Chapter 16
Poco dopo giunse su quell'eminenza un distaccamento del generale Sacchi, che trovavasi a levante di S. Angelo, e per quella parte ci trovammo finalmente alquanto assicurati.
Dopo gli avvenimenti narrati, mi fu possibile salire sul monte S. Angelo, per potervi distinguere lo stato del campo di battaglia, e m'accorsi esser veramente un impegno serio.
Il nemico preparato da più giorni ad una battaglia decisiva, avea riunito sotto Capua quanta forza egli possedeva in tutte le parti del regno, al settentrione del Volturno.--Le due piazze forti di Gaeta e Capua, non solo diedero un buon contingente di truppe, ma lo fornirono di quanto materiale da guerra esso poteva abbisognare; dimodochè la forza nemica, che uscì da Capua contro il nostro centro e la nostra sinistra, era veramente formidabile.
Da una parte e dall'altra la battaglia fervea disperatamente; era un flusso e riflusso di attacchi e di riscosse, una mischia generale su tutta la linea.
Non potendo noi guarnire tutto lo spazio tra S. Maria e S. Angelo, s'era lasciata una lacuna tra le due posizioni, di cui il nemico profittò facendola occupare da fortissimo corpo bavarese.
Codesto corpo, ch'io dall'alto poteva esattamente distinguere, era imponente. In colonna serrata per grandi divisioni, marciava verso la nostra linea a passo ordinario. E chi diavolo potevo io inviare all'incontro di quel formidabile corpo? Il prode Generale Medici avea il suo da fare nel centro ove comandava, a sostenersi contro le forti colonne che lo assalivano, e per fortuna egli contava tra i suoi subordinati il Colonnello Simonetta, uno dei più brillanti ufficiali dell'esercito meridionale. Di più, il veterano di cento battaglie, l'eroe dei due mondi, il Generale Avezzana, era stato inviato con un corpo di volontari in sostegno del nostro centro, e fu quindi di gran giovamento in quella parte.
La nostra sinistra in S. Maria, comandata dal bravo generale Mielbitz, respinse il nemico, ed egli riportò gloriosa ferita. Comunque, le comunicazioni tra la sinistra ed il centro furono intercettate dai borbonici, che in gran numero occuparono la strada maestra che conduce da un punto all'altro.
Il più accanito dei combattimenti durava a S. Angelo. Là vi era una vera marea di vincenti e di respinti.--Il nemico stimava l'importanza della posizione, chiave del campo di battaglia, e fece degli sforzi inauditi per impadronirsene. I soldati borbonici giunsero sui nostri pezzi varie volte, e s'impadronirono di due, che non poterono però conservare.
In tale accanita pugna io osservai il difetto «di far fuoco avanzando» prediletto sistema dei nostri nemici, a cui fu fatale in tutti gl'incontri dai volontari sostenuti; questi, all'incontro, coi soliti catenacci e colle loro cariche a fondo, senza fare un tiro, neutralizzarono la superiorità delle carabine nemiche, e vinsero sempre.
Mi si obbietterà: tale nostro sistema esser nocivo colle nuove armi di precisione, ed io dico con convincimento, essere più necessario ancora, col perfezionamento delle armi.--O non si deve caricare il nemico nelle sue posizioni, o bisogna caricarlo celeremente sino alla mischia, colla coscienza di sfondarlo, senza di che si perderà molta gente, il morale dei restanti soldati sarà scosso, e si avrà il doloroso spettacolo di vederli tornare fuggendo e disfatti.
La pugna durò un pezzo al piede del monte S. Angelo, obbiettivo importantissimo, e varie volte i nostri valorosi capi dovettero ricondurre al fuoco i nostri militi, sopraffatti da masse imponenti e tenacemente decise.
Verso le ore 1 pom., non so per qual motivo, mancarono le munizioni, ed una desolante voce degli usciti dal campo di battaglia, me ne fece consapevole.
Se il nemico fosse stato informato di tale circostanza, stavamo freschi.
La situazione era delicata. Il nemico ingrossando sempre, oltre l'attacco di fronte verso Capua, avea tentato di assalire il nostro fianco destro passando il Volturno, e fummo obbligati di far testa dovunque.
