I Barbarò: Le lagrime del prossimo. vol. 2
Part 22
L'avvocato Zodenigo (adesso in prefettura non lo chiamavano più professore, ma avvocato) aveva venduto il _Moderatore_, che ormai gli apparteneva interamente, facendo un ottimo affare per la borsa, e insieme anche per la sua dignità e indipendenza di carattere. Egli lo aveva venduto ad una Società di capitalisti Italiani, Tedeschi, Svizzeri, di tutti i paesi insomma, la quale aveva presentato al Comune di Milano una proposta d'appalto per certe grandi opere edilizie; proposta vantaggiosissima, se non per la Città, certo per gli imprenditori. Ma nell'opinione pubblica spirava un'auretta avversa alla _camorra dei milioni_, come la chiamavano, onde occorreva alla Società un organo diffuso e autorevole, che godesse molto credito fra le teste quadre del Comune... e si rivolsero al _Moderatore_.
Lo Zodenigo, che già gli attendeva al varco, aveva subito presa un'attitudine di aspettativa vigile e diffidente. Interrogato sulla condotta che in tale argomento avrebbe tenuto il _Moderatore_, egli la fece cascar dall'alto, gonfiandosi come una balena e dichiarando che in una "_questione così gaave_, dalla quale poteva dipendere tutto l'avvenire economico e industriale di Milano" lui voleva vederci chiaro e parlar chiaro: vi era impegnato il suo carattere di pubblicista, la sua coscienza di cittadino, la sua lealtà di gentiluomo. In fine, preparava tutte le sue armi per una battaglia accanita... l'ultima forse della sua vita giornalistica; era stanco, sfiduciato, nauseato del mestiere; "la stampa non era più un sacerdozio, ma un impiego privato o governativo... quando non nascondeva un ricatto."
--Oh i bei _giooni nostii_,--esclamava lo Zodenigo,--quando col compianto Caldarelli, il mio illustre maestro e collega, si combatteva soltanto per un ideale!... Mah!... quei tempi son passati... quegli uomini son quasi tutti _mooti_....--E il professore apriva gli occhi, si guardava attorno, poi li tornava a chiudere sospirando, col dolore malinconico di chi si trova solo.
La società dei banchieri internazionali capì il latino... l'onorevole Barbarò ci entrò di mezzo... e fu comperato il _Moderatore_ a peso d'oro, pesata insieme anche la tipografia.
Ma, se in seguito a tali avvenimenti, lo Zodenigo non manifestò la propria esultanza per il matrimonio dell'Onorevole di Panigale sulle colonne del _Moderatore_, la espresse per altro, in una lettera da Civitavecchia all'_Egregio Don Pompeo_, nella quale si doleva anche, "della stanca mano, che non sapea più trar suoni dalla cetra antica," e dichiarava che quel matrimonio insigne, "pel quale avea concesso Venere i suoi doni più rari, e Minerva e Amaltea," non era soltanto un bel matrimonio, ma una bella azione, che faceva onore al tatto e al cuore, del carissimo Don Pompeo, e che certo doveva ottenere, "un plebiscito unanime di simpatia."
Così scriveva l'avvocato Zodenigo...; così invece non la pensavano Donna Lucrezia e Beppe Micotti, diventati buoni amici in quegli ultimi tempi, perchè stretti da una causa comune: la solenne ingratitudine,--di quel gran can della Scala,--del Barbarò.
I loro servizi non erano stati ricompensati secondo il merito. Beppe Micotti si lagnava colla Balladoro perchè _el sciur_, dopo essere riuscito deputato, lo avea messo da parte, allontanandolo dagli affari; e Donna Lucrezia era furibonda perchè la pace fra il Barbetta (lei adesso affettava di chiamarlo soltanto col suo nome _plebeo_) fra il Barbetta e gli sposi, era successa per merito suo, rimettendoci _un'ala de polmon_, ma _viceversa poi_ la _Regina delle Antille_ era rimasta inedita, ad onta dei più sacri giuramenti, cosicchè il maestro Forapan, invece di _dichiararsi_, era partito per Pietroburgo con una _gran compagniona de cartel_.
--Meglio i Russi, tesoro mio,--gridava la Balladoro, schizzando ira e spruzzi di saliva dalle gengive sdentate,--meglio i Russi di un governo impotente che si lascia rubare dai Tedeschi anche la musica, il nostro patrimonio nazionale!... meglio i Croati!... Mi ricordo appena dei Croati perchè a quei tempi ero ancora una _piavoléta_ appena nata, ma mi ricordo e posso dire,--meglio i Russi, i Croati e gli Ottentoti, di un governo di pitocconi!...
