Part 1
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+4.--BIBLIOTECA DELLA NUOVA ANTOLOGIA ✻+
GIOVANNI CENA
HOMO
CON UNA COMPOSIZIONE ORIGINALE
DI LEONARDO BISTOLFI
ROMA
NUOVA ANTOLOGIA
DELLO STESSO AUTORE.
=Madre.=--Poemetto, con prefazione di ARTURO GRAF e con acquaforte di LEONARDO BISTOLFI. Torino, Streglio, 1897 (Esaurito). L. 1.50.
=Id.=--2ª edizione riveduta, con nuovo disegno di LEONARDO BISTOLFI. Torino, Streglio, 1899. L. 1.
=In Umbra.=--Versi. Torino, Streglio, 1899. L. 2.50.
=Gli Ammonitori.=--Romanzo. Biblioteca della _Nuova Antologia_, Roma. L. 2.50.
_In preparazione_:
=La Ghiacciaja.=--Romanzo.
[Illustrazione]
GIOVANNI CENA
HOMO
ROMA
NUOVA ANTOLOGIA
PROPRIETÀ LETTERARIA
Cromo Tip. Carlo Colombo, Via della Missione, 3--Roma.
AD ARTURO GRAF
MAESTRO
HOMO.
Visione di meriggio.
Pare la terra ascendere, assorbita nella luce. Tra il cuor del sole e il cuore della terra, una forma sorge, a fiore dell'esistenza e domina la vita.
Forma di piccoli esseri, che muore dopo un giorno, e la cui mente è infinita. Forza e bellezza intrecciano le dita su le lor coppie e le corona amore.
E plasmando la terra a loro imagine lanciano una dimanda al cielo muto, là donde aiuto mai non venne o assenso.
Morrà la terra: a un urto la compagine conflagrerà. L'argilla avrà vissuto. Quel che fu, poco; quel che volle, immenso.
Le età dell'uomo.
È nato!
Eccolo. Chi? Napoleone o Dante? Prole di re, prole di genî, oscura semenza della turba, a la ventura lanciata?... E la sua favola, un istante.
Il suolo ov'ei dimora è sepoltura; ceneri e mausolei. Nano o gigante sparirà come gli avi, e sul quadrante dell'immenso non resta ombra o figura.
Che importa? Qual tu sia, da l'infinito de' cieli già ti contenea vitale la nebulosa nel suo sciame d'oro.
Benvenuto sia tu, col tuo tesoro d'amore. E vivi! Nulla al mondo vale la tua lagrima prima e il tuo vagito!
Fratelli.
Quanti viviamo? Quanti sparvero? Io li lasciavo a l'autunno ilari e sani: morivano, nascevano lontani: la culla non cessava il dondolio.
L'ultima quando è morta, morì Dio in me. Soffrì spasimi disumani. Viva si decompose. Oh tenui mani che sogno ancora tese a dar l'addio!
Dove sparite (emerge il vostro viso rivolto a noi sul mar dell'ombra) dove, bimbi, pur ieri annidïati in culla?
Nell'aria vaporate a l'improvviso o qui mutati rivivete, o altrove? Ma il nulla, no! Strana parola. Nulla!
Mistero.
Il sole è sceso. Ritta in mezzo al prato la bimba guarda ed il timor la tenta. Dov'è il villaggio? Ahimè, lungi! E s'avventa nella strada, correndo a perdifiato.
Dietro i piccoli passi scende lenta l'ombra, con ali umide come fiato: movonsi i tronchi minacciosi a lato e la vita dell'ombra la spaventa.
Quand'ecco un grido giunge. Infine. Mamma! Oh la casa custode e le vivande, e vincitrice del terror la fiamma!
Ma tace e inarca i cigli, mentre inghiotte il suo pane. Chè il mondo è grande grande... ed ha veduto scendere la Notte!
La marcia dei fanciulli.
Nelle nostre città tornano i belli spettacoli? Guardate. Dai balconi s'affacciano le donne avide, ai suoni che appressano. E compaiono i drappelli.
Soldati? No. Fanciulli, coi cappelli alati: soffian dentro i gialli ottoni: e dietro schiere. Generazïoni dell'avvenire. Nostri figli quelli?
Saldi, elastici, il viso al vento, avanti! Pur la calamità fa largo ai forti: nel vostro ritmo avanti, uniti, amici.
