I Mille

Chapter 8

Chapter 83,657 wordsPublic domain

«Voi manderete, generale, per quella ragazza, non è vero? Guardate ch'essa è immensamente desiderata dal S. Padre, per solennizzare la più splendida delle vittorie cattoliche, la conversione di due anime ebree, cioè dannate e ritornate al santo grembo di Dio, che è la sua Chiesa».

«Madonna» rispose il generale Comandante la cittadella di Messina, «Voi non dubitate certamente dell'immenso mio desiderio a compiacervi, ma voi mi proponete un'impresa ardua. La Marzia è molto amata e stimata sul campo dei rompicolli; se il minimo barlume trasparisse dell'impresa nostra per impadronirsene, non solo sarebbero sterminati coloro che tentassero di rapirla, ma forse succederebbe la sorte stessa a quanti parteggiano per noi in Messina.»

«Già lo sapevo, ripigliò l'altera contessa, che poco o nulla s'ha da sperare dai generali di Francesco II, quando essi si lasciarono carpire la Sicilia intiera da pochi filibustieri nudi e male armati». E la bella malvagia donna, così dicendo, ritirò la sua sedia dalla vicinanza del generale, e si mise a squadrarlo alzando il bellissimo capo, e dondolandolo,--che avrebbe potuto servir di modello a Michelangelo, quando concepiva l'idea di far una statua dell'Italia d'uno dei più alti picchi degli Apennini[30]. Essa lo fissava nello stesso tempo con due occhi, ove non so se imperasse più la seduzione della superba figlia d'Eva o il disprezzo che generalmente hanno le donne per i codardi.

«Pace! pace!» urlava l'amante[31], «Pace, madonna, io mi lancierò a qualunque pericolo per compiacervi, dovess'io stesso capitanare l'impresa e lasciarvi la vita».

E con un generale borbonico di meno, diceva tra sè la proterva, la terra continuerà la sua rotazione, ed il Figlio maggiore, per noi, dell'Infinito apparirà a levante per coricarsi a ponente, dopo d'essersi nauseato ad illuminare questo gregge di schiavi che si dicono discendenti dal più grande dei popoli del mondo, e che non si vergognano d'esser il ludibrio de' loro servi da tanti secoli.

Vittima, come abbiam detto, era stata la contessa del più astuto dei gesuiti, e col suo spirito e la sua bellezza, era divenuta il Beniamino, e quasi il pezzo maggiore della terribile setta.--Tuttavia era Italiana, calpestava col disprezzo questa generazione d'eunuchi degli _harem_ dello straniero, ma il suo cuore romano palpitava a qualunque bel fatto degli Italiani, e confessava a se stessa con compiacenza l'ammirazione per i militi di Calatafimi, e ne andava superba.

Un sentimento prepotente nella donna però la dominava, e questo era una sterminata gelosia per Marzia, più giovane di essa e non men bella--che sapeva poi, esser stata, e forse esser ancora la prediletta di Corvo.

Vedendo il generale prostrato a' suoi piedi, la sua bocca accennò un sogghigno di sprezzo, ma ritornando al carattere gesuitico da lei assunto, e ricordando l'odiata rivale, la contessa concesse la mano al mercenario, ed anzi, lo aiutò a rialzarsi, unico favore che egli mai avesse ricevuto dalla superba romana.

«Io non sperava meno da voi»--ripigliò l'astuta--«e S. Maestà il Re ne saprà di certo tener conto dietro le raccomandazioni supreme di S. Santità».

«--Con tutto il rispetto che io devo agli eminenti personaggi da voi nominati, è a voi, Madonna, che io voglio piacere ed ubbidire in quest'impresa».--

E queste parole furono pronunciate con accento energico e risoluto, poichè anche un mercenario è suscettibile di sentimenti di bravura in presenza della bellezza.

«--Comunque, voi servirete degnamente la causa della legittimità, dell'ordine e della religione».--(Solite menzogne non delle sole gesuitesse).

Con inchini striscianti, ma divorandola cogli occhi, il generale accompagnò la Signora nell'appartamento a lei preparato, e tornò nel suo a meditare sull'esecuzione dell'impresa tremenda.

NOTE:

[28] Lo stretto di Messina.

[29] Nome indigeno dell'Etna.