--Brava Donna Lucrezia!... e i più pitocchi, sono i milionari!...
Ma la collera di Donna Lucrezia non si sfogava abbastanza cogli epiteti ingiuriosi, e un giorno, conversando col suo nuovo _amigòn_, cominciò a profetare un cumulo di sventure sul capo di "quel mostro."
--Adesso trionfa il nobile-commendatore-portinaio, ma,--la gioia dei mortali,--caro Bepi,--è un fumo passeggier!--Alle mie supplicazioni, alle mie lettere, alle lettere di una Balladoro la quale oltre al resto, _nò fasso per dir_, ma sa scrivere con un _fiatin_ più di grammatica, non si è degnato nemmeno di rispondere.--_Lù!_...--e Donna Lucrezia cogli occhietti spelati fiammeggianti, curvandosi e allungandosi col braccio e l'indice teso pareva volesse trafiggere il Barbarò in effigie,--_lù!... quel... spion!... Lù_... che con un detto solo, potrei distruggere dalle fondamenta!... Lui, che dovrebbe tremare ad un mio cenno! Ma il giorno della _punizion_ sta per spuntare, caro Bepi, e deve essere un terremoto da far spavento!...
Il Micotti, approvando con cenni del capo e con sorrisi, soggiunse alla sua volta:--Già... con questo matrimonio, non s'è messo sulla buona strada per aver pace!
--Noe, noe, caro _Bepi_!... È uno _spropositon_ grosso come una casa!...--Ciò detto, Donna Lucrezia spalancò di più la bocca, alzò la faccia a guardare il soffitto, e poi fece un lungo starnuto che echeggiò nella stanza. Amante com'era della pulizia, si era raffreddata, lo avea detto poco prima al Micotti, a star tutta la mattina sguazzando nell'acqua fresca.
--Del resto,--continuò dopo un momento,--il vostro principale non lo fa per amore, ma per sfogare il suo _caprizio_, e soddisfare la sua _ambizion_. Una Collalto, una Castelnovo, una mia cugina, è sempre un gran partito anche senza dote, e in tal modo il signor Barbetta riesce a consolidare la sua nobiltà _taccada co la spuazza_! Ma allegri, Bepi, che quel... Bucefalo, non solo è come si dice _predestinato_, ma è anzi _anticipato_.--Sicuro; e parlo... perchè posso parlare: mia cugina, la futura madama Barbetta, avrebbe potuto aiutarmi presso _quel bell'amorin_ del suo sposo, e invece niente! dimenticandosi per altro che ho in mio potere tutti i suoi segreti. Già, in quel tempo, mi mettevo una mano sul _cuor_ e chiudevo un occhio: si sa bene, alla _passion_, tesoro mio, non si comanda. Ma adesso no, non la stimo più!... darsi in braccio per il solo interesse a quel satiro _impatinà_!
--Peu!--e Donna Lucrezia sputò per terra,--che schifezza!
--Ha una trentina di milioni...--osservò il Micotti con un ghignetto malizioso, che doveva aver imparato dal suo padrino.
--Una trentina di milioni!--strillò la vecchia indispettita;--non saranno tanti quanti dicono!... e poi, fossero anche, tutti i tesori di quel vecchio _bavoso, nò i me fa gola_, e lo posso dichiarare altamente, perchè il vostro principale aveva posto gli occhi anche sopra di me,--sicuro!--ma _mi, gnaffete_!--e così dicendo Donna Lucrezia, che si era messa la mano aperta col pollice sulla punta del naso, la richiuse agitando le dita in fretta.--_Mi nol me cuca_; e gli ho subito risposto che con tutti i suoi milioni mi faceva _angossa_!... Noe, noe, noe!... io non sono di buono stomaco come mia cugina!.. e poi, per piacere a me bisogna avere qualcosa qua dentro,--e si battè la fronte,--un _pocheto de talento_ insomma, se no,--no...--e _corocochè_!...
--Eh capperi, si sa bene: letterati e maestri!--esclamò Beppe Micotti e, tanto per ridere, fece l'atto di volerla abbracciare.
--Giù le mani!--esclamò la vecchia alzando l'indice minacciosamente. Ma fu un lampo solo di collera, che lasciò la nobile signora più affabile e più confidente.
