da subita piena di affetto...»

--Don Girolamo, prete di santa vita, e di dottrina insigne, stava in casa di costui a condizioni alquanto migliori dei negri adoperati in America alla coltura dello zucchero:--gli pagava una lira al giorno, con obbligo di celebrare la messa, insegnare il latino al ragazzo, accompagnare la signora, tenere i libri di amministrazione, rispondere alle lettere, comporre memorie, suppliche, contratti ec., risquotere le pigioni, badare alla villa e alle ragazze, e la domenica così per isvago riscontrare la cassa, rivedere i conti ai servi, e leggere la gazzetta al padrone mentre si radeva la barba...--e tutto questo ed altre cose ancora per una lira: eppure ci stava; tanto è vero che la natura crea alcuni enti predisponendoli a patire fino alla morte.

Ora è da sapersi che Don Girolamo da tre mesi indietro aveva ricevuto ordine di comporre cotesto discorso, ed essendovisi affaticato intorno due mesi, trenta giorni fa lo aveva consegnato al padrone, messo in pulito con rara perfezione; ma poichè il padrone ad ogni patto voleva dare ad intendere essere uno di quelli

che quando Amore spira noto, ed a quel modo Ch'ei detta dentro, vo significando;

avendo trovato scritto:--_l'animo commosso da troppo affetto_,--ordinò a Don Girolamo levasse, mettesse, aggiungesse, tornasse a levare, poi a mettere; e dopo una tortura di ben dieci giorni cacciò fuori il bel periodo: «_l'animo all'improvviso commosso da subita piena di affetto impedirebbe le ornate parole_.--O giovanetti, egregia della patria speranza, e cura nostra dolcissima, ormai cessarono i tempi nei quali l'albero della scienza non è più l'albero della vita. Noi vi ponemmo sopra un cammino ove nulla è tanto alto che a voi non sia dato sperare, nulla tanto sublime che non vi sia dato conseguire. Il guardiano di mandrie suine voi vedete giungere al papato; tale altro semplice fante perviene al regno di Svezia; il figlio di fabbricante di tele diventa ministro lodatissimo della Inghilterra; lo scalpellino di Possagno si muta in marchese Canova...--Che più? Napoleone, nato in umile isola, di piccolo lignaggio, domina il mondo. Su via, slanciatevi animosi nell'arringo dell'onore in cui vi condusse la carità quasi per mano, ed io vi prometto superbi destini. Che se per malignità di fortuna i superbi fati mancassero, rimarrannovi i generosi. Immaginatevi la creazione come una piramide immensa di cui la cuspide viene formata dalla Suprema Intelligenza, la base da sostanze più umili, ma legate insieme da un vincolo di amore: nessuna può dirsi inutile, ed in qualunque parte piaccia alla Provvidenza di collocarvi, esultate nel pensiero di rappresentare un frammento necessario alla macchina portentosa......

--Oh come anche in Siberia a cavare miniere?

--Anche in Irlanda a bagnare di sudore una terra che non offre altro che sepolcri all'uomo?

--Anche nella China, ove nasci per essere dato in pasto ai cani!

--Anche... e chi sa fin dove avrei moltiplicato le interrogazioni a me stesso, se non mi veniva fatto di levare gli occhi e guardare il Presidente per vedere s'ei burlasse. Potenze dei cieli! il suo sguardo s'incontrò nel mio, e mi sentii le pupille come ferite dal bacino arroventato... pegno fraterno praticato dagl'imperatori cristiani di Costantinopoli;--il freddo lungo la spina diventò maggiore, a modo di Buoso io sbadigliava:

Pur come sonno o febbre mi assalisse,

mi prese nausea grande e languore come alloraquando sorprende il male di mare: chinai la faccia, e gittai tre boccate di acqua o quattro: nè qui rimase il parossismo, chè un molesto tintinnio ingombravami le orecchie, e le arterie delle tempie picchiavano forte come martelli, e gli occhi vagavano per entro fiumane di sangue. Allo improvviso mi parve che le fibre e le vene del mio cervello, comunque finissime, venissero distese sopra un leuto che il Presidente presentava ridendo alla statua di bronzo di Cosimo I nella piazza del Granduca, e la statua atteggiata la destra in roncigli di bronzo strappare acerbissimamente queste mie povere fibre;--piansi di angoscia, e rilevando disperato la faccia tornai a guardare il Presidente. Egli non discorreva più; mangiava: aveva davanti un'oliera con olio, aceto, pepe e sale, e ghermito per le gambe un mazzo di fanciulli, attendeva a trinciarli con un coltellaccio a modo di sparagi... Oh Dio! costui è un Polifemo in progresso; invece di mangiare uomini nudi e crudi, se li divora vestiti e conditi!--e stavo per venir meno.

