Guida pei monti della Brianza e per le terre circonvicine
Part 5
Abbiamo accennato nelle brevi notizie storiche premesse in questo volume come Francesco Sforza sul cadere del 1449, posti in Brianza i suoi accampamenti, osasse sfidare contemporaneamente le forze riunite e superiori de' Veneziani e de' Milanesi. Essendo qui appunto il luogo del combattimento gioverà farne conoscere, il più possibilmente in compendio, la posizione quale ci viene ricordata da Giovanni Simonetta nella _Sforziade_. Il monte che sorge maestosamente a manca e va a terminare in una punta acuminata è detto _San Genesio_ da una chiesetta che sorge presso il suo vertice, dedicata a questo santo. Qua e là sul pendìo del monte i piccoli casali d'_Aizuro_, _Biglio_, _Vallicelli_, _Galbusera_, _Bagagera_, poi _Montespiazzo_, _Malnino_, _Ospedaletto_ e _Casternago_ e più in giù _Mondònico_, patria d'un Martino da Mondònico, che pur fu esecutore d'infami imposizioni di Gian Giacomo De-Medici e finì poi coll'essere appiccato in colpa di traditore; donde poco è discosto _Tegnone_ ove nacque Giuseppe Ripamonti. Più abbasso ancora _Porchera_, gruppo di case quanto commiserato per la sua infelice posizione, altrettanto celebrato per la bontà de' suoi vini. Su quel monte si erano riparati i Veneziani, ubbidienti al capitano Santangelo, e di là avevano cacciato Giovanni Sforza, quando col cognome, ma non col valore del fratello Francesco, avea tentato di rimoverli da quella formidabile posizione. Appena Francesco ebbe intesa di questa mal riuscita spedizione, diede incarico a Roberto Sanseverino ed Onofrio Rufaldo che si provassero a tentare l'ascesa del monte. Questa volta l'esito fu più felice; i due generali, lasciati a Calco il grosso de' soldati, con alcuni dei più spediti ed arrischiati, colto il silenzio della notte, guadagnarono l'erta e giunsero d'improvviso addosso ai Veneziani. Fu sanguinosa la mischia; i soldati di San Marco piantarono il gonfalone sul campanile della chiesa di San Genesio, e serratisi tutti in quella posizione imponente, poterono resistere ancora per qualche tempo, finchè, sprovvisti di cibo e di bevanda, furono cacciati alla necessità di calare a condizioni, bastevolmente decorose però d'aver non solamente salva la vita, ma anche la licenza di potersi ritirare pel ponte d'Olginate sul territorio della loro repubblica. Sanguinose vicende che speriamo non saranno mai più rinnovate! Preghiamo che il cannone abbia per l'ultima volta a Verderio contristata la pace delle nostre colline.
Inni dal petto supplice Alzerò spesso a i cieli, Sì che lontan si volgano I turbini crudeli; E da noi lunge avvampi L'aspro sdegno guerrier Nè ci calpesti i campi L'inimico destrier.
La ricordanza di questi sanguinosi avvenimenti non tolga che si contemplino a parte a parte le bellezze del sito, ed _Olgiate_ che ti compare di fronte distinto alla lunga striscia del palazzo Sala, all'acclive erbito che gli sta dinanzi è il vicino _Bùllero_, e la fuga di monti che si succedono a monti, e la magnifica strada su cui percorri la quale tramutò le ripidissime rive di Calco in un quasi insensibile pendìo.
Giunti a _Beverate_ ove la strada è tagliata da una secondaria che comincia all'Adda e va a confluire presso Erba, nella strada provinciale che mette da Lecco a Como prendiamo per ora quella a destra, che piega ad oriente, e per essa attraverso a vigneti e colti, degradando insensibilmente giungeremo a _Vaccarezza_ casale soverchiato dalla montuosa _Foppolovera_ (la vogliono detta così da un basso fondo già messo ad ulivi), indi colla strada ci rialzeremo alquanto per ricadere di nuovo in fino a _Brivio_.
