Part 2
L'apostolo nel turbine s'infranse che a guerra eterna uomini e dèi trascina. Su lui la cortigiana sola pianse.
Dopo il festino.
È sazio, cupo, solo. Con la bruma del sonno una tristezza maliarda scende. L'ultima face par che arda sovra una bara: muor torbida e fuma.
S'accosta alla finestra. È l'alba. Guarda. Rinasce il mondo sempre? Si consuma la gioventù, la voluttà, la spuma della vita, e più nulla... Or che più tarda?
E lentamente una figura scialba ondula emersa da la nebbia rara. «Sempre più triste, a che, importuna, torni?
È troppo tardi per mutar miei giorni! è troppo tardi, o importuna e cara, che a notte affogo e che risorgi a l'alba!»
Nascita.
Sedeva nella stanza al buio fitto, raccapricciando. Or lento si conduce presso una porta, chiusa. Un fil di luce riga il suolo. S'appoggia immoto, ritto...
E, chiusi gli occhi, pur l'assedia un truce quadro e l'attesa come di un delitto. Un letto: un corpo umano v'è confitto... un uom dentro vi fruga e un ferro luce.
Oh dolce, dolce vittima! Oh dolore della carne che in dar la vita muore... Oh questo tempo oscuro ed infinito!
Si comprime le tempia arse... Un vagito? --«Aprite! Aprite!...»--Ecco: un viluppo informe ignudo strilla... Ella non sente. Dorme.
Il gorgo.
Una barca si move, e dietro un lume pallido: un'ombra su la prora china, scrutando fra le tenebre, trascina qualcosa, grave, dietro sè, nel fiume.
Lungi, presso la diga, ove le spume segnano un'ampia linea turchina un altro lume errante s'avvicina tremulo e cresce rosso tra le brume.
I pioppi, eretti verso il ciel notturno, contemplano la luna in cenerine nuvole declinante verso i greti.
Un motto breve passa, ed inquïeti errano i lumi ancora, e l'ombre, chine sul mistero del fiume taciturno.
Le zanzare.
Quando arrossano il mare i pigri soli tra cortine di sangue, alzi i tuoi lagni, piccola ombra assetata, da gli stagni sospingendo per l'aria umida i voli;
e vagolando sopra i grigi stuoli che la fame urge ed i padron grifagni, la febbre con le molli ali accompagni, dal padre suggi e inoculi a' figlioli.
Un contatto, un ronzio rapido, e punge l'esile avviso i cuor, come di lunge voci d'oblìo sovra le fronti oppresse.
E geme ognuna come se tenesse, piccola, un peso immane. Dentro d'esse l'Ospite, immensa come l'ombra, giunge.
Sull'altura di Greenwich.
Ancora v'è un paese ove il sol biondo dipinge inesauribili giardini? Qui tutto affoga dentro il fiato immondo che vomitan le gole dei camini.
Grandi antenne su plumbei bacini solcano un orizzonte senza fondo, ove s'ammucchia da tutti i confini la ricchezza e la schiavitù del mondo.
E in questo nembo i desiderî ladri s'azzuffano, ed in lor trame irretita la generosa Terra s'incatena.
Vivere è dunque sì tremenda pena? Ah se quest'è necessità di vita, inaridisca il grembo vostro, madri!
Patria.
Villaggio natìo.
Montanaro, casetta mia, com'eri piccola e triste, e n'ho triste la vita: ma come al mio pensiero era infinita la traccia, intorno a te, de' tuoi sentieri!
Poi città corsi, e vidi regni e imperi e agli occhi miei la terra è impiccolita: nessun mistero in essa più m'invita: triste pur questa casa, e io son quel d'ieri.
Or se rivolgo il viso al ciel notturno, quanto sei breve, terra, e come immenso, cielo, ove miro con impazïenza!
Ma come avvien ch'io palpiti non senza dolcezza, quando a te, villaggio, penso, ultimo albergo al mio cuor taciturno?
Circolo vitale.
Stanca, stanca è la vecchia Italia, tante vite nutriva e spesso vïolenti, e i figli ultimi, ad altre terre intenti, cura non hanno più della gestante.
Vive la nostra terra, se i fermenti l'avvolgano d'un'opera incessante: feconda sempre se animali e piante, nati da lei, vi tornino morenti.
