Guida pei monti della Brianza e per le terre circonvicine
Part 9
Uscendo da Ello, superata la chiesetta di _San Giacomo_ ove sono mummie intere, vedi alzarsi a destra la villa _Paolina_, fabbricata dal generale Pino ed ora di proprietà del conte Giuseppe Greppi. Sorge essa sul vertice del colle a cui si ascende per un comodo viale, e racchiude nel suo ricinto fecondissimi ronchi e giardini; ha davanti un terrazzo, all'ingresso cancelli di ferro, a fianco alcune case rustiche di aggradevole effetto; nell'interno un regolare scompartimento di sale, di stanze e di tutti i comodi che rallegrano la vita campestre; un viale di piante verdeggianti guida al monumento eretto al general Pino, donde prosegue fino sulla strada di _Bartesago_, che da Ello conduce a Galbiate.
Da Dolzago, divergendo a sinistra, passata la _Bergamina_ e il _Ceppo del Corno_ riesci ad _Oggiono_ posto a mezzodì d'un laghetto. Ha questo borgo grossa popolazione, è ricco di setificj dei quali molti si rialzano sulla collina a levante del lago. La chiesa presenta nell'interno una croce latina di buon disegno, ha belle cappelle, un pregiato San Giuseppe di Appiani, lavoro giovanile, dove il Padre putativo appare, credo per la prima volta, in sembianze più auguste che non usassero gli antichi, i quali dipingevano in lui un vecchio logoro, estenuato e macilento. Un nuovo altare, disegnato elegantemente dall'ingegnere Bovara, è ornato di due angioli in marmo dell'illustre scultore Marchesi, pieni di grazia e di greca perfezione. La sagrestia ottangolare era uno degli antichi nostri battisteri, in appresso senza autorizzazione superiore convertita all'uso presente; vi ravvisi tuttora le solite scale che guidavano al verrone destinato ad accogliere i concorrenti. Finestre lunghe e strettissime furono rinchiuse, ed aperto in loro vece un barocco finestrone.
Vuoi godere anche qui un buon punto di vista? ascendi al _Belvedere_, piazzuolo posto di sopravvia alla chiesa donde vedrai il variatissimo prospetto della Valmadrera, della costa di Civate, del territorio di Lecco, della collina di Galbiate.
La strada qui si partisce in due rami separati dall'interposto laghetto; il ramo orientale lasciando a manca _Imberido_ va fino a _Sala_, gruppo di case al piede occidentale del Montebaro, da cui poco dista la chiesa di _San Simone_, luogo d'annua fiera ai 28 d'ottobre; il ramo occidentale conduce ad _Annone_ collocato ad oriente d'una catena di collinette, e sur una lingua di terra, che si avanza molto nel lago. Questa divide il bacino in due parti la più grande delle quali, di figura quasi ovale, riceve il nome di lago d'Oggiono, l'altra, più picciola e di configurazione piuttosto triangolare, reca il nome di lago d'Annone. Un'altra penisola si protrae nella riva settentrionale del bacino ed è volgarmente chiamata d'_Isella_, ridente di vigneti, di biade, di gelsi, popolata di contadini e pescatori. Nella casa Carpani esistono alcuni pregiatissimi quadri di Cesare da Sesto a figure isolale, fra cui primeggiano il Padre Eterno ed una Madonna. Benissimo si raffrontano con questi due teste bellissime, una della Vergine di grandezza naturale, l'altra di Cristo ed ambedue lavori del Sasso Ferrato.
Di qui assecondando il lago si riesce a Suello, dal quale piegando ad oriente viensi a Civate, che riesce sulla strada provinciale che da Lecco mena a Como.
CAPITOLO SETTIMO.
DA LECCO AD ERBA.
