I due Desiderii

Part 8

Chapter 83,941 wordsPublic domain

Non si era più detta una parola che ricordasse Piero, e il Coppa non se lo poteva levare dal capo; invece pareva proprio che Bambina non ci pensasse più, anzi da poco in qua canterellava e rideva meglio, era più docile alle lezioni di organo di babbo Desiderio, e parlava di andare al Conservatorio ad imparare il canto teatrale. Ma il Coppa interveniva ogni volta a dire che la carriera del palcoscenico non era fatta per lei, che la sua carriera era un’altra. “Qual’è?„ interrogava la fanciulla. Il Coppa non diceva quale.

Ma sempre pensava quelle quattro parole: “se non viene meglio.„

Le pensava anche Desiderio.

“Che cosa aspettiamo? diceva segretamente a se stesso. Se questa corbelleria si ha a fare, almeno si faccia subito; per quanto _egli_ dica, mi pare che tempo da buttar via non ne abbia troppo; può essere che egli possa ancora fare cose grandi, ma se giudico da me...„

Zitto, neanco l’aria doveva sapere la segreta paura di Desiderio, il quale avrebbe riso volentieri della smania del suo vecchio amico, se non fosse stato un vecchio amico, se quella smania non fosse stato un dolore. Invece lui, rinato alla felicità, ringraziava il cielo ogni sera, perchè gli aveva concesso sul limitare della tomba la bellezza buona di Bambina, ringraziava la sua morta ogni mattina perchè la notte era stata un pezzo al suo capezzale.

Anche gli sorgeva in un cantuccio della mente l’idea di dare il proprio nome alla ragazza. Diodato! Non era il nome di suo padre e nemmeno della mamma, perchè non aveva conosciuto nè l’uno nè l’altra; era un nome tutto proprio; glie l’aveva dato l’ospizio dei trovatelli... o forse Dio in persona. Bambina, pigliando quel nome, si ribattezzerebbe Speranza Diodato per andare a nozze! Peccato che, sposata, rimuterebbe da capo e rimuterebbe male. E veramente che sugo vi è a chiamarsi la signora Coppa? Un’altra cosa non sembrava vera nè possibile al buon Desiderio, cioè che egli dovesse diventare suocero del vecchio amico d’infanzia. Però, se il cielo lo avesse voluto, se sua figlia fosse veramente contenta, se il genero fosse finalmente felice; che festa! Di tutte queste cose non impossibili, a rigor di linguaggio, la meno probabile era l’ultima, cioè che finalmente il Coppa trovasse una contentezza che paresse a lui la felicità; sicuramente, egli vorrebbe afferrare la felicità vera e propria e così la contentezza svanirebbe subito.

Lo stesso Coppa ebbe un giorno il medesimo timore. Desiderio gli aveva sparato a bruciapelo una schioppettata: “Piero Corruccini si è dimenticato di Bambina,„ gli aveva detto. “Bambina mi pare avviata a dimenticarsi di Piero; è il buon momento; se ti senti di far felice questa buona ragazza, e di fare la tua vecchiaia contenta, fa presto, sposala.„

Il Coppa arrossì come un fanciullone; ma dopo quel lampo di felicità, si accasciò subito brontolando che ci voleva pensare ancora.

Mentre egli ci pensava, venne Piero.

Venne di buon mattino, segretamente, quasi avesse paura di lasciarsi vedere; mandò dalla portinaia la sua carta di visita a dire che egli era da basso, a chiedere se potesse venire a quell’ora.

Il Coppa corse in camera di Desiderio, per consultarsi con lui, ma ebbe appena detto di che cosa si trattava e si accostò all’uscio per dire alla portinaia: _venga_.

Il vecchio Desiderio non fiatava; cercò di leggere nel volto del Coppa, mentre egli finiva di vestirsi, e l’amico andava su e giù.

— Bambina dorme ancora? chiese il Coppa.

E Bambina rispose essa stessa, picchiando alla porta:

— Ci è un signore che cerca di te...

— Entra, Bambina.

La fanciulla, entrata con l’aria ridente d’ogni giorno, corse ad appiccare un bacio sulla guancia dei due vecchi.

— Quel signore... interrogò il Coppa fissandola in volto... l’hai visto?

— Appena, appena, rispose Bambina senza evitare lo sguardo di babbo Coppa.

Sembrava sincera, non era troppo disinvolta e audace — forse non aveva riconosciuto il Piero dei sogni suoi.

