Part 25
--Sì, è partito!--disse Nancy.--Oh, povero Bemolle! Vi ha fatto male?
Bemolle non si alzò. Rimase seduto per terra, scotendo la testa e mormorando con voce rauca:
--Voleva svegliare Anne-Marie!... Ma ~pensate~! Voleva svegliare Anne-Marie!...
Dovettero pagare cinque mila franchi per annullare il contratto; e altri duemila franchi per le spese legali. Ma trovarono che era pagar ben poco la grande gioia di liberarsi dell'impresario.
Fecero delle scampagnate, e si divertirono molto, aspettando che Fräulein guarisse e li potesse raggiungere. E quando ciò avvenne andarono tutti e quattro, felici e contenti, a Roma, dove avevano ancora quindici giorni di tempo prima che cominciassero i concerti al teatro Costanzi.
E a Roma vennero a trovarli anche tutti i loro cari da Milano: la zia Carlotta, curva e striminzita, e lo zio Giacomo tremante e tardo; e Adele, e Nino, e Carlo, e Clarissa, commossi e felici e affettuosi. Molte tenere lagrime furono versate ricordando Valeria, cui non era stato concesso gioire della fama di Anne-Marie, la sua meravigliosa nipotina.
--Ma vide la gloria tua, Nancy,--disse Nino.
Rivissero, nei ricordi, la visita di Nancy giovinetta alla Regina Madre; come vi andasse tremante col suo piccolo libro di poesie, e col suo grande cappello a piume e colla veletta bianca che poi aveva dovuto togliere prima di entrare al cospetto reale... E tutti insieme rifecero in pio pellegrinaggio la salita al Quirinale, posando sul Palazzo gli occhi inteneriti. Era una splendida mattinata di sole. Nino, di cui ormai i capelli erano grigi e il carattere irascibile come quello di suo padre--così almeno diceva la zia Carlotta--camminava davanti a tutti con Anne-Marie, che gli trotterellava accanto tenendogli la mano. Egli le raccontava delle interessanti cose: le diceva di un certo grembiulino rosa che sua madre portava quando aveva otto anni, e le descriveva Fräulein, giovane, colle guancie che parevano mele.
Fräulein, che a dir vero non dimostrava troppo i vent'anni di differenza tra quell'epoca e questa, ascoltava, assai commossa, tali reminiscenze. E Bemolle, che si riprometteva di andare a vedere la sua vecchia madre non appena terminati i concerti al Costanzi, camminava dietro a tutti lagrimando silenziosamente, disciolto in una vaga tenerezza verso il mondo in generale.
--A proposito, Nancy,--disse Nino,--sai che ho riveduto la cara vecchia villa di Wareside? Sono andato in Inghilterra per gli affari di Carlo due mesi fa; allora ho preso il treno di Hertfordshire per andare a rivedere la Casa Grigia. Era vuota. Sono rimasto più di un'ora al cancello; e tutti i fantasmi del passato sono venuti a farmi compagnia.
--Oh!--disse Fräulein.--Che divino posto era quello! Te ne ricordi, Nancy?
--Ricordo il giardino,--disse Nancy, con gli occhi vaghi in cui fluttuavano le rimembranze,--e l'altalena...
--Che altalena?--disse Anne-Marie, prendendo interesse all'argomento.
Allora Nancy le descrisse il lontano giardino, placido nel mite sole inglese, dove ella, bambina, aveva cullato sull'altalena i suoi fantastici sogni, e da cui, al tramonto, si vedeva l'orizzonte acceso sull'orlo del mondo...
All'indomani del primo concerto a Roma, ecco giungere anche per Anne-Marie la grande lettera bianca, con lo stemma d'oro: le Armi della Real Casa. Le Loro Maestà avrebbero ricevuto al Quirinale l'indomani sera, alle nove, la gentile bambina e grande artista; e l'avrebbero con piacere udita suonare...
E l'indomani sera Adele, Carlotta e Clarissa, felici e perturbate, aiutavano Nancy e Anne-Marie a prepararsi per la loro udienza al Quirinale. Bemolle era fuori di sè, pallido e febbricitante per l'agitazione, al pensiero di dover accompagnare Anne-Marie al pianoforte.