_Malgrate. — Valmadrera. — Sala. — Civate. — Suello. — Squadra dei Mauri. — Cesana. — Pusiano. — La sera sul lago. — Bosisio. — Garbagnate Rota. — Rogeno. — Calvenzana. — Maggiolino. — Brenno. — Camisasca. — Mojana. — Pontenuovo. — Nobile. — Monguzzo. — Villincino. — Incino. — Erba. — Mevate. — Crevenna. — San Salvatore. — Il Buco del Piombo. — Buccinigo. — Pomerio. — Paravicino. — Tassera. — Parzano. — Casiglio. — Carcano. — Alserio. — Anzano. — Fabbrica. — Villa Albese. — Albese. — Montorfano._
Vogliono che Grato avesse nome la terra che di fronte risponde a chi guarda dal ponte di Lecco verso nord-ovest, e che per una carnificina fattavisi di Comaschi nel 1126 ricevesse il nome attuale di _Malgrate_, paesello di vago aspetto dove Francesco Reina, illustre biografo, trasse i natali e dove Parini e Balestrieri nella casa ospitale di Candido Agudio composero il primo gran parte del _Giorno_, l'altro quasi tutta la traduzione del Tasso.
Per una salita ripida e disagiata finchè taglia il paese di Malgrate, poi più comoda, spaziosa e meno acclive, riesci a _Valmadrera_, grossa unione di case al piede di biancheggiante scogliera di granito, in un'angusta valletta che disgiunge il Montebaro dai monti della Vallassina. I molti setificj, e specialmente quei de' Gavazzi, danno una singolare attività a questo paese; la chiesa maggiore d'ordine corinzio, ridotta ora al suo termine, fu disegnata dall'ingegnere Bovara nel 1814 sopra alcuni vecchi fondamenti approfittando di essi in quel tanto, che bastasse a non dare in qualche sconcio. L'interno presenta una croce greca, contenuta in un quadro di quaranta braccia di larghezza, e racchiudente un quadrato secondario di braccia ventisei, segnato da quattro colonne isolate di granito, ciascuna col diametro di 5 piedi parigini (trenta once) e colla altezza di 45 (braccia 22½). Alla croce principale fanno di lato il vestibolo ed il presbitero più sfondati che le due cappelle laterali. Le quattro colonne isolate sostengono sopra al cornicione la volta, che apparirà in tutta la sua magnificenza, quando saranno sgombrati i ponti, su cui sta ora lavorando a fresco l'immaginoso pennello del cavalier professore Giuseppe Sabatelli. Tutta la chiesa è lavoro universalmente lodato e questo è il secondo monumento che l'egregio architetto pose in vicinanza della sua patria, per non lasciar morire il suo nome[22]. E poichè abbiamo già nominate le quattro colonne che reggono la vôlta a callotta, aggiungeremo che sono d'un granito trovato sul monte di Valmadrera; e che erano già un masso, giacente sur uno strato di terra calcarea all'elevatezza di 1200 piedi al di sopra del pelo del lago di Como, che corrisponde a 1854 sul pelo del mare. Avea la forma parallelipede, della lunghezza di 21 braccia milanesi, della larghezza di 12, della grossezza di 20, e bastò per le quattro colonne interne, per altrettante esterne e per varj altri lavori dell'edificio. Di qui poco discoste sono le due cappelle, ove il valentissimo Vitale Sala di Cernusco Lombardone istoriò due fatti della passione di Cristo. Poco dopo il giovane pittore colto da vajuolo moriva, varcato appena il sesto lustro!
La gola della Valmadrera pare fosse anticamente un canale fra il lago di Lecco e l'Eupili o lago di Pusiano. Altri vogliono che fosse l'emissario del lago di Lecco, prima che l'Adda si aprisse una via più comoda e diretta.