[30] Una delle Garfagnani.

[31] Non per la prima volta egli vedeva quella seducente creatura, di cui la seduzione era tutto lo studio della vita.

CAPITOLO XXVIII.

TALARICO.

Jamais vaisseau parti des rives du Scamandre Aux champs Thessaliens osèrent-ils descendre, Et jamais sans Larisse un lâche ravisseur Osa-t-il m'enlever ou ma femme ou ma soeur.

(_Achille a Troia_).

I briganti in tutte le epoche, hanno avuto delle eminenti rappresentanze come le eminenze.--Nella forza, per esempio: Milone di Crotona, che ammazzava un toro con un pugno e se lo mangiava;--nella scienza, Archimede, che chiedeva un punto d'appoggio per sollevar la terra, che inventava gli specchi ustorî con cui bruciava la flotta romana; Galileo, che trovava la legge della caduta dei corpi, base della grande scoperta di Newton e che scopriva nell'infinito miriade di mondi fin allora ignoti; e Kepler che tracciava nello spazio le orbite percorse dai pianeti.

I briganti, ripeto, ebbero le loro eminenze tremende per certo, ma non meno di quei settantadue eminenti massi di brutture che attorniano il Papa, nocivi al mondo.

Noi abbiamo Gasparone, che sconta oggi ancora (1870) nelle prigioni di Civita Castellana il tradimento del Papa.--I Francesi contano Cartouche; e gl'Inglesi Robin Hood.--Gli ultimi ed i più atroci li avemmo in questi ultimi tempi, come i Crocco, i La Gala, i Fuoco.

Nei tempi di cui scriviamo (1860) l'individualità brigantesca più famosa era Talarico il Calabrese, temuto in tutta l'Italia meridionale, e che percorreva da padrone, ora solo ed ora accompagnato da bande.--Noi già lo conoscemmo in Palermo incaricato d'assassinare il Capo dei Mille, ed ora lo ritroviamo nella cittadella di Messina, ricevendo istruzione per un colpo di mano.

Il brigantaggio, figlio dell'ignoranza e della miseria, fu fomentato dai preti, dai Borboni e dal capo di tutta questa ciurma, il Buonaparte.--Caduti gli ultimi, e regolati i primi, non vi sarà più brigantaggio in Italia.

Annegato nel sangue che fece versare a torrenti il Buonaparte, nel nulla il Borbone, e Roma resa all'Italia, non vi sarà altro motivo di brigantaggio, se non che le depredazioni del Governo Italiano, che avranno fine siccome ogni altra malvagità.

Devo ripetere qui pure: che educati all'onestà, all'amore del loro paese, codesti robusti contadini, dei quali i preti fanno dei briganti, i di cui delitti inorridiscono il mondo, potrebbero riuscire dei militi stupendi, essendo essi dotati di forza, agilità e coraggio insuperabili. Serva d'esempio il seguente fatto di Talarico.

In una casipola di montagna nelle Calabrie, le truppe borboniche erano pervenute ad assediarlo con una forza imponente e rinchiuderlo in un cerchio di ferro.--Talarico, avvisato dall'amante sua abitatrice di quella casa, del suo pericolo, per prima disposizione si accese il sigaro, poi passando ad una finestra opposta alla porta di casa, sparò sei colpi di revolver, ed immediatamente fasciando colla veste il braccio sinistro, e mettendo la daga alla destra, volse indietro, slanciossi fuori della porta caricando col ferro chiunque si presentava, si aprì strada, e uscì a salvamento senza una sola ferita.

Tale era l'uomo a cui il generale C. dava incarico di catturare Marzia.

CAPITOLO XXIX.

IL PESCE SPADA.

Pour un esclave est-il quelque danger?

(_Muta di Portici_).

Garrulo, svelto, coraggioso è il pescatore siciliano.

E chi può raggiungerlo nella millanteria? Carattere speciale di quanti isolani nostri ho conosciuto e che credo appartenga a tutti i popoli meridionali dell'Europa, come l'Andaluso, il Guascone, ecc.

«Io sono quello» è il preambolo ordinario con cui si presentano questi nostri superbi figli del Vespro.