Verso le 2 pomeridiane, supponendo vicine le riserve che aveva chiesto da Caserta al generale Sirtori, capo di stato maggiore, io avvisai il generale Medici della mia intenzione di raggiungerle per rinforzare la linea nostra. Non era però facile di eseguire il mio proposito, essendo la strada di comunicazione occupata dal nemico.
Comunque, mi decisi di fare un lungo giro, evitare il nemico, e felicemente giunsi in S. Maria dopo mezz'ora, e giunse contemporaneamente il primo convoglio per via ferrata, delle aspettate riserve.
A misura che arrivavano si facevan collocare in colonna d'attacco nella strada che conduce da S. Maria a S. Angelo; disposte nell'ordine del loro arrivo, per sezioni, il di cui fronte era eguale circa alla larghezza della via.
Anche qui accennerò alla efficacia delle riserve nei fatti di guerra d'ogni entità, ma massime nelle battaglie campali.
Le riserve, più numerose che possibile, e possibilmente tenute al coperto dai proiettili nemici e dalla vista degli stessi, sono, quando ben disposte ed adoperate in tempo, in mano d'un capo intelligente, quel mezzo potente con cui egli decide della battaglia, sapendole lanciare a proposito.
NOTE:
[53] Monte che domina le pianure Capuane.
CAPITOLO XLIX.
JESSIE WHITE-MARIO.
Amicizia, del ciel prezioso dono, Io cederei per un amico un trono.
(YOUNG).
Io ho sempre creduto alla fortuna, e non dubito ch'essa non sia per la sua parte, nei fatti compiuti tra la famiglia umana, e massime nei fatti di guerra.
Qui seduto sul mio letto di dolore, e reso invalido dagli anni e dai malanni, io penso alle epoche fortunate della mia vita, in cui primeggiano certamente quelle ove mi trovai a contatto dei generosi figli della Britannia.
Un giorno, spogliati da pirati greci nell'Arcipelago, senza viveri, senza vestimenta, senza bussola, il mio capitano m'inviò verso un brigantino che si trovava a grande distanza da noi. Giunsi a bordo di quel legno, vi fui accolto gentilmente. Era il brigantino inglese _Marianna_, capitano Taylor. Egli si era accorto del nostro stato di sventura da uno straccio alzato al picco[54] per mancanza di bandiera, ma era nell'impossibilità di avvicinarsi, per essere il mare bianco dalla bonaccia.
In cattivo inglese io feci comprendere al bravo capitano lo stato nostro, per cui egli mi colmò di cortesia, mi fece parte de' suoi viveri, di cui tanto abbisognavamo e ci accompagnò sino al porto del Millo.
A Montevideo in un giorno di pugna navale, trovandomi io con un piccolo legno impegnato contro forze dieci volte superiori, e già sopraffatto da esse, il palischermo d'una corvetta da guerra inglese giunse e si frammise fra il mio legno ed i nemici; imponendo loro di cessare il fuoco. Alla vista della formidabile bandiera d'Albione, i servitori di Rosas restarono muti come per incanto, ed io salvo.
Ancor oggi io bacerei la mano di quel comandante, che certo, non fu spinto da ordini dell'ammiragliato, ma dalla squisita generosità dell'anima sua.--Egli vide un conflitto di sangue, e lanciossi in sostegno del debole.
Che bell'impiego della forza, per coloro cui la sorte la mise in mano!
Avrei molte circostanze da narrare, in cui la benevolenza inglese prese a favorirmi, e per cui io sono giustamente pieno di gratitudine.
Il 1º ottobre, essendo stato impegnato prima dell'alba, nell'ardua battaglia, io mi trovavo completamente digiuno verso le 3 pom., quando, occupato ad ordinare le colonne d'attacco delle riserve giuntemi da Caserta, per lanciarle sul nemico tra S. Angelo e S. Maria, in quel punto mi comparve un angelo tutelare; era la graziosa ed intrepida figura della Jessie;--la sua apparizione mi colpì e richiamommi alla memoria la generosa e cavalleresca nazione, a cui immeritamente sono debitore di tanta simpatia.--Essa me ne figurava l'emblema, tanto più che mi si presentava accompagnata da un giovane marino della flotta inglese[55] in uniforme, portando un canestro pieno d'ogni ben di Dio.