Lasciando a sinistra _Sala_ ed il laghetto d'Oggiono arrivi a _Civate_, posto al piede del _Monte di San Pietro_, felice d'un largo prospetto. È una delle terre, ove la storia ha più vicende da raccontare, e più segreti da investigare. V'ha di quelli che pretendono fosse una piccola città e ne traggono argomento da alcune sue vicinanze come sarebbero, a dirne qualcuna, _Borneu_ (borgonovo), _Borgnos_ (borgonoce), l'attigua _Selva di Diana_ e le due case _Castello_ o _Castelnovo_. Le reliquie più rispettabili che ora vi rimangono sono il tempio di San Pietro e il convento unitovi, oggi ridotto a deliziosa villa. Si vogliono eretti da Desiderio, ultimo de' re Longobardi, per depositarvi, come vuole l'opinione più accreditata, le due figlie Ansberga ed Ermengarda, moglie ripudiata da Carlo Magno, che poi invece presero il velo nel monastero di Brescia (757). La chiesa resta tuttora e gli amatori dell'antichità non devono trascurare di ascendere i ventisette gradini che dal piano salgono al tempietto. Chi non la vede si figuri una chiesetta con pronao sulla fronte, coperto d'una tettoja che protegge la sola porta d'ingresso; entro questa un corridojo, lungo intorno a 6 braccia e 1/2, col cielo a vôlta, e i muri laterali adorni di ippogriffi a coda tripartita, in bassorilievo, con in fondo due colonne a spira alte, tutto compreso, quanto è lungo il corridojo. Nell'interno un edificio quadrilungo; nella parete che risponde alla porta d'ingresso un altare senza gradini col palio verso il coro e coperto da un ombrello che mostra sulla parte esterna bassorilievi rappresentanti il Redentore fra i due apostoli Pietro e Paolo; Gesù crocifisso, Gesù fra due angioli e la Risurrezione. Esso palio è sostenuto da quattro colonne di pietra nei cui capitelli scorgi gli animali simbolici degli Evangelisti. La confessione o _scurolo_, parte indispensabile delle antiche chiese, non potendosi scavare, per la natura del monte, sotto la tribuna, fu collocata sotto la porta anteriore della chiesa, alla quale mettono 25 gradini chiusi nella parete a destra di chi entra. «La cripta ha una forma quasi ottangolare, è lunga braccia 13, once 9, larga braccia 13-1-2 milanesi; ne sostengono le vôlte sei colonne senza base, alte braccia 3½, con un capitello di arenaria o stucco a stile degenerato dal corinzio; vi danno luce alcune finestre strette e lunghe, le quali hanno a fregio un cordone di stucco. La mensa dell'altare va fregiata di alcuni bassorilievi assai rozzi, e vedonsi verso la vôlta dello scurolo, e altrove effigiature che sentono del simbolico col monogramma di Cristo ed altri simili, tutti però di cemento.
«L'interno della chiesa non tiene altri ornamenti, non è coperta di fornici o vôlte, ma termina col tetto. Nuda del pari è la parte esterna, a meno di alcuni archetti semplicissimi che assecondano gli ultimi lembi della ortografia esterna, di alcuni simili che ornano la parte più eminente dell'abside, e di qualche finestra stretta e lunga ed arcuata aperta in questa ultima.
«Pel fin qui detto questa chiesa presenta, quantunque nella sua nudità, i caratteri della architettura simbolica, e accenna come questa sapesse ad un tempo associarsi e al grandioso delle basiliche delle popolose città, e a quelle che sorgevano fra le alpestre solitudini dei monti». Sacchi.
A lato di questo antico tempio si sprofonda la _Valle di San Benedetto_, irrigata da viva sorgente, attigua alla quale è la _Valle dell'Oro_ (probabilmente dell'alloro, pianta colà comune). L'acqua ivi raccolta fa uno sbalzo chiamato l'_Orrido della valle dell'Oro_.
Limpida trascorrendo romoreggia L'acqua pei greppi in rapido viaggio, E sbalza in mille spruzzi ove lampeggia A più color del sol rifranto il raggio.
E dopo aver fatto aggirare mulini, frantoi e setificj va a metter foce nel laghetto d'Annone. Pittori paesisti, cacciatori e botanici non trascurate questa valletta.
Tra _Suello_ e Civate, al sito chiamato _Cariolo_, si trova un deposito di tufo calcario, generato forse da qualche antica distillazione d'acqua, pieno di cavità irregolari, che contengono piccole masse di carbonato calcario, che raffigura sottili strati paralleli, ed ondulanti. Questo tratto di paese è anche oggi, ma fu più assai nei tempi addietro, chiamato _Squadra dei Mauri_, forse, come sostengono taluni, dall'esservisi stabilita una colonia di Mori in tempo delle invasioni. Uno de' paesi di questa squadra è _Cesana_, più comunemente denominata _San Fermo_, lunga striscia di case stesa sul pendìo meridionale dei monti della Vallassina. Presenta questa terra d'ogni parte vestigia d'antica militare posizione, di una più vasta abitazione e d'una popolazione maggiore della presente. Al _Castello_, luogo laterale al paese, trovansi ancora avanzi di vecchie mura, d'acquidotti comunicanti col monte che s'eleva a tergo. La _Torre_, altro luogo eminente, presenta esso pure reliquie di vetusta abitazione. La parte inferiore e sottoposta al paese, oggi tutta ridente di vigneti e di bella coltura, in occasione d'alcuni scavi pose in luce ruderi di case diroccate e condotti di acque costrutti con molta maestria. Tutto pare che si combini ad attestare la conghiettura che Cesana fosse già terra importante.