Sui vostri capi io lancio aüguranti i fantasmi de' miei fratelli morti... Per il nostro dolor siate felici!
Il sapere.
Lo scolaretto spiega ai bimbi intenti come la terra è al par d'un pomo tonda; intorno intorno l'acqua la circonda, sbocciano in mezzo isole, continenti.
Gira, come la pietra della fionda, intorno al sole, e gli altri parimenti, Marte, e quel dell'anello e i rimanenti... La luna intorno a noi fa la sua ronda.
Il nonno ascolta e sta meditabondo, chè, bimbo, ha vïaggiato, vai e vai, col suo babbo, lontano, per il pane.
Vai che ti vai... «Ma, babbo, o che rimane molto?»--«No, poco». E non finiva mai... Quand'ecco il mare: «Là, finisce il mondo!»
Hodie mihi...
Come i fanciulli guardano morire! Spiano intenti senza batter ciglio... Dov'è la morte? Da qual nascondiglio nei bianchi letti insinua le spire?
Non era un mostro, vedon poi. Fuggire non vale: è in noi. Non v'è miglior consiglio che attendere che parta il padre, il figlio... Di quante bare è nero l'avvenire!
Or dov'è quegli che passò le porte ieri? Vuoto è il suo posto. Alcun s'illude d'un suo ritorno? E un altro, ecco, scompare.
Temuta, accetta, desïata morte! S'agita un piccol vortice, ed il mare della vita sui morti si richiude...
La scuola.
Settembre! Ricominciano gli orarî, bimbo. Tempo è di spolverare i tomi dei classici, di scander gl'idïomi dei padri antichi. Mano ai dizionarî!
Ah! Gli par di rimovere sudarî polverulenti ond'escon vecchi aromi. Oh sapïenza! Afferra gli assïomi, piccolo Fausto, e spremi i corollarî!...
E con grand'occhi guarda la finestra onde irrompendo lo turba l'odore dei fieni e delle rondini il gridìo.
E una voce laggiù: «Fior di ginestra!» L'infanzïa passò. Passa l'amore, forse. E richiude i vetri. «Addio, addio!»
A Edoardo Rod per sua figlia Maria.
La bimba che ti rinverdì la fronda quando agitavi i rami inariditi nel vuoto oscuro e coi primi vagiti ti radicò nella terra feconda,
tiene il mondo nei chiari occhi stupiti che furon tuoi: la tua pietà seconda la visïon che in quelli si profonda e il mister che le volge i primi inviti.
Già la fronte è pensosa e i sensi attenti, e l'anima ch'è desta il cielo esplora, ieri apparso a mostrarle un gran viaggio.
E nulla è più divino che il miraggio azzurro onde s'imprime e si colora l'universo negli occhi adolescenti.
Fiorita.
Nel tramonto di maggio, pensierosa la bimba siede in mezzo a' suoi balocchi: accanto a lei l'amico suo riposa, stanco di corse, languido i ginocchi.
L'un guarda l'altra sottecchi e non osa, con nuovo senso, d'incontrarne gli occhi: qualcosa par che in essi entri, qualcosa di nuovo e dolce e li inondi e trabocchi.
E d'intorno la vita vegetale opprime, esalta i due cuori piccini... Occhi, incrociate le vostre promesse!
E le due vite che Natura espresse fin qui distinte, accostano i destini nella loro unïone originale.
Guidarello nel Museo di Ravenna.
Ti sogno, Guidarello, orbite cave, labbra contratte, emunte gote. Giace come su rogo il corpo tuo, nè il grave sonno assopì la piaga tua vorace.
Dormi! Nato non eri tu a le prave opere dell'uccidere. Ora tace l'odio d'un dì sul capo tuo soave. Anche il tuo volto si componga in pace!...
Ma, dietro, l'ombra della Genitrice, sovra l'eccidio degli adolescenti, di vite nuove gravata le braccia,
«O nel creare ignaro--maledice-- e astuto nella strage, Uomo, che avventi eternamente l'uomo a l'uomo in caccia!»
Amanti.
Donde giunsero? Ieri dai paesi del desiderio, sotto l'indefesso poter d'Amore, dentro un cerchio istesso s'incontrarono, ignoti ed inattesi.
E il passato sparì. Sparì con esso la persona d'entrambi: eccoli ascesi nel tempo e nello spazïo, sospesi, centro dell'universo, in un amplesso.