Oh ch'io ti vegga mia patria diletta! a cui da undici anni diedi un addio che mi tenne quasi sempre da te disgiunto! Allora non aveva che compiuto appena il secondo lustro, quella cara età in cui la vita è un sogno di letizie, di gioje, ignara di guai, di sospiri; che ravvisa dappertutto contentezza senza sapere che non v'ha fiore, il quale non cresca inaffiato di pianto, che non sorge mai sole il quale non rischiari una scena di lutto! Oggi ritorno a te, col corpo come sovente ritorno col desiderio; a te che incidesti nel mio cuore a note incancellabili la soave memoria dell'età prima, quando fanciullo coi fanciulli del mio villaggio, o scorrazzava su per la collina in traccia di fiori, o scendeva nel letto d'un torrente a far tesoro di pietruzze colorate, o fingeva battaglie intorno al mio castello usurpando i nomi dei guerrieri e dei campi di cui era ancor recente la ricordanza, o col leggiero battello spiccava arditamente dalla riva vogando sulle placide onde, o talora mi librava ad incauto nuoto. Quante volle palpitò per me il seno della madre! Ella tutta tenerezza a rivelar pericoli anche dove non erano; io tutta imprevidenza a non ravvisarli dove erano difatti.
Altrove ho già parlato di questa terra, largo quanto basti per poter ripetere il già detto senza provarmi a trovar nuove idee, nuove parole, nuove espressioni per esporre le medesime cose.
«In una bassa posizione, sulla destra dell'Adda, giace Brivio, che si presenta assai bene a chi lo contempla dagli opposti monti bergamaschi. Quivi l'Adda, dopo aver istagnato in un bacino, direi quasi circolare, ripiglia il suo corso rapidissimo e maestoso fra due rive, quando più, quando meno ristrette, sopra un letto molto declive e sassoso. Il castello che sorge in riva del fiume presenta la forma d'un quadrilatero, rinfiancato agli angoli da torrioni un tempo maestosi, ora rovinati dal privato interesse.
«Antichità rispettata dal tempo è uno di quei monumenti, che, ricordando le vicende de' nostri maggiori, riempiono l'animo di spirito guerresco! L'interno della fortezza fu a' miei giorni rinnovato, nè più vi trovi che poche vestigia delle antiche scale segrete e de' sotterranei onde vuolsi già ripiena. Rammento ancora il ribrezzo, che io provava negli anni infantili, quando innoltratomi in quei fondi di torre, sentiva dirmi come vittime umane avessero gemuto laggiù, dove non penetrava che un raggio di luce per la doppia ferriata e spessa ramignata d'angusto pertugio. La mia immaginazione presentavami d'innanzi quegli infelici, stesi al suolo a guardare con avidità quel raggio di luce furtiva, senza il conforto della speranza, senza la voce d'un amico. Nel 1829 convertendosi una di quelle basse prigioni ad altro uso, fu trovata una lapide sepolcrale e savvi una croce, un'arma gentilizia ed in giro una leggenda, corrosa dal tempo, deposta sullo scheletro d'un soldato di gigantesca persona. Vicende umane! Sulle grigie mura di questo venerabile monumento oggi serpeggia l'edera, crescono i pomi e le viti, e pendono le reti del pescatore. Chi vi passa, sul far della sera, ne vede sicuro l'ombra che signoreggia il lago e dove un tempo si udivano gli aspri gridi di guerra, oggi la casalinga vergine desta i canti dell'amore e della religione. Se non che da un pajo d'anni ai placidi canti si frammischiano le flebili cantilene de' prigionieri che aggrappati alle ferriate delle loro camerette guardano con invidia l'uomo libero, che passeggia sotto di essi e ricordano con melanconia tempi più felici[14]».
La chiesa coll'elegante suo campanile, le case parrocchiale e Piccinini, la vasta delizia, coll'ampio giardino alla genovese del signor Enrico Carozzi, la _Scalvata_ vistosa collinetta meritano essere visitati dopo il castello.
Errando su questa collina e mirando alla sottoposta patria Cesare Cantù cantava quest'inno
ALLA MELANCONIA.
