I Moncalvo

Part 11

Chapter 113,644 wordsPublic domain

— Viene.... S'è indugiato di là.... Sai, c'è Brulati nella camera.... S'è offerto spontaneamente di fare uno schizzo, prima che la fisonomia si scomponga... Un vero amico, Brulati....

— C'è stato anche monsignor de Luchi, — avvertì la signora Rachele.

— Era qui? L'hai visto?...

— Sì, quando il cameriere m'ha chiamata.... Non s'è voluto nemmeno sedere..... non ha voluto che lasciar le sue condoglianze e quelle degli Oroboni.

— Pensare che si doveva proprio in questi giorni stipulare il contratto! — sospirò il commendatore.

— L'ha detto.... Ha detto che stipulerete dopo i funerali... quando crederai tu.... A proposito, la sua opinione.... Zitto.... Ecco tuo fratello.

— Ed ecco anche la Mariannina.... Finalmente! Dov'eri?

— Con miss Lizzie e sua zia.

Il professore, abbastanza calmo, disse:

— Lo schizzo riuscirà bene.... Se tu vedessi, Rachele, che pace, che serenità le spira dal volto!... Ha tutta la bellezza della sua bontà.

Prese la busta e domandò a Gabrio:

— Devo aprire?

— Apri.

La Mariannina si voltò verso lo zio.

— Non si aspetta Giorgio?

— È inutile. Lo rappresento io.

Il testamento era datato da due anni addietro ed era brevissimo.

La Clara aveva parole affettuose per tutte le persone delle due famiglie presso le quali ell'aveva alternativamente vissuto; lasciava a ciascuna d'esse un ricordo; lasciava piccoli legati alla servitù, e istituiva erede residuaria della sua modesta fortuna una seconda cugina, vedova e poverissima, che abitava a Ferrara e di cui Giacomo e Gabrio avevano perduto ogni traccia. Solo la signora Rachele si risovvenne che, essendo uscita un giorno a piedi, ell'aveva incontrato sua cognata ch'entrava in un ufficio postale per assicurare una lettera. Di quella lettera, che certo conteneva una rimessa di danaro, ella aveva visto l'indirizzo e le pareva proprio che corrispondesse al nome della persona menzionata nel testamento.

— Dev'essere una figlia del fratello di nostro nonno, che noi abbiamo appena conosciuto.

— O piuttosto figlia d'un figliuolo.... E perchè poi, — soggiunse Gabrio, — se era così povera, non s'è rivolta a me?

— Non avrà osato.

— Poteva osare la Clara.

— Avrà preferito di dar del suo.... in segreto, — replicò il professore. — Era di quelle che non si vantano mai. E ha fatto benissimo ad aiutare una parente disgraziata.

— A quanto può ascendere questa famosa eredità? — chiese la signora Rachele.

— Il conto si fa presto, — rispose il marito, che, nel discorrere di affari, trovava il suo sangue freddo. — La Clara ebbe alla morte dei genitori una parte uguale a quella ch'è toccata a Giacomo e a me. Venticinque mila lire.... Non le ha intaccate, ma non le ha aumentate.... Depurandole dai legati, resteranno forse venti mila lire. Per quella parente che non ha nulla è una provvidenza.

— Sì, sì, — borbottò la signora Rachele con condiscendenza di milionaria. — E sui funerali non una parola?

— Nulla.

— Allora ne sappiamo quanto prima.... Come ci si regola?

— Eh, — rispose Giacomo, — non c'è altro che telefonare alla Comunità.... come s'era rimasti intesi.... In mancanza d'istruzioni precise, io credo che si debba tener la via consueta.... Nostra sorella era molto spregiudicata, ma noi non possiamo sapere se nell'intimo del suo cuore ella non si sentisse ancora legata in qualche modo alla religione della sua infanzia.

Il commendatore si strinse nelle spalle.

— Tu mi dài questi consigli... tu che hai dichiarato tante volte di voler funerali civili?

— Io dispongo di me, non degli altri.

— Il funerale civile, no certo, — protestò energicamente la signora Rachele.

— È così brutto! — disse la Mariannina.

— Vedi bene, — riprese Giacomo, — che tua moglie e tua figlia sono della mia opinione.

— Sì, ma esse sono molto più accanite di me contro i riti mosaici.

— Scusate, son pregiudizi.... I riti di tutte le religioni ebbero in tempi di fede il loro significato profondo.... E anche quando la fede non c'è, son degni del nostro rispetto.... Del resto, non pretenderete mica di fare alla nostra povera Clara un funerale cattolico.