Uopo è che scorra in onde armonïose nel corpo della terra genitrice il circolo perenne della vita...
Ah, quando l'uomo con facili dita emanerà la volontà felice e l'armonia su 'l moto e su le cose?
I dissodatori.
Lasciano a mille a mille l'alveare, come le pecchie van nell'afa estiva. Ove, che importa? ove si muoia o viva, dentro i navigli che son culle e bare.
Scendono a branchi: madri nella stiva covano bimbi e li addormenta il mare; vecchi sognano un novo focolare che scaldi lor la vita fuggitiva...
Tale, Italia, sei tu; lungo il tuo mare generi e culli un'inesausta prole e la spandi pel mondo come il grano.
Portatrice di pace ov'essa appare, la terra scopre le sue membra al sole, perchè il seme si levi e il fiore umano.
A uno straniero.
Non domandare, amico mio, qual gente tenga il paese delle belle forme. Il nostro genio in sale antiche dorme: n'assiste il sonno un popolo indolente.
Mentre dai monti al mar corron le torme a depredare il bel retaggio intente, su la terra che cela il sogno ardente dei padri monta un incubo deforme.
Tra le case senz'anima e le strade senza faccia, nei nuovi simulacri pur la materia umilïata appare.
O popolo, tu spazza le contrade d'Italia, e quest'obbrobrïo i lavacri d'Appennino e dell'Alpi urgano al mare!
Al popolo d'Italia.
I.
Mentre i tuoi primi nati aprono l'ale verso terre che arridono più liete di premî e d'opre e dentro il suol natale il vecchio padre semina e non miete,
popol di vecchi e di fanciulli, quale nuova ricerca t'anima? qual sete d'esperïenze? E quando l'ideale è prossimo, ti volgi ad altre mète.
Giunto ieri fra' nuovi popoli, oltre guardi, oltre corri con crescente affanno, l'altrui vedendo più che 'l tuo dolore...
T'assistan vigilanti nella coltre del suolo sacro i padri: essi ben sanno che il destino t'elesse iniziatore.
II.
Iniziatore t'elesse il destino che modellò, divelto da l'ardente Africa, e offrì, desìo de l'Occidente, questo pensile in mare arco Appennino.
Del suol benigno e dell'aer marino foggiò la saggia armonïosa gente che a l'antica Eüropa e a la recente infuse il chiaro spirito latino.
E volle che splendesse da le belle città, maestra nel crear la mano, luce il pensier, musica l'idïoma;
e radïassi fra le tue sorelle, tu che vedi passar, cozzanti invano contro di te, uomini e numi, Roma.
L'appello.
Cui mundus est patria.
BRUNO.
Il profugo sostò presso il confine ond'uscì giovinetto a le venture. Ecco le verdi valli e le pianure digradanti co' fiumi a le marine.
Terra, che nutri primogeniture invide, trafficanti, fra meschine trame di guerre e paci, le rovine sacre delle paterne sepolture!
Chi chiama? Àrmano a guardia degli scrigni popolo contro popolo i mercanti. «A l'armi!» urla un lor capo tremebondo.
--A le vanghe, a le macchine, a gli ordigni trasmutatori della vita, o erranti italïoti ai quali patria è il mondo!
Bruto ultimo.
Fanciullo senza pane e senz'amore, un giorno invano ti passò vicino: come allor lo rinneghi oggi che muore tardivo alunno di un pensier latino.
Credette essere il braccio del destino contro un tiranno, egli liberatore. Quei non era che un uomo: egli è assassino... Passarono. Nè muta ora il Dolore.
Anch'io volli trovar quei che produce il Male. Esiste? No... Ma ne ricada l'onta su ognuno ch'è saggio e felice!
Io già ti chiesi, Arte liberatrice, un metallo per fondermi una spada, or ti chiedo un metal ch'espanda luce!
In un museo lontano.
Siede un ramingo innanzi ai quadri. Dorme? Qualcosa de' suoi padri è prigioniero in ogni terra: egli non è straniero ove dei padri hanno esulato l'orme.
Oasi di riposo al suo pensiero destò la vista delle belle forme. Tace. Dintorno scendono ombre a torme, ombre di antichi dallo sguardo austero.