«Io sono quello» e continuano poi la storia del loro operato.--Tale millanteria, non tollerabile in ogni caso, certamente porta gli uomini alle più arrischiate imprese, alle più splendide scoperte ed all'insofferenza di oltraggi, come lo provarono ai Francesi nella loro impareggiabile rivoluzione; come lo provano ogni volta che si trovano stanchi di governi iniqui.

Pensando poi al modo anormale e spesso scellerato con cui furon governate queste meridionali popolazioni, io sono perplesso nell'investigarne la causa.--Dirò di più: mi ha stupito la facilità con cui esse passarono da una dominazione all'altra in tutte le circostanze, a cominciare dai Cartaginesi sino ai giorni nostri.--Popoli forti ed intelligenti, come cotesti, hanno forse mancato di quella costanza settentrionale che distingue massime gl'Inglesi.

Dobbiamo sperare con fondamento che nell'agglomerazione di tutte le provincie italiane in un sol corpo politico, esse godranno almeno di una condizione più stabile e potranno scuotere, coll'aiuto morale reciproco, il corruttore dominio del cattolicismo che ci trattiene agli ultimi gradini della civiltà umana.

Eccolo! qua, là, avanti, a destra, a sinistra, urla il pescatore messinese collocato in una specie di gabbia, all'estremità di lunghissima pertica, posta in situazione obliqua sul davanti della prora di palischermo leggiero e svelto come il pesce spada perseguito.--E dal suo gesticolare si capirebbe perfettamente dal pratico padrone della barca senza bisogno di assordanti grida.

Quando il pesce spada però è scoperto dal robusto cacciatore che lo segue già coi movimenti della micidiale sua lancia, sempre diretti verso l'innocente vittima, allora il gabbiere cessa dalle grida, ma sarebbe inutile esigere da lui che cessasse dal gesticolare.--Egli non urla, non fiata, trattiene il respiro, ma se voi lo fissate vi accorgete non esser fermo un muscolo del suo corpo.--Non fa rumore, poichè davanti a lui, nella morte del povero pesce, sta la vita della famigliuola che lo attende per un tozzo di pane. Non fa rumore, ma un galvanismo irrequieto scorgesi in tutta la persona, dai piedi nudi ed anneriti al crine irto, e sconvolto, e mobile come rappresentano l'anguicrinita testa di Medusa.

Cessa i tuoi palpiti, le tue impazienze, la tua sete di sangue d'un nemico che non ha altro torto oltre quello di aver le sue carni gradite al palato dell'animale uomo--altro delitto fuor di quello di appartenere a razza men volpina, men maliziosa, giacchè egli, di te più forte, guai se si attentasse di difendersi.--

La tua barca, la tua vita e quella de' tuoi compagni andrebbero in un fascio. Ma consolati, non aver rimorsi, egli senza malizia assapora la carne di pesci minori, e se vittoriosamente combatte colla balena, non è per proteggerli, ma per gelosia di mestiere. Tali son le odierne monarchie in guerre così continue od in pace armata per la grandezza della propria nazione, la difesa nazionale, per una causa giusta, anzi giustissima, santa! per la protezione infine di sudditi che si pappano per la maggior gloria di Dio da cui emanano direttissimamente.--Lasciamo dunque entrare il pesce spada nel novero delle vittime, giacchè egli conta tra i predoni.--E ben lo coglie il lanciere messinese forandolo da parte a parte e conducendolo cadavere a bordo dopo d'averlo lasciato dissanguare.

La pesca del pesce spada, che si fa nello stretto di Messina, è tanto più cospicua in quanto che essa ha quasi sempre luogo nelle vicinanze delle sponde. La qui descritta si effettuava vicino al litorale siculo tra il faro e la città di Messina, e su quella bellissima spiaggia trovavasi riunita una folla di contemplatori della pesca.

«Oh! povero pesce, guarda quanto sangue ha versato dalla ferita»--e veramente un lago di sangue arrossava i dintorni della barca, mentre il pesce spada dibattevasi miseramente colla morte, inchiodato all'inesorabile ferro che lo trapassava.

Quella voce di compassione, forse l'unica che uscisse dalla folla, era articolata da bellissima fanciulla e diretta ad un'altra non men bella di lei.--Era Marzia che in uno sfogo d'anima gentile, compativa la situazione atroce del povero pesce spada, dirigendosi a Lina.

