# I moribondi del Palazzo Carignano

## Chapter 9

Book page: https://www.cyberlibrary.org/it/books/i-moribondi-del-palazzo-carignano-19426/index.md

Come antitesi di questa testa rigogliosa e fiorita, osservasi, proprio a fianco a lui, la testa giallognola e malaticcia del Giorgini. Questo toscano fu l'amico intimo di Giusti, il nostro inemulato Giovenale, egli è l'amico di Ricasoli ed il genero di Manzoni. In ogni tempo moderato, spirito vòlto all'ironia ed allo scherno, un po' scettico, carezzando ed aguzzando l'epigramma, che sempre ferisce e talvolta dilania, egli votava col ministero, senza guardar pel sottile, quando ministri erano Cavour o Ricasoli. Il signor Giorgini è maestro nelle scienze economiche morali; scrive con uno stile ammirabile, quantunque un po' troppo fiorito, _pimpant_, e mirando al concetto di effetto. Lo si legge con supremo diletto e con profitto. Egli non parla sovente, ma la sua parola è chiara e correvole. Autonomista prima, all'Assemblea toscana del 1859 credette all'unità italiana, e vi crede ancora, ma bilanciando tra l'incentramento e le regioni del Minghetti, con ogni dovere sepolte. La _commissione governatrice_ toscana, nel 1859, gli confidò una missione diplomatica a Torino onde sollecitare l'intervento piemontese in Firenze. Giorgini ha pubblicati parecchi opuscoli letterari e politici che si leggono con vivo interesse. Rimarchevolissimo è l'ultimo sulla centralizzazione.

Bisogna che io dica una parola di un altro economista lombardo, assiso ai medesimi banchi--il signor Broglio. Figura e spirito burbero, all'apparenza pesante, ma nel fondo gajo e burliero, il signor Broglio piacesi a far parte dell'impopolare. Io l'ho veduto, in questa sessione, prendere due volte la parola per offuscare certe disposizioni liberali dello Statuto stesso--e, più spesso ancora, per difendere o per proporre misure odiose o illiberali. La sinistra non l'ama, il centro diffida delle sue proposte, e la destra stessa raramente lo segue. Del resto, Broglio è un uomo molto colto, ha senso retto; quando la passione non lo altera, è di carattere molto onorevole.

Io noto ancora a volo di uccello, in questa parte della Camera, il signor Mattei, ingegnere delle costruzioni navali, distintissima capacità: l'ingegnere Grattoni, che inventò le macchine del perforamento del Cenisio; il colonnello Pescetti, il quale prende, con una autorità incontestata, la parola negli Uffici su tutte le proposizioni di lavori pubblici; il general Petitti, di cui parlerò più appresso; il marchese Ricci di Macerata; gli ingegneri Valerio e Susani, parlatori che danno l'asma, avvegnacchè competenti nelle materie che trattano ordinariamente; il primo uno dei campioni perduti del piemontesismo, l'altro, un dì ex corriere di gabinetto di Mazzini, repubblicano, socialista, e tutto ciò che vi piace; ora autorevolmente conservatore; Fenzi, a cui Ricasoli confidò il comando della Guardia Nazionale di Firenze, moderato prima, adesso, e dopo, parlando benigno, scrivendo meglio.

Io mi soffermo un poco su tre altre figure, le ultime che ho segnate della destra, prima di passare alla sinistra--saltando sul centro, il nostro _pantano_, o, se volete, la nostra _pianura_--vale a dire, il colonnello Malenchini, il commendatore Carutti e Quintino Sella. Indico in passando il valente professore e naturalista napoletano Oronzio Costa--onore d'Italia e dell'Assemblea--avvegnacchè egli prenda poca parte ai nostri lavori parlamentari. Egli è uno dei caratteri i più diritti ed i più onesti dell'Italia meridionale.

Il signor Quintino Sella anch'esso è un naturalista e un chimico di prima forza. Ma la sua specialità è la conoscenza delle mine. Il signor Sella fu per qualche tempo segretario generale dell'istruzione pubblica. Poi diede la sua dimissione, dopo la morte del conte di Cavour, declinando qualunque responsabilità in un'amministrazione ove il ministro De Sanctis pareva disposto a non far niente--e tenne la promessa. Anzi, fece malissimo. Il signor Sella parla benissimo, da uomo competente e sicuro di ciò che dice. Io l'ho udito trattare quistioni d'industria, di tariffa, di libertà industriale, di macchine, di finanza con un ingegno rimarchevole ed una lucidità poco comune. Possiede molte lingue; ha viaggiato in Europa per investigazioni scientifiche. È giovane cortesissimo e semplicissimo. Ma ritornerò su di lui parlando del nuovo Gabinetto.