— Lo so che non è possibile, — rispose dispettosamente la signora Rachele. — Ma sarà l'ultima volta che quei satrapi della Comunità saliranno le nostre scale. È tempo di finirla con quest'umiliazione.

— Cara cognata, — disse Giacomo, — ti auguro di non aver mai umiliazioni maggiori.

Gabrio accennò a sua moglie di tacere, e deciso oramai a votare il calice fece chiamare il suo segretario. Era già risollevato dal suo abbattimento, ricuperava le sue forze, la sua attività.

— Dunque, pel funerale, telefoni pure.... S'intende che vogliamo un funerale di primissima classe.

— Bada, — insinuò Giacomo. — La Clara aveva gusti così semplici....

— Scusa, — ribattè pronto il commendatore, — qui non si tratta dei suoi gusti, ma degli obblighi miei. — E chiese a Fanoli: — Sarà per domani?

— No, signor commendatore. Sarà per doman l'altro. Domani è sabato.

— Ah, c'è la festa.... Insomma telefoni e ci sappia dir precisamente l'ora per inserirla nelle partecipazioni che devono esser stampate e spedite in giornata.... Mio nipote l'aiuterà per gl'indirizzi..... Credi che Giorgio dirà di no? — chiese Gabrio al fratello.

— Presterà l'opera sua senza dubbio, — rispose questo. — Aveva tanto affetto per sua zia!

— Ecco, Fanoli, — ripigliò il banchiere. — Prenda questa minuta, la completi lei appena s'è accordato con quei signori, e poi la mandi dal tipografo.... Ordini una tiratura di mille copie.... Ha fattorini a sua disposizione?

— La _Banca Internazionale_ ce ne dà quanti vogliamo.

— E adesso, — soggiunse Gabrio Moncalvo dopo aver licenziato Fanoli, — adesso pensiamo al modo di onorar degnamente nostra sorella.... Io vorrei che fin da domattina comparisse nei giornali una lista di elargizioni per un totale.... mettiamo.... di ventimila lire.... Sì, sì, ventimila lire. La Clara non merita meno.... L'essenziale è di spenderle bene.... Cerchiamo insieme.

Questa forma di carità fastosa dispiaceva al professore Giacomo, come sarebbe dispiaciuta alla Clara: tuttavia egli si contentò di schermirsi:

— Sei tu che spendi il danaro.... Fa' tu.

Il commendatore dissimulò un moto d'impazienza.

— Io sono negli affari e ho potuto accumulare un bel patrimonio.... È naturale che spenda io.... Ma la mia intenzione sarebbe di far queste offerte in nome di tutti e due.

— Nemmeno per idea, — dichiarò con fermezza il professore.

— Lo so che sei orgoglioso, lo so.

— Sarebbe molto strano che parlassi altrimenti.

— Vi raccomando l'_Opera di Sant'Antonio_, — interloquì la signora Rachele.

La Mariannina si accostò carezzevole al padre.

— E io vi prego di non dimenticare le mie _pericolanti_.... Ce ne sono di tanto carine.

— Quali _pericolanti_?

— Via, quelle dell'_Opera pia_ che abbiamo visitato la mamma ed io in compagnia di monsignor de Luchi.

Il professore Giacomo non potè a meno di abbandonare la sua neutralità.

— Ho detto che non me ne immischio; mi sembra però che in queste beneficenze dovreste procurar di conformarvi ai probabili desiderii della nostra cara defunta.... E non credo che ella avrebbe pensato nè all'_Opera di Sant'Antonio_, nè alle _pericolanti_ di monsignor de Luchi.

— Perchè, perchè? — gridarono a una voce la signora Rachele e la Mariannina.

Ma il commendatore riconobbe che Giacomo aveva ragione.

— All'_Opera di Sant'Antonio_ e alle _pericolanti_ penseremo un altro giorno, — egli disse in tono conciliativo. — Oggi occupiamoci delle istituzioni che anche la Clara avrebbe amate.

Il professore lo ringraziò d'uno sguardo.

XII.

Uno strano appuntamento.

— Qui, qui, — disse Giorgio Moncalvo al garzone del fiorista che lo seguiva. — Qui, su questa cassapanca, ove c'è ancora posto.

E il fattorino posò nel luogo indicato una bellissima corona di sempreverdi, da cui pendeva un largo nastro di seta con queste parole ricamate in argento: «Alla cara zia, il nipote Giorgio».

