I Barbarò: Le lagrime del prossimo. vol. 2
Part 2
--La prima volta che mi ha scritto, dopo di essere stato ammalato, e gravemente.
--Ma come?... Ti ha scritto ancora?
--Sempre, zio.
--Se credevo tutto finito fra voi due?
--No, zio.
--Dunque le tue promesse....
--Io ti ho obbedito, ma non ho promesso nulla. In casa del signor Pompeo non ci devo andare, nè ci andrò. Noi vivremo del nostro lavoro colla zia e con te... se vorrai.
Ci fu un altro po' di silenzio: poi l'Alamanni mormorò, crollando il capo e sospirando:
--Ed io, povero illuso, che ti credevo guarita....
--No, zio,--rispose la fanciulla sorridendo;--ammalata... peggio di prima.
L'Alamanni, cupo, imbronciato, non disse più una parola e si ritirò nella sua camera prima del solito, senza nemmeno abbracciare la Mary, come faceva sempre ogni sera.
Passeggiò su e giù per un'ora, e a mano a mano il dolore vinceva la collera. In fine si confortò un poco pensando che la battaglia non era ancora perduta, che aveva quasi due anni di tempo dinanzi a sè, e che certo, per quanto dipendeva da lui, non avrebbe mai avuto il rimorso di aver ceduto d'un punto. Occorrendo avrebbe anche trovato il modo di dare una buona lezione al signorino!
Intanto, era ciò che più premeva per il momento, voleva continuare a tenere la Mary a Nizza... lontana dalle chiacchiere di Donna Lucrezia che le facevano perdere il cervello... e lontana, specialmente, da Giulio Barbarò.
--Che coraggio, per altro, in quella ragazza! E quanta fermezza!
Poi, prima di andare a letto, pensò di scrivere appunto alla Balladoro, lagnandosi anche con lei per quanto era accaduto, e ingiungendole d'imporre in suo nome, al signor Giulio Barbarò, di tralasciare immediatamente di corrispondere anche per lettera, colla signorina Alamanni.
Bisognava tentare ogni via per dividerli quei due ragazzi, e per fare in modo che finissero col dimenticarsi.
Mentre l'Alamanni scriveva a Donna Lucrezia era tutto quiete e silenzio, dentro e fuori della piccola casetta. Solamente fra mezzo al gorgoglìo incessante delle onde del mare si udiva ancora, a volte vicino vicino, a volte più lontano, lo stridore del ferro di un bastone che strisciava sul lastrico della strada... e c'era sempre lume alla finestra della Mary.
II.
Il giornale _Il Moderatore_ aveva già cominciato, in breve tempo, a diffondersi e ad accreditarsi, e il merito di questo buon successo spettava in parte anche al professore Eugenio Zodenigo che, caso raro, era un uomo saggio e fortunato. In fatti, se la fortuna, più che altro, lo aveva messo a capo di un giornale, vi rimase poi, acquistando ogni giorno maggiore autorità per solo merito della propria prudenza.
Col trascorrere degli anni, mentre si inaridiva nel professore Eugenio la fonte poetica, due altre fonti invece, e assai più proficue, cominciarono a scaturire nel suo individuo: quella dell'agitatore elettorale, e l'altra del buon _amministratore_.... cioè di colui che per fas o per nefas riesce sempre a trovar danari quando gli abbisognano.
Ora, appunto come agitatore elettorale, egli aveva contribuito efficacemente alla rielezione dell'onorevole Silvio Caldarelli, uno dei comproprietari del giornale _Il Rinnovamento_, in cui lo Zodenigo era scrittore per la parte letteraria, e cronista. Tale rielezione pareva in sulle prime assai pericolante, per ciò il Caldarelli non solo fu grato al Professore del servizio prestatogli, ma lo prese a ben volere e quando, in seguito ad alcune divergenze nelle opinioni politiche, il Caldarelli uscì dal _Rinnovamento_ per fondare il _Moderatore_, chiamò presso di sè lo Zodenigo, e lo fece amministratore di fatto e direttore di nome del nuovo giornale.