Ed ecco il lago ovale che tanto dava nel genio al mio Parini; ed ecco farcisi da vicino _Pusiano_, piccolo, ma elegante paesello, steso sulla riva settentrionale del laghetto che riceve il suo nome, ed è de' più vivaci che si incontrino in questa via. Il principe Beauharnais avea destinato per suo luogo di delizie il grandioso palazzo ivi costruito sulla metà dello scorso secolo, ove ora con attività lavora la filanda dei Conti di Cesana. Si veda la chiesa, si navighi all'_isoletta dei Cipressi_ (è di 24 pertiche) abbellita di alberi piantati verso il 1770 dai proprietarj marchesi Molo; si sieda sul mezzodì a bordo del lago, quando le leggiadre filatrici, sospeso il lavoro, sotto le piante che danno tanta poetica bellezza a quelle acque, siedono a ristorarsi dalle fatiche del mattino, intuonando talvolta festose canzoni.
Perdoni il lettore se alla veduta di questo lago mi ritornano alla mente le idee incancellabili d'un'ora d'esultanza; mi perdoni, come condonerebbe ad una sposa, che si soffermi con compiacenza a mirare la casa de' suoi genitori a cui ha unite tante care memorie.
Fu pur bella e di eterna ricordanza quella sera di maggio, che al chiaror della luna salimmo una leggera navicella soli io, e tu, cara sposa, due esseri che la natura creò per amarsi, e la costanza ed il cielo congiunsero felicemente! Respirava l'alito vespertino, che discende ad increspare l'argentea superficie del lago, e i raggi della luna rifrangendosi nelle onde raffiguravano le immagini più vaghe e più graziose. Amabile sposa! erano pochi mesi che io ti chiamava con questo nome, ricco di tanti affetti, ma già erano assai per farmi conoscere il tuo bel cuore, indovinare i tuoi sensi e partecipare alle impressioni, che ricevevi da quella universale quiete. L'iride della speranza coloriva la tua fronte, non corrugata da alcun turbamento, e su cui era trasfusa la tranquillità della coscienza.
Io spingeva remigando la navicella, sulla cui prora tu sedevi, mirando fissamente il sereno orizzonte, ingemmato di innumerevoli stelle, quali vaganti, quali ferme, quali brillantissime, quali sanguigne. Morivano intanto all'intorno i suoni dell'avemaria, che ricordano i cari estinti, e richiamano al pensiero del pellegrino il focolare, a cui sedea fanciulletto, e il mesto addio proferito agli amici ed ai congiunti. Si era tutto riposto nella più dolce tranquillità non rotta che da qualche monotono suono di zampogna, o dalla tenera cantilena con che le madri chiamano il sonno sulle pupille dei loro lattanti.