Ed era già un conforto all’animo del vecchio innamorato, al quale venne in aiuto Desiderio con un’altra domanda:

— Come è quel signore? vecchio o giovane?

— Giovine...

— Bello?...

— Oh! no; mi è sembrato che abbia la faccia gonfia... teneva la testa bassa... ma perchè mi fai queste domande?...

Il Coppa, senza dir parola, rizzò la testa il più possibile, e andò incontro al suo rivale.

Aveva ragione Bambina; quel signore era quasi irriconoscibile, ma era proprio lui. Piero Corruccini aveva passato appena il vano della porta, non osando quasi arrischiarsi fino in mezzo alla sala, così forte era lo scoraggiamento che lo vinceva; teneva la testa bassa; la faccia gonfia, in cui gli occhi quasi si nascondevano, implorava pietà. Il Coppa ne ebbe molta. Con una tenerezza che egli non spiegava a se stesso, si accostò subito al poveraccio.

— Cos’è stato? gli disse.

— È stato il vaiuolo. Un mese fa ero a Nizza a fare la piazza; ero contento di venire a Milano dove speravo d’essere aspettato, quando la malattia mi colse. Mi ha lasciato così, come mi vede. La signorina non mi ha riconosciuto, tanto sono mutato; essa invece è sempre tanto bella.

Piero parlava con accento desolato, e quando disse: “essa invece è sempre tanto bella„ tremò nella sua voce una corda che era desiderio e rammarico.

Il Coppa indovinò tutta quell’anima addolorata, e gli parve d’addolorarsi sinceramente anche lui, nel dirgli bruscamente una parola di conforto.

— Ma ora è guarito! Non è vero? Dunque non si smarrisca.

— Anche il medico mi ha detto così. Non voleva che io lasciassi Nizza, ma a me premeva di essere a Milano, non ricevendo risposta alla lettera che avevo scritto.

— Lei ha scritto a Bambina?

— No, ma ho scritto a lei, fermo in posta, come mi aveva detto; non ha ricevuto?

— Non ho ricevuto nulla.

— Vede! è il destino. Avevo detto alla signorina d’essere di ritorno per il primo del mese, e mi ero fatto promettere che essa mi avrebbe scritto due parole fermo in posta perchè sapessi dove potevo fare... in ogni caso... una visita al signor Coppa: corro alla posta e non trovo nulla. Allora ho detto: essa sa che io sono deformato e non mi vuole più... Ha ragione, povera creaturina: io sono tanto brutto, essa invece è sempre tanto bella!

Trovandosi a guardare un dibattimento stranissimo che seguiva nel suo foro interno, il vecchio Coppa non sapeva decidere se egli fosse afflitto della faccia gonfia di Piero, come gli sembrava, o se il trionfo sicuro, imminente, della sua propria faccia, sbarbata ogni mattina, lo contentasse del tutto, come pure gli pareva. Non rispondeva nulla alle parole del disgraziato. Il quale proseguì:

— Nella lettera che le scrivevo da Nizza, mi raccomandavo a lei perchè dicesse... alla signorina... che non ho più il coraggio di pensare al sogno bello fatto a bordo del _Sud America_... che perciò...

— Che perciò?.. insistè il Coppa, tanto per dire qualche cosa.

— Che perciò rinunziavo ad essa...

Nel ripetere a voce bassa queste parole desolate che lo avevano fatto piangere scrivendole, singhiozzò come un fanciullo.

— Si faccia cuore, disse il Coppa... non pianga ora.

— No, non piango; non volevo nemmanco venire qui, ma è stato più forte di me...

Il vecchio aveva sulla lingua altre consolazioni di parole; stentava a metterle fuori, sembrandogli parole ipocrite, condite largamente di egoismo; taceva, ma anche il silenzio era crudeltà.

— Senta, signor Corruccini, mi dica che cosa vuol fare, che cosa devo dire io stesso, perchè se posso... creda...

— Mi pare che non ci sia nulla a fare per me... non dica niente... cioè dica alla signorina in che stato sono ridotto... e avrà detto tutto. Io me ne andrò per il mondo, come ho fatto fin qui...

Un’idea si era affacciata al Coppa, e da un poco egli si affaticava a guardarla da lontano, non intendendo bene ancora se fosse da accogliere o da respingere.

— Sto pensando una cosa, disse tranquillamente; non so se sia buona o cattiva; deve decidere lei; sto pensando se sia meglio farsi vedere alla mia ragazza...