Mentre il professore si frugava nelle tasche per dar la mancia al ragazzo, un uscio laterale si aperse e a fianco della miliardaria miss May comparve la Mariannina Moncalvo. Vestiva tutta di nero; i neri occhi sfavillavano sotto le lunghe ciglia arcuate; la bianchezza marmorea del fronte spiccava sotto la massa opulenta dei bruni capelli; sotto la stoffa greve dell'abito succinto e nella sua severità elegantissimo si disegnavano mirabilmente le linee della persona che Fidia non avrebbe sdegnato di prendere a modello.

— Oh Giorgio, — ella esclamò trattenendo con lo sguardo il cugino che cercava di sgattajolare. — Hai voluto portare anche tu una ghirlanda alla povera zia.... Vedi quante ne son venute.

Infatti ce n'eran d'ogni specie e misura, così da coprir quasi interamente le pareti: la più grande, la più ricca era quella di miss May.

— Ora ti presento alla mia amica, — soggiunse la Mariannina. — Il professore Giorgio Moncalvo, mio cugino; miss Lizzie May.... È un po' orso questo professore, ma si ammansa.... _Address him in english, my dear. He can speak very well._

— _O indeed_? — disse miss May. E scambiò poche parole col giovine professore, che aveva l'aria imbarazzata, confusa e si occupava appena di lei, assorto com'era nella contemplazione dell'_altra_, tanto più bella ed affascinante.

Nella superba sicurezza de' suoi milioni, l'americana non provò nè dispetto, nè invidia; lasciò morire il colloquio con Giorgio e si accommiatò verbosamente dalla Mariannina.

— Domattina ho una gran paura di non poter assistere ai funerali.... Se potessi seguire il trasporto in automobile?... _What do you think of it_?... Che ne pensate?... Non conviene?... Eh, no, capisco anch'io che non conviene.... E allora temo che non ci vedremo prima di lunedì.... Domani non avrò neanche il tempo di respirare.... Il servizio divino, il sermone.... due conferenze.... un concerto.... il _five o'clock_ al _Grand Hôtel_ ove ci sarà il vostro celebre romanziere Vannoni.... E poi, per le otto, il pranzo all'ambasciata americana.... L'ambasciatrice vuol mostrarmi l'albero di Natale che sta preparando per i bimbi della colonia.... Cara mia, questa Roma mi ammazza.... Ma lunedì presto telefonerò.... No, no, non chiamate, è inutile.... Il mio automobile dev'esser giù che m'aspetta.... _Good bye, darling_.... _How beautiful you are in black_! Come siete bella in vestito nero!... _Good bye, sir_.... _Very pleased to have made your acquaintance_.... Lietissima d'aver fatta la sua conoscenza.

Giorgio, ch'era all'altro angolo della sala, chinato sopra una ghirlanda di provenienza ignota, si scosse in sussulto, si avvicinò e strinse macchinalmente la mano giojellata che miss May gli porgeva.

La Mariannina accompagnò l'amica fino sul pianerottolo; Giorgio tornò a subir l'attrazione della ghirlanda misteriosa. Era più piccola delle altre, tutta di viole, senza nastro.

— Chi l'ha mandata? — chiese il professore alla cugina, che dopo un ultimo saluto a miss May richiudeva la porta.

— Quale?

— Questa.... la sola che non abbia l'indicazione del donatore.

La Mariannina aggrottò le ciglia.

— Che t'importa saperlo?

— È un segreto?

— No, — rispose alteramente la ragazza. — L'ha mandata don Cesarino Oroboni.

Giorgio Moncalvo impallidì, una sofferenza acuta gli si dipinse sul volto, gli spezzò, per un istante, la parola sul labbro.

La Mariannina, impassibile, lo dominava con gli occhi.

E intanto un ultimo raggio di sole entrava, obliquo, dalla grande vetrata, strisciava sui sempreverdi, sui crisantemi, sulle orchidee, sui lunghi nastri di seta tessuti in oro o in argento.

Moncalvo fece uno sforzo supremo.

— Bisogna ch'io ti parli, — egli disse.

La Mariannina non manifestò alcuna sorpresa di quella brusca richiesta.

— Parla.

— Non ora.

— Non ora, lo so.... È impossibile.

— Quando?