Spenti tutti i fuochi, in quell'universale oscurità non lucicava che un lontano chiarore, somigliante al faro che l'antica Ero allumava di notte all'aspettato Leandro. Tu fissavi lo sguardo avidamente a quel lume, come assorta in un pensiero profondo, nè parlavi, nè ti commovevi. Io intanto, ritirati i remi dalle onde e lasciato il battello in balia del leggero venticello, m'assisi in silenzio non osando turbare il tuo incanto, e dissi fra me — Quante volte io la vidi assopita in tale estasi nei giorni della fidanza dopo che strette le mie nelle sue mani avevamo parlato con timore e con isperanza di quell'ora, che avremmo deposto il solenne giuramento davanti al sacerdote. Fu lungo il novero dei giorni che passarono di mezzo, ma volarono rapidissimi; e il solenne giuramento fu proferito, e fummo sposi che solo la morte potrà separare! Oh coloro che trascorrono sugli svariati campi dell'amore, in traccia di fiori che appena colti appassiscono, non lasciando che durissime spine, quante delizie ritroverebbero nel seno d'una tenera consorte, nella sicurezza della coscienza, nella tranquillità della vita! Potessero conoscere la pace, che rallegra il tetto d'un concorde consorzio e si abbellirebbero per essi le cure che fanno grave e terribile il governo d'una famiglia. Chi non ha bisogno d'un cuore che risponda ai moti del suo cuore? d'una mano che pietosa gli terga i sudori della fronte? d'un bacio che tranquilli la tempesta de' suoi pensieri? d'un orecchio, ove senza sospetto deponga il segreto dell'anima? d'un amico, che gli sia compagno nel cammino della vita? Ecco gli augusti uffici a cui sei riserbata o tenera sposa! Quest'ultime parole proferite col tuono vivace della gioja valsero a risvegliarti del tuo leggero sopore e amorosamente volgendoti a me, dicevi: «Oh quel chiarore solitario quanti affetti m'infonde! Oh mi favella con un linguaggio pieno di poesia e di idee! Il mio cuore abbonda di sentimenti di cui la canzone sola può qualche parte palesare»!
Mi sembra ancora vedere comporti allora a quel più di tenerezza che io non vidi giammai, e farti a me più vicino.... La navicella agitata lieve lieve dondulò e fece increspare l'onde ingemmate dalla luna. Mi movesti un sorriso innocente come per cercare sul mio volto il consenso, indi con armoniosa voce intuonasti quella canzone:
IL LUME DI NOTTE.
Quand'io nei dì più teneri Vagava all'aer nero, Scorgea fantasmi e lemuri Coll'infantil pensiero, Se i rai vedea di fiaccola Entro il notturno orror. Credea che fosse l'anima D'un genitor tornata A consolar le lagrime Della famiglia amata, Od un vampiro, o tacito Fantasma di terror. Oggi, allorchè di fiaccola Scorgo il lontan chiarore, Dell'ore quete rompere Il taciturno orrore; Pasco ben d'altre immagini Il giovanil pensier. Dico — risplendi o pallida Face sul capo algente, Sulla pupilla tremula D'un genitor morente, O sulla faccia livida D'un egro prigionier? O tu rischiari l'umile Chiesa d'angusta villa, Ove il devoto popolo Nell'ora più tranquilla S'aduna ed erge il cantico Notturno al suo Fattor? Sei forse o lume il tremulo Fulgor che di Maria Alla devota immagine Pose una vergin pia, Fra l'ineffabil estasi D'un verecondo amor? O lietamente illumini La parca cena allegra D'una famiglia rustica Che l'animo rintegra, E de' sudori novera Il lucro giornalier? Oh le mesti urne imporpori Di quei che morte aduna, Sien prepotenti o miseri Ad un'egual fortuna, O sotto croce povera O sotto cippo altier? O al tuo chiaror si mutano orme dell'uom pietoso, Che nel silenzio visita L'ostel, di chi l'esoso Squallor non osa porgere Al mondo insultator? — Tale il pensier travalica Dall'una all'altra idea; Or lieta or malanconica Come il desìo la crea, E come le moltiplici Vicende del mio cuor. Quando della canizia Vedrò le gelid'ore, Se scorgerò la fiaccola Nel taciturno orrore Di questo cuor le immagini Quali saranno allor?
Questo canto fu semplice al pari de' nostri desiderj, ma abbastanza sublime per chi, com'io, potea leggere il resto che non volesti esprimere. La soavità e l'armonia della voce suonava nell'universale silenzio, come la malinconica modulazione d'un'arpa notturna, ed era ripetuta dall'eco lontana.