Ma sopraggiunto l'attimo prefisso, eterno reputarono il prodigio e la parola «sempre» han proferita.
Rapido li precipita l'abisso, se di lor vita che toccò il fastigio non riprende l'ascesa un'altra vita...
Maternità.
Il nato aspira, ammicca, con le dita annaspa. (Gli alberi abitò, sospesa tra l'azzurro l'umanità?) Rapita guarda la madre la sua prole illesa,
libera, eppure a la sua carne unita, sua, come allor che nella dolce attesa l'atomo umano ripetea l'ascesa, nel suo grembo, dell'ere e della vita.
Ed è felice, come nell'istante d'estasi che nel seno palpitante Amor le infuse la sua creatura.
Oh pel dolor che ha dal suo corpo avulso l'essere novo, infondergli l'impulso verso un'ascensïone ognor più pura!
Le sorelle.
A quei che plasma imagini novelle d'umanità per gli uomini indolenti; a quei che incute nobili sgomenti; a quei che vecchie nostalgie divelle,
mentre l'amore negano le belle e il volgo irride e insultano i potenti, dolci restano, in vita, e pazïenti, vindici dopo morte, le sorelle.
Restano, invase da un intuito oscuro, qual d'un mistero che si manifesti fatale a l'uomo di lor sangue nato.
Come a te, Nietzsche, infranto nel conato d'esser tu stesso l'Uom che non avesti forza d'imaginar vivo in futuro.
Don Giovanni all'Inferno.
... et ne daignait rien voir.
BAUDELAIRE, _Don Juan aux Enfers_.
Va la querula folla delle amanti, nè don Giovanni si degnò vedere; ma il diavolo che ha in cura il cavaliere ghigna ed accenna la nera onda avanti.
Vogano l'inamabil onda infanti, adolescenti, uomini, donne a schiere. «Eccoli a te! Figli del tuo piacere!» E cadono altri dai cieli sonanti.
Padre? Egli vive fuor dagli antri bui nel dolce azzurro? E l'agita un'affanno... «Figli!» Ma il suono gli si spezza in gola.
Essi non sanno, essi non san di lui com'ei non seppe di crearli. E vanno. Non udrà mai la tenera parola.
«Genialis lectus».
Memore il giorno stai nel tuo candore, fosco la notte in gioie e pianti immerso, letto, dove gli amanti cuor su cuore naufragan nell'oblìo dell'universo;
dove la madre stringe il bimbo emerso da le fiamme del suo lungo dolore; dove il fanciullo si rivolge verso la notte, il vecchio verso il sole e muore.
Gli efimeri così lor geniture, loro agonie vicendano col lume dei giorni e appena un crepitìo ne vibra.
Mentre la Morte su di te si libra, instancabile smuove le tue piume la Vita per le nascite venture.
Vecchiaia sterile.
Cresceano i bimbi intorno ai patriarchi come grappoli vivi e fra' tumulti de' giovanili giochi, udivan parchi ammonimenti di virtù gli adulti.
Or te compiango, o vecchio, che t'inarchi verso la terra, e non hai chi t'occulti il vuoto verso cui solingo varchi e del passaggio tuo pianga od esulti!
Dov'è l'amore che comprasti? Tace. Passa la giovinezza e con malvagia letizia irride a la tua faccia tinta.
Chè solo augusta è la vecchiezza cinta d'opere e di memorie, che s'adagia benedicendo nell'eterna pace.
I longevi.
Gloria a colui che visse a lungo e spare verso l'alto! S'indugia su le fronti ardue la vita, come il sol sui monti: più bello il volto del domani appare.
Dono grande agli umani il contemplare i puri eroi, così labili, pronti a vaporare fuor da gli orizzonti terrestri a la serenità stellare!
Da la vedetta de' loro anni han scorto di quanta illusïon fatto è il dolore, di quanto amore la felicità.
Dicono: «Amate! Altro non v'ha conforto d'esser vissuti che veder migliore a la vita salir l'umanità».
È morto!
Enigma della morte! È come un'onda dell'atmosfera eterna. Ed un mortale, investito, sparì. Quando trasale il cuor tuo, già la morte è a l'altra sponda.
In questa allor tu guardi. Ogni gioconda forma o sembianza ha un che di sepolcrale. E il suo respiro è sì fievole! Sale come una bolla... Oggi, domani affonda.