Il suo ex collega, signor Carutti, segretario generale degli affari stranieri, posa un po' più. Ha l'andamento pretenzioso; la perorazione gonfia; la frase sonora e rotonda, ma vuota, quando non la soppanna da una tirata ad effetti; l'aria grave e pensierosa; il cranio calvo; un insieme fine, che respira la diplomazia in abito da domenica, nelle sue funzioni. Il signor Carutti è un letterato conosciuto. Ha pubblicato parecchie cose. Il suo stile è ornato, la materia studiata con coscienza; ma egli si riscalda troppo sovente a freddo nei libri come nei discorsi. Egli vota, naturalmente, col Gabinetto. Nondimeno egli non l'approva mica sempre, ed in questo caso esce della sala prima del voto, come fece a proposito della legge sulla Guardia mobile ed altravolta. Carutti è di passaggio alla Camera; egli andrà a fossilizzarsi in qualche residenza diplomatica dell'importanza di quella di Atene.

Contemplando i banchi così zeppi della destra, ogni sguardo si arresta colpito innanzi di quella testa mezzo calva, cifrata da una cicatrice profonda alla tempia destra, sorridente a metà ed a metà brusca, silenziosa ed attenta. È il colonnello Malenchini--l'uomo che ha strappato davvero la corona dalla testa dei Lorenesi di Toscana. Malenchini, un dì repubblicano livornese, poi mazziniano, condusse quella gloriosa legione toscana che fece sì bella resistenza a Curtatone nel 1848. Dopo la restaurazione Malenchini emigrò a Parigi. Vi ebbe un duello; ritirò a Torino, poi a Livorno. Presentendo la guerra dell'Indipendenza un anno prima che scoppiasse, organizzò una legione toscana e cominciò ad esercitarla. La polizia non osò aver dei dissidii con una legione di mille giovani esaltati. La guerra scoppiò. Malenchini intimò al Granduca di voler condurre questa legione contro l'Austria; e Leopoldo II, volendo evitare disgusti, lasciò che la s'imbarcasse di notte, dicendo forse in cuor suo, a nemico che parte un ponte d'oro.

A Torino, una metà della coorte toscana passò nell'esercito, l'altra restò sotto gli ordini del suo conduttore. Ad Acqui, un telegramma chiama Malenchini a Torino. Due giorni dopo ci ritorna a Firenze, e, malgrado l'opposizione di tutti, malgrado Buoncompagni, Fenzi, Ridolfi, Ricasoli, egli prepara, combina, provoca ed ottiene il _pronunciamento_ dell'esercito toscano. Il Granduca partito, Malenchini, Peruzzi, Danzini formano il Governo Provvisorio. In questo mentre l'imperatore Napoleone arriva ad Alessandria. Malenchini, attirato dall'odore della polvere, lascia il governo civile e si reca a Torino. Garibaldi gli dà il comando del magnifico reggimento dell'Appenino. La pace di Viìlafranca lo trova nella Valtellina, attaccato a Garibaldi. Malenchini lo segue nell'Emilia. Là egli concepisce il progetto di dare il comando dell'esercito dell'Italia centrale a Garibaldi. Farini, Ricasoli, il re stesso, dopo un colloquio, consentono. Ratazzi, il quale comprendeva dove questo comando avrebbe condotto, ricusa, onde non dar ombra alla Francia. Ricasoli e Farini ritirano la loro promessa, ed il general Fanti è sostituito a Garibaldi. Ecco l'origine del cattivo umore del generale contro questi tre personaggi.

Garibaldi conservò solamente il comando del corpo d'armata delle Romagne.

Sulle sponde del Taullo, il Rubicone di Cesare, l'impazienza di Garibaldi divenne una tentazione irresistìbile. Vuole passarlo. Cosenz e Malenchini lo ritengono. Malenchini si reca presso del general Fanti, il quale comandava il corpo d'armata del Centro, onde ottenere il permesso d'invadere l'Umbria. Garibaldi, dietro il rapporto di Fanti al re, è richiamato e dà la sua dimissione. Malenchini, rientrato indi a poco nella vita privata; andò a raggiungere il suo amico in Sicilia con un corpo di Toscani.

