# I moribondi del Palazzo Carignano

## Chapter 8

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E nondimeno, egli è d'uopo dirlo, su i banchi della destra seggono degli uomini rimarchevolissimi, degli uomini d'ingegno e di sperienza. Il Ministero si è rinforzato di un personaggio di valore, dell'uomo che organizzò in realtà la presa di Ancona e di Gaeta e disdegnò di vantarsene--il generale del genio conte Menabrea. Questo generale, Valdese, era il fiore il più squisito della reazione. Oltramontano puro sangue, spiattellatamente piemontese, arrogantemente realista, egli trattava l'Italia di assurda minchioneria. Il cannone di Magenta rimescolò il suo sangue, scosse le sue fibre. L'aria lombarda, quantunque ancora pregna di croato, vivificò la sua anima. Il conte di Cavour lo prese per la mano, come il Satana di Cristo, inalzandolo sur un pinacolo, gli fece vedere al di là dell'Adige Venezia, ed al di là dei monti Roma e Napoli. Menabrea divenne italiano e credette all'Italia--si dice almeno. Egli poteva però passare nell'esercito francese, ed ottò per l'Italiano--dopo la cessione di Savoja.

Menabrea aveva di già ammirevolmente arrestato la marcia degli Austriaci su Torino, con le sue fortificazioni improvvisate in due settimane sulla Dora Baltea. A Gaeta mise in opera quello stupendo sistema di attacco, il quale, secondato dalla rara energia del generale Cialdini, fe' capitolare in 57 giorni una piazza che passava per la Sebastopoli dei Borboni. Intelligentissimo, solidamente istrutto, la parola facile ed elegante quando parlava francese, un po' confusa, monotona e precipitata ora che favella in italiano, dotato di grande energia e di volontà di fare, conoscente tutte le tattiche del Parlamento e le specialità dell'amministrazione, Cavour lo aveva indovinato. Egli lo destinava già al portafogli della marina, che il barone Ricasoli gli confidò.

Il generale Menabrea ha l'aria scura, lo sguardo profondo, addolcito dalle lenti, la voce gutturale, il gesto raro, la postura elegante ed aristocratica, la testa alta finamente modellata, cui il sentimento cattolico impronta un po' più che le abitudini militari. Egli parla da uomo convinto, ma un tantin fastidito. Però è puntiglioso all'attacco, preciso e vivo nella risposta. Le sue idee sono sobrie e chiare. Sa lottare, e non sembra sfuggire la lotta, nè provocarla con jattanza. Per dodici anni egli restò in mezzo all'opposizione reazionaria ed aguzzò delle armi, che non sono smussate ancora. Il generale Menabrea è senatore, ed un potente acquisto pel Gabinetto. Avvegnacchè, per esser giusti, occorra dire che l'impulso da lui dato alla marina sia inferiore alle speranze in lui rimesse. Lo si accusa di tenerezza per l'egemonia piemontese, di poco tenero di libertà. Chi se ne sorprende? Le conversioni di S. Paolo, in quattro secondi, sono roba da leggenda. I cangiamenti nello spirito umano, ed in uno spirito matematico sopra tutto come quello del Menabrea, si fanno per gradi--e non sono mai radicali. La probità sola corregge lo instinto.