--Dite un po', _vecio mio_, che cosa contate di fare quando avrete lasciato il servizio?...
--Eh!... Me ne andrò via da Milano.
--Oh _povareto_; me ne dispiace proprio tanto!
--Andrò a Napoli....
--Così _lontan_?--esclamò ancora flebilmente.
--Ho concorso all'appalto di un'esattoria.
Beppe Micotti diede quest'ultima notizia senza alcuna importanza, ma gli occhietti della vecchia tradirono di subito una viva inquietudine, e continuò per un poco a stringere e a muovere dentro la bocca chiusa le gengive vuote, prima di rispondere.--Ha concorso all'appalto di un'esattoria?--pensava fra sè;--e il danaro occorrente come lo aveva trovato?--che il Barbarò non voglia comparire nell'affare, e la collera e il disgusto non sia altro che una finta delle solite?--Allora ebbe paura di essersi spinta troppo oltre nel dir male del Barbetta; e infatti, in queste sue supposizioni, non era andata molto lungi dal vero.
Beppe Micotti non era stato allontanato dagli affari di casa Barbarò, ma soltanto da Milano e da Panigale, e ciò perchè il marchesino Stefano non avesse a incontrarsi col signor Serafino Bianchi.
--Oh si tratta di un affare da poco!--soggiungeva intanto Beppe Micotti, il quale aveva indovinato i timori della Balladoro.--Voglio rigirarmi il capitaletto lasciatomi dalla vecchia!...
La Veronica, appunto, era morta in quei giorni nella casa di salute dov'era stata ricoverata; ma Donna Lucrezia sapeva di sicuro che non avea lasciato nemmeno un soldo.
--Che imprudente!... Che stupida sono stata, a dir tanto male del Barbarò.--E continuava a masticare, inquieta e ansiosa di riparare all'errore commesso.
--Tuttavia mi piace d'esser sincera,--esclamò dopo un momento,--il commendator Pompeo in fin dei conti non è mio parente, e non ha nessun obbligo del sangue... e poi gli affari, la politica, la fabbrica di Panigale, la _deputazion_, il matrimonio!... ha tante cose per la testa, quel benedett'omo, che _se pol_ anche compatirlo, e _mi no ghe ne fasso_ una colpa _a lù_, ma alla Mary, a Giulio, ai miei due nipoti. Quei _do tosi_ gli ho nutriti, posso dirlo, coi mio sangue!... per educar la Mary, perchè _no' la mancasse de' gnente_, sono andata in collera anche col mio _barba_, Francesco Alamanni, che mi ha diseredata; per non abbandonarla, ho rifiutato, _un drio l'altro_, tutti i più splendidi partiti, perchè quando ero giovane, posso dirlo, facevo girar la testa a tutti quanti, e ho avuti conti, marchesi, e anche un principe rumeno, un bel pezzo d'omo che incantava, ma mi--gnente!--dura--_dighe de' no_, sempre _de' no_, e tutto per quella ingrata, al cui confronto, siamo giusti, Don Pompeo diventa bianco come un _colombin_!...
E così, infilata la strada, Donna Lucrezia durò ancora per un pezzo a scagionare il Barbarò di tutte le sue colpe, e a sfogarsi contro la Mary, e contro Giulio che non avevano cuore, tanto è vero--diceva,--che aveano lasciato morir d'inedia la povera Filomena, una santa donna, un portento di fedeltà e di pulizia, che lei aveva ceduto loro a _malincuor_, e che aveva amato quelle due creature come una madre _sviscerata_;--tanto è vero, che non si erano mai curati di sapere se Francesco Alamanni (sempre zio, in fin dei conti) era andato _a finir_ come Giona, in _panza_ a una balena;--tanto è vero che avevano dimenticato fino il nome degli Alamanni, non altro dediti che ai _lussi_, agli _spassi_, ai divertimenti, e a far la corte a Don Pompeo, per _cavàr bezzi_!
--Mah... il danaro!--il vile metallo! è proprio tutto al mondo!--esclamò sospirando, e poi, battendo forte colla mano sul cuore, concluse,--per chi, per altro, _no' ga de questo, e... corocochè_!
--Brava Donna Lucrezia! Evviva _el cuor_!--esclamò il Micotti rifacendola con una sghignazzata.