Garibaldi ne sospettò--credendolo organo di Cavour, avente missione di moderarlo--e lo allontanò. Nondimeno, Malenchini prese una parte attiva a tutti i fatti dell'esercito meridionale. Egli si distinse per sagacia e bravura nella giornata del Volturno. All'indomani, tutti ricevettero un avanzamento.... Malenchini restò colonnello.... ma agli avamposti, sulle sponde del fiume, sempre in faccia al nemico per tutto un mese! Ciò basta. Questa ingiustizia deve pesare sul cuore del lione di Caprera.

Malenchini ha sempre fatta la guerra a spese sue; mai non toccò soldo. Egli è uno di quei quattro o cinque uomini che il conte di Cavour stimava. Malenchini non si mostra mai, avvegnacchè abbia provato che egli sa parlare, e ben parlare, al bisogno. Io non ho che un rimprovero ad indirizzargli, quello di aver votato contro l'ordine del giorno di Garibaldi, quando si discusse la sorte dell'esercito meridionale. Molto istruito nelle lettere e nella storia, ha vedute giuste, ma troppo moderate. Malenchini vota col Ministero, ad ogni costo--quando questo è fra i suoi amici, nelle sue idee.

Ecco la destra. Ma io lascio nella mia penna delle specialità rilevanti. Io indicherò i tratti generali, lo spirito, la forza, la portata, le tendenze di questi trecentocinquanta deputati, riuniti in corpo politico, agendo in massa, sotto il soffio di passioni o di sentimenti politici; io vi segnalerò la loro tattica nel combattimento, la loro disciplina alla voce del Ministero; io vi dirò cosa vi ha nel seno di questa legione governativa, ciò che essa sarebbe domani se cangia il vento, se l'unità corre pericolo, se l'Italia è minacciata, e se il Parlamento dovesse trasformarsi.... in Convenzione--se Ratazzi non lo licenzia, ciò che è assai probabile,--quando riassumerò. Per ora, allorchè avrò abbozzato la sinistra ed il centro a grandi linee, mi contenterò di dire: vien di nascere in Europa una forza nuova, d'uopo è riconoscerla, è duopo pesarla: e con essa contare.

IX.

Sinistra.--Principali divisioni di essa.--Suoi caratteri generali.--Suoi intendimenti--Capi presuntivi.--Ferrari, Guerrazzi, Mazziniani, Saffi.--Gli oltramontani.--Ondes-Regio, Amari, Ugdolena.--I dottrinari.--Allievi.--Il gruppo della _Perseveranza_.--Visconti-Venosta, Massarani, Guerrieri-Gonzaga, Finzi.--Gl'indipendenti.--Mosca, Costa, Pica, Giuseppe Romano, Mandoi-Albanese, Marchese Ricci, Levi, Ranieri, Varese, Menighetti, Toscanelli, Michelini, Bianchi, Tecchio.--I _boudeurs_, ecc.--Gli smarriti.--Chiaves, Gallenga.

_Torino, 16 luglio 1861 e 9 marzo 1862._

Ora, in avanti la sinistra; ed eccoci in piena sinistra. A vero dire, io mi sento un poco imbarazzato per cominciare e per classificare questo esercito di generali senza soldati, questi capi di partito senza partiti. Proverò nondimeno di procedere con un tantino d'ordine.

La sinistra, e l'estrema sinistra, presentano le varietà seguenti: Garibaldini, Mazziniani, repubblicani, federalisti, oltramontani, autonomi, liberali, indipendenti e dipendenti, misteriosi, indecisi, queglino che portano il broncio, gli esploratori del campo nemico, gli uccelli di passaggio, gli smarriti per via, scettici, dottrinari, pretendenti. Io potrei aggiungere ancora altre tinte, ma credo che ciò basti. Notate, che questi deputati sono qualche cosa per sè stessi, che essi han rappresentato tutti una parte o parecchie parti nel passato, e che non hanno abdicato il loro avvenire. In questo lato si vede, si pensa, si vive, si freme, si lotta, sì discute furiosamente si dà la baia, si strepita--si combatte al bisogno.

