I misteri del castello d'Udolfo, vol. 1

Part 11

Chapter 113,698 wordsPublic domain

Emilia non sapea che cosa rispondere, ma la sua perplessità non fu di lunga durata, e fu di nuovo assalita dal terrore allorchè, alla svolta del viale, vide la signora Cheron. Ella aveva ripreso il sentimento della propria innocenza, ed il suo timore ne fu affievolito in guisa, che, in vece di evitare la zia, le andò incontro tranquillissima con Valancourt. Il malcontento e l'impaziente alterigia con cui li osservava la Cheron sconcertarono però Emilia: comprese che quell'incontro sarebbe stato creduto premeditato; presentò il giovane, e, troppo agitata per restar con loro, corse a chiudersi in casa, ove aspettò lungamente e con estrema inquietudine il risultato della conferenza. Non sapeva immaginarsi come l'amante avesse potuto introdursi in casa della zia prima di avere ottenuto il permesso che domandava. Ignorava essa una circostanza che doveva rendere inutile questo passo, nel caso ben anco che la Cheron l'avesse accolto. Valancourt, nell'agitazione del suo spirito, aveva obliato di datare la sua lettera; in conseguenza, non avrebb'ella potuto rispondergli.

La signora Cheron ebbe un lungo colloquio con Valancourt, e quando rientrò in casa, il suo contegno esprimeva più cattivo umore che quell'eccessiva severità di cui aveva fremuto Emilia.

«Finalmente,» disse la zia, «ho congedato quel giovinetto, e spero che non riceverò più simili visite, mi ha assicurata che il vostro abboccamento non era concertato.

--Signora,» disse Emilia commossa, «voi glie ne faceste domanda?

--Certo che glie l'ho fatta! non dovevate credermi imprudente tanto da pensare che l'avrei trascurata.

--Cielo» sclamò la fanciulla; «quale idea si farà egli di me, signora, se voi stessa gli dimostrate tali sospetti?

--L'opinione che si farà di voi,» ripigliò la zia, «è d'or innanzi di pochissima conseguenza. Ho messo fine a questa faccenda, e credo che avrà qualche opinione della mia prudenza. Gli lasciai travedere che non era una stolida, e soprattutto non tanto compiacente da soffrire un commercio clandestino in casa mia. Quanto fu indiscreto vostro padre,» continuò poi, «d'avermi lasciata la cura della vostra condotta! Vorrei vedervi accasata; se dovessi trovarmi importunata più a lungo da quel signor Valancourt, o da altri pari a lui, vi metterò certamente in un chiostro. Ricordatevi dunque dell'alternativa. Quell'audace ha avuto l'impertinenza di confessarmi che la sua sostanza è tenuissima, ch'egli dipende da suo fratello maggiore, e che questa sostanza dipende dal suo avanzamento nella carriera militare. Stolto! avrebbe almeno dovuto nascondermelo se voleva persuadermi. Egli aveva dunque la presunzione di supporre ch'io avrei maritata mia nipote ad un uomo nullatenente, ad un miserabile che lo confessa egli stesso...»

Emilia fu sensibile alla sincera confessione fatta da Valancourt; e quantunque la sua povertà rovesciasse le loro speranze, la franchezza della sua condotta le cagionò un piacere che superò momentaneamente tutti i suoi affanni.

La Cheron continuò: «Egli ha altresì creduto bene di dirmi che non avrebbe ricevuto il suo congedo se non da voi, ciò ch'io negai positivamente. Conoscerà così esser sufficientissimo che non lo aggradisca io, e colgo questa occasione di ripeterlo: se voi concerterete con lui il menomo abboccamento a mia insaputa, preparatevi ad uscir di casa mia all'istante.

--Come mi conoscete poco, se credete che sia, necessario un ordine simile!»

La signora Cheron si mise alla toletta, essendo invitata per quella sera ad una conversazione. Emilia avrebbe voluto dispensarsi dall'accompagnarla, ma non ardì domandarlo pel timore d'una falsa interpretazione. Quando fu nella sua camera, diè libero sfogo al proprio dolore: si ricordò che Valancourt, sempre più amabile per lei, era bandito dalla sua presenza, e forse per sempre. Essa impiegò nel pianto quel tempo che la zia consacrava ad abbigliarsi. Quando si rividero a tavola, i suoi occhi tradivano le lacrime, e ne fu duramente rimproverata. Fece grandi sforzi per parer lieta, nè le riuscirono affatto infruttuosi.