Tuttavia bisogna avvertire che Donna Lucrezia avea trasceso nelle sue accuse, e non poco. La povera Filomena non era morta d'inedia, ma di vecchiaia, e la Mary, dopo averla assistita colla tenerezza di una figliuola, le avea detto, chiudendole gli occhi con un bacio,--salutami la mamma!
Certo che col passare degli anni Giulio e la Mary si erano pienamente assuefatti a vivere della vita del babbo, e anche la Mary avea finito col portare la corona e il titolo di nobile di Panigale sui biglietti di visita, e lo stemma (le due teste di moro in campo rosso) sugli sportelli della carrozza. Al loro secondogenito avevano messo nome Pompeo, ma d'altra parte al cimitero era stato eretto un magnifico monumento in onore dell'Alamanni, colla seguente epigrafe:
A GIULIO ALAMANNI CHE D'ANIMO E D'ARDIMENTI ITALIANO IMPERANDO L'AUSTRIA DANNATO AL CAPESTRO EBBE GRAZIA SUL PALCO E MORÌ ALLO SPIELBERG IL XX APRILE MDCCCLIII LA FIGLIA MARIA ALAMANNI BARBARÒ NOBILE DI PANIGALE Q. M. P.
In quanto poi allo zio Francesco, non era loro colpa, se non ne avevano alcuna notizia: egli si teneva ostinatamente celato alla famiglia. Giulio aveva messo sossopra tutti i consolati dell'America, aveva fatto pratiche dappertutto, anche in Europa e a Londra specialmente, col mezzo del _Ministero degli Esteri_, ma sempre senza alcun effetto. Forse le loro pratiche avrebbero sortito un miglior esito, se fatte più vicino; forse dal Carpani, che invitato da Marco Minghetti e da Quintino Sella era andato a Roma, a scrivere in un giornale di opposizione, ne avrebbero potuto saper qualche cosa.
Il vecchio giornalista, sebbene potesse vantare l'amicizia e la stima dei più illustri uomini del partito, lavorava assai, ma guadagnava appena di che vivere, specialmente a Roma dove tutto costava caro. Nè col suo carattere indipendente, nè colla sua modestia piena di fierezza egli avrebbe voluto arricchire colla penna. Nicomede Carpani non lavorava per sè, lavorava per il paese: era un combattente: a Roma, abitava in una piccionaia più meschina ancora della cameretta di Milano, sul _Corso Garibaldi_, e i suoi pasti li faceva in una _Fiaschetteria_ del ponte a Ripetta.... E colà appunto egli notò, fin dai primi giorni, una figura strana d'uomo, che gli fece molta impressione... e non era altro che un venditore di giornali. Assai vecchio, alto della persona, col viso smunto, macilento, colla lunga barba di un bianco giallognolo, coperto da un cappellaccio stinto indurito dall'unto e dalla pioggia, e da una giacchettina di tela logora, stretta stretta, sempre abbottonata e col collo alzato per nascondere la mancanza delle camicia, mentre le braccia rosse, irrigidite dal freddo, uscivan nude fin quasi al gomito dalle maniche cortissime: si era nel cuore dell'inverno, e anche a Roma non faceva caldo.
Pure quella miseria non era volgare: incuteva alle anime buone un senso di pietà e di simpatia.
--Oh, guarda, che bel tipo di Belisario!--mormorò il Carpani fissandolo; poi soggiunse mentalmente--eppure devo averlo già veduto; ma dove?...
Il vecchio attraversava la _Fiaschetteria_, senza mai gridare il nome dei giornali, senza offrirli a nessuno. Soltanto alle sue pratiche solite, metteva il giornale piegato sulla tavola, dinanzi al piatto, dopo essersi toccato appena il cappello colla mano, e aspettava il soldo, fermo, muto, impassibile. Gli altri, se volevan il giornale, lo dovevano chiamare; e il Carpani in fatti, una sera lo chiamò: in quei giorni, in occasione delle cerimonie e dei ricevimenti del Santo Natale, c'era stata una fiera enciclica del Papa contro l'Italia, e il Carpani voleva leggerla per intero. Gli avevano detto che sarebbe uscita sull'_Osservatore Romano_, e domandò appunto l'_Osservatore_.
Il vecchio, che si era fermato dinanzi al Carpani, sentendosi domandare la gazzetta clericale ebbe un moto di collera, e fissando il Carpani cogli occhi lampeggianti, mormorò:
--_Canaglia... i preti!_...--e se ne andò.