Silvio Caldarelli era uno degli uomini più onesti e simpatici della vecchia Destra; uno di coloro che avrebbero potuto far valere, e non avevan fatto valer mai, tutta una vita spesa in pro del proprio paese. Ma fra molte doti singolari c'era in lui anche un grosso difetto: il _codino_ dell'oggi conservava, come Francesco Alamanni, la buona fede, l'ingenuità, gli entusiasmi dell'antico _mazziniano_. Pessimista in teoria, era ottimista nella vita pratica, e tutti gli altri giudicava da sè stesso... compreso lo Zodenigo.
Tuttavia, col tempo, e specialmente dopo certi elogi del signor Barbarò apparsi nel _Moderatore_, il brav'uomo cominciava a modificare un poco la propria opinione sul conto del Professore... quando, improvvisamente, morì a Roma di tifo, e così il giornale restò in piena balìa dello Zodenigo che lo fece uscire per tre giorni listato di nero, e che cominciando a mostrare la sua abilità di buon _amministratore_, mentre il cadavere era ancor caldo, e la commozione degli amici più viva, raccolse alcune migliaia di lire per pagare certi debiti del _Moderatore_ di cui nessuno prima d'allora aveva mai sentito parlare, e che Silvio Caldarelli, sebbene fosse morto, com'era sempre vissuto, poverissimo, non si era mai sognato di fare.
Eugenio Zodenigo aveva subito compreso che il _Moderatore_ poteva diventare nelle sue mani una fattoria e che il Caldarelli morto gli poteva giovare fors'anche più che vivo. Per ciò si pose con grande impegno a sostenere la parte dell'amico e del discepolo dell'illustre defunto, pretendendo di aver diritto alla proprietà del giornale, come alla eredità politica e morale del _compianto_ fondatore. Ma (e qui mostrò la sua saggezza) diventato proprietario e direttore assoluto del _Moderatore_, lo Zodenigo continuò a lavorare molto nell'amministrazione e pochissimo nel giornale, dove di suo pubblicava solo di tanto in tanto, nei periodi delle elezioni politiche ed amministrative, alcuni brevi e succosi articoletti, dalla punta avvelenata, di cui egli aveva la specialità. Del resto se non scriveva nel giornale lo leggeva però sempre, e tutto, attentamente, per assicurarsi che non contenesse nulla che potesse urtare contro gli interessi dell'_amministrazione_, sopprimendo qua e là qualche aggettivo, aggiungendo all'occorrenza qualche elogio o qualche biasimo, accorciando o arrotondando qualche periodo. Chi scriveva da capo a fondo, chi faceva tutto il _Moderatore_, versandovi la parte migliore del suo sangue sano e rigoglioso, era il dottor Nicomede Carpani, il _redattore-capo_; uno di quegli uomini rari che intendono il giornalismo davvero come un sacerdozio, e che al trionfo dei principii e degli ideali sacrificano interamente la propria persona, nulla domandando, nulla volendo per sè.
E anche Nicomede Carpani, con tutto il suo ingegno e la sua scienza, era un uomo di ingenua buona fede. Sempre sprofondato nel lavoro, colla vita esteriore limitata al pezzo di strada che faceva due volte al giorno dall'ufficio del _Moderatore_ alla sua cameretta al quarto piano del _Corso Garibaldi_, non aveva nè tempo nè modo di fermarsi a osservare e a studiare chi lo toccava più da vicino. Egli che conosceva a fondo la mente, la vita, il valore di tutti gli uomini politici più notevoli, non conosceva ancora lo Zodenigo, il suo direttore. Sapeva bene che era un uomo più di apparenza che di sostanza, ma lo reputava un galantuomo dal momento che era stato l'amico del "compianto Caldarelli." Riconosceva che possedeva in sommo grado il tatto e il sussiego dell'uomo politico, e ciò pensava che tornasse utile al giornale e conveniente al partito; onde lo serviva sgobbando in vece sua, giorno e notte, e gli dava autorità e riputazione col proprio lavoro, vivendo miseramente col magro stipendio che riceveva a spizzico, mal vestito, mal nutrito, facendo colazione sul tavolino dell'ufficio, fra le bozze da correggere, soltanto con un pezzo di pane e una fetta di salame, mentre il direttore stava due ore al _Caffè Cova_ a rinforzarsi lo stomaco con buoni _beefsteaks à la Chateaubriand_, e a godersi l'ammirazione e il rispetto della gente dabbene.