"_Kelp, ben el kelp_!" proruppe una voce dietro a me che valse a rompere il fascino: onde io mi volsi, e conosciuto l'uomo, esclamai in suono di lamento:

"O benedetto chi gli dice: cane e figlio di cane! O se' tu, Zabulone!"

"La tua anima è in pena?"

"Mi circondano le amarezze della morte; salvami, per amore del Dio di Abramo..."

"Fanciullo incorreggibile, perchè avventurare i tuoi nervi di seta fra questi pettini da lino?--Vieni all'aria aperta."

"O Zabulone!"--Dopo aver fatto un ampio lavacro di aria fresca per lo capo e pel seno, io sospirai: "Costui dev'essere Gog e Magog..."

"Egli è un uomo."

"No, Zabulone; è Belzebuth, Belfegor, e Astarot, tutti in un picchio;--lo spirito degli alti luoghi, la legione che travagliava lo indemoniato fra le sepolture."

"Egli è un uomo? Perchè calunnii Satana? Rispetto ai vinti! Lucifero fu scellerato, ma grande ribelle: ardì muovere guerra al trono di Dio, e nella battaglia rimase fulminato; caduto sopra un mare di fuoco, quivi sta chiuso dentro la immensa sua ira; e quando rugge, dall'Etna, dal Vesuvio, dalla Ecla o dal Chirombaco prorompono fiumi di fuoco; e quando muta fianco, il mondo traballa come un ebbro, l'Oceano sparisce, e si sprofondano i regni. Ora ti par egli che un Satana consenta a diventare borsaiolo?--io che lo conosco da molto tempo, mi guarderei bene da fargli questo torto."

"Chi hai detto conoscere, Zabulone?"

"Il Diavolo e il Presidente..."

Zabulone appartiene al popolo dei Giudei:--i suoi anni sopra questa terra sono molti, ed io lo venero perchè so che ama il prossimo e teme Dio. Raccontare com'io lo conoscessi sarebbe troppo lunga storia. Corre ormai molto tempo ch'ei mi si dice amico, e mi promesse sovente stringere meco più ampia conoscenza nell'altro mondo; e siccome io credeva dapprima che gli Ebrei tenessero l'anima morta col corpo,--e poi perchè senza battesimo le anime non si salvano,--pensai o mi burlasse, o mi desiderasse capitar male, e volli contradire, ma per gentilezza mi tacqui. Adesso quasi comincio a sperarlo ancora io, perchè so di certo, e lo posso giurare, che Zabulone impresta sempre il suo danaro a mezzo per cento il mese senza provvisione, e qualche volta anche a meno, non mai a più.--E la mia speranza non suona eterodossa, perchè sappiamo come Traiano fosse salvo per le preghiere di San Gregorio Magno, e Stazio poeta per virtù di non so quale altro Santo. Ora tutta la corte celeste porrà la mano al canapo per tirare su l'Ebreo, il quale ebbe in costume di accomodare in presto il suo danaro al sei per cento l'anno.

"Però di Satana"--soggiunse Zabulone--"troppo ci vuole a raccontare degnamente la storia: se ti basta quella del Presidente, io te la posso dire..."

"Io te ne prego, Zabulone..."

"Buonaparte!--nota bene che io la prendo larga:--Buonaparte, da quell'uomo di vasti concetti ch'egli era, intese convertire i mari in deserti, e farvi perire la odiata Inghilterra, come Palmira o Tebe dalle cento porte. La Inghilterra vinse, ma il suo nemico la lasciò ferita a morte nelle viscere. Buonaparte periva, dacchè le vite degli uomini sono corte, ma quelle dei popoli prima di morire si dibattono in lunga agonia: le ossa di Buonaparte ora dormono in Francia, ma la sua maladizione rode i precordii della Inghilterra come l'acqua tofanica. Adesso, figliuolo mio, vuoi tu sapere chi vinse Napoleone, chi fece capitare male lo smisurato suo concetto del blocco continentale? Noi altri tarli.--Ridi? A torto ridi; chè molto minore cosa che non siamo noi muove guerra alle città, e distrugge gli Dei. I conigli rovesciarono le mura di Tarragona, e i topi rosero il simulacro di Giove in Alessandria. Noi mercadanti, noi banchieri, noi contrabbandieri, noi imperatori del metallo coniato, a cui si curvano i re, fanno di cappello gl'imperatori, sorridono i papi,--e ce ne vantiamo;--noi potenza lenta, implacata, implacabile, invincibile, e impalpabile, solleviamo e precipitiamo chi meglio ci torna.--Io era giovane;--e o mi muovesse talento di agitarmi, o di raccogliere tesoro, o secreto odio contro uomo troppo potente e quindi funesto, o insomma pensieri più alti o più bassi di questi, io mi ridussi a vivere in Malta. Quanto sa l'inferno immaginare di avaro, di cupido e di audace per adunare tesoro, quivi sembrava da tutti i venti della terra raccolto in generale adunanza. A cotesta orribile assemblea pareva che il Signore avesse indirizzato le parole d'Isaia:--_prendetevi un gran rotolo, e scrivetevi sopra in istile di uomo: Egli si affretterà a spogliare, egli si solleciterà a prendere_,--(c. 8, v. 18).--Dai suoi fianchi la isola versava migliaia di pescicani in sembianza di corsari a percorrere il Mediterraneo intenti alla preda, frotte di delfini gladiatori studiosi di rompere le reti del blocco continentale come la lingua della balena: scorrevano rivi di oro, di fango e di sangue, e intorno ai rivi si affollava prostesa una moltitudine sitibonda di belve maschi e femmine con sembianze umane.