Questa frazione del Parlamento non è compatta, ma è piena di audacia e di vita, non perchè la fosse certa di prendere un giorno lo scettro strappato dalle mani dei barone Ricasoli, o del Ratazzi, ma perchè essa possiede, senza avvedersene, qualche cosa come un programma, una bandiera che sventola su tutti i suoi membri e li copre tutti, malgrado le negazioni dei suoi avversari politici. Questo programma, dopo la morte di Cavour, era divenuto più potente: ma dopo le note ed i discorsi di Ricasoli è impallidito. Il presidente dei Consiglio ha posto la quistione di principio e di dritto di una maniera assai netta ed assai energica; la sinistra non può dunque differire da lui che sull'opportunità, il modo ed il tempo di applicazione. Quanto alla politica interna, le divergenze sono forse più ricise e ricche di dettagli; ma ciò oggidì interessa poco. Ciò è storia. Ciò sono i piccoli affari di casa, che non allettano tutti i gusti.--Lo scopo della sinistra, comune a quasi tutte le sue gradazioni di partiti, gli è di rovesciare il Ministero poco curandosi di ciò che possa seguirne. Parecchi membri di questa parte dell'Assemblea non si rendono neppure un conto ben esatto delle loro antipatie contro il Gabinetto attuale. Essi sono trascinati da un sentimento vago, sono forse strumenti di ambizioni celate; essi aggiungono un suono all'eco che palpita intorno a loro e nei loro ranghi. Gli abili si servono di questa forza; imperciocchè la peggiore di tutte le forze è quella che, non ragionando, colpisce come il martello della fatalità. E di quinci questa unanimità di scopo mirato da tante personalità diverse e variate.

Vi sarebbe ancora un'altra circostanza che potrebbe, non dico già riunire, ma ravvicinare tutti gli elementi della sinistra, e sarebbe la presenza del capo, vale a dire Garibaldi, il quale virtualmente primeggia tutti i partiti. Ma Garibaldi non è presente. Egli ha una capacità parlamentare molto discutibile, non è uomo da imporre o da osservare la disciplina. Di guisa che, tranne nel voto e nello scopo, la sinistra resta in frazioni come io ve la dipingeva più su. Garibaldi a parte, sonovi qualche altri individui che potriano passare per capi di partito, a causa dei loro precedenti. Io mi limito a nominare Sirtori, Brofferio, Montanelli, Tecchio, Guerrazzi e Ferrari. Ma essi sono ad una volta testa e coda della loro parte, perchè niuno li segue.

Io non mi fermo molto su Ferrari. Egli è conosciuto in Francia, forse più che in Italia; e fuvvi un momento in cui e' sollevò qui la collera universale, non a causa dell'irreprovevole suo carattere, ma a causa delle sue dottrine. Il signor Ferrari è il solo federalista della Camera--perocchè io non so che, palesemente almeno, due ne fossero. Egli non maschera punto vigliaccamente le sue opinioni; egli le lancia, al contrario, a torto ed a traverso, ad ogni proposito; e, cosa singolare, il Parlamento, che interromperebbe chiunque altro con i suoi bisbigli, lascia Ferrari liberamente sporre le sue teorie--a causa forse del suo nome, o a causa della tinta scientifica che l'eminente filosofo-storico dà ai suoi fulgoranti paradossi. Il signor Ferrari ha nondimeno degli sprazzi di luce, i quali riassumono talvolta una situazione con un motto felice e profondo. Se il Ferrari avesse rinnegate le sue prime convinzioni, egli sarebbe forse stato una macchina di guerra. Restando onoratamente federalista, su i banchi dell'opposizione resta impotente.

Ma che cosa è Guerrazzi? mi dimanderete voi adesso. Ohimè! io vorrei ben dirvelo, se lo sapessi, se il signor Guerrazzi lo sapesse egli stesso. Il fondo del suo pensiero di deputato è un mistero. Egli è italiano, senza dubbio; ma sotto di qual forma politica? È desso unitario, repubblicano, monarchico, costituzionale, anarchico? È desso federalista, è desso autonomista? Se io osassi indovinare, io direi che egli è, innanzi tutto, e non è altra cosa, che indispettito di non essere ministro, ed egli odia, a causa di ciò, l'assorbente ed invadente egemonia piemontese. Guerrazzi, come uomo politico, si è poveramente sciupato. Ma egli resta ancora un terribile lottatore parlamentare. Perocchè egli ha una lena inesauribile, e sulle sue labbra l'epigramma scatta spontaneo, e dove tocca, taglia. Egli ferisce a morte, ma fa ridere coloro stessi cui offende.