Ella si raccolse per pochi secondi; poi riprese:

— Stasera. Il babbo t'ha pregato di sorvegliare la restituzione delle carte da visita a quelli che ci fecero avere le loro condoglianze. Sarai dunque nel mezzanino con Fanoli e con i due scrivani della _Banca Internazionale_.... Per mezzanotte il lavoro sarà finito, e, in ogni modo, verso mezzanotte licenzia tutti.... Saranno beati di andarsene.... Io, appena sarò sicura che tu sei solo, verrò.

— Tu.... verrai?... — egli chiese, stupito della prontezza con cui ella assentiva alla sua domanda, e, più che di questo, dell'ora e del luogo da lei scelti per il colloquio.

— Verrò.... Dovrei forse aver paura? — ella soggiunse con un gesto sprezzante.

Il sole era scomparso, la breve giornata invernale finiva quasi senza crepuscolo.

La Mariannina si accostò a una parete, girò una chiave, e, come per incanto, cinque lampade elettriche si accesero al centro e agli angoli della sala, piovendo la loro luce fredda sulle ghirlande, mettendo in rilievo l'alta figura della giovinetta, che, nel bruno vestito succinto, in mezzo a quei fiori di morte, aveva l'aria d'una fata bellissima posta a custodir la soglia d'un cimitero.

— Mariannina! — balbettò Giorgio.

Ella si portò l'indice alla bocca.

— Zitto. Qualcuno può udirci. A stasera.

E lo lasciò solo, sgomentato all'idea dell'abboccamento ch'egli aveva pur dianzi mostrato di desiderare. Perchè lo aveva desiderato? Che avrebb'egli detto alla Mariannina? Che avrebb'ella detto a lui ch'egli già non sapesse o non immaginasse?... A ogni modo, anche volendo, non gli era più possibile di ritirarsi.

Quasi fosse d'accordo con la figliuola, lo zio Gabrio lo chiamò di lì a poco e gli disse:

— Abbi pazienza, povero Giorgio.... Speravo di liberarti dalle seccature, ma non c'è caso.... Stasera mi fai la cortesia di dare il cambio a quel disgraziato Fanoli che da jer l'altro in poi non ha avuto un momento di requie.... Resteranno ai tuoi ordini i due impiegati dell'_Internazionale_.... Procura che spiccino quanto più lavoro possono e allorchè li hai congedati chiudi il mezzanino e tieni la chiave.... Me la consegnerai domattina.... prima della cerimonia.... Io andrò a letto presto per aver domani la forza necessaria per seguire il trasporto.... Tutti andremo a letto presto stasera, tutti siamo affranti.... mia moglie, la Mariannina, tuo padre.... Egli poi a maggior ragione degli altri.... Non è più un giovinotto, e ha voluto far troppo.... Figùrati, ha voluto comporla nella cassa lui stesso.... Non lo sapevi?... Sì, sì, oggi alle tre.... con l'ajuto di Brulati.... Oh, io non avrei resistito.... Basta, ancora domani....

E sotto le frasi rotte, slegate di Gabrio Moncalvo s'indovinava una specie d'intolleranza dello spettacolo di tristezza e di morte che da vari giorni affliggeva la casa, una specie d'impazienza che tutto finisse, che la vita riprendesse i suoi diritti e il suo impero.

Già per lui essa cominciava a riprenderli, e prima di pranzo desiderò dar un'occhiata alle ultime lettere e agli ultimi telegrammi che eran giunti e chiamò Fanoli per richiamargli alla memoria un certo versamento di titoli che si doveva fare il lunedì alla Tesoreria generale. Quindi, con lo stesso Fanoli, trattenuto a desinare, parlò di un Sindacato ch'egli aveva in animo di promuovere per spingere il prezzo della Rendita e agevolare la conversione. A tavola fu quasi solo a discorrere, confortato dai monosillabi approvativi del segretario. Discorreva di finanza, di politica, e anche d'edilizia romana, come uno che vuole sviar la mente da pensieri importuni, distrarre l'orecchio da suoni molesti. In fatti era in lui il ribrezzo della morte, della morte ch'era entrata nella sua casa, che gli era tanto vicina.

Prima delle frutta, la signora Rachele, che aveva bevuto soltanto un brodo ristretto e mangiato un'ala di pollo, accusò delle vertigini e delle nausee strane e diede il segnale della partenza. La Mariannina la seguì dopo aver augurato la buona notte a tutti. Parve a Giorgio ch'ella lo salutasse in modo speciale, gli parve che gli occhi di lei si fissassero nei suoi per ricordargli l'appuntamento. E gli salì una fiamma al viso.