Il Carpani rimase attonito, ma tutti gli altri che erano nella _Fiaschetteria_ si misero a ridere, e gli spiegarono che il venditore di giornali era matto, e che la sua manìa era di non voler vendere altro che giornali radicali, il _Dovere_, la _Capitale_, la _Lega della Democrazia_; essi poi, quando volevan divertirsi, gli domandavano qualche giornale clericale o qualche giornale tedesco, e allora, secondo le lune, o scappava via, come aveva fatto quel giorno, oppure andava in furia e faceva tanto baccano che i camerieri eran costretti a cacciarlo fuori.
--È Romano?--domandò ancora il Carpani.
--No... almeno non parla romano.
--È qui da parecchio tempo?
--C'è da un pezzetto; ma di giorno non si vede mai; esce appena la sera, fa il suo giro, in due o tre locande come questa, poi, dove vada a nascondersi, non si sa.
Il Carpani non domandò più altro; ma il giorno dopo, quando vide entrare Belisario (anche alla _Fiaschetteria_ gli avevan dato quel nome) lo chiamò, e gli domandò la _Lega della democrazia_.
--Sai, non amo i preti nemmeno io,--gli disse a mezza voce.
L'altro non rispose niente; aspettava il soldo muto, impassibile; soltanto avvicinò la mano che aveva libera dai giornali alla bocca, e ci soffiò sopra per sdiacciarla.
--Sei sempre stato a Roma?
--Sempre!...--rispose il vecchio stizzosamente.
L'altro gli diede il soldo continuando a guardarlo; ma, in quel punto, gli avventori, che ricordavan la scena del giorno innanzi, vollero dare spettacolo al Carpani, e cominciarono a chiamare il vecchio da una tavola all'altra:--Ohi, Belisario, dammi l'_Osservatore Cattolico_!... Belisario, dammi la _Presse_ di Vienna!... l'_Allgemeine Zeitung_!
Il vecchio s'irritò, montò in furore, coprì d'insolenze tutta quella gente, piangendo di rabbia, mentre i camerieri lo cacciavan fuori, e gli altri continuavano a ridere a crepapelle, gridandogli dietro per far chiasso, evviva i preti! evviva i Tedeschi!
--Canaglia!--urlò il vecchio sulla porta, preso a spintoni fra i camerieri,--canaglia! canaglia!--Ma un colpo più forte lo mandò a ruzzolare in mezzo al fango della strada, sotto la pioggia che cadeva a rovescio, e una raffica di vento gli sparpagliò lontano tutti i giornali.
La scena aveva disgustato tanto il Carpani, che il giorno dopo scelse un'altra trattoria dove andar a mangiare, e in breve dimenticò il povero matto della _Fiaschetteria_ al ponte di Ripetta.
XVI.
Le nozze del deputato Barbarò di Panigale, riuscirono magnifiche oltre ogni dire. Il Sindaco in persona, colla sua bella fusciacca e col suo più amabile sorriso, unì civilmente gli sposi, e l'Arcivescovo stesso accettò volentieri di celebrare il matrimonio religioso nella cappella del palazzo nuovamente acquistato dal Barbarò, e appartenuto già all'antichissima casa dei Visconti Bescapè. Il marchese di Rho era il padrino dello sposo, e il marchese di Collalto quello della sposa, la quale fu poi accompagnata in Municipio e assistita, durante la cerimonia religiosa, dalla Mary, la sua dolce amica d'un tempo, che stava adesso per diventar quasi una sua figliuola. La marchesa, colla persona smagrita e incurvata, cogli occhi neri sbattuti, che spiccavano maggiormente sul viso pallido, pareva uscita allora da una gran malattia, sebbene non avesse avuto neanche un giorno di letto. Invece la Mary si era fatta ancora più bella e fiorente; la sua figura aveva acquistato un'aria matronale, una voce più rotonda, modi più risoluti. Quella mattina era poi vestita assai semplicemente, e sembrava anche più giovane: non portava gioielli, ma sul petto aveva appuntato il velo del cappellino, come si usava allora, con una piccola miniatura legata in oro e contornata di grossi brillanti. La miniatura era ancora quella della mamma; invece la montatura era nuova. Stavale dietro, mangiandola cogli occhi, il buon Giulietto Barbarò, un po' impacciato colla sua persona mingherlina, mentre essa dava il braccio a Stefano di Collalto, che per l'occasione pareva diventato più miope e più sottile del solito. Per seguire la moda fino all'ultimo, oltre al gestire e al camminare all'inglese, metteva l'accento inglese anche nelle pochissime parole che diceva. Ma seriissimo e impassibile fuori, dentro di sè era gongolante di quelle nozze: aveva sei cavalli in scuderia, i più belli del reggimento, e, per gratitudine, aveva già cominciato a chiamar _papà_ don Pompeo di Panigale. La calca dei curiosi fuori del Municipio, e alla porta del palazzo era stata enorme. A dar poi anche più lustro a quelle nozze, il Re, che non si era dimenticato di essere stato ospite del deputato Barbarò, mandò a regalare alla sposa uno splendido braccialetto: dono veramente reale. Pompeo Barbarò, che per sua soddisfazione lo avea fatto stimare segretamente dal proprio orefice, ci aveva riscontrato più di quindicimila lire soltanto in pietre preziose.