Andò colla zia dalla signora Clairval, vedova di certa età, e stabilita da poco tempo a Tolosa in una villa del marito. Ella aveva vissuto diversi anni a Parigi con molta eleganza: era naturalmente allegra, e dopo il suo arrivo a Tolosa, aveva date le più belle feste che vi fossero vedute.

Tutto ciò eccitava non solo l'invidia, ma anche la frivola ambizione della signora Cheron, e non potendo gareggiare nel fasto e nella spesa, voleva almeno esser creduta l'intima amica della Clairval.

A tal uopo, le usava le maggiori cortesie; e quando si trattava di essere invitata da lei, taceva qualunque altro impegno. Ne parlava da per tutto, e si dava grandi arie d'importanza, facendo credere che fossero amiche intrinseche.

Il divertimento di quella sera consisteva in una festa da ballo ed una cena. Il ballo era d'un genere affatto nuovo. Si danzava a diversi gruppi in giardini estesissimi. I grandi e begli alberi sotto i quali si dava la festa, erano illuminati da infiniti lampioni disposti con tutta la varietà possibile. Le diverse fogge aumentavano l'incanto di quella scena. Mentre alcuni ballavano, altri, seduti sulle erbose zolle, parlavano con libertà, criticavano le acconciature, prendevano rinfreschi o cantavano ariette accompagnandosi colla chitarra. La galanteria degli uomini, le civetterie delle donne, la leggerezza e il brio delle danze, il liuto, il flauto, il cembalo, e l'aria campestre, che i boschi davano a tutta la scena, facevano di questa festa un modello piccantissimo dei piaceri e del gusto francese. Emilia considerava questo quadro ridente con una specie di diletto malinconico. Sarà facile comprendere la sua sorpresa allorchè, gettando a caso gli occhi su di una contraddanza, riconobbe l'amante che ballava con una bella e giovine signora, e sembrava aver per lei le più premurose attenzioni: si volse tosto volendo condurre altrove la zia, che discorreva con Cavignì senza avere veduto Valancourt. Un'improvvisa debolezza l'obbligò a sedere, e l'estremo pallore che comparve sul di lei volto, fece credere ai circostanti ch'ella fosse incomodata. La Cheron continuava a parlare con Cavignì, e il conte di Beauvillers, che si era occupato di Emilia, le fece alcune maligne osservazioni a proposito del ballo, alle quali ella rispose quasi con incoerenza, tanto l'idea di Valancourt la tormentava, tanto essa era inquieta di restare sì a lungo vicino a lui. Le osservazioni del conte sulla contraddanza l'obbligarono intanto a fissarvi gli occhi, che nello stesso momento s'incontrarono in quelli di Valancourt. Tremò e voltò via tosto gli sguardi, ma non senza aver distinta l'alterazione di lui nel vederla. Si sarebbe volentieri allontanata all'istante medesimo da quel luogo, se non avesse pensato che questa condotta gli avrebbe fatto conoscere troppo l'imperio ch'egli aveva sul di lei cuore. Si provò a continuare il discorso col conte, il quale le parlò della dama che ballava con Valancourt: il timore di lasciar travedere il vivo interesse ch'ella vi prendeva, l'avrebbe senza dubbio tradita, se gli sguardi del conte non si fossero fissati allora sulla coppia di cui parlava.

«Quel giovine cavaliere,» diss'egli, «sembra un uomo compito in tutto, fuorchè nel ballo: la sua compagna è una delle bellezze di Tolosa, e sarà ricchissima. Voglio sperare che saprà fare una scelta migliore per la felicità della sua vita, di quel che non l'abbia fatto per la contraddanza; m'accorgo ch'egli imbroglia tutti gli altri. Mi sorprende però che quel giovane, col suo bel portamento, non abbia imparato a ballare.»

Emilia, alla quale batteva forte il cuore ad ogni parola, volle troncare il discorso informandosi del nome di quella signora: prima che il conte potesse risponderle, la contraddanza finì; ed Emilia, vedendo che Valancourt si avanzava verso di lei, si alzò tosto, e andò accanto alla zia.