Se non è questa fortuna, bramo mi si accenni a delle migliori! E fra me dissi: questo è buon augurio.--Io avrei forse ceduto alla tentazione ed alla fame ch'era molta, ma un obice esploso a poca distanza mi richiamò al dovere, e ringraziai la gentile signora, pregandola di ritirarsi, cosa che la coraggiosissima donna eseguì con reluttanza. Io era stato contuso da un pezzo di quell'obice alla coscia sinistra.
NOTE:
[54] Posto ove si alza la bandiera.
[55] La squadra inglese ancorata sulla rada di Napoli, ebbe in quei giorni varii disertori, che volevano ingrossare le nostre fila. Tale era la simpatia di quella brava nazione per la libertà italiana.
CAPITOLO L.
CONTINUA LA BATTAGLIA DEL VOLTURNO. BRONZETTI A CASTEL MORRONE.
A egregie cose il fort'animo accendono L'urne de' forti, o Pindemonte! E bella! e santa fanno al vïator La terra che le ricetta.
(FOSCOLO).
Accanto alla illustre e martire famiglia dei Cairoli, e di tante altre per cui veste lutto l'Italia militante, l'Italia dei generosi! posiamo alla venerazione di tutti, quella dei Bronzetti.
Il maggiore, caduto contro gli austriaci a Seriate. Il secondo, non meno eroicamente, a Castel Morrone.
Ho già detto essere la nostra linea di battaglia difettosissima, per irregolarità del terreno, e per troppa estensione. Ebbene, per fortuna nostra, fu pur difettoso il piano di battaglia dei generali borbonici. Essi ci attaccarono con forze considerevoli su tutta la linea, in sei punti diversi, a Maddaloni, a Castel Morrone, a S. Angelo, a S. Maria, a S. Tammaro, ed in un punto intermediario di cui non ricordo il nome, ove comandava il generale Sacchi.
Diedero così una battaglia parallela, cozzando col grosso del loro esercito, contro il grosso del nostro, ed assalendo posizioni da noi studiate e preparate.
Se avessero invece preferito una battaglia obliqua, cioè, minacciato cinque dei punti summentovati, con avvisaglie di notte, e nella stessa notte portare quarantamila uomini sulla nostra sinistra a S. Tammaro, o sulla nostra destra a Maddaloni, io non dubito, essi potean giungere a Napoli con poche perdite.
Non sarebbe stato perciò perduto l'esercito meridionale, ma un grande scompiglio ce lo avrebbero cagionato. Con un'ala rotta, ed il nemico padrone di Napoli, e delle nostre risorse, diventava l'affare un poco serio.
Mentre la pugna ferveva nelle pianure Capuane, il maggiore Bronzetti, alla testa di circa trecento uomini, sosteneva l'urto di quattromila borbonici, e li respingeva a varie riprese dalle posizioni da lui occupate. Invano il nemico intimò la resa a qualunque patto. Invano! Il prode Lombardo avea deciso di morire co' suoi compagni, ma non arrendersi. E tale era l'eroica risoluzione di tutti!--Avanzo di dieci assalti, pochi restavano del suo piccolo battaglione, e la maggior parte giacevano morti o morenti sul campo della strage. I pochi restanti però, trincerati nell'alto del rovinato castello, non vollero saper di resa, animati dall'esempio del valorosissimo capo.
«Arrendetevi, ragazzi!» gridavan gli ufficiali borbonici, edificati da tanta intrepidezza, e certamente orgogliosi di tali concittadini: «Arrendetevi, non vi sarà tolto un capello: già faceste abbastanza per l'onore!»--«Che arrendersi!» gridavano quei superbi e gloriosi figli d'Italia: «fatevi avanti! se avete animo!»
Essi terminarono sino all'ultima cartuccia, sostennero l'attacco finale colla baionetta, e caddero tutti!..... Alcuni pochi feriti furono trasportati a Capua.
E dove giaciono le ossa di tanti prodi e dell'illustre duce Bronzetti?.....
Italia le ricordi!
CAPITOLO LI.
ANCORA LA BATTAGLIA DEL VOLTURNO.
I fratelli hanno ucciso i fratelli! Questa orrenda novella vi do!
(MANZONI).