Quando, alle nove precise Nancy e Anne-Marie, colle destre ignude, traversavano la fila di sale--la sala rossa, la sala gialla, la sala azzurra--fino alla sala bianca ed oro, dove i Sovrani li avrebbero accolti, Bemolle li seguì tremando. Dietro a lui veniva un risplendente lacché, in livrea scarlatta, portando il violino e la musica. (I pensieri di Bemolle volarono al villaggetto appiè degli Appennini, dove a quest'ora qualche piccolo lume s'accendeva nel buio...)
La Regina mosse incontro a Nancy e a Anne-Marie. Non era più la Regina di cui il nome di fiore era scritto nel vecchio diario di Nancy. Era una Regina quasi fanciulla, con immensi e risplendenti occhi bruni. E il giovinetto di cui l'effigie, chiusa in un medaglione, posava da tanti anni sul cuore di Nancy, era Re.
La Regina abbracciò Anne-Marie; e rise quando Anne-Marie parlava, e pianse quando Anne-Marie suonò. Anne-Marie la guardava, soggiogata e rapita da quegli occhi straordinari, quegli occhi di fuoco e di velluto, così innocenti che parevano non aver guardato che nelle anime di fiori e di fanciulli; così teneri che parevano non aver pianto che per i dolori altrui.
Anne-Marie, suonando, poteva appena staccare lo sguardo da lei; ma per senso di dovere ogni tanto lanciava una occhiata sottomessa a uno sfolgorante ufficiale in tunica scarlatta, ricoperto di decorazioni, che ella s'immaginava fosse il Re.
Alla chiusa dell'adagio di Mendelssohn un uomo grave, che sedeva un poco in disparte dagli altri, ed era semplicemente vestito in abito da sera, parlò:
--Io non m'intendo molto di musica. Ma questa musica mi piace.
La regina si volse a lui, e sorrise. E quel sorriso fece trasalire Anne-Marie. Mai ella non aveva veduto un sorriso così dolce, così fulgido e abbagliante! Essa seguì il corso di quel sorriso luminoso e il suo sguardo si fermò sul viso di quell'uomo grave, vestito di nero.
Quel viso! dove l'aveva ella veduto? Perchè era così noto? così caro e famigliare? Perchè le faceva venire in mente New-York, e sua mamma piangente sulle lettere che venivano da Milano? ~I francobolli!~ Sì, quel viso lo aveva visto sui francobolli! Era lui, era lui il Re d'Italia! Come aveva potuto credere anche per un solo istante che fosse quell'uomo coi capelli gialli, vestito di rosso? Era questo, questo il Re! E il cuore di Anne-Marie si prostrò in appassionato pentimento davanti a colui che non s'intendeva di musica. Egli forse se n'avvide, perchè cogli occhi benevoli e penetranti le ammiccò.
Bemolle, entrando, aveva fatto il suo profondo inchino; poi s'era fermato vicino al pianoforte, curvo sotto la terribile gioia della augusta presenza; e in tutta la sera non ricuperò mai completamente la posizione verticale; ma bensì si levò e si sedette--ogni volta che gli si rivolgeva la parola--in una rigida postura curvilinea, dolorosa a guardarsi. Egli suonò anche molte note sbagliate negli accompagnamenti; e sentiva saettare su di lui l'ira di Anne-Marie, non ostante il fatto che, suonando, ella gli tenesse voltate le piccole spalle celestrine.
Nancy sedeva a fianco della Regina, e con occhi rischiarati da lagrime felici, rispondeva alle benigne e intime domande che le belle labbra le rivolgevano. La Regina la chiamava col suo nome di fanciulla, col suo nome di poeta... E il passato e il presente si confusero nella loro duplice dolcezza nel cuore di Nancy. Essa riviveva la sua gloriosa adolescenza, nella gloria adolescente di Anne-Marie.
In carrozza al ritorno, Anne-Marie, garrula come un uccelletto, raccontava le sue impressioni, e Nancy, ridendo, la serrava al cuore.
Ma Bemolle, muto, con gli occhi chiusi, pensava. Pensava che stenderebbe alla tremula stretta della sua vecchia madre, una mano che il tocco d'una Regina aveva consacrato.
XXIV.
Ma prima che Bemolle potesse andare a casa sua, si dovevano ancora dare quattro concerti a Milano.
--Milano è la città che deve darti il battesimo dell'Arte,--disse ad Anne-Marie il giovane Commendatore-editore di musica, arbitro delle arti liriche nel mondo milanese.--In fatto di musica, Milano è l'unica città che conti.
E negli occhi del Commendatore--occhi grigi e penetranti come l'acciaio--passò il lampo d'un sorriso.