Alla colazione che precedette la partenza degli sposi per il viaggio di nozze, oltre a tutti gli amici, i migliori del bel mondo, oltre al sindaco, al prefetto, a un paio di generali, e ad una mezza dozzina tra deputati e senatori, c'era pure il marchese Brancaccio, presidente del Luogo Pio dei _Sordo-Muti_, l'avvocato Terzi, presidente dell'Ospizio di Santa Maria Segreta, e il cavalier Marnulfi, presidente della _Congregazione di Carità_...: insomma una rappresentanza di tutti i vari luoghi pii milanesi, ai quali il Barbarò nell'occasione del suo matrimonio aveva regalato, complessivamente, la cospicua somma di cinquecento mila lire. Splendida elargizione, che gli procurò lodi universali colla proposta di una medaglia d'oro, da conferirgli al suo ritorno, mentre lo Zodenigo gli telegrafava il proprio plauso da Civitavecchia, con una solo parola: _Egregiamente_.
C'era stata anche donna Lucrezia al matrimonio, ma giù in strada, dinanzi al Municipio, confusa tra la folla che brulicava in mezzo alle carrozze. La Balladoro aveva scritto di suo pugno prima all'Angelica, poi alla Mary e a quel _pandòlo_ di Giulio, e in fine allo stesso Barbarò, significandogli, _in anticipazion_, che sarebbe rimasta molto offesa e mortificata se non l'avessero compresa nella lista degli invitati, tanto più che una Balladoro (di quei veri di Venezia) poteva anche essere invitata a corte senza svergognar nessuno. "Ma per via dell'ingratitudine della quale si vedeva ognora corrisposta da tutti quanti, aveva pensato, caso mai, di prevenire lo smacco, non maravigliandosi più di niente!"
Il Barbarò, invece di rispondere, le mandò un suo ragioniere con un biglietto da mille lire, e coll'incarico di farle intendere che, quanto all'ingratitudine, non aveva ragione di lamentarsi, perchè viveva, e viveva bene, colle elargizioni di donna Mary, la quale, non avendo un soldo, era sempre lui che pagava; e circa poi all'invito, doveva capire una volta per sempre, che Don Pompeo avrebbe continuato a chiudere un occhio su ciò che faceva sua nuora, purchè la signora Balladoro se ne stesse tranquilla e sopratutto in disparte.
Donna Lucrezia strepitò, pianse, parlò di ricorrere ai tribunali, ma alla fine prese le mille lire facendosi promettere dal ragioniere che sarebbe ritornato da lei un altro giorno, con più comodo, perchè aveva bisogno di sfogarsi, di aprirgli tutto il suor _cuor_, di esporgli tutte le enormi ingiustizie delle quali era "vittima giornaliera" per parte della Mary, dell'Angelica, di quel _pandòlo_ del signor Giulio, ed anche del commendatore, quantunque _omo de gran talento_, ma messo su, contro di lei, da quel birbante dello Zodenigo. Il ragioniere non era più ritornato, ma Donna Lucrezia non avea potuto resistere, era andata al Municipio, il giorno delle nozze, contentandosi, per non dar nell'occhio al Barbarò e non disgustarlo, di rimaner fuori in istrada, a vedere, e a far sapere alla gente che la marchesa Angelica, la sposa, era sua cugina, come marchesa di Collalto e come contessa di Castelnovo, per cui quel gran milionario del commendator Barbarò di Panigale, veniva a essere da quel giorno in poi, suo cugino _anca lù_, e in primissimo grado.