Piero fece risolutamente di no col capo.

— No?... Le pare che non convenga, proseguì il vecchio amorosamente, e allora aspetti che la gonfiezza cessi, perchè deve cessare; allora la sua faccia riavrà quasi l’aspetto di prima... non si smarrisca; le ragazze, come la mia, non s’innamorano soltanto d’una faccia liscia. O il cuore, la gentilezza d’animo... tutto _il resto_ non deve contare per nulla?

Piero Corruccini fece un atto di sfiducia; a parer suo tutto il resto contava poco.

— Preferisco che sia informata da lei... se caso mai essa volesse proprio vedere tutta la mia miseria... mi scriva... io abito in via Solferino al 41, terzo piano. Ma sono sicuro che non tornerò più in questa casa.

Il Coppa non gli volle contraddire; accompagnò fin sull’uscio il suo infelicissimo visitatore, e stringendogli la mano con tenerezza gli disse _addio_.

Poi raggiunse in sala da pranzo Desiderio e Bambina.

IX.

— Povero figliuolo! esclamò il Coppa entrando.

— Chi? domandò Bambina.

Invece di rispondere, il vecchio interrogò se stesso. Ora gli pareva proprio d’essere addolorato; l’accento di commiserazione che aveva messo in quelle due parole, non era ipocrisia sicuramente, e le volle ripetere variando.

— Povero ragazzo!

— Chi?

— E di chi vuoi che parli se non di lui? Non l’hai visto sull’uscio, quando entrava?

— Chi?

— Pietro Corruccini.

— Era lui?

— Non l’avevi riconosciuto? Sì, era lui. Io stesso, per verità, con la sua carta di visita in mano, aspettavo che mi dicesse con chi avevo l’onore di parlare. Proprio. È stato il vaiuolo a sfigurarlo a quel modo. Ne fu colto a Nizza un mese fa; ora è guarito perfettamente, ma gli rimarrà il segno fin che campa. Povero figliuolo!

— Era lui, e non ha voluto vedermi! mormorò la fanciulla.

— Non dir così, poveraccio! piuttosto non ha voluto che tu lo vedessi per non farti ribrezzo.

Siccome Bambina ripetè un’altra volta come smemorata: era lui — siccome Desiderio aspettava in silenzio, il Coppa proseguì:

— Che cosa vuol fare? gli ho detto. — Non voglio far nulla; me ne andrò lontano, a nascondere la mia deformità.

— È proprio così brutto? chiese a bassa voce Desiderio.

— Eh! sì... non è bello; ma sicuramente il tempo accomoderà la sua faccia, da non... disgustare come ora... Sì, è proprio brutto, ripetè pietosamente a Bambina, è gonfio e rosso; pare perfino che gli manchino dei pezzettini di faccia. L’ho consolato, come ho potuto... ma la verità è... che non è bello... ecco.

Bambina interrogava ancora con gli occhi pieni di lagrime; il Coppa non sapeva più trovare una parola che lo contentasse, perchè ora gli sembrava d’essere un ipocrita feroce. Andò due volte su e giù, poi uscì in silenzio dalla stanza.

Appena se ne fa andato, Bambina corse a buttarsi nelle braccia di Desiderio, singhiozzando.

— Dunque gli volevi proprio bene?

La ragazza non rispose subito; prima pianse, poi si asciugò gli occhi.

— Non credo che gli volessi bene; se non veniva, io non piangeva; e ora piango, non so nemmeno io perchè, e mi pare che gli vorrei dare tutto il mio amore per consolarlo.

Desiderio raccolse nella pezzuola le ultime lagrime di Bambina e la baciò in fronte.

— Tu hai una bell’anima! E che cosa vuoi fare?

— Lasciarlo andar via così, come un cane, perchè è diventato brutto, non è vero che sarebbe una cosa crudele? Che colpa ne ha lui se il vaiuolo gli ha guastato la faccia? Domani non potrebbe guastare la mia?

No; questo poi no: il vaiuolo non può nulla per sè stesso, il cielo soltanto lo manda a guastare certe faccie così così per far dire che prima erano bellissime; ma una faccetta così tonda, così bianca, così ridente, come quella di Bambina...

La dimostrazione che Desiderio voleva fare fu interrotta da poche parole:

— Senti, se io gli scrivessi?

Sì; se Bambina scrivesse a quel disgraziato, che male vi sarebbe?