Melanconia, dell'anima Nube soave e cara. Onde a soffrir s'impara Dei casi all'alternar, Me del tuo latte al pascolo Traendo ancor fanciullo, Dall'ilare trastullo Volgevi al meditar. Di tortorella il gemito, L'aura che bacia il rio, Il suon d'un mesto addio Pareami il tuo sospir. Fiori spargeva e lagrime Degli avi miei sull'urna: Col vol d'aura notturna Io ti sentia venir. Dove quell'ermo vertice Lungi dal mondo tace, Io chiesi, a te seguace, Pensieri e libertà: O dove il muschio e l'edera Sul mio castello erranti, L'ire, le laudi, i pianti Copron d'un'altra età. Spinto a lottar nel pelago, Soffrii, compiansi, amai; Ma de' tuoi miti rai Sempre ebbi vago il cor: Te dall'urbano turbine Cercai, te in cupa stanza, Fra sogni di speranza, Nell'ansia del terror. Con te fremei se l'empio Franger il dritto io scôrsi: Al pio calcato io porsi Per te l'amica man. Teco evocai d'Italia Le ceneri eloquenti, Cercando ai corsi eventi Gli eventi che saran. Giovin, ma stanco e naufrago Riedo al paterno lido: Teco all'ombria m'assido Che me fanciul coprì: Riedo col cuor dall'odio Straziato e dal dispetto, Ove a benigno affetto Tu m'educavi un dì. Melanconia, col placido Spettacol di natura, Le piaghe mie deh cura, Rendi me stesso a me; Tornami in pace agli uomini, M'insegna obblio, perdono; Di' che follia non sono Onor, giustizia e fe.
Da _Brivio_ è poco discosto _Arlate_, ove è ad osservare la cava della moléra, arenaria disposta a strati pressochè verticali colla direzione da sud-est a nord ovest, mista con arenaria schistosa e turchiniccia, carica di mica, con roccia grigiastra venata di spato calcareo. Questo sasso posto in un acido produce sulle prime un vivo ribollimento, indi, quando la parte calcaria è distrutta, si riduce il resto facilmente in piccoli grani silicei. A ridosso della _Moléra_ sorge il visitato santuario della _Madonna del Bosco_; una chiesa di forma ottangolare, del 1644 a mezza costa del monte velata dai castani, sotto a cui è una confessione (_scurolo_) del 1632, dove un'acqua di virtù prodigiose, e entrovi una ferriata, un bosco, una compagnia di pastori, di mandre ed agnelle intagliate in legno, un castano coi frutti fuor di stagione maturi, e suvvi la Vergine comparsa ad una povera madre che si tapina alla vista del suo amato bambino fatto preda del lupo! La fiera al cenno della gran Donna del cielo depone ubbidiente la preda e scompare. La riconoscenza di questa grazia diede poi motivo all'erezione dello _scurolo_ e più tardi della chiesa, e perchè fosse pubblicamente attestato il prodigio venne scritta sulla grigia parete la povera iscrizione:
1617 DI MAGGIO IL NONO L'ANNO DIECI SETTE VIDDERO QUI MARIA ANIME ELETTE
Gruccie, bende, voti e tavolette appese alle muraglie interne della chiesa e della confessione, cento nomi scritti sulle pareti fanno fede della divozione e dei continui pellegrinaggi a questo santuario a cui mette oggi una comoda salita fatta a spese del conte Cesare di Castelbarco, che succeduto per eredità nei possedimenti di casa Landriani, abbellì di recente anche il vicino paesello d'_Imbersago_ a sud-est di Arlate con un vasto parco, il quale appena cede a quell'altro suo di Vaprio. Qui più favorito della natura seppe racchiudervi una falda di monte ben diversa dei tanti mucchietti di talpa a cui si dà il pomposo titolo di montagnette in tanti altri giardini; fiumicelli di assai maggiore bellezza che certi neghittosi rigagnoli; la veduta d'un vasto fiume, d'una valle sottoposta, d'un'aspra montagna di fronte, d'un'altra più amena e più verdeggiante alle spalle. È piccolo, ma elegante anche l'oratorio a piedi del parco. Del castello d'Imbersago rimangono alcune vestigia a sinistra dell'oratorio di _San Paolo_, da cui un'ampia via declinante mette al porto dell'Adda, fatto costruire dai Landriani. Presso gli avanzi d'un antico forno di calce vedi ancora una roccia calcare compatta, di grana fina terrosa, grigio-turchina, venata di bianco spato calcareo, e attraversata da sottili strati di antracite. Varia dal calcario di Arlate in ciò che posta in un acido si scioglie senza lasciar veruna reliquia. È frammista di due carbonati calcario uno di colore oscuro, l'altro grigio, che sciolto nell'acido nitrico depone molta terra silicea. La parrocchiale di Imbersago è al montuoso _San Marcellino_ che ha il titolo d'arcipretura, per una concessione del secolo scorso. La strada maggiore che procede sempre a sud-est ti guiderà a _Paderno_ per facili declivi, ameni _torniquets_, e fra una sempre piacevole corona di collinette, mentre noi ripetendo la già fatta via ritorneremo alla nostra seconda stazione di Brivio.