Degli altri ministri aggiunti al Gabinetto ho poco a dire. Il signor Miglietti, che fu altra volta guardasigilli, appartiene al partito di Ratazzi e ne professa i principii. Spirito moderato, un po' indeciso, ma onesto, egli è una delle colonne su cui poggia l'egemonia piemontese. Il signor Cordova è un economista italiano, la di cui capacità amministrativa non è ancora incontestata. Ciò che è incontestabile è la sua abilità parlamentare. Egli non si occupa molto in sostenere il Gabinetto collettivamente: difende con tenacità il suo portafogli. Lo si dice compagno poco comodo, _mauvais coucheur_, direbbero i Francesi. Lo si dice poco ostinato nelle sue convinzioni ed ambiziosissimo. Si che, per restar ministro, transigerebbe su parecchi dettagli, e poco curerebbe di aver questi o quegli a compagno. Lo si dice invasore su i dritti dei suoi colleghi, e non risparmiando loro ogni specie d'epigrammi. Tutto ciò ci commuove poco: bazza a chi tocca!--come non ci risguardano le sue doti ed i suoi difetti come uomo privato. Noi, che abbiam vissuto in Francia lungamente, non siam mica troppo pettegoli sul sibaritismo. Ciò che dobbiamo constatare è l'incredibile facilità di favella e di memoria del signor Cordova. Egli è un _jenny mull_ a parole. E parla con tale velocità, con tanto seguito, che sveglia nella nostra sala di legno e cartone una specie d'eco dispiacevole. I discorsi di Cordova sono pieni di vita, di brio, di movimento. Egli cita talvolta di traverso, sconvolge i fatti e li travisa, giuoca di antitesi, di metafora, di paradosso ed abbarbaglia come un giuocatore di bossoli. Sembra un fenomeno. E dopo di averlo udito, si resta stupefatto, stanco, abbarbagliato, attonito: il capo gira, si vede innanzi agli occhi un incrociamento di mille razzi di tutti i colori, ma non si rimane punto convinti. Cordova è un eccellente acquisto in un Ministero, ma non so se sia un eccellente ministro. Egli ha troppe passioni, ed impressioni troppo vive. Ora occupa il portafogli dell'agricoltura e del commercio, portafogli di un'inutilità magnifica, ma creato appositamente onde lusingare, nei loro uomini, le provincie meridionali. L'è la scuola normale ove si formano le capacità ministeriali. Per il momento, è la patria di Machiavello che tiene l'alto nella politica italiana, l'invade, l'assorbe, e resiste all'aggressione dei conterranei di Cavour, i quali vorrebbero invaderla a volta loro--credendosi tutti altrettanti Cavour, e mediocremente stimando quantunque venga d'altrove. Quanto a Cordova, egli si crede i polsi assai forti per reggere non uno, ma dieci portafogli diversi--e già lo si dice in via per quello dei lavori pubblici. Egli però non è l'angelo della destra della Camera, e la sinistra ne diffida e non poco.

I banchi della destra dell'assemblea si trovano in parte popolati di ex funzionari, di funzionari in attività, e di funzionari in aspettativa. Il loro capo, dopo l'avvenimento alla presidenza del Consiglio del barone Ricasoli, fu per un pezzo Buoncompagni; oggi, per una rivoluzione di giannizzeri, è il signor Lanza.

Due o tre volte ministro, il signor Buoncompagni non si mostrò veramente sotto il suo vero punto di vista che in Toscana, sia come ambasciatore del re presso del Granduca, sia come Commissario di S. M. dopo la partenza del Lorenese. Là, nelle due parti, bisognava un uomo a figura spessa ed imperturbabile, che non tradisse giammai il suo pensiero e la sua impressione; un uomo che parlasse molto, senza mai compromettersi; un carattere facile ed affabile, perchè non lo si stancasse molto di riclami, di proteste e di recriminazioni; pronto al sorriso, ai modi cortesi, l'animo benevolo, carattere senza angoli. Il signor Buoncompagni rappresentò la sua figura a meraviglia, e potè a suo comodo imbaggianare Leopoldo II e provocare l'annessione. Buoncompagni ha la parola fluente, è pieno d'idee politiche, un po' scucite, è cattolico.... Ma quando domanda a parlare, tutti si accomodano nella postura la più agiata per sonnecchiare sotto una doccia di parole monotone, senza accento, senza vita, molli: ovvero chi di qua, chi di là, terminata la corrispondenza con i suoi elettori. Buoncompagni fa capo per _interim_, nè è uomo che sembri ammagrirne, oggi che non lo è più.