— Egli sicuramente aspetta una parola buona...

— E che cosa gli vorresti scrivere?

— Vorrei fargli intendere che non sono una scioccherella, che la sua disgrazia mi fa pena;... niente più.

Desiderio ci pensò e non vi trovando proprio nulla di male, finì con accondiscendere. “Scrivi; faremo poi leggere la lettera a babbo Coppa, che approverà anche lui.„

E Bambina, lì per lì, scrisse poche linee alla buona, come le pensava; poi le presentò a Desiderio perchè vedesse se ci erano molti sbagli.

Non molti veramente, perchè Bambina, messa al cimento di fare la sua corrispondenza, si cavava d’impiccio benino; il poco che aveva imparato a scuola non gli avrebbe servito gran che, ma essa vi aggiungeva tutto quello che aveva appreso dalle letture, e non solo questo, ma la malizietta di evitare certi giri di frase in cui non si sentiva franca. L’ortografia che non si può aiutare col criterio e che richiede sempre molta pratica, ce la metteva per lo più il Coppa; questa volta ce la mise babbo Desiderio.

L’amico per la vita e per la morte non era preparato all’idea che Bambina dovesse scrivere al signor Piero, ma si contenne bene; disse, come era la verità, d’aver voluto che quel povero ragazzo si mostrasse alla sua innamorata.

— Nascondersi o fuggire, gli ho detto, non ha mai servito a nulla; bisogna sempre andare fino al fondo della cosa...

La lettera fu mandata, e il Coppa si preparò alla battaglia, dinanzi allo specchio. Parendo d’essere proprio risoluto ad andare fino in fondo della cosa, aspettò di piè fermo la visita del suo rivale; e non lo confessando a se stesso, si sentiva sicuro di vincere la partita.

Se non che la vergogna fece fare a Piero Corruccini la mossa che solo avrebbe saputo consigliare la prudenza; l’innamorato non si lasciò vedere; ma scrisse ingenuamente così:

“Grazie, signorina; lei è tanto buona; io vorrei correre per vederla, ma mi vergogno perchè sono deformato; il medico mi assicura che se tengo il viso fasciato sarò meno brutto fra poche settimane. E io voglio essere meno brutto per presentarmi a lei.„

Quando questa letterina passò sotto gli occhi del Coppa, egli ebbe un sospetto pauroso, che tutte le arti del pettine e del rasoio non potessero salvare la sua vecchiaia da una nuova disillusione.

Guardando Bambina nascostamente, egli indovinò subito sulla faccetta buona un amore fatto di pietà; espresse la propria scoperta a Desiderio e si sentì rispondere che certamente era così.

— Come lo sai?

— Essa non canta più, e ride solo quando uno di noi la guarda; pensa a lui... pensa a te.

— A me?

— Sì, anche a te: la stessa pietà che la spinge verso l’infelicità di Piero, l’accosta pure.... verso la tua... perchè quella ragazza è proprio buona.

Essere amato e sposato per misericordia! Era una cosa possibile, e Piero se ne sarebbe contentato, ma il Coppa, no.

Quando fu proprio sicuro che Bambina era tormentata dai due amori infelici, volle essere forte e generoso.

— Vado a prendere il signor Piero e lo conduco qua, annunziò a Desiderio una mattina; fasciato o no, ha da combattere se vuol vincere.

— E tu?

— Io farò l’invalido, e sta sicuro che non è un’astuzia di guerra; ma tu che mi conosci sai che non saprei che cosa fare d’essere amato per compassione. Non mi dai ragione?

— Non te la dò sicuramente. Che importa la causa, purchè l’amore ci sia veramente? Pensaci per non pentirti poi: Bambina ti vuol bene, sarebbe già tua a quest’ora se... quel disgraziato...

— Lo so: essa avrebbe fatto un’opera di misericordia sposandomi, ma ce n’era da fare un’altra più meritoria... Non è questo che vuoi dire?

Non era questo, ma press’a poco.

In sostanza il Coppa quella stessa mattina andò a trovare Piero Corruccini, e fece tanto e fece così bene da indurlo a venire a casa sua. Volle essere lui a presentarlo a Bambina:

— Bambina, le disse, di là ci è il signor Piero; ci è voluto fatica a farlo venire; non voleva perchè non è ancora accomodato bene; ma si accomoda ogni giorno un poco; bisognava vederlo l’altra settimana.