(E v'ha chi uccide! e chi ciò giusto chiama!) Tu guardi, ascolti, e ai morti anche domandi perchè... Non domandare, uomo, prosegui.
Vivi! La vita in te, negli uomini ama, vita che tieni, vita che tramandi; che ognor più splende mentre tu dilegui!
Amore.
Donna.
Chi è costei che va per la sua via, sola; senza timor la vita esplora e sorride ai felici e a chi dolora arde d'offrir la sua dolce energia?
Conscia di sè non provoca nè implora, chè servitù non vuol, nè signoria. Alcuno v'è che tiene l'armonia dell'esser suo? L'attende e non s'accora.
Tu la guardi e ti sdegni. Non t'invita a l'amor come a un giuoco, ella, per poi subire o eluder la tua tirannia!
Ma che un giorno quell'anima restia amor sospinga a cercar gli occhi tuoi, allor ti sentirai re della vita.
Eva.
Chi dilesse la sterile, e impudica chiamò la fonte della vita? Dio e Satana, ombre: era la vita il fio d'una colpa, e castigo la fatica.
Or l'uom contempla la compagna antica, madre, sorella, amante, un po' restio, ma senza sdegno, con un senso pio quasi di cosa sacra--l'Inimica!
I figli cercan liberi il consorte che il lor destino annunzia e il sangue chiama, perchè formino un essere felice;
e le libere nozze benedice dal suo mistero l'Essere che li ama uniti nell'amore e nella morte.
Amore.
«Moriam!» L'amante disse ebro all'amante unendo in un pensiero amore e morte. Ella rispose, e l'abbracciò più forte: «Cominciata è la vita in questo istante».
Di là più nulla esiste, oltre le porte della vita, più nulla ove il sembiante dell'amato si serbi a l'aspettante... Lodiam la nostra umanità consorte!
Esaltiamo la vita! I nostri sensi siano la zolla che assorba e maturi i germi, e in sangue, in palpiti li addensi.
E il cuor s'imbeva de' dolori oscuri degli uomini e li infiammi e ne dispensi raggi d'amore ai prossimi e ai venturi!
Beatrice.
Ch'io ti veda per sempre qual ti vidi la prima volta, sorridente. Sia limpido o tinto di malinconia il tuo sorriso o triste!... Ma sorridi!
L'immagin tua sia bella sempre, dia fiducia nella vita in cui confidi. Sorella non sei tu de' fior, dei nidi e delle stelle? Tu sei l'armonia.
Dolore o gioia non ti spinga a tale oblio d'altrui che perdano speranza nel bene quelli cui la vita è male.
Poi che nel grembo della tua sostanza l'oggi e il domani, i sensi e l'ideale, la terra e l'infinito hanno alleanza.
«Mia!»
Tuo forse il sole, e l'aria cogl'incensi delle zolle fruttifere, e i viventi onde assorbi la vita, e gli elementi che nel tuo sangue per brev'ora addensi?
Tuo quel che vedi e ascolti? Obbedïenti al tuo voler perennemente i sensi? tuo quel che fai, che imagini, che pensi? Tu stesso t'appartieni?... No. Lo senti.
No! Perchè nel suo cerchio un amor, cieco come il vento dei pollini, vi chiuse, tu chiami tua la umana creatura!
Nulla è tuo! Fuorchè l'attimo che seco la volontà dell'Essere vi fuse per trar di voi l'umanità futura.
A due sposi.
Candide voi trovò ma non ignare giovinezze l'Amore, ospite immite: or amico vi guarda rinnovare il mutuo dono delle vostre vite.
Oh voluttà! Due passïoni unite in un'estasi; udire un cuore urtare sul nostro cuor fino a spezzarsi; e mite indi il sonno sedar le membra care!
Felicità! Gemmar vite novelle e valide lanciarle fra la guerra umana a spander opere di vita!
Serenità! Compir la dipartita, mentre vi seguan desiosi in terra occhi d'uomini, in alto occhi di stelle!
Davanti a Sant'Orsola del Carpaccio.
Poeta, non destarla! È così bella, così pura nel suo bianco lenzuolo; rigida, chiusa come in un bocciuolo, ella è colei che non si dissuggella.
Creatura di luce, con la stella del vespero esce il suo spirito a volo. Non richiamarla, non destarla: solo ammirala, poeta: è tua sorella.
Il tuo più folle ardor non desterebbe lungo i suoi lombi gelidi un sussulto, nè turberebbe il suo sonno divino.