--Questo me l'hanno già detto anche a Berlino,--disse Anne-Marie.
--Anche a Vienna,--disse Fräulein.
--Anche a Parigi,--soggiunse timidamente Nancy.
--Appunto perciò lo diciamo anche noi,--disse il giovane Commendatore, passandosi la mano fine sul mento sbarbato.
--Dunque, che cosa ci suonerai? Bada che qui non siamo a Berlino. Qui fingiamo tutti di adorare il classico; e poi, quando lo sentiamo, diciamo: «Com'è bello!» E ce ne andiamo prima della fine, e non torniamo più.
Udendo ciò Bemolle mise sul programma un po' di Vieuxtemps e di Wieniawski, un po' di Sarasate e di Paganini. I milanesi accorsero al concerto, e restarono fino alla fine. E si prefissero di tornare ancora.
Ma i «Musicisti Veri»--quelli di cui se ne trovava sempre uno in ogni città (e a Milano ve n'erano quattro), quelli che si prendono sul serio, quelli che parlano della musica come di una sacrosanta e privilegiata malattia, di cui essi soli hanno il diritto di soffrire--quelli scossero le circospette teste con dolore. Che triste cosa udire da uno sbocciante genio qual'era questa bambina, la vilissima musica da virtuoso--l'acrobatismo violinistico, che indubbiamente e indegnamente piaceva al pubblico! Paganini! Vieuxtemps! Ah! quei nomi erano come pugni nel cuore ai Musicisti Veri.
--Oh!--gridavano,--dateci le glorie del Beethoven! Dateci gli splendori di Bach!
E clamavano il loro dolore su e giù per le colonne dei giornali.
Il Commendatore-editore di musica, leggendo queste critiche, sorrise passandosi la fine mano sul mento sbarbato.
Quando vide Nancy le disse:
--Date loro dunque del classico, niente altro che del classico!
E nel secondo concerto Anne-Marie suonò il Concerto di Beethoven e la «Sonata a Kreutzer»; e la «Chaconne», e la «Fuga», e il «Preludio», e la «Sarabanda» di Bach. E i Milanesi accorsero, e restarono fino alla fine, e si prefissero di tornare ancora.
Ma i quattro Musicisti Veri scossero le riservate teste con rinnovellato dolore. Come poteva una mera bambina comprendere il gigantesco Beethoven? Chi era quel criminale maestro che sovraccaricava il puerile cervello di Anne-Marie coi titani classici? Non era, quasi diremmo, un sacrilegio, udire una fanciulletta appressarsi alla misteriosa immensità della Chaconne di Bach? Solo i Musicisti Veri potevano comprendere tutta la profonda, la frenetica angoscia celata in quella semplice ed ingenua danza del settecento! Per carità, per carità! Che i bimbi non suonassero che del Händel e del Mozart!
Nel terzo concerto Anne-Marie suonò del Händel e del Mozart. E i Milanesi accorsero, e restarono fino alla fine; e si prefissero di tornare ancora.
Ma i quattro Musicisti Veri inarcarono le dolorose sopracciglia, dicendo che quella semplice e facile musica era ben dolce se suonata per il papà e la mamma entro le pareti domestiche; ma che, veramente, in una Sala da Concerto di Milano, si aveva il diritto di esigere qualche cosa di più possente e autorevole. E perchè questa bambina suonava il violino? Non sarebbe stato meglio se avesse studiato il contrappunto? O qualche altra cosa? La musica dovrebbe essere riservata per loro quattro Musicisti Veri.
Il Commendatore, che non era un Musicista Vero, sorrise e baciò in fronte Anne-Marie. Ma ciò non valse a consolare Nancy, che udì con attonita incredulità queste critiche; nè valse a calmare Bemolle, smaniante in frenetica ira; nè a trattenere l'indignata Fräulein dallo scrivere al «Corriere della Sera» al «Berliner Tageblatt» e al «Times» delle lunghe lettere in proposito. (Ma non è detto che quei giornali le pubblicassero).
Anne-Marie che non leggeva critiche, nè sapeva che al mondo vi fossero dei Musicisti Veri, era gaia e felice e adorava l'Italia. Per consolarla del lontano Schopenhauer, Nancy le aveva regalato un piccolo cane bassetto. Anne-Marie lo conduceva a passeggio nei Giardini, vergognandosi non poco delle sue gambe storte, e del suo corpo lungo e contorto come una sinfonia del Mahler; ma essa lo adorava ancor più per queste sue immeritate disgrazie.