Frattanto i pescatori avevano raccolta nella barca la magnifica preda (naturalmente magnifica per i predoni), e siccome si disponevano a continuar la pesca essendo quello un giorno propizio per la stagione e per il tempo favorevole, nacque alle nostre eroine il desiderio di veder da vicino il pesce che appena appena aveano avuto il tempo di adocchiare.

«Se avessimo un palischermo» disse Lina «io sarei curiosa di andar a vedere il pesce spada, che mai non vidi.»

Era la proposta formaggio sui maccheroni per la compagna accesa dalla stessa curiosità donnesca, ed un'affermazione subitanea fu la risposta.

«Un palischermo? ma non sarà difficile trovarlo» disse la vezzosa figlia di Roma.--E veramente non fu difficile, giacchè vicino alla sponda stessa una barchetta, con quattro robusti rematori ed un signore al timone avvicinossi; e, come se avesse indovinato il desiderio delle fanciulle, dopo un cortese saluto, il signore offrì gentilmente il palischermo a disposizione delle signorine. Guardaronsi in volto le due, ed un presentimento di mal augurio agghiacciò per un momento la risoluzione di Marzia.

Lina, però, alquanto più spensierata e men diffidente, disse all'amica:

«Andiamo, miglior occasione e più pronta non potevamo trovare.»

Marzia ristette un momento.--Vedendo però l'arditezza della compagna, che già movea verso la sponda, e vergognandosi di mostrar timore, seguì pure verso il legnetto, ed ambe imbarcaronsi in un'impresa di cui si pentiranno amaramente.

CAPITOLO XXX.

IL RATTO.

Intanto All'onta ed al disprezzo è condannata Lei, che fu la stella di mia vita, Il dolce paradiso sulla terra!

(_Autore conosciuto_).

Eran le sei d'una bella serata d'agosto, non v'era soffio di vento, e la superficie dello stretto era inargentata. Le città di Reggio e di Messina come su d'uno specchio riflettevansi in quelle onde fatate, quando le nostre eroine misero il piede sulla graziosa gondola che dovea condurle sulla barca peschereccia ove giaceva il malcapitato cadavere del pesce spada ancora caldo della vitalità scomparsa, e la barca colla trionfale sua ciurma cantarellando vogava trasportata dalla marea verso la cittadella di Messina.

«Ma che con questi quattro robusti rematori, la _Sirena_ che gareggia coi venti, non raggiungerà quegli stupidi pescatori?»

Quella millanteria era vociferata da tale che se fosse stato ben osservato dalle fanciulle pria d'imbarcarsi, esse non si sarebbero certamente affidate a tale guida.

Il comandante della _Sirena_, posto al timone con Marzia alla destra e Lina alla sinistra, era una di quelle figure che colpiscono ed impongono l'ammirazione in tutti i loro movimenti fisici. Pettoruto e largo di spalle, sulle quali posava una di quelle meridionali teste adornate d'ebano tanto negli occhi che nella capigliatura.--Era di statura mediana, ma svelto quanto il capriolo dei monti.

Non era marino Talarico, non cavaliere[32], ma su un cavallo o su un palischermo egli dondolavasi graziosamente quanto un marino italiano, un figlio _de las Pampas_, od un _Monarca_ della cuchilla del Rio Grande[33]; infine era un tipo di razza gagliarda, non tutta spenta in Italia, malgrado gli sforzi del prete e della tirannide per corromperla.

Dunque è Talarico, eh!--E voi le mie buone fanciulle l'avete fatta grossa d'affidarvi a lui, o non avete saputo distinguere sulla maschia figura del figlio d'Aspromonte l'occhio aquilino e micidiale del bandito.--E Talarico non solo, ma tutto quanto voi avete veduto di pesca, di pescatori e di _Sirena_ sotto le finestre della vostra abitazione, tutto era stato premeditato ed ordito per involare la Marzia.

Lina, altrettanto preziosa preda, non entrava nel ratto che come un accessorio.