Però che anch'ella fiore ultimo crebbe sterile in cima al ramo, per il culto dell'Ignoto segnata dal destino.
Leopardi.
Non indugiarti. Il cuor non sosta; avanza come gli anni e la morte. Ah se tu poni la tua vita in un essere, e imprigioni te stesso in un dolor senza speranza!
Dónati e chiedi: s'altri non ti doni, non hai dentro te stesso un'abbondanza essenzïale onde la tua sostanza si mesce al mondo in intime unïoni?
Tu sei quegli che passa: a te daccanto infelice chi viene a lungo e porta il peso enorme de' tuoi desiderî!
Più d'un cuore t'amò forse quand'eri già passato. Così, morto,--che importa?-- anche l'Uom t'amerà non senza pianto.
Sibilla.
Io la scopersi e la chiamai Sibilla. Come ognun disamò lei giovinetta, e a secolari tirannie soggetta, emerse, quale un fiore da l'argilla,
mi disse. Or io la trassi su la vetta ove il tumulto uman perspicuo brilla nello spazio e nel tempo. Ella tranquilla contempla e dice, e l'Essere le detta.
L'agile capo e la capigliatura attorta e tutta la persona bella vibrano sotto un soffio ignoto e vivo.
Ed io, già dubitante, credo e scrivo. Io non son che la sua buona novella. Palpita in lei l'umanità futura.
Omnis caro fœnum...
I.
Talor sussulto, mentre mi addormento sul seno tuo: mentre mi culla il molle respiro, odo il tuo cuore, odo le polle del tuo sangue pulsare: e n'ho sgomento.
Sotto un tessuto come di corolle tepide un lavorio profondo sento, incessante e sì fragile! Un momento di silenzio... e mi assale un terror folle!
L'anima tua risplende in me: viviamo oltre l'ora, per sempre; ed un amplesso delle tue braccia risuggella il patto.
Ma il corpo tuo tu non possiedi. A un tratto la morte lo nasconde, e te con esso tutta, e la vita mia che per te amo.
II.
Corpi, ove corse il nostro sangue, donde questo respiro abbiam, breve e tenace! Corpi non nati, ove trarrà per onde sempre più vaste il nostro cuor vivace!
E quello dolce sì per cui mi piace questo mio stesso e al mio l'amor confonde, che meco trar vorrei fino a la Pace, fino al gran Cuor che tutto assorbe, effonde!
Splendete, belle forme, o voci e sguardi e nei trasalimenti intimi essenza suscitatrice della vita nova!
La morte è ovunque. In noi l'insidia cova, ci sovrasta la bruta vïolenza. Ogni istante è supremo. O Vita, ardi!
Episodî.
L'orfano.
L'orfano udì nel sonno uno scalpiccio vicino. Eran le gocce delle gronde? Chiama: «Nonno!» Le tenebre profonde gli riempiono il cuor di raccapriccio.
«Prendimi teco!» E come non risponde quegli, sì pronto ad ogni suo capriccio, sale, con occhi chiusi, il pagliericcio del nonno e tra le coltri si nasconde.
Si rannicchia tremando accanto al nonno. L'altre volte dicea questi: «Che hai?» e pur nel sonno lo traeva in braccio.
Lo scuote: nulla. È freddo come il ghiaccio. Lascia che dorma, bimbo; tu non sai quanto sonno lo tiene, quanto sonno!
Abbandonati.
Appena vivo il bimbo piange forte tastando, come un rondinino cieco, su la fanciulla, che con occhio bieco guarda l'ignaro nato per sua morte.
Vivere? Anch'egli avrà la mala sorte, nudi e traditi entrambi. Ah, muoia seco! Già lontana è la vita... N'ode l'eco fievole, fuori, oltre le chiuse porte.
Chiuse le porte e oscure. Sul braciere ondula a tratti un'azzurrina fiamma. Esausto il seno e il bimbo cerca, tenta...
Oh che peso sul petto! L'ombre nere premono... Il bimbo tace: su la mamma, da poco desto, si riaddormenta.
L'iniziazione.
I.
Usciva da la scuola, per molt'ore immoto e col pensier vagante in caccia di sogni alati, e dentro l'ombra diaccia sentiva aulire tutto il maggio in cuore.
Nella strada fra 'l giovenil clamore un motto ardente gli avvampò la faccia; un sorriso lo avvinse; e con terrore si mise dietro a l'odorosa traccia.