Però ben presto, quantunque il _Moderatore_ continuasse a prosperare, lo Zodenigo invece, appunto per la vita da signore che menava, e per le spese proprie del giornale, tornò a trovarsi colla cassa vuota. Appena morto Silvio Caldarelli egli aveva chiamato a raccolta gli uomini del partito, formandone una società di azionisti, la quale aveva versata una certa somma che secondo i preventivi doveva assicurare la vita al giornale almeno per tre anni... Ma invece, come quasi sempre succede in simili casi, tutto il capitale era già sfumato allo spirare del primo.
Che fare?... Lo Zodenigo tornò a picchiare alla porta dei soliti amici, e ricordando i meriti e le virtù del compianto Caldarelli, "il suo secondo padre, il suo maestro," domandò un nuovo versamento, "perchè il _Moderatore_, che poteva chiamarsi il suo testamento politico, che era uscito direttamente dal pensiero e dal cuore di _Lui_.... non dovesse sospendere, dopo tanti sacrifici, e dopo l'ottimo frutto ottenuto, le sue pubblicazioni." E a forza di chiacchiere, di promesse riuscì ancora a racimolare una discreta sommetta... ma appena sufficiente per i bisogni del momento, mentre nella testa del professore Eugenio andavano formandosi nuovi disegni di splendidi allettamenti e migliorie da introdursi nel giornale per invogliare il pubblico ad abbonarsi essendo prossima la fine dell'anno. E pensava di ampliare la tipografia, e avrebbe voluto acquistare una macchina celere di ultimo modello che, rendendo più sollecita e meno costosa la tiratura, gli dovesse assicurare un vantaggio notevole sopra gli altri giornali e un nuovo _slancio_ nella diffusione.
Allora pensò e ripensò al modo di trovare dell'altro danaro, molto danaro, tutto il danaro che ancora gli occorreva per il giornale e per sè; pensò, ripensò, e più volte, sebbene crollando il capo, mormorò il nome di Pompeo Barbarò.
"Ah, se avesse potuto ficcar le mani nella cassa forte del neo cavaliere!"
Ma quel villan rifatto, colle cambiali sue che aveva in portafoglio, e che ormai coll'aumento continuo dei frutti e delle spese di rinnovazione, rappresentavano una somma considerevole, pretendeva che il _Moderatore_ gli facesse la _réclame_ a ufo, senza nè manco pagare l'abbonamento!... Eppure che colpo da maestro, sarebbe stato... cavargli fuori le cambialette e fargli snocciolare anche i bei marenghi per la macchina celere!... Che colpo da maestro sarebbe stato avere i danari, e insieme vendicarsi di quell'avaraccio tirchio e indelicato!
Ma come fare?... Se il Barbarò non aveva la scienza infusa, era per altro astuto e furbo più del diavolo.... Attaccato al danaro non si sarebbe indotto a spendere nemmeno per la lusinga d'essere creato... commendatore!... Poi gli era andato bene il tiro colla _Banca degl'Interessi Lombardi Provinciali_, e sebbene, in fin dei conti, non avesse fatto altro che un buon affare per lui, guadagnava terreno ogni giorno nell'opinione pubblica, e del _Moderatore_, quasi, poteva infischiarsene.... Lo avevano nominato consigliere alla _Banca Popolare_, membro della _Congregazione di Carità_... Presidente del Comitato Promotore per le _Case operaie_ e...
"Ma appunto," pensò d'un tratto lo Zodenigo picchiandosi la fronte colle dita, "se giovandosi del vento medesimo che il signor _Cavalice_ aveva in poppa egli lo avesse saputo spingere in sulle secche... e gli fosse occorso l'aiuto del giornale per rimettersi a galla?"
".... Ma in che modo si poteva?... In che modo?... Per Dio, non ci sarebbe stato altro che fare col suo nome una grande campagna elettorale: portare il Barbarò candidato alla Deputazione!..."
A questo punto il professore Zodenigo sorrise seco stesso della propria idea, ma poi, subito, borbottò con un'alzata di spalle:--E perchè no?... Se ne son visti di più asini, di più ignoranti assai... e di egualmente bricconi!... In fine poi, il cavalier Barbarò è un uomo serio, positivo, un uomo pratico... un eccellente amministratore.... Suo figlio è stato con Garibaldi in Tirolo... Il _Moderatore_ può ignorare benissimo il suo passato, e proporlo candidato e sostenerlo in buona fede... Poi, nel calore della polemica, se gli avversari susciteranno qualche scandalo bisognerà difenderlo per l'onore del partito... ma intanto l'_orang-outang_ sarà nelle mie mani.... E, per Dio, la pagherà salata la deputazione!
Del resto la prima idea della candidatura Barbarò non era venuta in mente del tutto a caso al professore Eugenio. In quel tempo, per l'appunto, il deputato del collegio di Panigale era stato compreso in una infornata di senatori; il collegio, in conseguenza, dichiarato vacante, e le nuove elezioni indette per il diciotto del prossimo mese di gennaio. Si era allora alla fine di dicembre; lo Zodenigo non aveva dunque che una ventina di giorni, all'incirca, dinanzi a sè, e urgeva non perdere tempo. Indossò l'abito nero, quello proprio di parata più lungo e più abbottonato degli altri, mise un cappello a tuba nuovissimo, che splendeva al sole, e dopo aver fatto colazione al _Caffè Cova_, come al solito, ma più del solito serbando fra gli ammiratori suoi che gli facevano corona durante il pasto, il grave silenzio _monosillàbico_ dei momenti solenni, ordinò un _brum_ con voce forte, e si fece condurre dal cavalier Barbarò.
Pompeo, che anch'egli aveva appena finito di far colazione, lo ricevette colla sua cordialità sforzata e chiassosamente volgare; ma siccome non ignorava le visite fatte in que' giorni dal Professore agli azionisti credette, a buon conto, di parare la stoccata assicurandolo subito "che le cambiali in scadenza colla fine dell'anno sarebbero state ugualmente rinnovate per quanto il momento fosse piuttosto critico... " Ma lo Zodenigo, a tanta generosità, rispose appena con un sorriso a fior di labbra e con un cenno del capo quasi più di protezione che di ringraziamento.
--Diavolo,--pensò Pompeo fra sè,--che cosa c'è di nuovo?--e cominciò a provare un po' d'inquietudine.
--Ho sentito che il _Moderatore_,--disse poi per tastare il terreno,--promette di diventar un affar d'oro per il nostro illustre direttore: bravo!... bravo!... bravo!...--E siccome tutti e due erano seduti l'uno accanto all'altro, sul canapè, così il Barbarò ad ogni "bravo" battè col palmo della mano, per dar maggior forza all'entusiasmo, sulle ginocchia dello Zodenigo. Questi rimase un momento senza rispondere, poi stirandosi sul canapè e abbassando le palpebre con una cert'aria di mezzo tra il diplomatico e l'addormentato:--D'_oo_ no--soggiunse--perchè un giornale in Italia non potrà mai essere un _afface_; ma si è raggiunto il nostro scopo e ormai il _Moderatore_ ha guadagnato il suo posto ed è una forza. Tuttavia--continuò dopo una breve pausa--devo dire a _onooe_ del vero che gli azionisti non hanno mai indietreggiato dinanzi ai più gravi sacrifici, e anche in questi giorni hanno versato la somma che ci occorreva per metterci in grado di vincere le varie concorrenze e poter entrare fidenti e sicuri nel nostro secondo anno di vita. Insomma anche dal lato pecuniario lo stato del _Moderatoee_ non potrebbe essere _migliooe_.
Una tale e così esplicita dichiarazione, che avrebbe rassicurato chiunque, rese invece maggiormente inquieto e sospeso il Barbarò, che non potè trattenersi dal lanciare un'occhiata alla sfuggita sul suo compagno.
--Dove diamine vuol andare a parare....--pensò tra sè.
Ma lo Zodenigo si mostrava imperturbabile. Sdraiato, colle braccia stese sui guanciali del canapè, cogli occhi semichiusi, soffiava un poco, perchè cominciava a ingrassare. Adesso ch'egli non scriveva più versi aveva rinunciato alla zazzera, al ricciolo alla rubacuori, ed anche all'etisia.
Ci fu un'altra pausa ancora più lunga delle precedenti: Pompeo Barbarò, oltre all'essere inquieto, cominciava a sentirsi anche un po' seccato da quel gran sussiego.
--In fine--ripigliò sdraiandosi alla sua volta e ficcandosi le mani in tasca--si può sapere lo scopo di questa vostra visita?
L'altro aprì gli occhi, fissò Pompeo sorridendo con astuzia, e battendogli, a sua volta, confidenzialmente sulle ginocchia, gli domandò avvicinandosi:
--Vi sentite l'animo di _faae_ un gran colpo?
--Fare un gran colpo?... Che colpo?... Di che genere?... Non vi capisco!
--Un colpo tale da soddisfare pienamente la vostra legittima ambizione.
Pompeo indovinò che cosa lo Zodenigo gli stava per proporre: ebbe un guizzo di foco negli occhietti furbi, arrossì, si confuse; ma fu un attimo, riprese subito il suo sangue freddo e cominciò a fare lo svogliato.
--Caro Professore, vi prego, innanzi tutto, di non venire a rompermi le scatole!... Io amo la mia quiete, la mia pace. Sapete pure che io sono un uomo d'affari; nient'altro che un uomo d'affari; e come tale la mia ambizione ormai è soddisfatta.... il mio fine è raggiunto.
--_Excelsioor_... _Excelsioor_... caro cavaliere!
--Andiamo, parlate chiaro: fuori la bomba!
L'altro continuò a sorridere e ritornò a sdraiarsi sul canapè, a chiuder gli occhi e a soffiare.
--Avanti!... Sentiamo!
--Sapete che il collegio di Panigale è vacante?
--Sì... ebbene....
--Ebbene.... Abbiamo pensato a voi.
--A me?... Per che cosa?
--Accettate?
--Ma che cosa?
--La _candidatuua_.
--La candidatura!--esclamò Pompeo scattando in piedi e fingendo la più alta meraviglia.--Siete matto?
--No, niente affattissimo.
--La candidatura... a me?!
--A voi, appunto. Siete il più ricco possidente di Panigale; avete in mano vostra il collegio... dovete rendere questo _seevizio_ al paese... al _paatito_.
Il Barbarò dal primo stupore passò alla collera... quindi si calmò un poco, esponendo i grandi, gl'insormontabili ostacoli che si sarebbero opposti alla riuscita della sua elezione; ma vedendo che l'altro continuava a sorridere e a soffiare cogli occhi chiusi, senza ribattere quelle difficoltà, gli si sedette nuovamente accanto sul canapè e cominciò lui medesimo a trovare talune circostanze in favore: " ...certo che a Panigale aveva molto credito... certo che avrebbe potuto disporre di un buon numero di voti... " ma lo Zodenigo rimaneva sempre impassibile.
--Infine parlate una buona volta!... Sentiamo!--esclamò il Barbarò perdendo la pazienza--da chi sarei presentato, portato, appoggiato?
--Da noi.--Lo Zodenigo, a questo punto, aprì del tutto gli occhi e fissò serio Pompeo Barbarò.
--Adagio... adagio.... Bisogna andar adagio.... Non sono cose da risolvere così su due piedi, colla fretta!
Il Barbarò era doppiamente spaventato: spaventato dalla proposta medesima; spaventato dalla paura di lasciarsela scappare.
Deputato!.. Era un bel salto davvero!... Lusinghiero per la sua ambizione; ottimo per l'andamento de' suoi affari. Ma... se invece fosse andato a mettersi in un ginepraio... per avere il gusto di fare un fiasco? Se... No, no, non ci voleva fretta. Bisognava andare adagio, molto adagio!
Invece lo Zodenigo dichiarò esplicitamente che non c'era proprio tempo da perdere, e che per riuscire si doveva aprir subito il fuoco finchè il nemico non si era ancora _peepaato_. Del rimanente egli aveva pensato al suo nome per il collegio di Panigale, spinto da due motivi. Uno di sentimento: perchè il _Modeeatore_ doveva gran parte della sua fortuna al cavaliere Barbarò; l'altro, e non glielo voleva nascondere, per opportunità. Visto le aderenze e l'autorità e i molteplici interessi che rendevano onnipossente il cavalier Barbarò a Panigale, la vittoria sarebbe stata facile, e al _Moderatore_, per affermarsi stabilmente, occorreva appunto di ottenere il trionfo in una campagna elettorale.
--I giornalisti sono come i soldati: non si formano altro che alla _gueea_.
E tante ne disse e ne ripetè, sempre con un sorrisetto che significava lo sprezzo per gli altri e la sicurezza di sè medesimo; sempre con un'aria olimpicamente infallibile, che il Barbarò finì col maravigliarsi di una cosa sola: che non gli fosse venuto in mente anche prima, di farlo deputato.
--Ma... e il padre Cammaroto?--esclamò a un tratto il Barbarò tornando a mostrarsi inquieto.--Che contegno avrebbe tenuto il padre Cammaroto?
--Il Cammaroto è un mattoide: la gente di buon senso, le persone oneste, e aliene dagli scandali, lo hanno abbandonato: La _Colonna di fuoco_ ha _oomai_ fatto il suo tempo...--rispose lo Zodenigo chiudendo del tutto gli occhi e storcendo la bocca in atto di nausea.--È uno sconcio zibaldone senza misura, senza stile, senza _gaammatica_.
La _Colonna di fuoco_ era un giornale politico che si pubblicava allora a Milano, diretto da un ex frate catanese: Salvatore Cammaroto.
Al primo momento Pompeo Barbarò, sedotto dall'idea della deputazione, aveva obliato il frate e il suo giornale, ma adesso invece, rammentandolo, stentava a rassicurarsi, e fissando lo Zodenigo mormorò, mentre impacciato intrecciava le dita grosse e nocchiute nel catenone d'oro:
--Capirete bene... non vorrei... non vorrei aver dispiaceri... ho molti nemici... troppi nemici.
--Tutta invidia...
--Sicuramente; ma intanto... riderebbero alle mie spalle. I Collalto, specialmente!... Adesso, sapete?... mi han messo contro anche quel vecchio gonzo dell'Alamanni. Se riusciranno a impedire il matrimonio sarà tanto di guadagnato per me e per Giulio, ma.... Ma pure, scommetterei, dev'essere stata la marchesa Angelica, istigata dal Capitano, che mi ha dipinto coi colori dell'orco allo zio Francesco!
--Quel _maachese_... quel _maachese_... non _muoee_ mai?
--Lo desiderano troppo, e ciò gli allunga la vita!--rispose il Barbarò con una sghignazzata.--Ma... ritornando alla _Colonna di fuoco_ vi confesso che... per le ragioni che v'ho detto e... in questo momento... mi fa... mi fa... mi fa paura!
Lo Zodenigo sorrise appena, sprezzantemente, senza scomporsi.
Salvatore Cammaroto, il direttore della _Colonna di fuoco_, era un uomo d'ingegno straordinario e di svariata coltura, ma al quale mancavan, per disgrazia sua... _due dita di criterio_, di quel certo criterio senza cui, a sentir la gente di buon senso, riescono vane tutte le più grandi virtù della mente e del cuore.
Da ragazzo era stato messo in un collegio presso Catania, diretto dai Padri Scolopi, e subito leggendo la vita di San Giuseppe Calasanzio si accese di un ardore tale per le pratiche religiose da sembrare certe volte un allucinato e da far temere anche per la sua salute. Poi, crescendo cogli anni, s'infervorò nello studio delle discipline religiose diventando un seguace ardentissimo della dottrina dei _Minoriti_, e però schierandosi fra gli avversari più acerrimi e più battaglieri della scuola teologica dei Domenicani, come se avesse in animo di rinnovare per proprio conto, in mezzo allo scetticismo e alla indifferenza del secolo decimonono, le dispute e le lotte accanite del medio evo. In fine quando i suoi parenti, che dopo essere stati edificati dalla pietà del fanciullo e inorgogliti dal sapere del giovinetto si preparavano a levarlo di collegio, egli dichiarò esplicitamente che si sentiva la vocazione, e che voleva farsi frate.
Frate, il padre Salvatore Cammaroto diventò presto popolare per la foga veemente e colorita delle sue prediche, e per la profonda carità del suo cuore e delle sue opere. Ma ben presto anche nell'interpretare, e specialmente nello spiegare i libri sacri, mise fuori il solito difetto; volle farsi rigido banditore della legge del Vangelo, e urtò contro gli interessi medesimi della Chiesa, suscitando un grosso scandalo, ond'ebbe a risentirsi un abate, appartenente ad un'illustre famiglia dell'aristocrazia romana, il quale non godeva fama di aborrire i piaceri e i beni terreni come il poverello d'Assisi.