Io desidero: nelle venture battaglie contro lo straniero, poichè delle batoste ve ne saranno molte ancora, con codesta condizione sociale di rubati e di ladri;--nelle venture battaglie contro lo straniero, ripeto, bramo gl'italiani combattano come lo fecero in questa sanguinosissima, gli uni contro gli altri.
Nel centro, cioè tra S. Maria e S. Angelo, ove si andava a decidere della giornata, il terreno era piano e coperto di olivi, ciocchè neutralizzò in parte la superiorità della carabina nemica;--ed alle successive cariche di questa, i nostri appiattati dalle piante, la respingevano a fucilate con vantaggio. Il colonnello Assanti, con parte della divisione Cosenz, fu posto in riserva sullo stradale, e seguitò il movimento, mentre le colonne d'attacco procedevano avanti.
«Voi la vedete la linea nemica, dietro quei ripari» diceva io al comandante d'una compagnia milanese che si trovava di avanguardia, «Ebbene, spiegate in catena la vostra gente, e caricate senza fare un tiro sino a raggiungerli, quei ripari, la colonna vi seguirà immediatamente».
La stessa ingiunzione io feci ad una compagnia calabrese, che stava alla mano, e tutta quella brava gente caricò intrepidamente il nemico.
La colonna che marciava dietro e che prese la stessa direzione, era comandata dal generale Eben, che marciava alla testa con un nucleo di valorosi ungheresi.
Questi prodi marciarono verso il nemico coll'arma al braccio, come in piazza d'armi, e ricorderò sempre con orgoglio d'aver comandato a simili militi.
Il fiero ed imponente contegno delle nostre colonne, marciando avanti senza sparare un tiro contro una grandine di granate e di fucilate, scompigliò il nemico, e lo sloggiò dalle sue posizioni.
Contemporaneamente caricato a destra dai generali Medici e Avezzana, cioè da tutte le forze di Monte S. Angelo, e da sinistra da parte dei corpi dei generali Türr e Mielbitz, il nemico fu posto in fuga dovunque, perseguendolo i nostri sino sotto Capua.
La giornata fu completa, e verso quell'ora, circa le 5 pom., ricevo un dispaccio dal generale Bixio, annunciandomi il trionfo dell'ala destra, da lui comandata.
Dopo un combattimento accanito di varie ore, Bixio erasi posto alla testa d'una piccola colonna scelta, e colla solita sua bravura avea caricato i borbonici, e cacciati sino alle sponde del Volturno.
Io telegrafai in quel momento a Napoli:
«Vittoria su tutta la linea!»
CAPITOLO LII.
IL GESUITA.
Quell'antipatica vostra figura Desta, scusatemi, rabbia e paura.
(_Clara di Rosemberg_).
Quando io penso al potere dei preti, conservato malgrado ogni sorta di scelleraggine, appena credibile e che l'umana natura dovrebbe essere incapace anche d'ideare;--malgrado l'aver ridotto fino all'ultimo grado la più grande delle nazioni, d'averle inflitto ogni specie d'umiliante degradazione, averla venduta tante volte allo straniero e sopratutto d'averla educata ai baciamani, alle genuflessioni, alla paura, alla prostituzione e ad ogni specie d'oltraggioso abbrutimento, per cui una delle più belle razze, è per loro rachitica, curva, inferiore moralmente e materialmente a tutte quelle altre razze che le furono alunne!--Pensando al potere dei preti, dico: in questo secolo che si chiama civile, mi viene sovente il dubbio, che codesti cretini a cui appartengo per le forme, altro non sieno che una delle tante famiglie di scimmie da me vedute nel nuovo mondo.
Un prete è un impostore!--Chi può provare il contrario?--E vi vuol poi tanta matematica per capirla?--Eppure la potenza di quell'essere malefico continua. Le plebi ne sono affascinate ed il dispotismo si serve di cotesto fascino per malmenare i popoli. E si grida da una parte, e si fa i sordi dall'altra, ed intanto va avanti questo bordello, chiamato costituzione di popolo libero, e questa povera Italia nostra che potrebbe essere comparativamente felice, è scelleratamente più martoriata delle altre nazioni.
Ciò prova a sufficienza non esser questa l'età dell'oro, e prova che il male supera tuttora il bene nelle afflitte nostre contrade.--Chi sono i sostenitori del pretume? I minchioni ed i birbanti. I governanti presenti dell'Italia sono quindi o birbanti o minchioni,--piuttosto arcibirbanti! E tutto questo gran popolo _libero ed indipendente_ a cui s'impone tutta cotesta bordaglia, io mi vergogno di qualificarlo e di appartenervi!