L'Italia poi deve a Guerrazzi il non aver essa veduto spento il fuoco sacro del sentimento nazionale. Da trent'anni il cuore d'Italia palpita potentemente rimescolato da questo scrittore veterano. _La Battaglia di Benevento_, l'_Assedio di Firenze_, _Isabella Orsini_, _Veronica Cibo_, i _Nuovi Tartuffi_, _Beatrice Cenci_, l'_Asino_, il _Buco nel muro_.... ed i suoi scritti politici, hanno avuto un rumoroso successo, non solamente letterario, ma nazionale. La stranezza del suo stile, amalgama bizzarro di lirismo e di pedantismo sonnolento, che si direbbe del Byron affannato e svaporato, del D'Arlincourt concentrato, la singolarità del suo stile, dico, vien compensata largamente da un olezzo di sentimento sempre generoso--quando non è scettico o gallofobo, e da una profondità di viste nuove, ampie, feconde, le quali rivelano un ingegno che lambe il genio. Guerrazzi commuove e scuote, ovvero disgusta.

Al Parlamento egli combatte da bersagliere. È la sua parte. Per il momento, egli sta sul broncio. Nella sessione passata non parlò che due volte, e male--ciò che avviene sempre quando la collera fa velo all'intelletto. Non vota mai. Fa dello spirito con i vicini, e lancia dei bei motti per sotto, non per sopra il mio banco. Fortunato il suo vicino che può raccoglierli!

Se gli ex-mazziniani sono numerosi, sopratutto sui banchi della destra, i mazziniani attuali e fedeli riduconsi a quattro o cinque. Il loro capo è Aurelio Saffi, gli altri, persone senza valore e senza nome. Io non parlo dei mazziniani misti, dei mazziniani garibaldini, tal che Brofferio, Crispi, Macchi, Mordini, Bertani.... Io classificherò costoro fra i garibaldini, perocchè in realtà essi amano meglio il sole di mezzodì che il sole quasi estinto. Il signor Saffi è un uomo ardente, quantunque a giudizio esatto e moderato; uno spirito elevato e molto colto; un polemista vigoroso nella stampa. Sventuratamente, la sua voce fievole e velata gli osta di tuonar alla tribuna come la tempra del suo cuore e della sua mente gliene darebbe l'attitudine. Non nomino, come dissi, gli altri mazziniani: non ne vale il fastidio. La voce di questo partito non ha eco nell'aula nostra. Il solo nome di Mazzini vi suscita degli uragani. Ferrari ringraziò un giorno il conte di Cavour, il quale gli permise di pronunziare questo nome formidabile in mezzo a mormori sordi dell'assemblea. E nondimeno si ascoltano intrepidamente Ondes-Regio, Emerico Amari e Gustavo di Cavour, i tre oltamontrani più proporzionatamente furiosi della Camera!

Il barone Ondes-Regio è il nostro Montalembert, meno la bile, ed il sapere ed il municipalismo siciliano in più. Il signor Ondes insegna il dritto constituzionale ed il dritto internazionale nell'Università di Genova. È autore di parecchie opere di dritto e di filosofia morale, non che di qualche libello cattolico--opere tutte fortemente pensate, scritte con eleganza e facilità, e molto apprezzate da coloro stessi--e sono numerosissimi--che ne combattono le teorie. Il signor Ondes non ammette tutti i principii dell'89. Egli osò chiamare _scellerati_, dalla tribuna, gli uomini della Convenzione--assolutamente come un cappuccino. Lo si direbbe un resurretto dopo dieci secoli--_un revenant_, nel nostro Parlamento unitario, scettico, e fortemente temprato dal battesimo della grande rivoluzione francese. Malgrado ciò, l'allettamento della parola e la considerazione tutta personale di questo fogoso cattolico son tali che tutti lo ascoltano con interesse, alcuno non si rivolta delle sue eresie sociali, molti si pregiano di essergli amici--ed io fra costoro!