Susurran l'ombre: «Occhio che par serbare la luce come il dïamante, mani suscitatrici d'armonie viventi!...
Oggi avvinto a la gleba fra' giumenti, d'idee latine e di beltà domani adornerai la terra arata e il mare!»
Garibaldi.
I.
Ebbe il braccio fulmineo degli avi e il nostro cuor dal palpito profondo. V'è un genio istesso, che dal suol fecondo della patria rivive a' giorni gravi?
Eri tu certo, Ligure, che davi a un re straniero inutilmente un mondo; or, dato un tetto a un popolo errabondo, all'unïon dei popoli auguravi.
E quando sul Gianicolo balzasti, Roma sorrise a tutti gli uomini. Ere di sangue, chiuse! Aperti nuovi fasti!
Or tu, sul monte, bronzeo resti, quale della leggenda ultimo cavaliere, poi che ti colse in fronte l'Ideale.
II.
Sparve con te la bella guerra, come meteora d'olocausto, che le madri benediceano. Ancor raggiò fra' padri boeri e sparve con le rosse chiome.
Ecco un convulso mostro, ora, che vome strage. I guerrieri ciechi, fra' lor quadri di ferro, odon venir con passi ladri, d'onde? la morte e non li chiama a nome.
Giovani, in patria producean i frutti della vita e mietevanli per tutti. Falciati, lungi, sotto ignote stelle!
Altri verranno, che la fame svelle da la lor terra, a spremere un tesoro per colui che ha mercato il sangue e l'oro!
III.
Tornerà un giorno. Una novella gesta leverà fama da un lido lontano e l'anima d'Italia udrà ridesta sonar pel mondo un nome italïano.
Dai padri che hanno vinto la foresta e nei deserti propagato il grano, apporterà virtù novelle a questa esausta terra e un largo cuore umano.
I simboli onde mascherati gli uomini succhian la vita agli uomini, arderà, e: «Destate l'eroe dentro di voi!»
griderà intorno. E sorgeran gli eroi, eroi di pace a te, Roma unità, eroi d'amore, o Roma amor degli uomini!
La natura.
Pan.
Anch'io cercai svèllermi da la stretta delle cose e degli uomini, a la pace formidabile, a l'aer freddo che tace oltre il vento, oltre i ghiacci, oltre ogni vetta.
Piccola umana emozïon vivace, cui la più torbid'anima è soggetta! Sali, e arrancando dietro te s'affretta qualche minuta realtà seguace.
Un murmure, un frullar d'ale improvviso, un vagito, una lagrima, un sorriso; ecco fuse le note fuggitive
nel ritmo del tuo cuore, che si sente raggio nell'aria, goccia nel torrente, linfa in arterie senza fine vive...
Tu lavorerai!
Agitavano il suol flore possenti, fiere devastatrici e stragi immani. Apparve l'uomo e con le nude mani pazïente educò messi ed armenti.
Educò l'acque negli arati piani e il fuoco animator di vita e i venti sul mare; con le dita intelligenti regge ora i freni delle forze immani.
Scruta i minimi, distruttori, e vuole propizia a sè l'opera della morte. Pur muore, ma inesausta è la sua prole.
E la terra rimuta senza tregua. Perchè? Silenzio. Passa una coorte nuova; fatica, interroga, dilegua.
La Ruota.
Ti trovò l'uom fra i sassi dei torrenti, seco ti spinse nelle migrazioni; e ancella nelle gelide stagioni, tessevi lane, tritavi frumenti.
Ora la forza innumere alimenti fra le sue sagge mani; arguta suoni nelle sue case o procellosa tuoni e al monte, al mare esseri strani avventi.
Esseri strani l'uomo crea, l'ignoto a conquistargli, esseri onnipossenti, nei quali tu, cuore perenne, vivi.
Tu che i minuti suoi misuri e inscrivi, insiem col giro degli abissi ardenti, intorno al centro dell'eterno moto.
Linguaggio.
Odi, Sigfrido, a te fluire i suoni della foresta? Parlano gli uccelli. Tutto vive e ti dà fraterni appelli. Sparvero mostri e dèi, illusïoni.
L'uom rispondeva e in lui nuove unïoni facean le voci. Udivano i fratelli, ripetean la parola, che, in suggelli incisa, venne a le generazioni.