«Ecco qua il cavaliere Valancourt, signora,» le disse sottovoce; «di grazia ritiriamoci.» La zia si alzò, ma il giovane le aveva raggiunte; egli salutò la signora Cheron con rispetto, e sua nipote con dolore. Siccome la presenza di quest'ultima gl'impediva di restare, passò oltre con un contegno, la cui tristezza rimproverava a Emilia di aver potuto risolversi ad aumentarlo: se ne stava essa pensierosa, allorchè il conte Beauvillers le tornò accanto.

«Vi domando perdono, signorina,» le disse egli, «di un'inciviltà involontaria. Quando criticava così liberamente il cavaliere nel ballo, ignorava ch'ei fosse di vostra conoscenza.» Emilia arrossì e sorrise. La Cheron però gli rispose: «Se voi parlate del giovane passato poco fa, posso assicurarvi che non è, nè di mia conoscenza, nè di quella della signorina Sant'Aubert.

--Gli è il cavaliere Valancourt,» disse Cavignì con indifferenza.

--Lo conoscete voi?» riprese la signora Cheron.

--Non ho con lui nessuna relazione,» rispose Cavignì.

--Non sapete i motivi che ho di qualificarlo d'impertinente? Esso ha la presunzione di ammirare mia nipote.

--Se, per meritare l'epiteto d'impertinente, basta ammirare madamigella Emilia,» soggiunse Cavignì, «temo che ve ne siano molti, ed io m'inscrivo nella lista.

--Oh! signore,» disse la Cheron con sorriso forzato, «mi accorgo che imparaste l'arte dei complimenti dopo il vostro soggiorno in Francia; ma non bisogna adulare le fanciulle, perchè esse prendono l'adulazione per verità.»

Cavignì girò un momento la testa, e disse con voce studiata: «A chi si possono dunque allora far complimenti, signora? Perchè sarebbe assurdo di rivolgersi ad una donna, il cui gusto è già formato: essa è superiore a qualunque elogio.»

Terminando questa frase, egli guardava Emilia di soppiatto, e l'ironia brillava nei di lui occhi. Essa lo intese, ed arrossì per la zia; ma la Cheron rispose: «Voi avete perfettamente ragione, signore; una donna di gusto non può, nè deve soffrire un complimento.

--Ho inteso dire al signor Montoni,» soggiunse Cavignì, «che una donna sola ne meritava.

--Da vero,» esclamò la Cheron con un sorriso pieno di fiducia; «e chi sarà mai?

--Oh!» replicò egli: «è facile conoscerla. Non vi è certo più di una donna al mondo che abbia insieme il merito d'inspirare la lode e lo spirito di ricusarla.» Ed i suoi occhi si voltavano ancora verso Emilia, la quale arrossiva sempre più per la zia.

--Ma bravo signore,» disse la Cheron, «io protesto che voi siete Francese. Non ho mai udito uno straniero esprimersi con tanta galanteria.

--È verissimo, signora,» rispose il conte cessando dalla sua parte mutola; «ma la galanteria dei complimenti sarebbe stata perduta, senza l'ingenuità che ne scuopre l'applicazione.»

La Cheron non conobbe il senso satirico di questa frase, e non sentiva la pena che Emilia provava per lei.

«Oh! ecco qua il signor Montoni in persona,» disse la zia; «voglio raccontargli tutte le belle cose che mi avete dette.» Ma l'Italiano passò in un altro viale. «Vi prego di dirmi che cosa può occupar tanto stasera il vostro amico? Non si è lasciato vedere neppur un momento, disse madama Cheron con aria dispettosa.

--Egli ha,» disse Cavignì, «un affare particolare col marchese Larivière, che, da quanto vedo, l'ha occupato fino ad ora, perchè non avrebbe mancato al certo di venire ad offrirvi i suoi omaggi.»

Da tutto quel che intese, Emilia credè accorgersi che Montoni corteggiava seriamente la zia, e che non solo essa lo aggradiva, ma si occupava con gelosia delle di lui menome negligenze. Che la signora Cheron, alla sua età, volesse scegliere un secondo sposo, sembrava partito ridicolo; pure, la di lei vanità non lo rendeva impossibile; ma che, col suo spirito, il suo volto e le sue pretese, Montoni potesse scegliere la zia, ecco ciò che sorprendeva Emilia. I suoi pensieri però non fissaronsi a lungo su questo oggetto; essa era tormentata da interessi più pressanti. Valancourt, rifiutato dalla zia, Valancourt aveva ballato con una bella giovine signora... Traversando il giardino, essa guardava da tutte le parti, sperando, e temendo di vederlo comparire nella folla. Nol vide, e la pena che ne risentì le fece conoscere aver ella più sperato che temuto.