Il bassetto fu battezzato «Steiner» perchè univa a un colore bruno-dorato e ad una certa turgidità di corpo, una debolezza di voce spesso notata da Anne-Marie in quegli eccellenti violini tirolesi.
.... Molta gente veniva a trovarli all'Hôtel per esprimere le loro vedute. Vennero anche i Musicisti Veri, che fecero molta paura ad Anne-Marie, e ancor più paura a Nancy.
--Che cosa credete di farne di vostra figlia?--chiese uno di loro, sorseggiando il thè e mangiando dei biscotti nel salotto di Nancy, coll'aria di farle un favore.--Cosa sperate che diventi?
--Non lo so,--disse Nancy.--Per ora sono contenta di ciò che è.
--Male. Dovete pensare all'avvenire. Se voi desiderate che essa divenga una grande, una vera artista....
--Non so se lo desidero,--disse Nancy.--Se dall'essere una grande artista essa degenerasse--e Nancy sorrise--fino a non essere altro che una fanciulla felice, non credo che me ne lagnerei.
--Badate!--continuò il Musicista Vero,--badate bene: il Prodigio d'oggi uccide l'Artista di domani. Cogliendo il fiore, voi distruggete il frutto.
Nancy rise dolcemente.
--E' come se diceste: bisogna guardarsi dal cogliere un bocciolo di rosa! esso non diventerà mai una mela!
Anne-Marie, che presso alla finestra alzava per la coda il bassetto per provare se era puro sangue, rise.
--Proprio vero,--disse, senza aver sentito nulla del discorso precedente, ma per l'istinto di irritare il Musicista che le pareva noioso.
--Zitta, cara,--disse sua madre. Poi soggiunse:--Anne-Marie è ciò che è. Io sono contenta che fiorisca libera quale Iddio l'ha fatta, senza preoccuparmi di ciò che potrà divenire un giorno; purchè sia buona e sana e felice!--E soggiunse:--Perchè non dovrei permetterle di suonare come un serafino oggi, per paura che, tra dieci anni, non suoni come Joachim?
--Già,--disse Anne-Marie tenendo sospeso per la coda il guagnolante Steiner.--Perchè?
L'austero visitatore si volse a lei.
--Bambina mia,--cominciò con voce cupa e profetica,--Bach...
--Oh, lo so già,--disse gaiamente Anne-Marie.
--Cosa sai già?--domandò severamente il Musicista.
--Stavate per dire: «Bach è un dio! Suona sempre Bach! non suonare che Bach! Tutto il resto è indegno»,--sospirò Anne-Marie, già pentita di essersi immischiata nella conversazione.
--Niente affatto. Non stavo per dire questo,--sentenziò il critico.
--Allora stavate per dire quell'altra cosa: «Non osare mai di suonare Bach. Una bambina non può comprendere Bach!»... Già, i Professori mi dicono sempre o l'una o l'altra di queste due cose.
--Perfettamente,--disse il signore, gravemente.--Tu non puoi in nessun modo capire Bach.
Anne-Marie lasciò cadere Steiner, che andò a mordicchiarsi la coda sotto al sofà.
--E voi?--disse allo sconosciuto,--che cosa capite voi in Bach? Voglio sapere preciso cosa capite.--E con gli occhi saettanti e le guancie rosse, Anne-Marie afferrò per la manica il Musicista Vero.--Adesso vi suonerò del Bach, e voi mi direte che cosa ne capite... Bemolle! dammi il violino.
Bemolle si slanciò con viso raggiante ad obbedirla.
--Ma, Anne-Marie! cara! Non far così,--disse Nancy turbata.
Ma Anne-Marie accordava già il violino.
--Ecco,--disse, folgorando cogli occhi il visitatore,--adesso mi direte cos'è che voi capite, e io no!
E subito suonò le prime cinque delle trentadue variazioni della Chaconne. Poi si fermò.
--Ebbene? Cosa avete capito? Ditemelo!
Il Musicista si appoggiò alla spalliera del sofà, con un sorriso di superiorità benevola.
--E adesso,--disse Anne-Marie, come una piccola Furia bionda, accesa e ispirata,--adesso lo suono diversamente! Lo suono come Joachim... Così, precisamente così, Joachim suonava per me e con me... E adesso che cosa avete capito? Che cosa dice Bach a voi, sciocco uomo, più di quello che dice a me?