Era un suono di vento ed è consenso oggi d'umanità. Poche parole l'anima nostra chiudono e l'immenso.
Occupano la terra, come vuole l'uomo: e a rapire qualche nuovo senso emigran oltre l'orbita del sole.
Musica.
Nascesti avvolto da le voci erranti nelle frondi e su l'acque; e tra le gole canore che opprimean talor gli schianti del tuono, emerse il tuo cantico al sole;
e quando venner meno le parole, i metalli squillarono: con quanti strumenti il mondo giubila o si duole moltiplicasti l'onda de' tuoi canti,
Uomo! Così ti levi, inno che domini l'odio; che accordi la gioia e lo strazio spiranti verso la serenità.
Così ti comporrai, coro degli uomini, cantico della terra, e nello spazio coro degli astri per l'eternità.
Aer.
Inesauribil spirito, che i baci dei fiori accosti, e penetri le frondi ed inazzurri l'etere e circondi la terra e il mar di palpiti vivaci;
aër che invadi i sudanti toraci e in desïosi cantici ti effondi; che inerte su le bocche aride giaci se l'impulso d'un cuor non ti secondi!...
Anche il libero ossigeno ai polmoni dei fratelli usurpava il Violento e corrompeva in tugurii e prigioni!
Finchè tu nol riduca uno strumento di maggior vita, o Uomo, che componi sul ritmo del tuo cuore ogni elemento.
O mare!
Nasceva in te la vita originale, quando il cuor della terra alzava i monti; poi scese a te col corso delle fonti l'uomo che porta nelle vene il sale.
E un fusto cavo, indi animato d'ale, grande si profilò su gli orizzonti, e le stirpi degli uomini sui ponti doni e morte mescean con vece uguale.
Quando su l'acque un novo mostro apparve, di fuoco e ferro, e sotto l'energia trista dell'uom tu soffri, o mare, o mare!
Ma un dì, scomparse queste cupe larve, pulserai col cuor nostro in armonia, anima irrefrenabile del mare!
Il padre.
Il vecchio siede a lato del portone di fronte ai campi immensi e agli aratori. Ligneo, curvato a terra, par che implori mercè ch'è vivo ancora una stagione.
Non ebbe in ottant'anni che dolori, nel timor del suo dio, del suo padrone: onde pensando all'ultimo sermone si reputa il più reo dei peccatori.
Ma spera... In gioventù qualche stravizio: qualche facezia prima di sposare... Poi venne la famiglia e la saggezza,
e la miseria. Ond'egli or accarezza l'idea del Purgatorio. A peggio andare, sarà finito il giorno del Giudizio!
Il figlio.
Ma il figlio intorno per la nebbia esplora: scorge su quella l'ombra sua gigante: questa era Dio. Poi guarda il ciel distante ove nascono mondi ad ora ad ora.
L'universo ci ignora. Il fluttuante mar dell'essere ci agita e divora, minimi nell'immenso. Forse adora la formica il calzare del passante?
Allora, mentre il padre trema e prega, «Terra, almen tu sei mia!» pianta la stiva nel suolo, e il frutto della vita afferra.
Alcuno in nome di quel Dio ci nega quel ch'è di tutti? No, fratelli. E viva, nostra comune eredità, la Terra!
Oro.
Oro, l'industrïoso uomo ti svelle rilucente e sonoro di sotterra: ti suggella e nel piccol pugno afferra con te il valor del suo mondo ribelle.
E cercandosi l'energie sorelle, tu sei l'anello per cui l'uom si serra intorno al globo, irretica la terra di sue radici e i rami alza a le stelle.
Questo sei? Fosti. Or, usurpato il regno del pensier, del lavoro, dell'amore e delle sante cose ond'eri segno,
contro te grida il sangue d'ogni cuore... Altra bellezza, altro destin più degno t'imprima il fuoco purificatore!
Occhi.
Occhi miei, da quel dì che il bel sembiante che specchiaste a lo schiudervi, è dissolto, e la natura vi scoprì il suo volto, indi la donna vi sorrise amante,
quante fuggenti ombre di cose, quante femminee rapid'ombre avete accolto! Sovr'esse l'arte il suo potere ha svolto, le fece umane, ed il mistero sante.