Montoni le raggiunse di lì a poco, e balbettò qualche parola sul dispiacere d'essere stato tanto tempo occupato altrove. La zia ricevè questa scusa coll'aria dispettosa d'una bambina, ed affettò di parlar soltanto a Cavignì, il quale, guardando Montoni ironicamente, parea volergli dire: «Io non abuserò del mio trionfo, e sosterrò la mia gloria con tutta umiltà.»

La cena fu servita nei vari padiglioni del giardino ed in una gran sala del castello; la Cheron e la sua comitiva vi cenarono insieme alla signora Clairval, ed Emilia potè reprimere a stento l'emozione, quando vide Valancourt prender posto alla medesima tavola dov'era lei. La zia lo vide egualmente, e chiese al vicino: «Chi è quel giovine?

--È il cavaliere Valancourt,» le fu risposto.

--So anch'io il suo nome,» soggiuns'ella; «ma chi è mai cotesto cavaliere Valancourt che s'introduce a questa tavola?»

L'attenzione della persona da lei interrogata fu distratta prima di ottenerne risposta. La tavola era lunghissima; Valancourt stava verso il mezzo colla sua compagna, ed Emilia, ch'era in un angolo della medesima, non l'aveva ancora veduta; ciò le diede motivo di fare mille riflessioni tutte egualmente per lei disgustose.

Le osservazioni su tal proposito facevano il tema di una conversazione indifferente, e qualcuno si compiaceva d'indirizzarle alla signora Cheron, sempre intenta ad avvilire Valancourt.

«Ammiro quella bella signora,» diss'ella, «ma condanno la sua scelta.

--Oh! il cavaliere Valancourt è il giovine più amabile ch'io conosca,» rispose la signora alla quale era stato rivolto quel discorso; «si dice perfino che la signora Demery lo sposerà quanto prima, e gli porterà in dote le sue ricchezze.

--Ciò è impossibile,» sclamò la Cheron, facendosi di fuoco; «egli ha sì poco l'aria d'un uomo di qualità, che se non lo vedessi alla tavola della signora Clairval, non mi sarei mai persuasa che potesse esser tale; d'altra parte, ho forti motivi per dubitare della voce che corre.

--Ed io non posso dubitarne,» disse l'altra signora, alquanto piccata di quella contraddizione.

--Posso io domandarvi,» disse la Clairval, «signore mie, quale è il soggetto della vostra quistione?

--Vedete voi,» le disse la Cheron, «quel giovine quasi in mezzo alla tavola, e che parla colla signora Demery? Ebbene! quell'uomo, che non è conosciuto da alcuno, ha pretese presuntuose su mia nipote, e questa circostanza, almeno io lo temo, ha dato luogo a credere ch'egli si spacciasse per mio adoratore; considerate ora quanto una tal ciarla sia offensiva per me.

--Ne convengo, mia buona amica,» rispose la Clairval, «e potete esser certa ch'io lo smentirò da per tutto.» E si voltò da un'altra parte. Cavignì, che fino a quel punto era stato freddo spettatore di quella scena, fu in procinto di rompere in una risata, e lasciò il posto bruscamente.

«Vedo bene che voi ignorate,» disse alla Cheron la dama seduta accanto a lei, «che il giovine di cui parlaste alla signora Clairval è suo nipote!....

--È impossibile!» sclamò la Cheron, accorgendosi del suo grossolano sbaglio; e da quel momento cominciò a lodar Valancourt con altrettanta bassezza, quanta malignità aveva impiegata fino allora per denigrarlo.