Ora se non ti aggrava potresti passare il fiume, e far una scorserella a veder sulla via di Bergamo la chiesetta di _Cisano_, la più antica della valle; e il convento di _Pontida_ alle falde del monte _Sambernardo_, ed a bacio del monte _Canto_. Qui inutilmente ricercheresti un sasso, una parola che ricordino i clamorosi avvenimenti della Lega ivi tenuta dalle città lombarde nel 7 aprile 1166. Nella chiesa di _San Giacomo_ di granitosa gotica a tre navate non passino innosservate le vecchie sculture ricordanti la memoria del beato Alberto di Pontida, il quale nel secolo X. fondò più monasteri di Cluniacesi, l'ultimo de' quali in patria dove, sordo alle lusinghe dell'ambizione, chiuse in pace gli ultimi suoi giorni. _Caprino_ in posizione elevata e capo-luogo della _Val di San Martino_, sede del pretore, ha molti palazzi fra cui quello de' Sozzi, al quale va unito un vasto giardino. La sua bella chiesa è disegno di Pellegrino Tibaldi, ed al giovedì fa un discreto mercato di commestibili, mercerie ed anche granaglie. Questo paese possiede una ricca biblioteca. Il collegio di _Celana_ posto a cavaliero di Caprino, fondato da San Carlo, è un vasto edificio che si va sempre aggrandendo e migliorando; da _Sant'Antonio_, si sale ad _Opreno_ in Valmazza; _San Paolo_, _San Gregorio_ sono montuosi casali amenissimi nell'autunno; al _Pertugio_ visiterai le più vaste uccellande di questi contorni, proprietà del signor Pietro Sozzi di Caprino. A _Villadadda_, terra seminata a varj gruppi sulle falde del monte d'_Odiago_ sorse di recente accanto alla vasta chiesa un elevato campanile secondo il disegno dell'illustre architetto ingegnere Giuseppe Bovara di Lecco. A _Callusco_ terra famosa nelle discordie ghibelline, dove si vedono tuttora la casa e l'armatura del capitano Bartolommeo Colleoni. _Medolago_ a due miglia da questo paesello si pretende così chiamato perchè sorgesse nel mezzo d'un lago ora scomparso. Dietro esso succedono altri colli, altre terre.
CAPITOLO QUINTO.
DA BRIVIO A LECCO.
_Beverate. — Airuno. — La Rôcca. — Gherghentino. — Sua valle. — Suo torrente. — Olginate. — Carlate. — Somasca. — Vercurago. — Calolzio. — Maggianico. — Galbiate. — Montebaro. — Lecco. — Territorio._
La più grossa frazione di Brivio è _Beverate_ patria di San Simpliciano, immediato successore di Sant'Ambrogio nell'episcopato milanese, antichissima badia di _San Colombano_, terricciuola tutta contadinesca, ora ravvivata da una fornace poco discosta che converte in tegole le buone argille ond'è qui molta ricchezza. A questo villaggio devi recarti per proseguire la tua strada verso Lecco, quando non voglia andar direttamente ad _Airuno_ per una strada sulle prime montuosa poi piana, radente i casali di _Bolona_, _Cartiglio_ e _Canosse_.