Il conte Emerico Amari è il nostro M. di Falloux. Amari occupava la cattedra di filosofia della storia a Firenze. Lo si dice profondo giurista ed economista. Come il suo parente e vicino, signor Ondes, egli è autore di talune opere di grande portata, e cattolico così cieco, così convinto, che l'altro suo vicino e conterraneo, signor Ugdolena, lo sembra poco.

Il signor Ugdolena insegna all'Università di Palermo la _Santa Scrittura_ ed è orientalista. Egli passò per gli ergastoli di Ferdinando II, poi fu ministro di Garibaldi, che lo nominò giudice della Monarchia Siciliana--specie di legato del Re in faccia della Santa Sede. Ha un'eloquenza melliflua, untuosa, episcopale. Ma questo esaltamento oltramontano e la tendenza di autonomia insulare a parte, questi tre siciliani combattono il Governo nella misura della loro coscienza, e tengono degnamente il loro posto alla sinistra.

Vi sono ora i liberali dipendenti o dottrinarii, imperciocchè essi sono partigiani della politica straniera del barone Ricasoli, carezzano l'alleanza francese e le idee inglesi, e difendono furiosamente l'autonomia amministrativa, cui il ministro Minghetti aspirava ad infiltrare nelle nostre leggi organiche, col nome di _regioni_, e cui il barone Ricasoli combattè e fece rigettare. Questo piccolo gruppo di democratici _blasés e blasonnés_, si compone principalmente di Lombardi, repubblicani prima del 1848, rivoluzionari o fusionisti a quell'epoca, in cui ebbero le prime parti nella stupenda epopea della rivoluzione, e poscia un po' di tutto, per intermittenza o per dispetto.--In fondo, convinti di nulla. Ma onesti, culti e facendo parata di loro cultura, sì che ne vengono fastidiosi, pesanti, affettati, uomini più di pensiero che di parola, abili, ma non audaci, tendendo ai mezzi termini, alla mezza luce, allo sbiadato. Il loro capo apparente è il signor Correnti, di cui discorsi innanzi, il capo reale è il signor Allievi, direttore oggi della _Perseveranza_.

Il signor Allievi è uomo che ha idee, ed idee ardite, ma le tempera per smania di gravità ed ambizione di passare per un uomo di Stato. Parla bene, ma senza calore, senza brio, dicendo cose sode, cose sane, cose giuste. Amico di libertà, ma pauroso di parerlo troppo--sente alto di sè, non dissimula sentir mediocremente di altrui--e non sempre a torto--freddo, ma gentile nei modi. Fa parte delle più gravi commissioni amministrative, ove porta sempre non mediocre corredo di. sapere acquisito nei libri. È sovente relatore di leggi e si tiene gagliardamente sulla breccia. Il più bel giorno della sua vita sarà, non quando avrà scritto un brillante articolo nell'importante periodico milanese, ma quando sarà nominato segretario generale di qualche ministro. Ciascuno ha i suoi gusti.

Segue il signor Visconti Venosta, il quale occupò degnamente le funzioni di segretaria di Farini nell'Emilia ed a Napoli. Oggi egli è membro del contenzioso diplomatico, comitato instituito dal conte di Cavour. Nominerò altresì il signor Restelli, uomo di portata politica distintissima: il signor Massarani, polemista, nella _Perseveranza_ di molto rilievo, serio, colto giovane; il marchese Guerrieri Gonzaga, letterato ed economista di prima forza, poeta squisito che squisitamente ha tradotto or ora il _Fausto_ di Goëthe, un dì repubblicano; oggi piegato a casa di Savoja, per odio degli Habsbourg, sotto di cui geme ancora la sua provincia. Citerò inoltre l'avvocato Gadda, ed il suo vicino il signor Finzi, avanzo radicale, ma intollerante, delle prigioni dell'Austria. Finzi restò dieciotto mesi in una muda a venticinque piedi al di sotto del livello del lago di Garda a Peschiera. Egli deve al suo silenzio implacabile se non fu appiccato come i suoi complici. Garibaldi lo nominò direttore della cassa per il milione di fucili. Aggiungo a costoro il napoletano Giuseppe del Re, elegante scrittore, anch'esso della _Perseveranza_, ed in quei principii, poeta, dalle cose politiche più alieno che caldo, scettico e beffardo.