Tra queste belve la più atrocemente feroce che io mi conoscessi era costui...--cotesto tenerissimo Presidente. Al primo vederlo io dissi:--Costui si chiama _Maher salab Hasbaz_!--Ei venne con moneta di frode, cuore di pietra, e mani violente: cominciò ad esercitare l'arte di mezzano di tutto,--merci,--peccato,--delitto... però la fortuna gli svolazzava d'intorno come mosca molesta; lanciava la mano, e quella si allontanava irridendolo: quindi più forte riardeva in lui la rabbia dell'oro.

Tentò una via, e fu questa.--Condusse a fitto una casa, e studio fosse o ventura, nelle botteghe terrene io notai un oste, uno armaiolo e un caffè; al primo piano si teneva bisca, al secondo bordello; il terzo abitò il Presidente, quasi trono condegno alla sua divinità. Quinci come il ragnatelo dal buco muoveva le fila insidiose della tela.

Certo fondaco inglese, ricco di molti milioni di oro, si fermò a Malta per raddoppiare smisuratamente gli averi, come persuade la folle agonia agli uomini. Potente di danari, favorito dal governo, da menti alacrissime ottimamente diretto, i suoi traffici in breve parvero un uragano di lire sterline.--Preposto alla cassa era un giovane biondo e bello e di gentile aspetto, di anni tra i venticinque e i trenta. Spesso lo vidi circondato da masse enormi di ghinee, di luigi, di dobloni; e me lo finsi un ebbro che corre intorno all'orlo dell'abisso, sicchè talora mi venne fatto esclamare:--Dio di Giacobbe, abbilo in guardia!

Chi lo traesse e come, io non saprei ben dirti, ma e' fu tratto alla bisca: giuocò danari, ma pochi; lo vinse il fastidio, ed andò via. Il pesce aveva bucato la rete. Il Presidente immaginò nuova insidia: tanto vi si adoperò, che lo condussero come bove al macello; ma come avevano preveduto lo prese la sazietà, e lasciò il luogo: ed ecco andargli incontro, non la donna dei Proverbi di Salomone,--in assetto di meretrice, strepitosa, e sviata,--ma una fanciulla cauta di animo, dimessa nelle vesti, e in sembianza mesta, intenta tutta a ricercare una moneta smarrita che aveva riscossa per certi pannilini lavati e stirati:--e non le doleva già la moneta, ma il pensiero che la sua povera madre, la quale abitava su nelle soffitte, l'aspettava per comprarne la cena.

Il giovane ebbe pietà della giovane bellissima; e gentile com'era, volendola aiutare e ad un punto non offenderla, finse unirsi a lei nella ricerca, e trattosi destramente di tasca una moneta uguale alla perduta, gliela porse dicendo averla trovata.

Qui sorrisi e grazie da una parte, e dall'altra lunghi sguardi e benigni, perchè la fanciulla era bella.

E mentre il giovane si partiva, la fanciulla, posto il piede sopra, inciampò nella sua moneta: fece atto di maraviglia, sembrò esitare un momento, ma poi chinatasi presto la raccolse, e volgendosi al luogo donde il giovane si era dipartito, scrollò due e tre volte il capo in aria beffarda.