Sebbene vinto l'esercito borbonico al Volturno, il cherchume perciò non cessava dalle sue reazionarie trame;--esso fu scosso, scompigliato, atterrito dalla gloriosa vittoria della giustizia, ma rialzavasi presto, e non frenava la sua libidine di congiure e di tradimenti contro la terra che per sua sventura generava e nutriva cotesto mostro dalle mille teste.
Corvo, il gesuita, il terribile agente della reazione clericale-borbonica, sdegnato prima contro i correligionari della camorra, e della bottega di Napoli, era poi sdegnatissimo contro i generali di Francesco II che con un immenso e brillante esercito, s'eran lasciati battere da un pugno di rompicolli.
Come abbiam veduto, egli avea lavorato in Napoli con un accanimento straordinario per suscitare il partito ad un movimento d'insurrezione, che avrebbe servito di potente diversione a favore dell'esercito di Capua. Egli avea assistito a tutte le riunioni della camorra, avea picchiato a tutte le porte dei conventi, dei prelati e dei parroci. Ma vi vuol altro:--l'affare era arduo per i grassi ministri di Dio! Si trattava della pelle--e benchè sicuri della gloria del paradiso (non ridete), morendo per una causa santa,--essi, i candidi leviti che appartengono ad un mondo superiore, amano un tantino le delizie di questo. E perciò il nostro settario di S. Ignazio, maledicendo alla codardia dei ben pasciuti coccodrilli, recossi al campo del re di Napoli.
Corvo assisteva a tutta la battaglia del 1º ottobre; vero genio del male, egli moltiplicavasi in tutti i punti più importanti, animando i soldati alla zuffa;--e fu veduto col crocifisso alla mano nel più forte della mischia, eccitando, col gesto e colla voce, e gridando con quanto avea di polmone: «Avanti!» Ma là pure gli toccò ad indietreggiare, e si contava d'un prete, che mentre tutta la truppa davasi alla fuga, esso per l'ultimo, sempre col suo Cristo alla mano, disprezzando gl'inseguitori, non v'era modo di farlo alzar le calcagna.
Che ostinazione nel male in quell'uomo sì avvenente, sì coraggioso e d'un genio veramente superiore; io ne sono stranamente sconcertato, e sovente pensando a tali esseri straordinari, io mi stupisco come non crollino il fango da cui sono avvolti e dicano alle moltitudini che abbisognano tanto di verità come di pane: «Noi siamo i sacerdoti del vero!»
Che un cretino possa esser prete e possa creder a' preti, pazienza! Ma che una delle più grandi celebrità moderne, come matematico e come astronomo[56] possa rimaner gesuita, mi fa strabiliare.
I grandi d'ogni specie crederanno forse esser necessario che la canaglia si ravvolga nella melma e vi rimanga per sempre?
Corvo, disperando del successo, prese la campagna, avviandosi verso Isernia, uno dei centri del sanfedismo.
Le superbe popolazioni Sannite che abitano tutto quel pezzo scosceso d'Apennino che limitano il Volturno ed il Sangro ad ostro, ed il Lazio a settentrione, fiere ed indipendenti come i loro antenati, mantenute come sono, nell'ignoranza dal prete, esse sono come le Calabre, la più ricca messe della fellonia chercuta, e sono quelle che danno i più famigerati briganti, di cui il clero dispone assolutamente.
Tra quelle orribili gole, ove capitolava e passava sotto le forche Caudine l'esercito Romano, e fra codeste bellicose popolazioni internavasi il gesuita, come se volesse nascondersi da tante vergogne, e sicuro di trovar pascolo alle infernali sue disposizioni.
Il perverso avea più d'un incentivo nella sua impresa. Egli serviva la causa a cui avea dedita la sua scellerata esistenza, ed abbiam veduto in che modo, ma più di ciò egli era solleticato dalla speranza di potersi vendicare dei rapitori delle sue donne;--per cui egli sentiva qualche cosa dentro che non sapeva spiegarsi, ma qualche cosa che lo attraeva e lo spingeva irrevocabilmente verso quelle sue vittime.