La ragazza gli fissava in volto gli occhioni sbigottiti.

— Non mi guardare così; ti dico che è di là, con babbo Desiderio; va, va, va subito.

Egli si accomodò sopra il seggiolone a dondolo; Bambina, nel lasciare la stanza alla muta, si voltò un momentino a guardare il vecchio innamorato. Il quale aveva chiuso gli occhi e lasciandosi cullare da quel sedile di giunco, non sognava ancora.

Anzi durava il primo proposito, di non sognare mai più, di sagrificarsi interamente, e già gli sembrava di assaporare la rassegnazione.

“È amara, pensava, ma è sana; molti facendone uso sono guariti d’ogni malanno, e campano lungamente. Farò anch’io così per campare quanto Matusalemme.

_Sì, no; sì, no;_ sembrava dire quel letto di vimini col suo cigolìo.

“Ha ragione Desiderio; l’adotterò, si chiamerà Bambina Corruccini Coppa; sarò per essa l’uomo che l’ha amata più d’ogni altro, sarò il _padre_ suo.

_Sì, no; sì, no._

“Che fanno ora? interrogò, e subito rispose; Piero è brutto ancora, ha gli occhi bassi perchè si vergogna della sua bruttezza; Bambina non osa guardarlo per non dargli soggezione, ma ha già visto abbastanza... forse vorrebbe essere rimasta con Babbo Coppa, e non sa che dire... Il mio buon Desiderio non sa nemmeno lui che fare; guarda Bambina fissamente non sapendo se essa sceglierà l’innamorato vecchio, o l’innamorato brutto.

_Sì, no; sì no._

“Può essere il contrario. Bambina e Piero si sono intesi alla prima occhiata, a quest’ora si amano; fra un mese si sposeranno... La scelta era già fatta, senza che Bambina lo sapesse; vi aveva pensato la natura. Li amore la vecchiaia ha sempre torto.„

Dopo questa sentenza, il suo pensiero si annuvolò, la fantasia non seppe presentargli altro che immagini confuse di cose, di persone e di sentimenti; ed erano cose antiche, sentimenti solitarii, bambine indifferenti, che piombavano tutte in un medesimo sepolcro.

Quando Desiderio si affacciò all’uscio a interrogare sommessamente: “dormi?„ il Coppa scostò la mano dal viso bagnato di lagrime.

Non si vergognando di farle vedere all’amico per la vita e per la morte, interrogò con una sola parola: “dunque?„

Desiderio non rispose, e allora il Coppa rizzandosi in piedi ripetè: “in amore la vecchiaia ha sempre torto.„ Si asciugò la faccia e sorrise.

X.

Le valigie erano rimaste in un canto, perchè nè il Coppa nè altri si era ricordato di esse, per disfarle e riporle nell’armadio.

Quel giorno le dimenticate si fecero innanzi agli occhi del Coppa, il quale, apertele e richiusele con un sospiro, quella sera medesima le aveva volute prendere in mano di nascosto per andarsene alla stazione. Ma di quella sua determinazione era trapelato qualche cosa, e al momento giusto Desiderio si accompagnò a lui in silenzio, mentre Bambina era rimasta in casa a piangere.

Sulla via un facchino si offrì di portare le valigie e il Coppa acconsentì.

— Tornerò presto, assicurava al taciturno amico come per iscusarsi, capirai bene il mio bisogno di mutar aria; perchè una corbelleria si rimargini interamente, e non se ne veda neanco il solco, l’impiastro che mi è riuscito meglio è un viaggio lungo. Ma questa volta sarà un viaggio breve; appena tu mi abbia scritto che Bambina e Piero si sono messi d’accordo e vogliono sposarsi, io verrò per dare la dote. Siamo intesi?

Desiderio accennò di sì; dopo un poco il Coppa aggiunse:

— Ho già tutto disposto; ho sollecitato l’atto di nascita di Bambina, che servirà per il matrimonio e per l’adozione. Tu stammi allegro e di’ a Bambina che non pianga più, che mi fa male; dille che rida sempre.

— Dove vai? domandò Desiderio quando l’ebbe visto tornare col biglietto.

— A Torino, scriverò subito.

E se ne andò in sala d’aspetto sorridente, a testa alta, preceduto dal facchino che portava le sue valigie. Desiderio lo seguì con l’occhio e tornò a casa ad asciugare le lagrime di Bambina.