Ma un dì vi chiuderete, ciglia, porte dell'umano spettacolo, e repente la notte v'aprirà le sue grand'ale.
E allora, o visi che passate, quale imagine su me china e dolente custodirò nelle pupille morte?
L'asceta.
Tu che t'inchini già verso la zolla per aver troppo riguardato i cieli, e attonito a' tuoi simboli crudeli scordi la vita che a tuoi piè rampolla,
levati e vivi! Guarda come aneli la vita oppressa e in gurgiti ribolla in fondo ai mari, e in folgori s'estolla pur su le vette immobili di geli.
Oggi digiuno per gavazzar poi, non sai ch'eterno è l'attimo felice se lo riempia il ritmo del tuo cuore?
Ma tu non odi e muori, mentre noi viviamo, consci che non ha radice nella morte una vita ulterïore.
In piedi!
Quando l'uomo depose lo sgomento e il mondo ornò di deità fraterne, come bello moveva con le alterne ginocchia, il capo verso il firmamento!
Ma tra quelle, una orrenda, ecco, ne scerne, Javeh, l'ultimo Dio. Cadde col mento nella polvere, e in quell'atteggiamento l'effimero s'inflisse pene eterne.
Oh, risorga oggi su le membra belle l'uomo ed esalti questa sua terrena forma di vita che fomenta il sole,
e più alta la renda a la sua prole, prima che anneghi nell'aria serena ove sgorgano e spengonsi le stelle!
Bellezza femminea.
O rifiorente nelle primavere, suprema tra le imagini terrene, o voluttà dell'anime serene, e rimpianto agli esausti dal piacere!
Il fascino dei sensi idea diviene intorno a le tue linee sincere, però che il ritmo che t'informa tiene dell'armonia che domina le sfere.
Languor di stelle, chiarità di soli, riso di mar, serenità di monti, la bellezza del mondo ha per te senso.
Tu, datrice di vita, tu consoli della vita, se tocchi su le fronti che nel tuo cerchio sognano l'immenso!
Il mistero.
Nostalgia mistica.
Io sento una leggenda in cuor cantare, una leggenda delle nonne pie: organi v'accompagnan litanie; brillano ceri intorno ad un altare.
Processïoni vanno per le vie lungo i rosai tra le pinete e il mare: cantano le campane e il cielo pare un seno immenso pieno d'armonie.
Passa un bimbo che portano a battesimo. Passa una croce, chinansi le fronti. Passa Gesù portato ad un che muore...
Ma un nero mago è in mezzo a l'incantesimo. Perdona, o sole! se quando tramonti un pianto di campane canta in cuore...
Scienza.
Un ricordo. M'avevano insegnato a temere la folgore. Nel campo sterminato ero solo. Ed ecco, un lampo guizza: lo segue un lugubre boato.
Fuggo, guardando ai gran' roveri; inciampo; salto tra' solchi, tra' fossi, inzuppato di pioggia. Ecco la strada, e infine a lato i fili telegrafici, lo scampo!
Scampo? Il destino dentro i ragnateli aerei s'impiglia sì che i teli la morte scocca sui mortali a vuoto?
La scïenza così tesse i suoi veli su noi. Guardiamo: il cielo è breve e noto... Illusïon! Dietro è il Mistero immoto!
San Giovanni.
Io nella notte della terra e in fondo a gli abissi dell'etere m'immersi, il cielo ingombro con grand'ala apersi lungi spingendo i limiti del mondo.
Le forme cui divine leggi infersi del mio spirito penetro e circondo: io nell'immensità punto errabondo di me riempio gli esseri universi...
Povero capo mio, come di piombo, grave, che affondi in un assiduo rombo pieni gli occhi dell'ombra interïore.
Oh riposare sovra un saldo petto, come, o Signore, un giorno il giovinetto apostolo dormì sopra il tuo cuore!
Anima.
Larva di sogno? fiato? ombra? Dispare fuor dalla spoglia, che si sfascia... Vive libera forse in più felici rive? esule, vaga intorno al vecchio lare?
Dissipata è la spoglia sua nel mare del mutamento. Forse da sorgive misterïose, in forme sensitive immemore ad immemori compare?
Anima, dentro te piccola e chiusa o con l'umanità, nell'avvenire e nel passato, immensa anima effusa!