Emilia era stata assorta durante la massima parte del discorso, e fu così preservata dal dispiacere di udirlo; fu sorpresissima dunque nel sentire le lodi delle quali sua zia colmava Valancourt, ed ignorava ancora ch'egli fosse nipote della Clairval; epperò vide senza rammarico la zia, più imbarazzata di quello che volesse parere, cercar di ritirarsi subito dopo la cena. Montoni venne allora a darle la mano per condurla alla carrozza, e Cavignì, con ironica gravità, la seguì accompagnando Emilia. Nel salutarli e nel rialzar la portiera, essa vide l'amante tra la gente, alla porta. Egli sparve prima della partenza della vettura; la zia non disse nulla ad Emilia, ed elleno si separarono giugnendo a casa.

La mattina seguente, essendo Emilia a colazione colla zia, le fu presentata una lettera, di cui, al solo indirizzo, riconobbe il carattere; la ricevè con mano tremante, e la zia domandò tosto donde venisse. Emilia la disigillò con suo permesso, e vedendo la firma di Valancourt, gliela consegnò senza leggerla. La Cheron la prese con impazienza, e mentre la leggeva, Emilia procurava d'indovinarne il contenuto nei di lei sguardi; gliela restituì quasi subito, e siccome gli sguardi della nipote domandavano se potesse leggere: «Sì, leggete, leggete, figliuola,» le disse con minor severità di quello che si aspettava. Emilia non aveva mai obbedito tanto volentieri. Valancourt nella sua lettera, parlava poco dell'abboccamento del dì prima; dichiarava che non avrebbe ricevuto congedo se non da lei sola, e la scongiurava di riceverlo quella sera medesima, mentre leggeva, stupiva che la Cheron mostrasse tanta moderazione, e, guardandola timidamente, le disse: «Che debbo rispondergli?

--Eh! bisogna vederlo quel giovine, sì certo,» disse la zia; «bisogna vedere ciò che può dire a favor suo; fategli dire che venga.»

Emilia osava credere appena a' propri orecchi.

«No, no, restate, gli scriverò io stessa,» aggiunse la zia; e chiese carta e calamaio.

Emilia non ardiva fidarsi ai dolci motti che l'animavano; la sorpresa sarebbe stata meno grande, se avesse inteso la sera innanzi ciò che la zia non avea scordato, cioè che Valancourt era nipote della signora Clairval.

Ella non conobbe i segreti motivi della zia; ma il risultato fu una visita, la sera stessa, di Valancourt, che la Cheron ricevè sola nel suo gabinetto. Ebbero essi insieme un lungo colloquio prima che Emilia fosse chiamata: quando essa entrò, la zia parlava con dolcezza, e gli occhi del giovane, il quale alzossi prontamente, scintillavano di gioia e di speranza.

«Noi parlavamo di affari,» disse la zia; «mi diceva qui il cavaliere, che il fu signor Clairval era fratello della contessa Duverney, sua madre: avrei voluto ch'egli mi avesse parlato più presto della sua parentela colla signora Clairval; l'avrei riguardato come un motivo più che sufficiente per riceverlo in casa mia.»

Valancourt s'inchinò, e voleva presentarsi ad Emilia, ma la Cheron lo prevenne.

«Ho acconsentito che voi riceviate le sue visite, e sebbene non intenda impegnarmi in alcuna promessa, nè dire che lo considererò come mio nipote, permetterò la vostra relazione e riguarderò l'unione ch'egli desidera, come un fatto che potrà aver luogo fra qualche anno, se il cavaliere avanzerà di grado, e se le sue circostanze gli permetteranno di ammogliarsi; ma il signor Valancourt osserverà, e voi pure, Emilia, che, fino a quel punto, v'interdico positivamente qualunque idea di matrimonio.»

La figura d'Emilia, durante questa brusca aringa, cambiava ad ogni momento; e, verso la fine, la sua confusione fu tale, che stava per ritirarsi. Valancourt, intanto, quasi imbarazzato quanto lei, non osava guardarla. Allorchè la zia ebbe finito, egli le rispose: «Per quanto lusinghiera possa essere per me la vostra approvazione, per quanto mi trovi onorato dalla vostra stima, nulladimeno temo tanto, che oso appena sperare.

--Spiegatevi,» disse la Cheron. L'inattesa risposta turbò talmente il giovine, che se fosse stato spettatore di quella scena, non avrebbe potuto far a meno di ridere.

«Fino a che la signora Emilia non mi permetta di profittare delle vostre bontà,» diss'egli con voce sommessa, «fintantochè ella non mi permetta di sperare...

