Part 8
⁵² Per l’esattezza storica non dobbiamo tacere che se le proposte di pace vennero rigettate con disdegno, ciò è da attribuirsi quasi unicamente all’uomo incaricato appunto di presentarle, vale a dire a Flavio stesso, persona altamente invisa agli Ebrei che lo ritenevano traditore della patria, perchè certamente non difettavano nè gli amici della pace per sentimento naturale di un vivere quieto, nè gli uomini assennati, i quali prevedendo la sorte infelice che sovrastava alla patria sarebbero scesi volentieri a trattare col nemico. E quantunque costoro fossero persuasi che con tale condiscendenza ribadivano sulla loro nazione, la catena d’una completa dipendenza straniera, pure si confortavano pensando che almeno non sarebbero allontanati dal patrio suolo. Spaventati però dal destino toccato ai primi che osarono consigliare un accordo cogli assedianti si tacquero, e patriotti sinceri e leali accettarono la causa abbracciata dai loro fratelli per quanto la estimassero disperata, e la difesero con tutto l’ardore di cui erano capaci i loro cuori nobilissimi.
Ma negli eterni consigli divini era stata decretata la caduta di Gerusalemme, e Gerusalemme cadde.
Quel giorno funesto era un sabbato, 10 del mese di Ab: ed allora al tintinnìo delle armi, al grido dei combattenti, al gemito dei moribondi, ai clamori di vittoria degli uni, alle grida di disperazione degli altri si univano le voci strazianti dei cittadini che vedevano consumarsi «la casa dei secoli», e con essa il più caro dei loro pensieri, l’orgoglio dei loro cuori, la speranza della loro vita. Il secondo Tempio fu distrutto nello stesso preciso giorno, in cui 658 anni avanti era stato incendiato e distrutto il primo da Nabo-Sar-Adan generale di Nabucco. La città fu saccheggiata, e i soldati fecero tale un eccidio di gente, che essi medesimi, per quanto oltremodo esacerbati per la lunga resistenza ed eccitati dalle furie della vendetta, dalla libidine del sangue che li rendeva ferocemente briachi, si sentivano stanchi e nauseati dal troppo uccidere.
«Tale fu il fine, scrive un nostro illustre correligionario (Munch), di questa guerra spaventevole, che pose fine alla esistenza politica della nazione ebrea di cui l’eroica resistenza dopo la sottomissione di tutto l’Oriente, umiliò l’orgoglio di Roma. La sua lotta fu gloriosa, unica forse negli annali delle nazioni. La sua catastrofe è una delle più spaventevoli di cui la storia ci abbia conservato il ricordo. Gerusalemme fu più grande nella sua caduta, di quanto lo fu giammai nella sua magnificenza. I fieri romani dovettero ammirare il coraggio invincibile degli ebrei, e quell’ardente amore della patria che faceva loro temere la vita più che la morte, dacchè li si voleva distaccare dal suolo paterno».
Il numero delle vittime dell’assedio e della presa di Gerusalemme fu immenso. Flavio lo fa ascendere a un milione e cento mila oltre a novantasette mila prigionieri⁵³. Il bottino fatto a Gerusalemme fu così enorme, che l’oro perdette in Siria la metà del suo valore.
⁵³ Per persuaderci della possibilità di quest’asserzione, dobbiamo fare le due seguenti riflessioni: 1º Che anche in tempi normali, Gerusalemme era circondata da sobborghi, che potevano contenere un numero di popolazione stragrande; 2º Che coll’avanzarsi del nemico una folla innumerevole si chiuse nella Capitale, parte per aiutarne la difesa, e parte per trovarvi un rifugio contro la crudeltà del nemico che non la perdonava nè a età, nè a sesso.
Non possiamo por fine a questi brevi cenni sulla caduta di Gerusalemme senza aggiungere, che oltre alle orribili efferratezze che Tito permise in tale occasione alle sue soldatesche, egli stesso portandosi in Cesarea a dare grandi feste per celebrare l’anniversario di suo fratello Domiziano, condannò 4500 ebrei a battersi nel circo o contro le fiere o da essere abbrucciati vivi. Spettacoli consimili diede a Berito in onore del padre; lo stesso fece in più altre città della Siria e dell’Asia Minore, ove gli ebrei trascinati d’uno in un altro luogo, nudriti come animali da stia, venivano esposti al ludibrio del volgo a sbranarsi a vicenda, o ad essere sbranati da belve, ovvero legati ad un rogo facevano le veci dei nostri fuochi d’artificio. Le loro membra palpitanti, i loro gemiti, le loro agonie, servivano di giocondo trastullo a popoli che passavano allora, e che da certi storici si decantano tuttavia pei più inciviliti e quasi quasi si propongono a modelli. Ma non desterà niuna meraviglia il diletto che vi prendeva la plebe, quando si vorrà riflettere che tali feroci ed esecrandi trastulli venivano ordinati da un principe il cui nome fu tramandato ai posteri fregiato col sublime epiteto di: «_delizia e bellezza del genere umano_⁵⁴».
⁵⁴ Ecco una bella leggenda colla quale i nostri Dottori vollero constatare la punizione che Dio inflisse ai distruggitori della sua Casa, e dipingere l’orgoglio satanico di quell’uomo che colla più abbietta ipocrisia, o per la sua morte _a tempo_ (immaturamente) come vogliono dottissimi critici moderni seppe ottenere un titolo tutt’altro che meritato. Forse si saprà che esso morì all’età di 42 anni dopo due soli di regno.
«Consumato l’eccidio della sacra città, che più non presentava all’occhio attonito del pietoso viatore che un mucchio di ardenti rovine, Tito esultante ed orgoglioso oltre misura entra nella nave che onusta delle preziose e rare spoglie tolte alla già regina dell’Oriente, volge la prua verso Roma. Erano passate poche ore dacchè quella nave solcava le onde dell’Oceano allorchè il cielo si oscura improvvisamente, le onde si accavallano furiose per lo imperversare di un vento impetuoso. In mezzo allo scompiglio generale, Tito rivolgendosi ai suoi capitani così dice in suono di scherno: «Ei pare, a dire vero, una cosa singolare che il Dio di costoro (degli Ebrei), non abbia potere se non nelle acque. Volle vendicarsi di Faraone e ne sommerse l’oste nel mare Rosso; volle vendicarsi di Sissera e ne traboccò l’esercito nel torrente Chisson; ora vuole probabilmente vendicarsi di noi, e minaccia di farci inghiottire dall’Oceano. Venga in terra a provare la sua forza!» A queste parole petulanti così suonò una voce dal cielo: «O empio uomo, rampollo di empio stipite! (La tradizione rabbinica lo fa discendere da Esaù.) Appena tu metterai il piede in terraferma, io farò ministro di mie vendette la più piccola delle mie creature, così imparerai o stolto fin dove s’estenda il mio dominio». Il mare si acquietò immantinenti come per incanto».
Con un monumento che sussiste ancora (l’arco di Tito); con medaglie su cui sta effigiata una donna dolorosamente piangente al piè di una palma, col motto IUDAEA CAPTA; con festeggiamenti straordinarii, (i quali ci dimostrano appunto la grandissima importanza che attaccarono i Romani a quella vittoria); Roma si prepara a ricevere il vincitore della Giudea.
Tito scende dalla nave tra gli applausi frenetici della moltitudine, ma appena il suo piede calca le prime zolle della spiaggia, il più minuto moscerino gli si introduce nelle narici e su su ne va direttamente al cervello, della cui sostanza nutrendosi vive colà sette anni consumando la vita del suo ospite. Inenarrabili ed incessanti erano gli spasimi di Tito. Parendogli un giorno di ricevere qualche sollievo sentendo a battere un martello su di un’incudine mandava tutti i giorni per un fabbro onde ripetesse quell’esercizio. Se l’operaio era pagano riceveva una mancia generosa, ma se per caso era un ebreo, Tito gli diceva: «Vattene, a te deve bastare la gioia di vederti tanto vendicato».
«Tito, scrive un autore cristiano⁵⁵, la _delizia del genere umano_, la cui dolcezza passò in proverbio nelle nazioni dell’occidente, è singolare modello di bontà e di clemenza nell’assedio e presa di Gerusalemme! Ei faceva crocifiggere ogni giorno 500 ebrei di null’altro colpevoli che di cercare intorno alla città un po’ d’erba per ammorzare la fame, e quando il figliuolo di Vespasiano usò moderazione, si limitò a _far tagliare le mani_ alle povere genti rimandate nella città!.... Questi Romani che Mitridate denominava il _flagello dell’universo_, eran pure di genio esecrabile, se il loro miglior Imperatore poteva compiere atti di ferocia simili a quelli accumulati in questo racconto».
⁵⁵ Poujoulat, _Histoire de Jerusalem_.
Ma se veramente questi fatti ci provano una strana aberrazione del senso morale talmente pervertito che popoli e principi trovavano immenso diletto in ispettacoli orrendi; quali severe parole basteranno a biasimare quegli uomini che privilegiati per ingegno e per posizione invece di adoperarsi ad impedirli, per qualche beneficio ricevuto o sperato, non solo non trovavano nei loro cuori avviliti un senso di commiserazione per le povere vittime, nè dalle loro penne vendute usciva una parola di biasimo per gli scettrati carnefici che li ordinavano; ma anzi ne lusingavano la vanità con lodi immeritate. Ma per buona ventura la verità si manifesta sempre per quanto si faccia per soffocarne le voci con colpevoli adulazioni. L’eloquenza dei fatti, prova che la verità sta dal lato dei nostri Dottori che appellarono quell’uomo _Titóss Arassanh_ (l’empio Tito), poichè non si troverà sicuramente anima bennata che non mandi una parola di esecrazione alla memoria di chi ordinava tali inutili macelli. In questo caso poi il nostro animo è doppiamente addolorato nel dovere confessare che lo stesso Flavio testimone di tali efferatezze, non solo si astiene dallo stigmatizzarle con quell’indegnazione che bene avrebbero meritate, ma anzi irride ancora allo strazio inenarrabile dei suoi fratelli, e lo dichiara al disotto delle loro colpe. E dire, che questo apprezzamento viene fatto da tale uomo che in principio della guerra, rispose forse con un tradimento, alla fiducia che avevano riposto in lui i suoi concittadini nominandolo governatore della importantissima fortezza di Iossafat; e viene diretto a uomini che se ebbero qualche colpa, fu unica quella di avere amato sopra ogni cosa la religione e la patria!
A complemento degli importantissimi avvenimenti suesposti aggiungiamo una rapida narrazione di alcuni fatti che vi tennero dietro, i quali servono a dimostrare ancora una volta, quanto gli animi dei nostri antichi fossero potentemente agitati dal desiderio d’indipendenza e quanto amore li legasse al patrio suolo; perchè ancora una volta essi osarono alzare il capo e fare un ultimo sforzo per ritogliere la loro patria al potente impero che l’aveva soggiogata.
Allorchè i soldati romani ebbero abbandonata Gerusalemme cangiata in un mucchio di rovine, parecchie famiglie ebree e cristiane vennero a stabilirsi in quei luoghi di desolazione: preferendo un miserabile tugurio sulle ruine della sacra città, al soggiorno comodo ed agiato che potevano offrire loro altre città della Giudea risparmiate nella guerra devastatrice.
I romani conoscendo che l’indole fiera ed indomabile degli ebrei, mal si piegava a schiavitù, lasciarono una guarnigione di sei cento uomini sul monte di Sion, per impedire la riedificazione di Gerusalemme; temendo a giusta ragione, ch’essa ridiventasse per loro un centro di riunione.
L’imperatore Domiziano fratello e successore di Tito perseguitò tanto gli ebrei quanto i cristiani. Si dice, ch’egli desse ordine di scoprire tutti i superstiti della famiglia di Davide onde averli nelle mani, e colla loro morte togliere agli ebrei ogni speranza di vedersi restituita per essi la perduta indipendenza. Traiano li perseguitò ancora più fieramente: e le asprezze che venivano loro usate dal governatore romano li esasperò talmente da farli ricorrere alle armi in parecchi punti dell’Impero. Ma se tali insurrezioni parziali non ebbero altro effetto, all’infuori di quello di causare la morte di parecchie migliaia di ebrei e di rendere più dura ancora la sorte di quelli risparmiati dalla spada; nullameno bastavano a dimostrare come essi non avessero ancora rinunciato a sostenere colle armi il diritto che avevano di vivere e morire liberi nella terra dei loro padri; e come il sangue dei loro innumerevoli martiri, anzichè atterrirli, li spingesse, li affermasse nel loro poco meno che insensato, ma nobilissimo progetto.
Forse non si attendeva da loro che una favorevole occasione onde effettuarlo, e questa fu loro presentata dalle stolte e crudeli prescrizioni dell’imperatore Adriano. Quantunque si creda che in principio del suo regno costui non fosse tanto ostile agli ebrei quanto i suoi predecessori, pure è un fatto ch’egli richiamò in vigore un decreto di Traiano col quale veniva proibito agli ebrei di praticare la circoncisione; d’osservare il sabbato; e di occuparsi di qualunque studio religioso. E non soddisfatto di queste prescrizioni risolse di rifabbricare Gerusalemme, per farne una città pagana popolata di Romani e di Greci: e così togliere agli ebrei qualunque speranza di una ristorazione politica.
Non si può certamente negare che tali esorbitanze sarebbero bastate per esacerbare gli animi i meno infiammabili: pensiamo poi quale effetto dovessero produrre in uomini agitati da un amore ardente per la loro patria e da un odio profondo verso i loro dominatori che la profanavano in tutti i modi. Tra l’apostasia e la morte, non poteva nascere dubbio che gli ebrei non scegliessero la morte. L’insurrezione fu generale in Giudea.
Un uomo coraggioso e intraprendente detto Bar-Cozibà (figlio della menzogna)⁵⁶ si pose a capo degli insorgenti, si dichiarò l’aspettato Messia, prese il nome di Bar-Cochebà (figlio della stella), e profittando dell’assenza delle legioni romane radunò numerose truppe; si impadronì di cinquanta piazze forti, e di molti villaggi e città aperte; debellò parecchie volte i battaglioni romani comandati da Tinnio Ruffo: si condusse da re e fece coniare moneta.
⁵⁶ Si crede comunemente, che questo nome gli sia stato dato più tardi per la non riuscita della sua magnanima quanto ardita intrapresa; però contro questa opinione, troviamo un passo nel Talmud, ove quest’uomo viene così chiamato dal celebre Rabbino Akibà suo partigiano entusiasta e devotissimo, e che contribuì immensamente a fargli trovare credito e favore presso il popolo, dichiarando essere esso precisamente _la stella_ vista da Balaamo, che doveva fare trionfare la causa d’Israele.
Adriano, che a tutta prima aveva dato assai poca importanza a tale movimento, dovette ben presto ricredersi e spedire in Giudea Giulio Severo, il migliore dei suoi capitani, con buon numero di truppe. Costui non osando dare battaglie campali, si limitò a stancare e a dividere i rivoltosi con piccole scaramuccie, e col tagliare loro le comunicazioni e i viveri. Questo astuto maneggio gli riuscì a meraviglia: ad una ad una prese tutte le città fortificate.
Bar-Cochebà si chiuse in Biter e assediato dai Romani vi resistette tre anni e mezzo. Secondo la tradizione, anche questa città cadde in potere del nemico ai 9 del mese d’Ab l’anno 136 dell’E. V.; e si videro rinnovate in essa le scellerate ed orride scene di barbarie commesse nella presa di Gerusalemme, ai tempi di Tito. Bar-Cochebà trovò nella mischia la morte dei prodi; e il misero Rabbino Akibà, caduto in potere dei nemici in principio della guerra, fu da quelle iene in sembianza umana scorticato vivo; e senza emettere un lamento spirò calmo e sereno ripetendo il verso: «Ascolta Israele l’Eterno Dio nostro, l’Eterno è unico!».
Sulle ruine di Gerusalemme Adriano fece fabbricare una città novella, che chiamò ÆLIA: e dove una volta trovavasi il santuario degli ebrei fece alzare un tempio a Giove Capitolino.
Proibì agli ebrei, sotto pena di morte, di entrare nella città o solamente di avvicinarvisi: e quegli infelici rimasugli di un popolo tanto grande e potente, quegli infelici martiri di una causa nobile e santa, si rassegnarono a comprare dal dominatore a peso d’oro il permesso di entrare una volta l’anno, il giorno anniversario della sua caduta, nella già capitale del loro florido regno, per deplorarne la perdita e baciarne la sacra polvere.
Descrizione di Gerusalemme.
A corollario degli importantissimi avvenimenti da noi raccontati in questo mese, crediamo cosa opportuna il fare seguire una breve descrizione della Gerusalemme antica ed un’altra del Tempio di Salomone, in sostituzione alle nozioni di Archeologia biblica che ripiglieremo nel mese venturo.
Gerusalemme, come era quel centro dove serbavasi sotto un simbolo visibile la legge divina, così ell’era eziandio la metropoli di tutti gli Ebrei. Questa città collocata frammezzo ad adiacenze povere di erba e di alberi, a guisa di un edificio aereo s’innalzava 3,000 piedi sul livello delle pianure del Giordano; ed era piantata sovra quattro monti o colli di natura calcarea che la dividevano come in tre parti: la città alta, la città bassa e la città nuova. La prima, detta anche città di Davide, era situata sul monte Sion il più eminente degli altri. A scirocco (sud-est) del monte Sion era il Moria, o monte del Tempio, congiunto alla città superiore col mezzo di ponti.
La città inferiore sorgeva sopra un colle detto l’Acra a tramontana del Sion, ad occidente del Moria, ma alquanto più basso di loro; e più lunge, sempre verso a tramontana, alzavasi il quarto colle detto dagli Ebrei Bèzeta e dai Greci Henopoli, o città nuova, che una profonda fossa artificiale separava dalla Torre Antonia, sorgente dirimpetto.
A levante di Gerusalemme era il monte Oliveto, e uscendone, verso mezzogiorno aprivasi la deliziosa valle dei figliuoli di Hinnom ov’erano case, giardini, boschetti ed anco sepolcri, e girando verso ponente si entrava nella valle di Ghihhon. Da queste tre parti la città elevavasi sopra il dorso di rupi scoscese ed inerpicabili che la garentivano da nemici assalti: inoltre la cima era crestata di muri e di torri per cui il nemico, che voleva assalirla, prima di penetrare fino alla città alta era pur sempre obbligato a superare tre giri di mura. Le prime e più forti erano quelle fatte costruire da Agrippa onde chiudere la città nuova; avevano merli e 60 torri; la città inferiore aveva una linea di mura con 14 torri, indi altre mura ed altre torri più interne garantivano la città superiore. Altra fortezza era il Tempio, accessibile soltanto dal lato della città alta, perchè da levante presentava i dirupi del Moria, e dalle altre parti era protetto dalle fortificazioni interiori della città.
Ecateo, due secoli prima dell’Era volgare, dava a Gerusalemme 50 stadii di circuito e 120000 anime. Tacito conta che durante l’assedio vi fossero chiuse di dentro 600000 persone; ed il suo commentatore Brotier crede che parli della popolazione ordinaria senza contare gli Ebrei di fuori, che in quell’occasione si affollarono a Gerusalemme.
Plinio attesta che Gerusalemme era la più bella città non della Giudea soltanto, ma di tutto l’Oriente; ma questa magnificenza era dovuta in gran parte agli Erodi. La reggia degli Asmonei sopra la città alta era stata rifatta a nuovo da Erode il grande ed era non pure un palazzo reale con tutti i comodi e le delizie che si potevano desiderare da un gran principe, ma anche un castello; altre case reali e fortezze erano le torri d’Ippico, Fasaele e Marianna fatte fabbricare egualmente da Erode.
Gerusalemme era considerata come una città comune a tutti gli Israeliti e nella sua qualità di santa, non doveva contenere niente d’impuro. Era pertanto vietato l’introdurvi animali che la legge dichiarava immondi; erano vietati i mestieri che tramandavano fetore o impurità, ed erano persino espulse le galline a cagione del puzzo che lasciavano nelle case o nei pollai. I cadaveri dovevano essere trasportati fuori prima di notte; non doveva esservi letame, e per conseguenza non orti, non campi perchè sarebbe bisognato di coltivarli; gli alberi, fruttiferi dovevano essere piantati lontani almeno 25 cubiti, e gli sterili a 50; era però lecito di coltivarvi qualunque specie di fiori.