Eterna fosti. Or puoi, l'istante giunto, sognando l'immortalità morire... Dopo, che importa? Eterna fosti un punto.
In memoria di Furio De Amicis.
A Edmondo De Amicis
I.
L'adolescente un sogno avea nutrito onde cercava in riva al fiume l'orme? Sovra gli esuli pini e il Po che dorme vaga come un rimpianto d'infinito.
Era il meriggio. Si destò, smarrito. Guardò lontano le languenti forme, la città, pigra dentro il sole enorme, ed annuì come ad un noto invito.
Era come colui che ignaro move nella notte fra sozzi ebbri digiuno, e chiude gli occhi e di vegliar rifiuta.
«Ah non è qui la vita! Altrove, altrove!» Laggiù, lontano, udì piangere alcuno? E si rivolse verso l'ombra muta.
II.
L'albero si chinò sopra uno schianto aperto nelle sue viscere stesse quando i due rami giovinetti oppresse il soffio della morte e un giacque infranto.
E attende, il padre. Con entrambi intanto cammina: nei silenzî ode sommesse voci. Nè guarda; come se temesse fugare un'ombra che gli viene accanto.
E si desta al mattin con un singhiozzo chiuso. Perchè? Non ritornò l'assente? Pur scialbo è il sole e l'anima non paga.
Poi lo sorprende una tristezza vaga: ed ei s'ascolta, come chi repente sente il braccio doler che gli fu mozzo.
III.
Ignoro, amico, la parola buona!... Da le cellule prime a le stormenti foreste che moltiplicano i venti, ove l'aria nei tronchi s'imprigiona;
da l'immobile vita che ai moventi esseri fiato e nutrimento dona, sino a quei che il ricordo fa persona e la parola fa re dei viventi,
ecco la Terra svolgersi, a l'invito del Sole; da le viscere del Tutto traendo in cima ai rami il fiore umano...
Il fior matura, e dove il piccol grano cada, non sa la Madre, che il suo frutto disseminando va nell'Infinito!
Stupor sacro.
Formidabile a l'uom, Vita del mondo, con le tue vaste passïoni incombi: guizzi e scrosci coi nembi e dal profondo cuor della terra, impazïente rombi.
E, Morte, tu, vasta e repente piombi sopra un gregge d'efimeri errabondo: ancor n'udiamo i colpi e l'ecatombi copron già il suol, scendono al mare in fondo.
Qualcosa in noi rimuore a la fraterna morte. Qualcosa è in me che già passò la morte? Sopravvive e si rimembra.
Sopravvivrà? In quali umane membra od ignota compagine, non so: rivibrerà la mia sostanza eterna.
Le Ipotesi.
Poi che la terra i membri effusi e vani raccolse e il mar cingeva gli emisferi, ond'erompean al cielo i monti alteri e si spandean l'alluvïoni ai piani,
o coscïenza della terra, ov'eri? Il piccol uomo allor sognò titani; s'erigevan sui culmini montani, gonfiavan di lor collere i crateri.
Sognò gli dèi per debellarli, belle stirpi e ristette, contemplando quelle imagini di sè levate in guerra.
Sparvero, e l'uomo or lancia da la terra le moriture deità novelle; crede e riposa e cerca nuove stelle.
Umanità.
Duplex, omnis et unus.
Per me desiderai le rose, il vino, la voluttà, le gioie tutte, per me? Ben poco m'ebbi e sazio ero. Perchè? Avevo udito piangermi vicino.
Ben poco m'ebbi e tutto diedi, infino che sentendomi privo anche di me, trovai colei che a me stesso mi diè, e fummo un'onda nel ritmo divino.
Or tutto io sono, tutto effondo, aduno, il pane e l'acqua ed il dolore umano trasmuto in sangue ed in pensier' d'amore.
Sibilla ed io: ch'io son duplice e uno, una mano, pur mia, nella mia mano e un cuore, altro mio cuor, dentro il mio cuore.
Lotta per la vita.
Nei campi della vita ecco un'immensa strage. Il più forte l'indifeso assale. Da la cellula a l'uom, lungo le scale della vita, l'un fa dell'altro mensa.
Ma dai fermenti che la strage addensa, più ricca balza l'energia vitale; annoda ganglî, organi tende, sale; s'accende e raggia in un cervel che pensa.