--Se non c'è altra difficoltà, m'incarico io di risponder per lei. Sappiate, signore, ch'essa è sotto la mia custodia, ed io pretendo ch'ell'abbia ad uniformarsi in tutto alla mia volontà.»

Sì dicendo, si alzò, e ritirossi nella sua camera lasciando Emilia e Valancourt in pari imbarazzo: finalmente il giovine, la cui speranza era maggiore del timore, le parlò colla vivacità e franchezza a lui naturali: ma Emilia non si rimise se non dopo qualche tempo prima di intendere le domande e le preghiere sue.

La condotta della signora Cheron era stata diretta dalla sua vanità personale. Valancourt, nel suo primo abboccamento con lei, le aveva ingenuamente confessata la sua posizione attuale, e le sue speranze per l'avvenire; e con maggior prudenza che umanità, aveva severamente ed assolutamente respinta la sua domanda: desiderava che la nipote facesse un gran matrimonio, non già perchè le augurasse la felicità che si suppone unita al grado ed alla opulenza, ma per voler dividere l'importanza che un illustre parentado potea darle. Quando seppe che Valancourt era nipote d'una persona come madama Clairval, desiderò un'unione il cui splendore per certo avrebbela avvolta nella sua aureola. Fondando le sue speranze sulla ricchezza della Clairval, obliava ch'essa aveva una figlia. Valancourt però non l'aveva dimenticato, e contava sì poco sopra l'eredità della propria zia, che non aveva neppure parlato di lei nel suo primo colloquio colla Cheron; ma comunque potesse esser per l'avvenire la fortuna d'Emilia, la distinzione che le procurava questo parentado era certa, giacchè la brillante situazione della Clairval formava l'invidia di tutti, ed era un oggetto d'emulazione per quelli che potevano sostenerne la concorrenza. Essa aveva dunque acconsentito di abbandonar la nipote all'incertezza d'un impegno la cui conclusione era dubbiosa e lontana; e di tal modo poco combinata la sua felicità o col consenso, o coll'opposizione: avrebbe però potuto render questo matrimonio sicuro e vantaggioso insieme, ma una tal generosità non entrava allora per nulla nei suoi progetti.

Da quel punto, Valancourt fece frequenti visite alla signora Cheron, ed Emilia passò nella sua società i più felici momenti dei quali avesse goduto dopo la morte del padre. Erano ambidue troppo dolcemente occupati del presente, per interessarsi molto del futuro: amavano, erano riamati, e non sospettavano che quell'istesso attaccamento, il quale formava la loro felicità, potesse cagionare un giorno la disgrazia della loro vita. In questo intervallo, la relazione della Cheron colla Clairval divenne sempre più intima, e la vanità della prima si pasceva di già bastantemente, pubblicando da per tutto la passione del nipote della sua amica per Emilia.

Montoni divenne anch'egli l'ospite giornaliero del castello, ed Emilia si accorse, col massimo dispiacere, ch'egli era l'amante di sua zia, e amante favorito.

I nostri due giovani passarono così l'inverno, non solo nella pace, ma anche nella felicità. Il reggimento di Valancourt era in guarnigione vicino a Tolosa, per cui potevano vedersi di frequente. Il padiglione del terrazzo era il teatro favorito delle loro conferenze; la zia ed Emilia vi andavano a lavorare, e Valancourt leggeva loro opere di spirito. Egli osservava l'entusiasmo d'Emilia, esprimeva il suo, e si convinceva infine, ogni giorno più, che le loro anime erano fatte l'una per l'altra, e che con il medesimo gusto, la medesima bontà e nobiltà di sentimenti, essi soli reciprocamente potevano rendersi felici.

FINE DEL PRIMO VOLUME

1875. Milano, Tip. Ditta Wilmant.

NOTA DEL TRASCRITTORE

La presente edizione del libro è una traduzione abbreviata e priva di quasi tutte le parti in poesia. La versione originale completa in inglese è disponibile su Project Gutenberg: The mysteries of Udolpho (https://www.gutenberg.org/etext/3268).

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annnotazione minimi errori tipografici. In particolare, l'uso di trattini e virgolette per introdurre il discorso diretto, molto irregolare e incoerente, è stato per quanto possibile regolarizzato.

I seguenti refusi sono stati corretti [tra parentesi il testo originale]: