I Barbarò: Le lagrime del prossimo. vol. 1

Part 26

Chapter 261,081 wordsPublic domain

--Ecco la risposta della _Banca Nazionale_,--esclamò il Presidente, lisciandosi la barba appuntata, colle dita tremanti.

Poco dopo infatti entrò nella stanza un impiegato che avvicinatosi al marchese di Rho, gli consegnò una lettera suggellata. Tutti gli azionisti si erano levati in piedi; fissavano tutti quella lettera, muti, palpitanti.... Il marchese di Rho ne aprì lentamente i suggelli, poi ebbe come un sobbalzo di tutta la persona, e mormorò, con voce fioca:

--La Banca Nazionale ha rifiutato lo sconto...--e si lasciò cadere accasciato, sulla poltrona. Gli azionisti, atterriti, si avvicinarono di colpo al banco della Presidenza, e nel medesimo tempo la folla, come se fosse stata spettatrice di quella scena, rinnovò ancora con più forza le grida e le minacce.

--Per Dio,--pensò Pompeo,--sono dieci i consiglieri dell'amministrazione,--che le loro firme, dal più al meno, non debbano valere centomila lire l'una? Allora si cacciò le dita nel goletto della camicia che stirò fortemente per poter parlare (soffocava) e balbettò pallido, colla fronte bagnata di sudore:

--Domando la parola!

I soci a questo punto si voltarono tutti ansiosi a guardarlo. Il momento era supremo; più che supremo, disperato, e bisognava accettare un buon consiglio da chiunque fosse dato. Il presidente impose silenzio e fe' segno al Barbarò che poteva parlare.

--La somma,--cominciò Pompeo,--la... somma... le ottocento... cinquanta... mila lire rifiutate dalla _Banca Nazionale_... posso... potrei... potrò... prestarle io... alla società!...

Ci fu per tutta la sala un mormorìo, un fremito prima di sorpresa, poi di maraviglia, in fine di contentezza, e i soci istintivamente si scostarono premurosi per lasciar posto di avvicinarsi al Barbarò, e per accoglierlo in mezzo a loro.

Il ghiaccio era rotto. L'interesse, i pericoli del momento facevano superare e vincere in un attimo le prevenzioni, le antipatie, le diffidenze, lo sprezzo, e l'omiciattolo trionfava.

--Non pongo altro che una condizione,--continuò Pompeo fatto ormai più sicuro.

Tutti lo guardarono ansiosamente, senza fiatare.

--Voglio far parte del Consiglio di Amministrazione per tutelare anche il mio interesse, insieme con quello della Banca.

--Ha ragione!... È troppo giusto!--si gridò subito da ogni parte, mentre il marchese di Rho, vinto, commosso da quell'atto apparentemente generoso, si alzò dalla poltrona esclamando:--Io rinuncio la Presidenza al signor Pompeo Barbarò, e propongo che venga eletto in vece mia, per acclamazione.

--No,--fu pronto allora a rispondere Pompeo,--metto pure l'altra condizione, che rimanga in carica, come presidente della Banca, il marchese di Rho!

Si poteva essere più abili? No certo; e Pompeo, mentre cogli occhietti scintillanti e gli zigomi rossi riceveva ringraziamenti e congratulazioni, pensò che avrebbe fatto maravigliare, colla sua grande diplomazia, lo stesso Zodenigo.

Bisognava pensare adesso a calmare il furore dei dimostranti e a scioglierli pacificamente, prima che accadessero più gravi disordini.

Il delegato, dinanzi al portone della Banca aveva già fatto sonare i tre squilli di tromba, ma la folla irritata strepitava sempre più forte, quando all'improvviso il marchese di Rho, spalancate le imposte di una finestra, annunziò alla moltitudine rumoreggiante, che la Banca era in istato di far fronte ai propri impegni, e che il giorno dopo, alle nove antimeridiane, sarebbero stati riaperti gli sportelli, come il solito, per il cambio dei biglietti.

Bastarono queste parole a mutare i fischi in evviva; evviva che ebbero un'eco nell'assemblea, ma diretti a Pompeo Barbarò, che per un momento ancora, vedendosi fatto segno a tante dimostrazioni di stima, domandò a sè stesso se non era andato troppo innanzi, se proprio non aveva commesso uno sproposito.

--No, no; tutto il merito stava solo nell'averle in cassa, le ottocentocinquantamila lire!

L'assemblea non si sciolse prima di aver stabilito le norme e i preliminari del prestito, e Pompeo Barbarò, che poche ore prima era entrato alla Banca solo, e si vedeva schivato da tutti, ne usciva a fianco del marchese di Rho e degli altri membri del Consiglio.

In istrada c'era ancora molta gente. Era stato riferito che quel riccone del Barbarò aveva prestato un milione alla _Banca degl'Interessi Lombardi Provinciali_, intimando "ai signori di non tradire il popolo" e volevano vederlo mentre sarebbe uscito, e infatti sulla porta del palazzo una frotta di monelli lo seguì, schiamazzando sempre, e lo accompagnò sino a casa. Là si formò di nuovo la folla dei curiosi, e mentre Pompeo stava per andare a letto, udì gridare il suo nome fra gli evviva.

--Che diavolo succede?--domandò al servitore, che entrava in quel momento, anche lui tutto stupito.

--C'è la strada piena di gente! Lo vogliono vedere alla finestra, gridano: Viva Pompeo Barbarò! Viva il figlio del popolo! Viva il salvatore della povera gente!...

--Dov'è Giulio? Chiama il signor Giulio!... Che venga anche lui, a sentire!--esclamò il Barbarò, mentre tornava a vestirsi in fretta, colle mani che gli tremavano per la commozione.

--Il signor Giulio non è ancora tornato a casa.

--Fuori Pompeo Barbarò!... Evviva Pompeo Barbarò!--continuavano a strillare le voci acute dei monelli.

--Bisognerebbe dar da bere a quella gente....

--Ci vorrebbe altro, signor padrone; gli bevono anche le botti!

--Allora no,--rispose Pompeo, avvicinandosi alla finestra. Vedendo rischiararsi i vetri, gli evviva al Barbarò raddoppiarono, e quando egli sporse il capo ringraziando, scoppiarono più fragorosi.

--Anche a me come a Garibaldi!--pensò nel richiudere le imposte; poi:--Speriamo almeno che mi lascieranno dormire!--borbottò sbuffando col servitore, fingendo di esser quasi seccato di tutte quelle feste.

Si spogliò in fretta, e si cacciò in letto; ma quantunque i dimostranti se ne fossero andati, egli stentò ad addormentarsi. Aveva addosso l'irrequietudine, la smania che dà la contentezza.

I biechi fantasmi della coscienza erano svaniti; Pompeo pensò allora che se aveva lavorato tutta la vita per farsi un patrimonio, sapeva poi anche impiegare le sue ricchezze pel bene pubblico... e si sentiva commuovere all'idea di essere un vero benefattore dell'umanità.

La mattina seguente sognava ancora di aver sposata la marchesa Angelica con ottocentocinquantamila lire di dote ereditate dallo zio Diego, e sognava pure che lo avevano nominato Direttore della Banca Nazionale, quando fu destato da Giulio, all'improvviso, che gli capitò in camera disperato, piangendo e singhiozzando.

Francesco Alamanni, dopo essere stato lungo tempo infermo nello Spedale militare d'Innsbruck, ritornato da pochi giorni a Milano, aveva la sera innanzi dichiarato alla Mary, che non avrebbe mai acconsentito al suo matrimonio col figlio di Pompeo Barbarò.

FINE DEL PRIMO VOLUME.

NOTE DEL TRASCRITTORE:

--Corretti gli ovvii errori tipografici e di punteggiatura.

--L'indice non è compreso nell'opera originale. Ne è stato prodotto ed aggiunto uno dal trascrittore.

--Gli apici sono stati resi con un accento circonflesso: parola^a indica la lettera a soprascritta.