Allora il giovane prese usanza in cotesta casa; ma la fanciulla usciva rado, e in ore diverse. Come aspettarla, e dove?--Quello che non potè il giuoco lo potè amore. Appena gli restava ora libera, il giovane correva alla bisca: un servo comprato vigilava su l'andito, e se la fanciulla veniva, avvisava; ed ella passava, nè tanto spesso da distrarre il giovane dalle fatali allucinazioni del giuoco, nè tanto infrequente da disperarlo. La fanciulla, come quella che non era composta di pietra, a poco a poco resa più domestica, di salvatica che appariva in prima, porse le orecchie alle proposte dello innamorato giovane. Dài oggi, dài domani, egli la persuase presentarlo alla madre: veneranda matrona, vedova di capitano di mare, travolta dalla fortuna a guadagnarsi con le proprie mani povera ed onorata sussistenza, col mestiere della stiratora. Nè cotesta strettezza l'affliggeva per lei, che ormai rassegnata vivevasi nei voleri del Cielo, e vecchia e inferma sentiva esserle contati i giorni sopra questa terra; però rincrescerle acerbamente della ragazza troppo più con delicatura nudrita che al presente suo stato si convenisse, e che pure, ove il Signore chiamasse lei alla sua pace, poteva peggiorare. Ah! per cuore di madre quale acerba spina era mai questa!--e la misera donna celatosi il volto con le mani piangeva lacrime sommesse per non contristare la figliuola. A mano a mano vennero a mettersi innanzi parole di matrimonio; ma subito insorsero difficoltà per via della religione, chè la fanciulla professava religione cattolica, e il giovane il rito anglicano; e la madre aveva fatto voto alla Madonna di Loreto che la sua figlia non torrebbe marito ove non fosse puro sangue ortodosso. La cosa tirava in lungo, e così si voleva: dopo molti pianti e contrasti, e notti vigili, e giorni disperati, e fieri proponimenti di morte, alla fine il giovane piegava; egli consentiva abiurare, a patto che l'abiura rimanesse celata, la quale cosa dopo non lieve dibattimento gli venne concessa. Vinto questo, ecco levarsi altro intoppo, e per questa volta non dependente dalla volontà delle parti. Or come avrebbe il giovane provveduto ai bisogni della futura famiglia? Con la paga di commesso? Incerto troppo e labile assegnamento: nè poterlo mai consentire la madre, educata a dolorosa esperienza; saperlo pur troppo il suo cuore materno com'era dura angoscia avere figliuoli, e rimasta vedova non trovarsi tanto da comprare loro il pane.--"No davvero," la dabbene femmina esclamava; "se la mia figliuola ha da durare povera, è meglio che rimanga ragazza: a che pro mettere al mondo tanti infelici? La giovanezza dello sposo non mi assicura; la morte non patteggia con gli anni; ed anche il mio consorte, buona memoria, mi lasciò da giovane. Nè mi assicurano meglio la sua capacità e la facilità dei guadagni: altre e bene altre speranze io ho veduto appassirmi nelle mani! Anche il mio consorte fu nelle cose marinaresche peritissimo, e dei venti chirati della nave possessore di undici; e tutto questo un colpo di garbino irreparabilmente distrusse. D'altronde, ambedue giovani potevano aspettare: lo sposo attendesse a raccogliere danaro, e intanto si differissero le nozze...."

Quando Canuto, re di Danimarca, alzava il trono sopra la spiaggia, ed ordinava all'Oceano si guardasse bene sollevare la sua marea e attentarsi bagnarlo, davvero era meno stolto di chi si sbraccia a persuadere due amanti che differiscano le nozze.--Ma se tutto è un giorno, un'ora, un istante;--ma se il desiderio infiammato può spegnersi da un punto all'altro;--ma se pittori e poeti finsero le ali allo amore perchè va via:--e con quale ragione volete voi che aspettino? Passeggeri sopra cosa che passa, chi mi sa dire se il cielo domani coprirà la terra? Quando l'amore può aspettare, egli è infermo come i fanciulli che si astengono da correre: lo colse la gotta, male da vecchio; l'amore dura vispo e lieto anche venti anni, ma se diventa vecchio, in meno che non balena eccolo decrepito.

La fanciulla facevasi velo di lacrime alla faccia mansueta. Il giovane ragiona, prega, e tempesta insieme. La vecchia in mezzo immobile come il Destino. Il giovane disperato una sera entrò nella bisca; messe grosse poste, e vinse duegento ghinee: poca cosa, ma bastevole a sperimentare la fortuna, s'egli è pur vero ch'ella ami i giovani.--Fu baleno d'inferno, e Mammone penetrò nelle vene del giovane con tutti i suoi veleni. Da quella sera in poi sedè continuo intorno al tappeto verde...