Così l'impura dispogliò l'ignaro de' suoi tesori, come un giovin fusto di sue tenere gemme appena schiuse.
E nella giovine anima s'infuse della coppa d'amor tutto l'amaro e in fondo inoblïabile il disgusto.
II.
Un altro maggio, e rinascean dai nocchi le gemme e il grano rimettea la spica, quand'ei rivide una figura amica compagna già di fole e di balocchi.
Mutati, oh quanto! Ed ella con l'antica letizia, ei con un fuoco acre negli occhi. Ed ei non puro mise a la pudica tutti i fior del suo cuore in sui ginocchi.
Un dì la giovinetta, a una parola attesa, si piegò, come nei prati fanno i narcisi sui fragili gambi.
E poi?... Oh, come allora! I baci dati, come allora, ed i gesti, ahimè! d'entrambi! E quel disgusto gli salì a la gola.
III.
Le verginelle vanno a capo chino piangendo il fiore de' loro anni lieti, mentre i giovani cercano inquieti l'amor lontano ch'hanno sì vicino!
Onde si fa deserto ogni giardino e gli usignoli tacciono e i poeti; mentre muoion tra l'erbe i fior segreti e sfogliansi le rose anzi il mattino...
Sacrilego colui che a l'ugne ladre delle impure abbandona i giovinetti e le vergini bianche a l'oro immola:
e spegne l'ineffabile parola che germina su labbri nuovi e schietti inizïante la Natura Madre!
In memoria.
Senza speranza d'alcun paradiso il morituro innanzi ad ogni cosa della vita passava col sorriso di chi guarda, vorrebbe ma non osa.
Non osava. Temendo una gelosa rivale e da la vita già diviso ascoltava il suo cuore, senza posa precipitare il suo mortale avviso.
Procedeva tra noi, gladïatori della vita, già vinto e già scïente, dissimulando il suo certo destino.
Era di maggio, un lucido mattino. Rideva ancor del suo riso dolente, quando fu seppellito sotto i fiori.
Ella?
Ella guardava come chi saluta. Me forse? Visi dietro me lontani? Od assorti eran gli occhi, e negli arcani interïori l'anima perduta?
Mi guardò: trasalì? Passò. Domani evocherò la forma, già caduta nel passato: e il ricordo agita, muta, fonde questo con gli altri segni vani...
Così tra le stagioni fuggitive passano come i fior le imagin belle, cadon dal tempo nell'eternità.
Così nel nostro cuor si forma e vive, nata da l'armonia di tutte quelle, l'Unica nostra... E forse non verrà.
Schiava.
Quando lo sposo, caro a' suoi, la tenne, ella aspettava con dolce sgomento. Ma il mistero dei corpi àpresi lento... E in braccia ignote senza gioia svenne.
E ignora. Addio felicità ventenne del cuor, dei sensi, addio! Forse un momento palpiterà sotto uno sguardo intento, perchè più pesi il suo dolor perenne.
E la vil tirannia! Le membra attorte, premute, vïolate e l'infinita nausea che l'empie nelle notti orrende!
Ciò la natura ignora, nè sospende l'opera sua... Che sei, piccola vita plasmata d'odio e di pensier di morte?
L'Amica.
Come in un raggio i due spiriti onesti luceano. Un dì lo sguardo verecondo vide quegli occhi fatti ardenti e mesti: ebbe pietà... e cadde tutto un mondo.
Si levarono entrambi, come desti da un malo sogno. Ma nitida in fondo agli occhi sta la visïone e i gesti d'entrambi, e tutto assume un che d'immondo.
Or colei che non seppe esser sorella tende le mani a un ultimo richiamo, già piene di tesori, or fatte ignude...
Oh fango! È il cielo che nella palude più caldo e intenso brilla e noi scendiamo in mezzo al fango a ricercar la stella!
La cortigiana e l'apostolo.
«Mi vuoi, lo so, perchè non chiesi il dono di te, perchè non t'amo e tu sei bella. Ambi seguiam la nostra via, tu quella della vendetta, io quella del perdono.
Ambi figli di vittime, ci appella la stessa voce con diverso suono: tu se' colei che abbatte i forti, io sono quei che redime i vinti. Addio, sorella!»
Così disse, e la bella si raccolse come una spada nella sua guaina, micidïale a quei che ne la tolse.