--Ma Anne-Marie!--esclamò Nancy.--Vergogna! Non devi parlare così!
--Sì! devo! devo!--disse Anne-Marie, quasi piangendo.
Il visitatore, sorridendo acidamente, si alzò per prendere congedo.
--Temo--disse--che per le ragazzine troppa musica non faccia bene ai nervi.
--Sì, sì che fa bene!--gridò Anne-Marie, disperata e piangente. E come Nancy la confortava cingendola col braccio, la bambina singhiozzò:--Mamma, digli una cosa! digli una cosa che io non so dire! Aiutami.
--Che cos'è, cara?
--Ti ricordi... che dovevamo andare in un paese lontano... tu dicevi che era un paese caldo, e bello... e sporco... Dov'era?
--Vuoi dire il Messico?
--Sì, sì, sì! Allora hai detto qualche cosa degli alberghi che sono là... cos'hai detto di quei piccoli alberghi strani?
Nancy riflettè un istante. Poi si ricordò, e sorrise.
--Ho detto che non vi si trova che quello che si porta con sè.
--Sì, sì,--balbettò Anne-Marie, eccitata e incoerente,--adesso dillo... dillo ancora, ma dillo della musica.
Nancy rise e le baciò la fronte accaldata.
--Vuoi dire che nella musica non si trova che quello che si porta con sè, nella propria anima?
--Sì,--disse la bambina.--Voglio dire così.
--Cara!--disse Nancy. E la baciò.
Ma il Musicista Vero se ne andò disgustato.
Che ignoranza! Che discorsi sconnessi! Cosa c'entravano gli alberghi messicani colla musica di Bach?
XXV.
Un anno passò come un sogno, spargendo rose e mirti ai piedi di Anne-Marie: un anno di fantastici viaggi da trionfo a trionfo. La vita per Anne-Marie era come un magico giardino, tutto acceso di fiori incantati che si chinavano al suo passare.
I concerti erano la sua gioia. La sua chiara anima era colma di musica, e come da un puro e prescelto vaso essa ne versava la melodiosa piena sul mondo ascoltante.
Suonando, ella compiva la sua missione, così come un'allodola deve cantare.
Un giorno a Genova la condussero a vedere il violino di Paganini, muto e sigillato nella sua cassa di vetro al Municipio. Essa lo contemplò a lungo silenziosamente. Poi distolse lo sguardo.
--Cosa pensi, cuor mio?--chiese Nancy.--Perchè sei triste?
--Penso--disse la ragazzina con occhi solenni--come deve soffrire quel violino di essere chiuso là dentro; come la sua voce deve fargli male! Chi sa come si strugge di poter cantare!
L'osservazione fu udita e ripetuta. Giunse alle orecchie del Sindaco di Genova. Un giorno, con grande pompa, Anne-Marie fu invitata al Palazzo del Municipio, e colà, davanti ai pochi invitati, furono tolti i sigilli: il sacro istrumento dell'immortale Nicolò fu posto tra le ténere mani della bambina.
Da tre notti essa non dormiva pensando a questo grande momento: sognando la gioia di quella fremebonda voce imprigionata, quando le sue dita l'avrebbero resa alla libertà!
Rapidamente essa infilò un nuovo cantino, traendolo sopra il ponticello scolorito. Poi pizzicò, lieve, le corde, chinando il capo ad ascoltare. Ed ora, alzando l'arco, con attacco vibrante spezzò i ceppi del silenzio che gravavano sulle frementi corde... L'accordo di re minore risuonò, tremolante e flebile.
Anne-Marie rialzò l'arco e attaccò un altro accordo, premendo le dita sulle corde con intenso e veemente vibrato.
E di nuovo il violino rispose con voce rauca, debole, sorda. Il viso di Anne-Marie si fece bianco come un lino. Le sue labbra tremarono. Con un singhiozzo ella abbassò il violino.
--E' morto,--disse.
Molti anni dopo, se talvolta accadde a Nancy di pensare che forse sarebbe stato meglio se avesse trattenuta dai concerti e dal pubblico la sua bambina--se dubitava di aver errato permettendole di diffondere sul mondo tutta la sua giovine anima canora,--il ricordo del Silente Violino, chiuso nella sua prigione di cristallo, le tornava alla memoria: il Violino che era morto per non aver cantato, morto del suo proprio silenzio.
E fu contenta di pensare che alla sua allodoletta era stato concesso di cantare.