Nelle sue peregrinazioni reazionarie, l'astuto settario di Loiola non avea mancato di occuparsi della marcia dei fuggenti da Roma e per mezzo d'agenti sicuri egli avea seminato d'insidie e d'ostacoli il cammino dei nostri cari.
L'Italia, nella cieca noncuranza in cui si dondola, non si capacita di ciò che ponno i preti nelle campagne. Non esiste il benchè minimo villaggio ove risiede un prete, che non sia un focolare di reazione, una scuola d'ignoranza e di tradimenti alla patria.
Che lasci l'Italia i preti come sono oggi (1871) e che tenti di sostenere una guerra contro lo straniero, ed essa vedrà ciò che le succede con codesti assassini domestici. Nel periodo in cui scriviamo, la congiura clericale lavorava nell'ombra, a Napoli, in Sicilia, ed in tutti i paesi conquistati dalla rivoluzione, vicino ed a mezzogiorno della Metropoli; ma al settentrione di questa, ove esisteva tuttora l'autorità regia, e massime nelle vicinanze della frontiera romana, ardeva fierissima propaganda contro di noi, e codesti forti, ma ignoranti contadini, ovunque adunavansi per ostilizzarci.
Corvo posò il suo quartier generale ad Isernia, città importante del Sannio, e di lì munito come era di pieni poteri da Roma e dal Borbone, ramificò la sua rete reazionaria in tutti i dintorni.
NOTE:
[56] Il Padre Secchi.
CAPITOLO LIII.
I TRECENTO.
L'han giurato! li ho visti in Pontida Convenuti dal monte e dal piano; L'han giurato! si strinser la mano Cittadini di venti città.
(BERCHET).
Noi lasciammo i protagonisti del nostro racconto, scampati dalle ugne pontificie ed incamminandosi verso l'Apennino coll'intenzione di seguitarne le vette, per discender poi nelle pianure Campane, a dividere coi prodi fratelli dell'esercito meridionale le gloriose battaglie che dovean decidere la caduta d'uno dei puntelli del dispotismo--e la rigenerazione sulle sue rovine di tanta parte di popolo italiano.
Il comando della valorosa brigata dei trecento fu all'unanimità affidato all'intrepido colonnello Nullo, e questi scelse a suo capo di stato maggiore Muzio--e Muzio con quell'abnegazione che distingue il vero merito--fu lui primo a proporre il bellicoso eroe della Polonia per capo, e volonteroso per il primo a chieder gli ordini con una modestia ed una subordinazione ammirabili.
Elia, il padre di Marzia, era stato raccolto in Roma, e faceva parte della comitiva.--Povero vecchio!--Le membra slogate dalla tortura dell'Inquisizione pretina, ed il volto scarnato, e livido dai patimenti--faceva compassione il vederlo! L'amore immenso per la figlia del suo cuore solo lo teneva in vita--ed inteneriva chiunque lo contemplasse, infelice! quando rivolto alla sua cara, egli beavasi nel di lei sguardo. Fu necessaria una cavalcatura per lui, e per la bella contessa Virginia--anch'essa poco assuefatta a marciare a piedi--ciocchè non fu difficile trovare nella ricca campagna di Roma.
Le nostre due giovani eroine sdegnarono di marciare a cavallo--e vollero dividere i disagi dei semplici militi, chiedendo però a Nullo di condurle presto in sito, ove poter acquistare un moschetto, arnese molto più confacente d'un ombrellino a codeste amazzoni della schiera dei Mille.
Noi sappiamo già esservi nella colonna trecento armati di sole daghe, eccetto una ventina di carabine tolte alle guardie del Comandante Pantantrac, ed agli sgherri. La richiesta delle fanciulle mise in pensiero il Capo.--E veramente che avrebbero potuto fare i prodi da lui guidati se si dovea combattere contro gente armata di fucili?
Un individuo che seguiva Lina, come la propria ombra, aveva inteso il desiderio delle donne, ed osservava l'aria mesta e distratta del Duce--con certo piglio significativo.
Questi era Talarico, il brigante redento, che attratto dalla bellezza della fanciulla, e forse dal dovere che ha ogni uomo che non sia un prete, di servir la causa del suo paese, s'era convertito alla parte della giustizia e dell'onor nazionale.