_Airuno_ è una striscia di case tagliate da un torrente e che viene in parte a trovarsi sul monte della _Rôcca_, collina scoscesa, faticosa, sulla quale al lunedì dell'Angelo trovi un aspetto di festività, un soggiorno di allegrezza campestre, una faccenda tra venditori e compratori, un'armonia d'inni religiosi frammisti a villereccie canzoni. Di lassù ti sarà caro vedere il bacino della _Valgherghentino_, che è un piano tutto a gelsi, a vigneti, a boschi ed a campagne, cui fanno cornice a tramontana e ad occidente le falde del _San Genesio_, e tagliato di mezzo da torrenti. Laggiù due poveri casali, _Gherghentino_ che da nome alla valle, e _Meglianico_ che viene a trovarsi proprio al piede del monte anzidetto. Questa vallea già feudo di Marcellino Airoldi, poi de' suoi discendenti, ha due uscite una dalla parte d'Airuno, l'altra più settentrionale, poco discosta da Olginate.
Da Airuno nulla ti arresta fino al _ponte del Gherghentino_, che si va magnificamente costruendo di pietra con quella sollecitudine onde a nostri giorni si eseguiscono anche le più ardite imprese. Prende nome questo torrente dalla valle d'onde proviene, ed è ricco di arenarie schistose di finissima grana d'un color bigio scuro; con isquamette di mica bianca e sottili strati di marna rossiccia e strati calcari anch'essi d'un colore piegante all'oscuro. Fra _Gherghentino_ e il _Mulinello_ lungo il letto di questo torrentaccio vedresti frequenti massi di serpentino, spaccati con mine, e distinti alla nerezza del loro colore, ma nessuno troverai dotato di polarità.
Alla base del monte che da Airuno procede sino a questo torrente potrà il geologo osservare le molte roccie calcaree, senza arenaria, compatte, di grana terrosa, di color azzurrognolo e d'odore argilloso.
_Olginate_ ebbe vita ed eleganza dalla strada militare, che fece scomparire quelle tristissime vie che lo rendevano fra i più disagevoli passi carrozzabili. La chiesa di Sant'Agata rialzata sul dosso del monte, la casa, la torre ed il giardino Testori non vogliono restare sotto silenzio.
Risponde ad Olginate il visitato santuario di _San Girolamo Miani_, elevato al di sopra di _Somasca_; una povera chiesa, a cui serve di parete orientale la brulla pendice sopra della quale appoggia anche l'altare. Un'altra chiesetta rotonda di recente costruzione, abbellita d'un quadro (la risurrezione di Cristo) del professore Mazzola, male si affratella con questa romantica e sterile situazione, colla ruvida scala guadagnata dai devoti a ginocchioni, colle reliquie del castellotto sulla vetta della rupe, colla grigia nudità de' monti cadenti a ridosso della valle.
È poco discosto, rialzato sulla falda del monte, _Calolzio_ ove fu di recente costrutta una bella chiesa dall'ingegnere Giuseppe Bovara di Lecco ad una sola nave di venticinque braccia di larghezza con tre sfondi per ciascun lato che servono di cappelle e d'ingresso, ha la lunghezza di cinquantadue braccia e l'altezza di quaranta, compreso il cornicione sostenuto sopra mezze colonne corinzie, avente la volta con cassettoni ottagoni e rosoni a rilievo. A questa navata è unito il presbitero quadrato formato da sei colonne e due pilastri impostati ai muri, egualmente d'ordine corinzio, d'oncie ventisette di diametro e venti d'altezza, sopra il cui cornicione poggia la cupola a tutto sesto. L'ordine corinzio è quello che domina pure nell'interno.
A _Maggianico_ l'amatore delle belle arti osserverà la palla d'altare divisa in otto scompartimenti, bellissimo lavoro di Bernardino Luini. Rappresenta la Madonna col divin Pargoletto e il Padre Eterno. Quest'opera minata dal tempo venne di recente restaurata e collocata in un nuovo altare di marmo carrarese intagliato. Degno raffronto con essa è l'altra palla che vedesi nella stessa chiesa, squisitamente pennelleggiata da Gaudenzio Ferrario, a cui non sarebbe inutile un ristauramento di qualche abile artista.
Olginate nell'ecclesiastico dipendeva anticamente dal vicino _Garlate_ a cui ti guiderà un'ampia strada diritta presso ad essere terminata. In questa terra oggi di nessuna considerazione fu già una Corte, e Lotario imperatore nel secolo X. dell'era nostra vi fondò un castello.