Il biglietto dava diritto al Coppa di andare d’un fiato a Torino; ma egli poteva pure fermarsi dove gli piacesse; e allora perchè Torino invece di Vercelli, dove non era mai stato? Lungamente rimase incerto, e quando fu annunziato nella notte che si era giunti a Novara, il Coppa si sentì afferrato da un nuovo dubbio. E perchè Vercelli invece di Novara? Ci pensò sino al momento che si richiudeva lo sportello, e scese con le sue valigie.

Solamente quando il convoglio se ne fu ripartito, gli parve che il fischio della locomotiva gli mandasse da lontano una longa beffa; e avviandosi all’albergo pensò ai casi suoi.

“Sì, sono diventato irresoluto, perchè sono vecchio e forse perchè sono debole; la mia volontà se ne sta andando perchè io sto per arrivare alla indifferenza.

— Vuole un albergo? gli domandò qualcuno.

— Sì, un albergo... Ho sognato per l’ultima volta di potermi rifare una gioventù; Bambina sarebbe stata la mia pace, e in un lungo tramonto avrei guardato negli occhi la felicità. Oh! quanto avrei saputo amare ancora! Ora è finita.

Ma pensandovi, dovette confessare a se stesso che tutto, proprio tutto, non era finito; tra Bambina e Piero ancora non era stabilito nulla, e solamente perchè la ragazza non aveva detto addirittura di non sentirsi il coraggio di amare una faccia buccherata come una grattugia, egli si era preso in mano le valigie per andarsene.

E volle essere sincero fino all’ultimo: se invece di andare fino a Torino o anche più distante, come aveva pensato di fare, si era fermato a Novara, ci doveva essere stata una ragione inavvertita, che è forse quella che chiamano l’istinto.

Quella notte non chiuse occhio, sebbene egli avesse detto molte volte a se stesso che stava arrivando all’indifferenza; spento il lume e fissando gli occhi nel buio, gli venivano scorte alcune linee d’un mobile che, entrando in camera, non gli pareva d’aver veduto; sembrava una persona immensa, che allungasse un braccio verso il suo letto, per far paura al vecchio Coppa. Ma il tempo delle vane paure era passato da un pezzo per lui. Lo minacciassero pure, egli era tanto indifferente da non voler nemmeno accertare se fosse la minaccia di un attaccapanni, come gli sembrava probabile. Chiuse gli occhi, e allora l’attaccapanni piegò le braccia e si avvicinò senza far rumore fino a mettere la faccia sua proprio accanto a quella del Coppa. Era una faccia beffarda; stette un momento così per mettere in collera il vecchio indifferente, poi si mutò in un altro sembiante. Il Coppa se ne rimase a guardare sino a tanto che, fra molte trasformazioni, gli si presentò la smorfia di una faccia butterata dal vaiolo.

— Sei proprio bellino, disse forte il Coppa; no, non te ne andare così presto, lascia che io ti guardi bene; tu avrai l’amore di Bambina e la dote che io le farò.

La faccia butterata svanì come le altre e il vecchio la trattenne un poco ancora:

— No, non te ne andare; tu non sei bello, ma hai la gioventù; e in amore la vecchiaia ha sempre torto.

Quando la faccia fu scomparsa interamente, entrò nel cervello del Coppa un’idea di battaglia: chi sa? non è forse detto che la vecchiaia non possa nulla; essa soltanto ama veramente; e se Bambina sapesse...

“Ancora non ha detto la parola che deve legarla a lui, ma la dirà domani„ — pensò, e questa idea ficcandogli nel cervello come un chiodo, lo tenne desto tutta notte. A volte si proponeva di tornare a Milano col primo treno del mattino per rendere più difficile la vittoria di Piero, più tormentata la propria sconfitta. Ma si pentiva subito pensando alla pietà di Bambina. E poi con quale pretesto giustificare il proprio pentimento? Ah! se in quel letto, dove si voltolava in silenzio, lo cogliesse un febbrone, che obbligasse lui a tornare, ovvero inducesse Bambina a correre al suo capezzale d’infermo... a sanarlo con un bacio, a farlo morire con una parola d’amore!

Finchè il mattino non entrò nella camera, il povero Coppa continuò la sua smania silenziosa; ma quando la nuova luce gli ebbe fatto vedere in un canto l’attaccapanni, il quale allungava ingenuamente l’unico braccio che gli era rimasto, scese un po’ di quiete nel suo spirito, e il Matto si addormentò sotto l’occhio del sole.