Il vero capo sarebbe Farini, se fosse assiduo alle sedute--come avvenne per un momento dopo la morte di Cavour. Farini non ha più l'itterizia: ma egli l'avrebbe data, se avesse continuato, a quel povero Minghetti, in faccia del quale si era assiso e lo covava con occhi beffardi e sarcastici. Collocato tra Farini per davanti e Ratazzi sul capo, Minghetti ne intisichiva a vista. Io non ho bisogno di delineare il profilo di Farini. Da quattro anni non si parla che di lui. Testa forte e profondamente accentuata, tratti vigorosi, naso aquilino, spirito ambizioso e soffice, scrittore elegante e collerico contro coloro che non dividono le sue idee, vanitoso ed epicureo, trincia da principe con agiatezza, ma parla all'occorrenza da tribuno. Farini ha pubblicato delle _Storie d'Italia_ che ebbero successo meritato--avvegnacchè parzialissime. Fu ministro. Ma troppo inquieto ed impaziente, ebbe velleità di disegnare la sua persona di una maniera assai spiccata in faccia del conte di Cavour. L'astuto grand'uomo lo sguinzagliò sulle ruine della casa di Borbone, lo lasciò solo, senza consigli, senza direzione, e Mario-Farini ritornò, dopo due mesi di dittatura, non per uccidersi come il vincitore dei Cimbri, ma per purgarsi nella sua bella villa di Saluggia. Il signor Farini sarà ministro di nuovo, e ciò forse fra non guari, e ciò non senza utile. Perocchè Farini, malgrado il suo incomparabile fiasco di Napoli--dove ha lasciato memoria d'implacabile rancore, Farini, dico, possiede abilità incontrastabile. Egli ha idee, coraggio, iniziativa, colpo d'occhio, spirito svelto e non inceppato da precedenti o da convinzioni intangibili, e sopra tutto attività--se la malattia non lo ha rotto, come si buccina. Se Farini disdegna comandare la falange della destra, gli è per negghianza. E di quinci l'importanza di Lanza.

Il signor Giovanni Lanza ha lasciato, come Presidente della Camera Piemontese, legato di odio alla sinistra, che lo addimandava un gendarme, perchè toglieva inesorabilmente la parola ai membri di questa parte dell'assemblea. Senza averne ben l'aria, il signor Lanza è intollerante come un cattolico. La sua presidenza della destra è inesplicabile; perocchè nulla in lui rivela la supremazia, nè l'abbondanza e novità delle idee, nè l'acuzia e la prontezza dell'intelletto, nè il prestigio della parola, nè la facilità di riassumere _avec bonheur_ una discussione, una situazione, nè l'ascendenza, brillante di una superiorità incontestata. Uomo mediocre, pedante, a vista fosca, senza tatto politico, chiuso nella cerchia della Dora e del Po, non sa armeggiare, non ha sangue freddo, non ha prontezza di risorse, non ha sintesi, è personale, ristucca quando parla--in una parola, è un corpo completamente opaco, e giammai uno straniero che cadesse nuovo nelle nostre sedute si dubiterebbe, a vederlo, ad udirlo, a riudirlo, a udirlo di nuovo, a vederne la tattica, che quello sia il dittatore della destra. Mille e mille volte questo posto sarebbe meglio spettato al Minghetti, al Mancini, allo stesso Lafarina, ed a chiunque altro. Come semplice deputato, poi, il Lanza è uno dei pregevoli e distinti membri della destra. Egli ha la frega degli ordini del giorno--e ciò si comprende, dovendo sintetizzare l'opinione della destra.

Vicino al Farini, o in quelli banchi, si rimuove il signor Boggio, l'_ergoteur_ lo più complimentoso ed al medesimo tempo lo più aggressivo della Camera. Intelligenza svegliata, parola facile, tendenza pronunziatissima al paradosso, spirito fantastico e stravagante, spingendo l'indifferenza del _che se ne dirà?_ fino al difendere le proposizioni le più assurde, ed attaccare gli atti i meno pericolosi del governo.... ecco il tipo di questo arguto, corto e grosso professore del dritto costituzionale dell'Università di Torino. Poco lungi sta il signor Pasini, il quale è incontestabilmente uno degli uomini i più eminenti della nostra Camera. Il signor Valentino Pasini si arranga tra i finanzieri. Egli ha pubblicati parecchi articoli ed opuscoli sulle finanze italiane ed austriache. È il primo che abbia parlato in blocco della situazione finanziaria d'Italia e della necessità economica che avrebbe un dì o l'altro obbligato l'Austria a disfarsi della Venezia. Erudito relatore dei progetti di legge, che han rapporto a questa parte dell'amministrazione italiana, lo si incontra sovente sulla breccia ove egli sa tenersi gagliardamente.