Il leggiero alito ingrossato alquanto aveva spinta la navicella fra le canne palustri ove s'aggirava un nembo di lucciole irrequiete. Quella pace universale favoriva le dolcezze dei nostri discorsi e con quanta gioja entrammo a ragionare dell'avvenire di quel giorno poco lontano in cui tu diverresti madre e abbracceresti quel figlio, a cui ordivi nel tuo seno la vita, e in cui riponevi la tua futura compiacenza. Come godevamo raffigurarcelo bello siccome un angelo, vivace come l'innocenza, con rosee labbra sempre preparate ai baci sinceri, con biondi capelli su cui non isdegna posarsi lo sguardo dell'uomo sapiente, con quella tenera voce che sa attirare ad ascoltarla un numeroso crocchio di persone d'età matura che se lo rubano fuor delle braccia per fargli vezzi, per palleggiarlo, divorarlo e dicevi sommessamente: «Deh, o signore sii cortese di biade al campo, di lana all'agnellino, di piume all'augello, e di figli alla madre che ti teme». Pochi mesi trascorsero da quell'ora a quell'altra in cui fummo salutati genitori, e quell'innocente primogenito che esulta di tanta vivacità, e dorme placidamente ignaro ancora dei guai della vita, come il nocchiero che riposa tranquillamente nel suo battello, non sentendo la tempesta che gli rugge d'intorno, quell'innocente sappia un giorno quali erano i tuoi affetti allorchè la sua vita era nascosta nella tua, affetti che tante volte mi ridicesti, e che io pure quella sera commisi al canto che ora ti ripeto:
Nell'ore più fantastiche, Quando il desìo figura Come presente all'avido Pensier l'età futura, E pregustar fa il giubilo D'ore non nate ancor; Fra lusinghiere immagini Pasce Adelina il cuor. Mentre balzar dell'utero Sente l'ascoso pondo, Vola alla cara indagine D'un avvenir giocondo, Quando sul crin del pargolo La faccia poserà, E nel baciarlo i gemiti Del parto scorderà. Quando con orma tacita Dell'addormito figlio Esplorerà la requie, E nel sopito ciglio Contemplerà le tenere Forme del genitor; Cauta perchè coll'alito Non turbi quel sopor. Quando ai trastulli, a movere L'infermo piè da solo L'addestrerà, reggendolo, Perchè non cada al suolo, E le pie man congiungere Gl'insegnerà sul cor, Ed invocare il mistico Nome del suo Signor. O scorrazzar sul florido Pendìo di facil clivo, O lo vedrà sul margine Posar d'innocuo rivo; E teso il capo chiedere Nel rio la sua beltà, Ed ispiccar le mammole Che ai genitor darà. Con orma aerea correre Dietro gli assidui strilli; Cercar dove s'annidino I solitari grilli, O la vagante lucciola Seguir da fiore a fior, E la ghermita a splendere Sopra la fronte appor. Oh quante volte al gemito Dei bronzi della sera, Che sulle labbra chiamano La memore preghiera, Lo condurrà del tempio Al santo limitar, O tra le croci funebri Per gli avi a supplicar. Così di liete immagini Nella dolcezza assorta, Del grave seno il tedio Con care idee conforta; Mentre i suoi diti tessono La veste al bambinel, Che balza ancor nell'utero Vago d'aperto ciel.
Che riconoscenza fu per me quella lagrima che ti tremò allora negli occhi! premio ben a me più chiaro che un trono, poichè i doni del cuore stanno sempre innanzi a quei largiti dalla fortuna! Intanto la navicella era giunta al lido, e pieni entrambi di commozione e d'amore ci avviammo al nostro focolare. Oh quella sera fu pur bella e di perpetua ricordanza!
Chi ama costeggiare il lago, si rechi a _Bosisio_ terra di poca considerazione, collocata sulla sponda orientale, e levata in parte sul pendìo d'una collina. Qui nacque Giuseppe Parini, donato alla mordacità della satira ed alla sublimità della lirica, e qui pure doveva nascere Andrea Appiani pittore delle Grazie, quando per caso sua madre non si fosse trovata a Milano. Indarno però cercheresti una parola che ricordi l'umile casetta dei natali del sommo poeta, invano una pubblica lapide che ricordi il suo nome. Anima che sente non potrà comprimere un'affezione di dolore.
Qui l'architetto Moraglia diede il disegno del bell'oratorio di casa Appiani, ov'è un lodatissimo quadro dell'Educazione di Maria Vergine, fatto da Vitale Sala.