Da qui si ascende a _Galbiate_ per una strada che corre acclive sulla costa del monte di _Galliano_ notevole pei molti strati calcari della stessa natura di quei nominati dianzi, quasi perpendicolari nella direzione da nord-est a sud-ovest della grossezza da tre sino a cinque piedi.
Galbiate siede al sommo del monte, osserva ad occidente il lungo corso dell'Adda, i piani e i monti bergamaschi, ad oriente vagheggia i ceruli laghetti del Piano d'Erba e le incantevoli colline della Brianza. Ha una bella chiesa con campanile, sopra disegno dell'ingegnere Brioschi, veduto per la sua posizione in molla lontananza. Questa terra dipendente una volta dal feudatario della Pieve d'Oggiono comperò la sua emancipazione nel 17 giugno 1654 ed a memoria di questo riscatto rimane qui una lapide che dice:
LIBERTAS QUÆ TOTO NON BENE VENDITUR AURO LABORE LITE PRAETIO PARTA GALBIATENSI VICINIÆ AC FINITIMIS OPPIDIS REGIA CONCESSIONE FIRMATA TANDEM ARRISIT FELIX DIES XVII JUNII ANNI MDCLIV QUA INFEUDATIONIS AC OMNIS INFERIORIS JUDICII EXCUSSO ONERE POPULUS HIC SUB POTENTISS. REGIS. HISPANIARUM VICARIA POTESTATE NEMPE MEDIOLANENSIS SENATUS SE IMMEDIATE REDEGIT TANTÆ EXEMPTIONIS MEMORIÆ QUAM FRANCISCI GEORGII OTTOLINI REGIÆ DUCALIS CAMERÆ NOTARII AUTENTICA SCRIPTA PRIVATIM ASSERVANT HUJUS LAPIDIS RETENTIVÆ CUSTODIÆ PUBLICE RESIGNANTUR DIE XVIII. SEPTEMBRIS ANNO MDLXXI[15].
Il convento dei Francescani posto sul _Montebaro_ a settentrione di Galbiate, fu abolito nella generale soppressione del 1810. A Desiderio ultimo re dei Longobardi si riferisce l'erezione d'una rôcca su questo monte e della chiesa di San Michele. Dai viali del monastero per un viottolo ronchioso a spina-pesce si ascende al monte delle crocette, così chiamato da tre croci piantate sulla sua vetta, d'onde l'orizzonte si allarga e diviene più maestoso. Di là potrai vedere i sottoposti laghetti d'Oggiono, d'Annone, indi il lago di Pusiano, cinti a settentrione dai monti della Vallassina, e più in là il comasco a cui fanno contorno i poggi di Varese, ai piedi delle Alpi. A manca corre il guardo fino alle feraci pianure dell'Olona seminate d'innumeri paeselli e borghi, ed a maggiore distanza il duomo della lombarda Capitale. Da una parte distingui per lungo tratto gli azzurri serpeggiamenti dell'Adda e tante vallette e tanti poggi e tante montagne del Bergamasco. È degnissimo di sentirsi in Galbiate l'eco polisillabo, il quale a chi grida d'in su la via risponde da una casa rimpetto fino a quindici ed anche più sillabe. Io l'intesi ripetere per intero i due versi
Che vuoi dirmi in tua favella Peregrina rondinella?
Chi brama godere amenità di vista senza molto disagio di strada visiti le delizie Balabio e Sanchioli, come non ometta di vedere il molto ameno ritiro che si fabbricò il chiarissimo economista Barone Custodi, ov'è la ricca biblioteca di cui sarà ereditiera l'Ambrosiana.
Se da Garlate ami portarti direttamente a Lecco segui la via militare, passa per le _Torrette_ ove la moltiplicità delle fornaci sono animate dalla roccia calcarea del Montebaro, terrosa, di grana fina, di frattura concoidea, talvolta scagliosa e di colore cinereccio molto chiaro, frammista di selce piramica (_pietra focaja_) che ora si presenta sotto forma di vene d'uno a due pollici in grossezza, ora di nuclei, qualità che quel monte ha comune con tutta la catena di Galliano.