Al disopra sbadiglia il signor Leopardi. Ma quando cessa di sbadigliare, questo deputato dall'aria fina ed ironica, gli è per difendere, per esempio, con una voce debole e melliflua, un convento di Carmelitani, i quali domandano a restare malgrado la legge dell'abolizione poi conventi--perchè i Carmelitani mangiano bene, o per difendere la causa di una comunità dì religiose di S. Teresa, o di S. Orsola--perchè quelle serve di Dio fanno delle eccellenti conserve e dei squisiti camangiari. Il signor Leopardi fu per dieciasette giorni, nel 1848, incaricato di affari del re Ferdinando II presso del re Carlo Alberto. I dieciasette giorni di missione gli han procurata una pensione di ritiro di franchi 12,000 l'anno. Il signor Leopardi è convinto che, con questa missione, egli fece l'Italia per tre quarti. Egli passa i suoi ozii attuali dando dei pranzi ai suoi amici e nemici. Io non so se il Leopardi fu, o se egli è diplomatico. So che egli accomoda i maccheroni al sugo con la stessa abilità di Rossini, e prepara l'estratto di pomidoro quasi così bene che Mercadante. I signori deputati preferiscono i pranzi ai discorsi di Leopardi.

Il migliore scrittore di _pamphlets_ politici in Italia è il signor Torelli--_alias_ Ciro d'Arco. È pieno di brio, non manca di spirito, ha la pennellata ora forte, ora graziosa, secondo gli piace, ha stile pieno di movimento, che seduce e ricrea. Non so se sia oratore. Par uom modesto e gentile, e poco curante di brighe, il deputato lo più pretenzioso, dopo Zuppetta, è l'ex-ministro Jacini. Egli scrisse taluni articoli sulle finanze lombarde superiormente rimarchevoli, a tempo dell'Austria, quando era forse pericoloso occuparsi di simile bisogna. Egli seppe resistere alle piaggierie degli arciduchi--che che se ne sia susurrato in contrario, ed a causa di ciò, quando il conte di Cavour concepì l'idea dei Ministeri topografici, ei destinò il signor Jacini per quella famosa _sinecure_ dell'agricoltura e del commercio, e poscia per il portafogli più importante dei lavori pubblici. Il signor Jacini appartiene a quel piccolo gruppo di innocenti dottrinali lombardi, che sieggono alla sinistra--detta la chiesa della _Perseveranza_, e di cui parlerò più tardi. Egli è competente in fatto di quistioni economiche e di lavori pubblici, ma, si dice, egli si reputa troppo competente--quasi maestro. Il signor Jacini, del resto, non si mostra mica sovente, nella discussione, da uomo che si riserva.

A canto a lui tiensi l'ex-ministro Vegezzi, vecchio flemmatico, che non ha rinunziato a rientrare agli affari, quando l'ora gli suonerà opportuna. Egli ha ricusato per ora il portafogli della giustizia, e deplora, senza potersi consolare, come Calipso della partenza dì Ulisse, la partenza per Atene del suo amico vicino il conte Mamiani.

Un altro ex-ministro, il signor Corsi, resta intrepido al suo posto e non sogna più, a quanto pare, del paradiso perduto, che non erasi data la pena di guadagnare, nè si curò di conservare. Egli accompagna dei suoi voti e del suo voto il vascello che conduce Ricasoli e la sua fortuna. Se vi segnalo il signor Corsi tra i 350 membri della maggioranza, egli è perchè egli ha un valore incontestabile.