La barca peschereccia vogava sempre verso la cittadella, trasportata dalla marea e dai remi, e la _Sirena_, benchè sveltissima, accorciava di poco la distanza che la separava dal pesce spada. La curiosità delle nostre belle cangiossi presto in timore, e gettato un colpo d'occhio verso la sponda sicula da dove eran partite e che già oscuravasi colle ombre della notte, esse richiesero al timoniere d'esser ricondotte verso la loro dimora.--Tutt'altro che Talarico avrebbe potuto usare un po' di diplomazia, cioè d'inganno--confortar le donne, ingiunger loro di star quiete ed infine canzonarle ancora per un pezzo, ma tale non era il modo del calabrese brigante; e quando s'avvide che gli occhi delle due eroine lampeggiavano di sdegno, e che forse potevano, dopo d'aver riconosciuto l'inganno, scagliarsi su di lui, le prevenne, ed abbandonando il timone, pose una mano su d'ogni braccio delle donzelle, e le strinse come se fosse graffa di leone, mentre i rematori, assoldati come il loro capo, avanzaronsi a prestar man forte, nel caso che la potenza di Talarico non avesse bastato.

NOTE:

[32] Qui per Cavaliere non intendo quella caterva di servi che coi cavalli altro non hanno di comune che la greppia ove s'ingrassano a spese dei popoli che disonorano.

[33] Monarca della collina: così si chiamano i famosi cavalieri della provincia più meridionale del Brasile.

CAPITOLO XXXI.

LA DITTATURA ONESTA.

Non ciarle, ma fatti.

(_Autore conosciuto_).

Vi sono molti birbanti del mondo, massime tra i popoli ove domina la corruzione del prete e della tirannide.--Ivi si perviene ai gradi, agli onori, all'agiato vivere, a forza di bassezze, di umiliazioni e di servilismo; quindi l'onestà non è merito, ma lo è l'adulazione e la flessibilità della schiena e della coscienza.

Fra codesti birbanti, alcuni onesti, o sono impercettibili nella folla, o sono tenuti in diffidenza per lo scetticismo che invade le moltitudini sì sovente ingannate.--Eppure io conosco degli onesti che potrebbero migliorare la condizione umana, se non vi fossero tanti pregiudizii e tante dottrine.--Ma come si deve aver fede in cinquecento individui, la maggior parte dottori[34] e la maggior parte venali, uomini che vengono su dalla melma ove li condannarono la dappocaggine e sovente il vizio; vengon su, dico, a forza di cabale e di favoritismo, e si siedono sfacciatamente tra i legislatori d'una nazione, coll'unico interesse individuale e disposti sempre a sancire ogni ingiustizia monarchica, coonestando così gli atti infami di governi perversi che senza quella ciurma di parassiti avrebbero responsabilità dei loro atti, mentre con parlamenti servili essi sono dispotici, e compariscono o si millantano onesti.

Questi cinquecento, fra cui vi è sempre qualche buono, disgraziatamente si usano come governanti nelle monarchie non solo--governi imposti--ma pure nei paesi ove la caduta delle monarchie, come in Ispagna e in Francia, ha lasciato le nazioni padrone di loro stesse. La vecchia abitudine dei comitati, delle commissioni e dei parlamenti getta negli anzidetti casi di nazioni padrone di loro stesse una turba d'aspiranti alla direzione della cosa pubblica, che sventuratamente riescono sempre con una minoranza buona o mediocre, ma con maggioranza pessima, e quindi annientato il po' di buono che vi si trova.

E perchè non scegliere un onesto solo per capitanare la nazione e con voto diretto? Non è più facile trovarne uno che cinquecento?

Il maggiore dei popoli della terra, il Romano, chiamò quell'uno Dittatore.--Chiamatelo voi come diavolo volete. Insignitelo del supremo potere per due mesi, per due anni, se meglio vi pare. Non successori nella stessa famiglia, non eserciti permanenti.--Dieci onesti cittadini per littori, e l'esercito Nazione se la patria è minacciata.--Supponete ch'egli sia solamente onesto, e questa è la qualità che voi dovete cercare.--Non è amministratore, militare, finanziere, ma saprà trovare della gente idonea per ogni provincia. E non avrete il bisantismo, con quella turba di ciarlieri che assordano il mondo e mantengono l'Europa in una vera Babilonia.

Con degli onesti ai governi potranno avverarsi tutte le questioni politiche e sociali, e sopratutto si potrà provvedere subito alla soppressione di quel macello umano che si chiama guerra.