E cantò, l'allodoletta! Cantò, in molti climi, sotto molti cieli, in molte terre lontane. Era forse a Edimburgo che i cavalli furono staccati dalla sua vettura, ed essa e Nancy tratte in trionfo per le festanti vie? Era forse a Berna che la polizia dovette sgombrare dalle strade e dalle piazze le turbe di studenti che parevano impazziti? Non fu a Torino che la folla la richiamò venti volte al balcone, per urlarle i suoi evviva, per implorare dal piccolo volto estasiato un sorriso, dalle piccole mani salutanti, un fiore? Dove, dove fu che gli uomini alzavano i loro figlioletti tra le braccia perchè la vedessero, perchè le toccassero la veste, e le donne, spinte e urtate nella calca, coi cappelli a sghembo e gli occhi allucinati, battagliavano per intravvedere un baleno della bionda testolina salutante e per sfiorare d'un tocco la piccola mano inguantata? Non era a Napoli che la chiamavano «la bambina assistita», e la credevano posseduta da uno spirito? E tra le acclamazioni talune voci gridavano che, per carità, predicesse i numeri del lotto?
Sì, questo era stato a Napoli. Nancy se lo rammentava. Nella gloria confusa delle cangianti scene, alcuni ricordi emergevano nitidi e chiari nella memoria di Nancy. Era a Napoli che nel vasto teatro gremito avevano dimenticato di serbare un posto per lei. E il direttore del teatro era venuto a dirle che una signora ch'egli conosceva, gentilmente le offriva un posto nel suo palco: palco numero cinque, seconda fila--Nancy se lo ricordava ancora! E mentre Anne-Marie, già baciata e benedetta come di consueto, col violino sotto al braccio usciva fuori--piccola visione di cielo--sull'ampio palcoscenico, Nancy correva ancora per i corridoi deserti della seconda fila cercando il palco numero cinque. Eccolo finalmente! Nancy vi entrò, e vide una signora sola, velata di nero. Nancy le fece un piccolo saluto e prese posto, mormorando: «Grazie.» Poi colle mani convulsamente intrecciate, aveva sussurrato la preghiera che sempre diceva per Anne-Marie quando suonava: «Mio Dio! aiutatela! Ispiratela! Guidatele la mano!»
E Iddio anche allora aveva ascoltato la preghiera: perchè Anne-Marie suonava grandiosamente, soavemente, senza neppur sognare che potesse aver bisogno d'aiuto!
Nancy sedeva nel palco, rigida e atterrita come sempre; come sempre pietrificata di paura, aspettando che i tranquilli occhi di Anne-Marie si volgessero in giro per l'uditorio, vagando di palco in palco, in cerca di lei. Ecco! L'avevano trovata! Scintillavano, ridevano... Poi lo Spirito della Musica piombava colle grandi ali tra di loro due, e portava via la sua bambina--via, suonante e sognante, lontano dalla cerchia del materno amore...
La signora vestita di nero si premette il fazzoletto sugli occhi. Nancy era avvezza a vedere quel gesto, ma pur sempre ne rimaneva commossa. Stese la mano e la posò sul braccio della sconosciuta, a cui la musica della sua bambina angosciava il cuore.
La donna vestita di nero, senza voltarsi, le prese la mano; e stettero così vicine, queste due ignote, legate dalla musica come due sorelle.
L'ultimo pezzo finiva, e da ogni angolo della sala scoppiavano le acclamazioni, le ben note grida di delirio e d'entusiasmo. Nancy si alzò rapida per tornare dietro le quinte da Anne-Marie. La sconosciuta si volse e rialzò il velo.
--Il mio nome è Villari,--disse.
Nancy ricordava il nome. Tutto ciò che Aldo le aveva detto di questa donna, tutto ciò che Nino le aveva taciuto, si riversò come un'onda nella sua memoria. Ella fissò lo sguardo con curiosità in quel viso smunto, sotto l'elmetto di capelli rosso-scuri--povero viso stanco su cui le rughe mettevano mille piccoli solchi tristi.
--Conosco bene il vostro nome,--disse Nancy, sporgendo la mano.--Saluto la grande artista.
La donna sospirò profondamente.
--Saluto la madre fortunata.
Poi calò il velo sul viso.
Nancy s'affrettò per gli affollati corridoi, dove la gente a gruppi discorreva e discuteva della sua bambina; e le parole: «Meravigliosa! Fenomenale! Incredibile!» batterono colla consueta ala soave al suo orecchio.