Passiamo su Raeli, su Menotti, il solitario della destra, su Busacca, un buon economista, su Bertolami, intelligenza viva, ornata, facile, ma vaporosa; su Gustavo di Cavour, nobile e fiero carattere, intelletto colto, ma corto, ultramontano; su Alfieri, il quale par soccombere sotto il nome che porta ed il nome di Cavour che crede gravitargli su per alleanza, luogotenente di Chiaves, e fino fiore dell'egemonia piemontese, cattolico, spirito in ritardo con delle velleità di diventar capofila; passiamo sull'ammiraglio Persano, il valente bombardatore di Ancona e di Gaeta, sempre pronto a spandere i suoi lumi sugli affari della marina, e non imponendosi mai. Passiamo altresì su Andreucci, vice-presidente della Camera, toscano molto istrutto, fino, logico, avvocato, autonomista amministrativo, molto competente in tutti gli affari di Governo, lottatore infaticabile negli Uffici e modestissimo nell'Assemblea; passiam presto, per pericolo di morbo, su Baldacchino, estratto di gesuita, di sufficienza, d'incapacità. Commendatore senza pretesto, figura di fuina, o meglio, di topo in buon umore; passiamo su Lacaita e Caracciolo, irrequieti, mosche del cocchio sempre affannati, affannosi, dando l'affanno, vespe che ronzano intorno ai banchi ministeriali; passiamo su Spaventa, impotenza incorreggibile, fiele che intossica quantunque tocca, frantume astioso dei naufraghi napoletani; grand'uomo che non parla, che non scrive, che non pensa, che tutto dissimula per un sorriso d'importanza.... _prætereaque nihil!_ passiamo.... ed arrestiamoci per un momento a quel signore fulvo, smilzo, allo sguardo inquieto, che percorre la sala tutta dall'alto del suo banco, a fianco del presidente. È il conte Chiavarina, il questore, il di cui rigore cortese e a lunga _silhouette_ ghiaccia l'inchiostro nella penna dei giornalisti e la parola sulle labbra dei deputati nuovi--sì che sarebbero per dargli dell'Eccellenza. Passiamo, perchè abbiamo fretta, su Cavallini, segretario perpetuo di tutte le nostre assemblee, da dodici a quattordici anni; sul questore conte Cantelli, che ha lasciato gran memoria di sè nel suo corto passaggio alla luogotenenza di Napoli, uomo colto, cortese, molto addentro nelle cose di pubblica amministrazione; e sul bravo generale Pettinengo, il quale salì cinque volte all'assalto delle alture di S. Martino, e che viene alla carica contro la sinistra, come se fossero i suoi croati del 1859, ogni qual volta questa si mischi degli affari del ministero della guerra. Il Pettinengo fe' bella prova in Sicilia, dove assistè all'agonia dell'autonomia di questa provincia, e ne partì festeggiato.

Ma come lasciar ancora qui nell'ombra questo severo general logico, cui si tiene da un anno in qua alle porte del ministero della guerra, in favore del quale e pel quale egli prende talvolta la parola con tanta autorità ed abilità! Il generale Cugia è un sardo, di grande nobiltà, della famiglia di S. Orsola; ha fatto la sua carriera con rapidità; esercitò le funzioni di ministro della guerra a Napoli, poscia a Torino per parecchi mesi. Ma non si osò confidargliene il titolo perchè egli ha una colpa, una felice e fortunata colpa.... ha i capelli neri ed è giovane, ahi lasso! Che non pagherebbe egli dunque un cosmetico per darsi i capelli grigi! eh? Il general Cugia deve sospirare i tempi de _l'Oil de poudre_ della corte di madama di Pompadour.

VIII.

Gli ex-repubblicani della destra.--Lafarina, Amedeo Melegari, Correnti, Arconati-Visconti, Giorgini, Broglio, Matici, Pescetto, Ricci, Valerio e Susani, Finzi, Sella, Carutti, Malenchini.--Che sarebbe la destra se la situazione cangia.

_Torino, 7 luglio 1861 e 1 marzo 1862_

Vado a spigolare ancora qualche nome nel campo della destra per darvi la fisionomia esatta di questa parte della Camera, poco variata quando trattasi di votare, profondamente accentuata in sè stessa. La destra componesi di uomini arrivati da tutti gli angoli d'Italia, usciti da tutti i partiti che hanno animata ed agitata la Penisola da trent'anni in qua. I transfugi della repubblica vi sono numerosi. Vi sarebbe uno studio molto curioso a fare su i precedenti di questi uomini, sì convinti oggidì, sì compatti innanzi alla parole d'ordine del Ministero, ed jeri atleti di libertà, apostoli d'indipendenza e di democrazia, verde o rossa poco importa. Ma non rimuoviamo delle ceneri di già raffreddate, cui un nastro di Commendatore, una livrea di consigliere di Stato coperse.

Vedete il signor Lafarina, per esempio, sul quale han piovuto tante calunnie e tanti elogi egualmente immeritati! Nel 1848 il signor Lafarina si dava come un repubblicano intrattabile. Restò ad un dipresso tale in Francia fino al 1852 quando partì per Torino. Qui il repubblicano si svaporò e ne sbucciò fuori il _piemontese_. Dal _piemontese_, inaffiato dalle carezze del conte Cavour, germogliò il conservatore, e poi, via via, il resto--e le metamorfosi non sarebbero ancora finite se avessero più corso o valore venale sulla piazza. Questi _revìrements_ non vanno a garbo a tutto il mondo: ed ecco perchè quest'uomo di un ingegno vivo, ma superficiale, parlatore facile; scrittore più facile ancora, imperciocchè egli ha messi giù non so quanti volumi parlando di tutto e di tutti, ecco perchè egli è attaccato d'ogni parte con passione, e difeso debolmente. La pagina la più rilevata della sua vita è l'influenza ch'egli esercita sull'azione della _società nazionale_ di Manin, e la lotta che osò intraprendere contro Garibaldi a Palermo. Da quest'urto infelice egli si ritirò pesto.... e consigliere dì Stato! Nondimeno, occorre il dirlo, l'uomo vai cento volte meglio della riputazione che gli hanno fatta i suoi nemici e la sua flessibilità--avvegnacchè l'uomo non valga gran prezzo e le pretensioni siano immisurabili.

Il signor Amedeo Melegari fu un dì _l'alter ego_ di Mazzini in Italia.--Rivisto e corretto dai tempi, è oggi un sapiente professore e consigliere di Stato. Siede alla destra, quantunque amico di Ratazzi, e sua creatura. È dispiacentissimo, non troppo intollerante, competentissimo in tutte le questioni politiche ed amministrative; è autore di lavori letterari molto stimati.

Il signor Correnti, un altro consigliere di Stato dell'anno scorso, fu, prima del 1848, repubblicano e capo del partito democratico lombardo. Egli era il tratto di unione tra la borghesia e la nobiltà liberale di quelle provincie. Dopo la rivoluzione divenne segretario del Governo provvisorio di Lombardia, e per conseguenza _fusionista_, come chiamavansi allora gli _annessionisti_ del 1859. Al ritorno di Radetzki a Milano. Correnti emigrò in Piemonte, dove servì di mira a molte calunnie, a molte vessazioni del partito più avanzato. Cavour provò di tirarne qualche cosa per un momento, poi l'abbandonò, perchè Correnti ha in fondo un carattere svenevole, vaneggiatore, _défaillant_, _réveur_, poetico, artista, ciò che ripugnava supremamente al conte di Cavour. Nel 1859 Correnti si gittò testa giù negli avvenimenti, si mischiò di tutto, e si trovò a gala e potentissimo dopo Magenta--quasi Magenta fosse stata vinta da lui. Ebbe un'ora d'imperio sui Lombardi disimbastati dai croati--un'ora sola. Correnti è uno scrittore elegante e un pubblicista di primo ordine. È l'uomo meglio versato nelle scienze statistiche in Italia. Ha il carattere flessibile, ma puro; lo spirito elevato, chiaroveggente, ed ornatissimo. Egli non parla, ma i suoi discorsi, a metà letti ed a metà recitati, hanno avuto sempre successo. È egli convertito? chi lo sa! Gli uomini nei quali il sentimento artistico prevale e predomina, e la fibra letteraria risuona, ad un'ora data scoppiano.... Ma io dimenticavo che il signor Correnti è consigliere di Stato!

Evvi nondimeno un altro lombardo il quale non ha mai variato, ed è il marchese Arconati-Visconti. L'anima si riposa arrestandosi su questa nobile e ricca figura. Lo si prenderebbe per un canonico. Rosso, senza un pelo sul volto, sorridente, vestito di nero; gli occhi a fior di testa, illuminati da una lagrima; con una confortevole pinguedine, delle maniere gaje e facili; il marchese possiede una grossa fortuna ed è incontestabilmente uno dei più grandi filantropi d'Italia. Aggiungerò, che non è intollerante, che è sensato e niente affatto vanitoso. Esiliato nel 1821 dall'Austria, passò una parte della sua vita a Parigi, ove consolò tutti gl'infortunii degli emigrati. Ora egli spende le sue ricchezze in beneficenze. L'è in casa sua che fu raccolto e morì il nostro Tirteo nazionale--Berchet. Il marchese Arconati Visconti è cattolico, ma non oltramontano--io sarei per dire che egli è piuttosto cristiano. Quantunque conservatore, resta in quella indipendenza illuminata cui gli inspira un giudizio esatto e severo della situazione.