Il macchiavellismo è oggi una parola esecrata; eppure Macchiavelli è uno dei grandi di cui si onora l'Italia. Così avvenne alla dittatura. Perchè vi furono dei Cesari, dei Buonaparti, pare non vi possano essere più delle dittature oneste. Ed io sono certo che se la Francia e la Spagna, padrone di loro stesse, avessero, dopo la caduta d'Isabella e di Buonaparte, scelto un uomo solo con pieni poteri per governarle, esse non sarebbero cadute nello stato deplorabile in cui oggi si trovano. Lo rammenti la Democrazia europea; essa è sempre conculcata per non sapere combattere il dispotismo colle proprie sue armi, cioè la concentrazione del potere nelle mani d'un solo, sinchè (come in America ed in Isvizzera) la situazione non divenga normale da non più aver bisogno di poteri straordinari al governo concentrati nelle mani d'un solo.

NOTE:

[34] Non si creda che io sia sistematicamente nemico dei dottori (non teologi, che credo impostori), anzi io conto molti dottori tra i miei amici, ma essi han fatto prova sinora tanto cattiva nei governi e nei parlamenti da far disperare di loro.

CAPITOLO XXXII.

AGLI ARANCI.

Non la siepe che l'orto v'impruna È il confin dell'Italia, o ringhiosi, Sono l'Alpi il suo lembo, e gli esosi Son le turbe che vengon di là.

(BERCHET).

Era verso la fine d'agosto, quando il Dittatore della Sicilia, radunate le vittoriose sue legioni nel Faro, disponevasi a passare sul continente italiano.

Il numero di forze dell'esercito meridionale[35] poteva ascendere ad una decina di mila uomini, aumentando ogni giorno però per l'arrolamento di meridionali e per i contingenti venuti dalle altre provincie d'Italia, con buona mano di veterani di tante battaglie.

Cotesto accrescimento di forze dei liberi dispiaceva certamente alla Corte Sarda, al Papato ed al padrone Buonaparte, e fra i mezzi impiegati per impedirlo, non mancarono ogni specie d'ostacoli all'imbarco dei volontari nel settentrione.

Era naturale temessero l'invadente bufera nel mezzodì i monarchici ed i suoi satelliti. Chi ha la coda di paglia, teme il fuoco.--Ciò che non era naturale, che non doveva essere, e che mi ripugna scrivendolo, si è l'opposizione a noi fatta dal dottrinarismo, dagli uomini che oggi ancora sono tenuti quali archimandriti della democrazia italiana.

Essi hanno del merito, non glie lo contesto, e se al merito incontestabile avessero potuto aggiungere la capacità di far l'Italia da soli senza la cooperazione d'altri--essi sarebbero senza dubbio i sommi dei sommi.--Comunque, da loro fummo attraversati anche nella spedizione del 60, apparentemente, non colla volontà di nuocere; ma in realtà pregiudicavano.

L'organizzazione di un corpo di volontari in Toscana capitanato da Nicotera nocque, e se quelli stessi volontari si fossero inviati in Sicilia, sarebbe stato assai meglio.

La spedizione al Golfo degli Aranci, ordinata, credo da Bertani, e da lui diretta coll'oggetto d'un'operazione diversiva nello stato pontificio come la prima, fu anche nociva, perchè ritardò l'arrivo di un corpo considerevole di volontari di cui avevamo gran bisogno, e mi obbligò di abbandonare l'esercito sul Faro, imbarcarmi a bordo del _Washington_, ed espormi al pericolo d'incontrare gl'incrociatori borbonici, per andar a cercare a tramontana della Sardegna il suddetto forte contingente di bellissimi militi che si volevano sottrarre ai miei ordini (per una spedizione inutile, giacchè essi nulla avrebbero fatto a fianco dell'esercito sardo invadente) e forse anche per non contaminarli al contatto degli elementi _poco puri_ dei _Mille_.

Era dunque verso la fine d'agosto quando pronto l'Esercito Meridionale sulla sponda sicula dello stretto di Messina, si disponeva a traversarlo.

La vigilanza dei legni borbonici a vapore era immensa: le loro batterie sulla costa calabra, ben guernite di cannoni e d'uomini, protette da varii corpi di truppe sparsi nelle campagne circostanti.