Indi a poco si alzò il professore Giacomo.

— Ti duole il capo? — gli chiese amorosamente il fratello.

Egli fece segno ch'era una cosa da nulla.

— Buona notte.

— Buona notte.

— Accompagno il babbo, — disse Giorgio.

— Sì, accompagnalo, — replicò lo zio. — E dopo torna qui.

— Era proprio inutile, — susurrò Giacomo appoggiandosi al braccio del figliuolo.

Passarono davanti la camera della Clara. L'uscio n'era semplicemente rabbattuto. Giacomo Moncalvo lo spinse ed entrò.

Il letto era disfatto, senza coperte, nè lenzuola, nè materassi, nudo come uno scheletro. Appoggiata su due solidi cavalletti, la bara, coperta d'un drappo nero, con frangie d'argento, teneva il mezzo della stanza; quattro ceri le ardevano ai lati spargendo intorno una luce gialla e fumosa or più or meno intensa, secondo che più o meno vivace e frizzante penetrava l'aria per le imposte socchiuse. L'armadio a specchio era quasi interamente mascherato da un'enorme ghirlanda di foglie verdi e di bacche nere e lucenti sul cui largo nastro si leggeva la scritta: «All'angelo della casa». Due donne d'aspetto volgare, nè vecchie nè giovani, sedevano presso a un tavolino con le gambe avviluppate in due grossi scialli di lana; avevano dinanzi a sè un vassojo e sul vassojo un fiasco e due bicchieri; l'espressione della loro fisonomia rivelava la suprema indifferenza acquistata nell'adempimento professionale d'un triste ufficio.

All'apparire dei _signori_ le due donne si alzarono, offersero ossequiosamente le loro sedie.

Giacomo Moncalvo fece segno che non occorreva e con un dito sulle labbra impose silenzio.

Stettero qualche minuto, padre e figliuolo, con gli occhi fissi sul feretro ove giaceva quella che ben a ragione era detta l'«angelo della casa»; poi, taciti com'eran venuti, si dileguarono, senza badare alle donne che, addossate alla tavola, si profondevano in inchini, nascondendo, forse per un resto di pudore, il fiasco e i bicchieri, compagni delle loro veglie.

Giorgio ricordava intanto le ultime parole che aveva raccolte dalla bocca della moribonda: «Non pensare a lei». Monito vano. Egli non aveva mai pensato a _lei_ così intensamente come ci pensava ora.

XIII.

La Sfinge.

Nel mezzanino, e precisamente nella stanza ch'era per solito occupata dal cavaliere Fanoli, due lampadine elettriche portatili rischiaravano il banco dietro a cui i due commessi dell'_Internazionale_ attendevano al loro lavoro. Giorgio Moncalvo sedeva a un tavolino tutto ingombro di carte, illuminato anch'esso da una lampada Edison.

Fanoli, prima di andarsene, gli aveva dato le indicazioni necessarie.

— Lì, in quel vassojo a sinistra, sono i biglietti già ricambiati.... Li ho controllati io.... Da questa parte son quelli ancora da ricambiare.... Anche a quel mucchio di telegrammi fu risposto.... Agli altri che sono sotto quel calcafogli risponderò io senza fretta.... Lì sul canterale c'è una riserva di biglietti nostri in tanti pacchi da cento.... E sul canterale sono pure trenta o quaranta avvisi mortuari la cui spedizione fu ritardata, ma che partiranno stanotte.... Spinati (era uno dei due commessi) che abita in vicinanza di San Silvestro, quando esce di qui avrà la compiacenza di portare alla posta centrale tutto quello ch'è pronto....

Ora Giorgio Moncalvo chiedeva a sè medesimo in che cosa consistesse l'ufficio d'ispettore che gli era affidato. Quei due giovinotti intenti a scrivere non mostravano d'avere alcun bisogno della sua guida; anzi era certo che gl'indirizzi li sapevano far meglio di lui, perchè essi avevano una magnifica calligrafia ed egli l'aveva pessima. Inoltre, nello stato di febbrile inquietudine in cui egli si trovava, egli non era in grado di esercitare alcun sindacato efficace, ed era già molto se riusciva a nascondere la sua agitazione e a restar seduto al suo posto. Di fronte a lui, sulla parete, l'orologio a muro col suo tic tac uniforme rammentava il passare del tempo, e Giorgio seguiva con l'occhio il movimento della lancetta sul quadrante.... Com'erano lunghi i minuti! Fino alle undici e tre quarti, alle undici e mezzo al più presto, egli non poteva rimaner solo.... E non erano ancora le dieci!