Se della probità del banchiere egli dovesse o potesse dubitare non sapeva; certo però che a fraudare sembrava gli fosse chiusa ogni via. E poi il banchiere ispirava proprio fiducia: bello di faccia, con capelli copiosi e biondi egregiamente acconciati sopra la testa, onesti i modi, lo sguardo benigno, il sorriso innocente; e quando ripeteva la parola:--"Vado,"--per avvertire che estraeva la carta, sembrava Gabriel che dicesse:--"Ave!"--Però il giovane, allorchè si pose a sedere, fisse i suoi occhi dentro gli occhi del banchiere provocanti, e simili a quelli del duellatore contro al nemico che si apparecchiano a uccidere; ma il banchiere gli corrispose senza punta ira, anzi con pietà, come volesse dissuaderlo da porsi all'avventura. Durante parecchie sere le vicende del giuoco si alternarono ora triste ora liete: e fu il tormento di Sisifo; dopo avere sospinto il masso fino al sommo della montagna, tornava a rotolare giù fino alle falde, ma non tanto avverse da disperarlo, nè tanto felici da renderlo pago: parve cosa calcolata con sommo accorgimento per accendere con fiamme inestinguibili cotesta natura piuttosto temperata. Alla fine la fortuna prese a scoprirglisi a viso aperto contraria: rimesse il guadagnato, sparvero di un tratto i risparmi raccolti a stento nella voragine immane, e presto giunse al Rubicone dei cassieri,--alla cassa del padrone. Bisogna confessarlo, la sua immaginazione non evocò fantasma a spaventarlo, lui non turbarono le ambagi di Cesare: tanta cecità lo aveva sorpreso, che si rinvenne mille miglia lontano dalla riva prima di accorgersi che aveva passato il fiume. Quando se ne accorse, non era più tempo per tornare indietro; l'amore, la vergogna e il delitto, come le cagne studiose e conte dell'Ugolino, gli stavano al fianco incalzandolo al precipizio.

Di tratto in tratto sopra l'onda burrascosa della sua anima le apparve una sembianza atteggiata a mesto rimprovero,--la sembianza della madre vedova e lontana; ma egli si affaticò ad annegarla, e l'annegò sotto sconce libazioni di acqua vite.

Quando il giovane, dopo lunga meditazione, deliberò ingoiare un bicchiere dello infame liquore a questo scopo,--allo scopo, dico, di cancellarsi dal cuore la cara e buona immagine materna,--n'ebbe orrore, e pensò avere commesso un parricidio.

Adesso lo sciagurato non conta più i danari: a piene mani tuffa nella cassa altrui, a piene mani dà la pecunia sottratta in balía della fortuna, che se la porta come l'uragano delle Alpi la neve minuta.

Certa notte, dopo una perdita tale che agli stessi giuocatori colà convenuti pose spavento, sicchè gli avevano fatto cerchio all'intorno lasciandolo solo, quasi soldato invaso dal furore della morte sopra la breccia,--la voce del servo che disse: "Signori, il giuoco è terminato!" gli traforò le orecchie crudele come la operazione del trapano; traballò a modo di epilettico, e comprimendo un singulto nervoso ch'ebbe a rompergli la gola, uscì dalla stanza, e si strascinò verso le scale. Prima di scendere appose la fronte bollente allo stipite di marmo per ricavarne un po' di refrigerio. Mentre stando così appoggiato lo assalivano le amarezze della morte, una mano gli batte lieve lieve sopra le spalle. Il sangue a guisa di lavacro di piombo fuso lo percorse intero dal capo alle piante ricercandogli ogni vena più minuta, ogni più sottile vaso linfatico; non ardisce muoversi nè aprire gli occhi; quando una voce di compassione gli susurra dimessa:

"Ahi! tristo voi, come siete tradito!"

"Tradito io? E da chi? E come?"

"Se io vi sapessi meno forte, mi parrebbe quasi carità tacere;--ma voi altri siete spiriti gagliardi, e stasera n'ebbi prova al giuoco, sicchè non dubito porgervi la medicina: a tutt'altro riuscirebbe troppo violenta,--ma voi guarirà..."

"Infine parlate."

"Voi amate...?"

"Chi ve lo ha detto?"

"Lo so..."

"Dunque perchè me lo domandate?"

"Avete ragione. Ora dunque sappiate che la fanciulla che voi amate v'inganna e vi deride;... perchè..."

"Perchè?"

"È pubblica meretrice..."

"Tu menti... O provalo o ti strangolo..."

"Io non mentisco: egli è per bene vostro che mi sono persuaso a palesarvelo; e in quanto alla prova, animo, mio caro giovane! e venite."