Non si saprebbe dire precisamente in quale tempo questa, città ricevesse il nome di _Gerusalemme_ (abitazione o eredità della pace), che si trova per la prima volta nel libro di Giosuè. Forse era l’antica _Salem_ (la pacifica), ove ai tempi di Abramo regnava un certo _Melchisedecco_ il sacerdote di Dio altissimo. Essa fu conquistata da Davide che ne fece la capitale del regno.
Descrizione del Tempio.
Venendo ora a parlare del Tempio di Salomone, dobbiamo avvertire anzitutto essere cosa quasi impossibile il darne una descrizione esatta: inquantochè siano assai incomplete le nozioni che ci vengono somministrate dal primo libro dei Re, e dal secondo delle Cronache; e non si accordino totalmente quelle che troviamo nei libri di Geremia e di Ezechiele. È bensì vero che ne troviamo una bellissima descrizione in Giuseppe Flavio, ma essa è più probabilmente la descrizione dei Tempio di Erode che non quella del Tempio di Salomone. Ad ogni modo noi ci studieremo di dare qui quei dati, che a noi paiono i meno incerti.
Tutto l’edificio, che era disegnato sul modello del Tabernacolo fatto erigere da Mosè nel deserto, tranne nelle dimensioni che erano in proporzioni assai maggiori, si componeva del Tempio propriamente detto e di due cortili.
Il Tempio fabbricato in pietra era intieramente coperto di legno di cedro, aveva 60 cubiti di lunghezza, 20 cubiti di larghezza e 30 cubiti di altezza. Innanzi all’entrata del Tempio, all’Est, si trovava un portico detto _ulam_, la lunghezza del quale copriva tutta la larghezza dell’edificio. Innanzi a questo portico, si posero due colonne di rame vuote al di dentro, ciascuna delle quali aveva l’altezza di 18 cubiti con 12 cubiti di circonferenza. Lo spessore del metallo era di 4 dita. La colonna che guardava al mezzodì ebbe il nome di _Iachin_, e quella che guardava il Nord portava il nome di _Booz_. Queste due colonne unitamente a tutti gli altri oggetti in rame, furono lavorati sotto la direzione di un artista fenicio nomato Hhiram, chiamato espressamente da Tiro, e che era figlio d’un Tiro e di una donna ebrea, della tribù di Neftali. Il portico e le due colonne formavano la facciata del Tempio. Ai due lati e al di dietro dei muri del Tempio, cioè a nord, mezzodì e ovest si addossarono tre piani composti di camere che comunicavano tra loro per mezzo di porte. Questi piani erano destinati al tesoro e alle provviste del Tempio.
Il Tempio era diviso in due parti. La parte anteriore ricevette il nome di _Hechal_ (palazzo) e la parte posteriore ricevette il nome di _Debir_ (Tempio) o _Kodesc akodascim_ (santo dei santi). Quest’ultima parte di forma cubica situata all’occidente, misurava la terza parte dello spazio compreso dal Tempio. Per tutto il tempo che durarono i lavori, 7 anni, non si sentì a battere nè martello nè chiodo entro il Tempio (nel § delle Arti se ne troverà la spiegazione). Tutto il materiale necessario all’edificio veniva preparato altrove nella giusta misura. L’intonaco di legno di cedro che copriva i muri era scolpito di cherubini, di rami di palmizio, di coloquintida e di fiori sbuccianti. Il soffitto era pure fatto intieramente in legno di cedro e il pavimento in legno di cipresso. Tanto l’intonaco che copriva i muri quanto il pavimento erano coperti di una tenace e spessa indoratura. Sopra la parete d’occidente, la quale separava il luogo santo dal santo dei santi, vi era un ornamento d’oro fatto a catena. L’intonaco, gli ornamenti e le indorature del Debir non differenziavano in nulla da quelli dell’Hechal tranne nel pavimento che era in legno di cedro.