Quello dei due commessi che Fanoli aveva chiamato col nome di Spinati gli disse:

— Ecco, signor professore, se lei volesse, potrebbe esaminare queste cento soprascritte confrontandole coi biglietti a cui si risponde e che abbiamo conservati qui.

Giorgio Moncalvo si scosse.

— Confrontare?... Ma lo credo perfettamente inutile.... Lascino che li ajuti in qualche cosa che sappia fare anch'io.... Mi diano da attaccare i francobolli.

— O signor professore, vuol prendersi lei questa briga?

— Che c'è di strano?

— E poi, scusi, — soggiunse Spinati maliziosamente, — ella non ha esperienza.

— Come?

— Sicuro.... Ella si servirebbe dei vecchi metodi.... Invece....

E Spinati mostrò una macchinetta molto semplice e pratica con la quale s'inumidivano i francobolli senza toccarli con la lingua.

— Ha ragione. È più comodo e più pratico, — disse Giorgio. — Ma imparerei anch'io.

— Credo bene. E imparerebbe presto.... Ma non ne vale la pena.

— Allora, — riprese il professore, — mi passi un pacco di quei biglietti di ringraziamento e li metterò nelle buste per riconsegnarglieli dopo affinchè tra lei e il suo compagno facciano gli indirizzi.

Spinati ubbidì con aria rassegnata.

Giorgio Moncalvo si accinse coscienziosamente all'opera, ma non potè durare a lungo. Quelle buste e quei biglietti orlati di nero, esalanti un odore acido d'inchiostro di stampa; tutti delle stesse dimensioni, tutti con l'identica scritta: «La famiglia Moncalvo ringrazia», gl'irritavano i nervi, gli producevano una sensazione dolorosa agli occhi, alla testa, alle dita. E poi l'immobilità continuata gli era intollerabile.

— Li ammiro, — egli esclamò alzandosi bruscamente.

I due giovani lo guardarono meravigliati.

— Sì, — ripetè il professore, — ammiro la loro pazienza, la loro calma.... Sono instancabili.

— Non sono occupazioni che stanchino, — osservò Spinati.

E l'altro che aveva taciuto fino allora soggiunse posando per un momento la penna:

— Sarà accaduto anche a lei qualche volta di dover rimanere inchiodato sulla seggiola per finire un lavoro che non poteva essere rimandato al domani.

Se gli era accaduto? Sì, certo, e quante volte! Quanti giorni, levatosi all'alba, la sera l'aveva sorpreso nel suo studiolo o in un laboratorio, ora assorto nei libri, ora intento a scrutar con la lente del microscopio il segreto degli esseri, a investigar nel crogiuolo e nelle storte le trasformazioni della materia! Ma tutto ciò gli pareva tanto lontano! Gli pareva adesso d'aver perduto ogni facoltà d'attenzione e d'indagine; un fitto velo s'era calato fra lui e il mondo del suo pensiero; egli si sentiva incapace di risolvere il problema più semplice e di ripetere la formula più comune. Oh superbie della scienza e dell'ingegno! In questo momento i due giovinotti che scrivevano tranquillamente indirizzi con la sicurezza di non sbagliarli erano di gran lunga superiori a lui. E forse avevano anch'essi per la testa qualche leggiadra donnina, ma la loro Dulcinea non era di quelle che fanno impazzire....

Giorgio si accostò al canterale ov'erano i pochi avvisi rimasti da spedire; ne spiegò uno macchinalmente e lesse le parole sincere e commosse dettate da suo padre:

«I fratelli Gabrio e Giacomo Moncalvo, la Cognata Rachele, i nipoti Giorgio e Mariannina partecipano con profondo dolore la morte oggi avvenuta della loro dilettissima Clara, donna esemplare per gentilezza d'animo e dirittura di mente, vissuta cinquantacinque anni pensando il bene, operando il giusto, sempre dimentica di sè per giovare agli altri».

Com'era vero! Com'era vero! E come la zia Clara era degna di esser ricordata ed amata! E pure, ella era ancora sopra la terra, ed egli quasi la dimenticava e non aveva in cuore che la Mariannina, la quale valeva tanto meno di lei!

Allorchè l'orologio segnò le 11.40 Giorgio Moncalvo disse ai due giovani: